Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°4 – Madonna della Grotta (o Grotta del Colle) di Rapino

La “montagna madre” della Maiella, così considerata, da intere generazioni, per la sua naturale capacità di accogliere un’incredibile varietà di vita e di specie vegetali e animali, ha da sempre offerto all’uomo la possibilità di ritirarsi e rigenerarsi per cercare risposte al suo cammino interiore. Luoghi talmente simili al grembo materno che infondevano la sensazione addirittura di ritornare, almeno per qualche istante, nell’utero dal quale si era stati concepiti e dove, avvolti nel suo buio più profondo, combattere con i propri limiti per riemergere, con maggiore consapevolezza, alla Luce.

L’effetto che si prova entrando nella Grotta del Colle di Rapino dove si trovano ancora i resti, seppur esigui, dell’Eremo della Madonna della Grotta (o di Santa Maria de Cryptis), eretto probabilmente tra l’XI e il XIV secolo dai Monaci Benedettini della vicina Abbazia di San Salvatore a Maiella, di cui anche in questo caso non è rimasto granché, è molto suggestivo.

Resti dell’Eremo della Madonna della Grotta (foto by David Giovannoli)
Resti archeologici dell’Eremo dalla Madonna della Grotta (foto by “In Abruzzo” – inabruzzo.it)

Ciò che cattura l’anima del visitatore non è la struttura del romitorio posto a ridosso dell’entrata della grotta, e che si fatica a ritrovare per via dei rovi che la sommergono, ma la cupola naturale che si estende per 45 metri di larghezza e 6 di profondità e che si prepara ad accogliere chi si accinge a visitarla. Essa ha da sempre attratto l’uomo che, fin dalla preistoria, ne è rimasto affascinato per la sua forte somiglianza simbolica all’utero materno e per la ricchezza di concrezioni calcaree da cui stilla continuamente acqua e dove in essa rivedeva l’immagine dell’allattamento, eleggendolo da sempre come luogo di culto per i riti in funzione della “Madre Terra”. Resti e frammenti ossei di quel periodo ne sono testimonianza ma i ritrovamenti più straordinari rinvenuti al suo interno risalgono ad una delle più importanti Popoli Italici che abitavano l’Abruzzo prima dei Romani, i Marrucini, i quali vi avevano istituito uno dei loro principali santuari.

Grotta del Colle (foto by David Giovannoli)
Ingresso della Grotta del Colle (foto by Paolo D’Intino)

Tra i manufatti più importanti rinvenuti vi è la statuetta in bronzo del VII-VI sec. a.C. soprannominata “Dea di Rapino“. L’idoletto femminile, alto poco più di 10cm e conservato presso il Museo della Civitella di Chieti, però, non rappresenta, così come si è voluto credere, una divinità ma una sacerdotessa in atto di offrire, probabilmente a scopo propiziatorio, i prodotti del raccolto alla dea Ceria Giovia, nume tutelare della terra e dell’agricoltura tra le più importanti del Pantheon Italico. La donna rappresentata, infatti, oltre ad essere rivestita in abiti da cerimonia, con una lunga tunica e i capelli raccolti in una elaborata acconciatura, nella mano destra porge delle spighe di grano.

Dea di Rapino (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

Altra scoperta sensazionale è la Tabula Rapinensis, una lastra in bronzo sulle quali iscrizioni incise in dialetto marrucino si riportano particolari sul culto del santuario. All’interno della grotta, o nei pressi, esisteva un collegio femminile che accoglieva fanciulle con eccelse qualità fisiche, morali o di lignaggio destinate a rituali. Per alcuni anni, sotto la guida della maestra sacerdotale, esse si offrivano, attraverso una prostituzione sacralizzata, per il compimento di riti rievocanti la forza creatrice suprema e la potenza generatrice di Ceria Giovia. Purtroppo, della “Tavola Rapinese”, portata al Museo di Berlino dall’archeologo Theodor Mommsen e scomparsa nel 1945, non si hanno più tracce. Si ritiene possa essere stata trafugata dalle truppe sovietiche che lo hanno portato nel Museo Puškin di Mosca ma ad oggi non vi sono ancora certezze.

Tabula Rapinensis (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

La religiosità popolare di Rapino sembra aver conservato al suo interno, attraverso una rifunzionalizzazione accettabile nella fede cristiana, alcuni elementi rituali e simbolici propri del santuario italico. L’8 Maggio di ogni anno, giorno in cui si festeggia la Madonna del Carpineto, almeno fino a qualche anno fa, invocata per propiziare il buon raccolto alla stregua di come ci si rivolgeva alle antiche divinità vegetative, la statua della Madonna viene portata in processione preceduta dalle “Verginelle di Rapino”. Di età compresa dai 6 ai dieci 10 anni, le bambine vengono rivestite di lunghe tuniche alla “greca” di colore bianco, rosa e celeste, coronate da fiori su capelli rigorosamente arricciati e ornate di monili dati in prestito dalla cerchia di familiari. Prestare l’oro, infatti, aveva un ruolo apotropaico e questo metallo prezioso ricorda simbolicamente la divinità a la perfezione di Maria. Alle “Verginelle” è affidato anche il compito, prima dell’inizio della cerimonia, di distribuire pagnotte benedette in cambio di dolci e di un compenso economico alla parrocchia. (Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141)

Vestiario delle Verginelle di Rapino (foto by David Giovannoli)
La Madonna del Carpino (foto by David Giovannoli)
Il carpino dove si afferma sia apparsa la Madonna (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • AA.VV., Rapino: guida storico-artistica alla città e alle sue tradizioni, CARSA Edizioni, Pescara 2003, pp. 88-92
  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 42-43

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°3 – Madonna della Mazza a Pretoro

La Maiella non ospita solo eremi ricavati dalle numerose grotte sparse tra le cime delle sue montagne. Non è solo il suo ventre materno ad aver ispirato la “rinascita” spirituale degli eremiti che vi si sono recati. Esistono altrettanti luoghi, a volte tra i boschi, altre volte a ridosso di cascate o rupi scoscese, dove l’uomo è riuscito ad entrare, allo stesso modo, in stretto contatto con il Creatore. Libri di pietra scolpiti sulla roccia che nascondono racconti di una cultura millenaria a volte difficile da decifrare ma ancora visibile, almeno in parte, grazie alle espressioni della religiosità popolare tramandateci fino ad oggi. Questo è il caso del terzo eremo in cui ci siamo imbattuti e delle tradizioni a esso correlate, l’Eremo-Santuario della Madonna della Mazza a Pretoro.

Terza tappa dell’itinerario attorno alla Maiella
Portale d’ingresso dell’eremo (foto by David Giovannoli)

Il luogo di culto è stato eretto in onore di Santa Maria del Monte nel XIII secolo per opera dei Monaci Cistercensi della vicina Abbazia di Santa Maria Arabona a Manoppello. Fu in seguito soprannominato Madonna della Mazza per via dello scettro, o bastone, che la statua, risalente al XV secolo, regge nella mano destra come simbolo della Sua regalità. La funzione del romitorio non era soltanto quella di avere un modo per isolarsi e dedicarsi in completa solitudine alla preghiera e alla contemplazione ma anche quella di giocarsi un ruolo strategico nel controllo dei viandanti e dell’attività commerciale e pastorale che transitava sui loro territori. un po’ come si faceva, in realtà, con molti degli altri eremi posizionati sulle vie d’accesso ai pascoli gestiti dalle grandi abbazie. Esso, infatti, sorgeva sull’importante percorso viario, Passo Lanciano, tappa obbligata per coloro che volevano attraversare la Maiella ma noto anche per i suoi importanti pascoli d’altura. L’eremo, però, fungeva soprattutto anche come importante, e a volte fondamentale, ricovero per i passanti che venivano colti dalle improvvise e terribili tempeste e bufere di neve, spesso anche fuori stagione, permettendo di salvare vite e di concedere ospitalità, rifugio e salvezza, non solo spirituale.

Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)
Abbazia di Santa Maria d’Arabona (foto by terrepescaresi)

La struttura si presenta, esternamente, quasi nella sua originaria essenza di antica chiesa medioevale ed è stata realizzata nei pressi di un suggestivo bosco di alta quota. È ancora presente il romitorio dove viveva l’ultimo eremita e che oggi continua a ricevere chi vuole soggiornare in questo luogo.

Bestie, motivi floreali e colonne tortili scolpite con ornamenti, a distanza di mille anni, decorano ancora l’edificio e nascondono un significato che solo in pochi, ormai, possono essere in grado di decifrare. Simboli che aiutavano l’eremita, o chi vi accedeva, a meditare e a riflettere sul proprio cammino interiore, come l’uva decorata sulla parte alta della colonna del portale d’ingresso, che rimanda a diversi significati, in special modo alla festa a cui saranno chiamati tutti coloro che sceglieranno di condurre la propria strada verso Dio, o i due leoni sul portale laterale, ora murato, che ricordavano, a chi vi entrava, la regalità e la sacralità del luogo, nonché di dover rendere conto, un giorno, del coraggio che hanno avuto in vita nel seguire la strada appropriata. O la colomba che, probabilmente serviva a ricordare a tutti che, oltre al coraggio, per seguire la retta via c’è bisogno di umiltà e semplicità di cuore, oltre ai suoi altri innumerevoli significati.

Motivi floreali e tralci d’uva (foto by David Giovannoli)
Leoni rampanti, colomba e motivi floreali sul portale secondario, Eremo della Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)

Un suggestivo sentiero che parte nelle vicinanze dell’Eremo conduce ai suggestivi Mulini Rupestri nei pressi del paese di Pretoro scolpiti nella roccia e simili ai tanti altri eremi nelle circostanze dove, però, si elargiva pane materiale, anch’esso necessario per la sopravvivenza dell’uomo.

Mulino rupestre di Pretoro (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.2 (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.3 (foto by David Giovannoli)

Nell’eremo persiste ancora un’antica tradizione. Ogni ultima domenica di Aprile gli abitanti di Pretoro prelevano la statua della Madonna della Mazza, dando inizio ai suoi festeggiamenti, e la tengono nella propria chiesa parrocchiale fino alla prima Domenica di Luglio, giorno nel quale la riportano nella sede originaria. Questo perché la leggenda vuole che, il 2 Luglio di molti anni fa, quando i pretoresi ebbero l’idea di traslocare la Madonna in paese, nonostante una nevicata anomala che cadde su Pretoro, la statua fu miracolosamente ritrovata nel suo eremo. Nessuno l’aveva trasportata ma aveva autonomamente deciso di avviarsi da sola a piedi durante la notte. A testimonianza dello straordinario evento accaduto, sulla neve furono trovate le sue impronte. Non può mancare, come ogni eremo che si rispetti, il potere taumaturgico dell’acqua, durante il giorno di festa, che scaturisce dalla vicina fontana.

Dipinto di S. M. della Mazza all’interno della Chiesa madre di Pretoro, Sant’Andrea, dove in estate si ospita la statua dell’eremo (foto by David Giovannoli)
Fontana nei pressi dell’eremo (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 92-93
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 38-39

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°2 – San Giovannino a Serramonacesca

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguiendo il cammino sulla montagna madre della Majella. Custodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, proprio per questo motivo, non sempre accessibili a tutti o visibili ad occhi superficiali.  Memoria della storia di un popolo e delle espressioni culturali con le quali si esprimevano gli abitanti dei vicini paesi.

Gole dell’Alento dove è situato l’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Il nostro secondo incontro alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari continua a Serramonacesca con quello che veniva chiamato Eremo di San Giovannino, “San Giuannelle” in dialetto locale, e le adiacenti Tombe Rupestri nei pressi dell’Abbazia di San Liberatore a Maiella

Scalini d’ingresso all’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Dedicato ad uno dei primi e più grandi anacoreti della storia, San Giovanni Battista, asceta del deserto che vestiva di soli pelli di cammello, grande profeta, predicatore e precursore di Gesù, modello per molti altri successivi eremiti della storia. L’evento più importante della sua vita fu l’episodio in cui battezzò il Messia lungo il Fiume Giordano. Per questo i luoghi di culto a lui dedicati, come molti altri eremi in suo nome presenti in Abruzzo, sono quasi sempre edificati lungo le sponde dei fiumi, dei torrenti, delle sorgenti o delle cascate.

Eremo di San Giovannino e Tombe Rupestri con l’evidente fisionomia di un teschio (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.1 (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.2 (foto by David Giovannoli)

Si ritiene che l’eremo sia stato fondato da alcuni anacoreti che hanno preceduto i Monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Nelle adiacenze del sito sono ancora visibili, sulla parete rocciosa, alcune Tombe Rupestri le quali, nel loro complesso, riproducono straordinariamente la fisionomia di un teschio, quasi a voler ricordare ai passanti che, alla fine, tutti dovremo fare i conti con il nostro limite temporale e, di conseguenza, sarebbe meglio cercare di condurre una vita esemplare.

Abbazia di San Liberatore (foto by David Giovannoli)

A colpire non è la struttura dell’eremo, costituito da una cappellina molto semplice ricavata nella roccia, ma lo straordinario e suggestivo scenario naturale nel quale è immerso, quello delle Gole dell’Alento.

Tratto del torrente Alento n.1 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.2 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.3 (foto by David Giovannoli)

Privo di mura esterne presenta, ai lati, una piccola vasca di raccoglimento dell’acqua che stilla dalla parete rocciosa, la quale aveva la funzione di acquasantiera, e una tomba che, con molta probabilità, sarà appartenuta alla guida spirituale degli eremiti che vi abitavano. Al centro un piccolo incavo nel quale erano stati realizzati affreschi, purtroppo perduti, e dove era riposta la statua raffigurante San Giovanni Battista con le sembianze giovanili, anch’essa scomparsa, motivo per cui i serresi soprannominavano il luogo “San Giuannelle”, San Giovannino.

Vasca acquasantiera e nicchia dove era riposta la statua di San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)
Tomba all’interno della cappella dedicata a San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)

Il sentiero percorribile per arrivare in questo luogo di culto rupestre conduce anche alle alla Torre di Polegra dove poter ammirare un panorama mozzafiato sulle Gole.

Vista della Valle dell’Alento dalla Torre di Polegra (foto by Valerio Abbonizio)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, non si ripetono più da diverso tempo. Si possono solo dedurre per ipotesi, osservando ciò che avviene in luoghi analoghi. Poco prima dello spuntare del sole del 24 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza di San Giovanni, gli abitanti dei paesini abruzzesi usano ancora recarsi presso i fiumi o al mare per bagnarsi con l’acqua che, dalla mezzanotte allo spuntare del sole, si ritiene assuma proprietà taumaturgiche e purificatrici.

Bagno nel torrente dell’Alento (foto by David Giovannoli)

Questo è anche il giorno del Solstizio d’Estate, giorno in cui il sole, giunto al punto massimo di declinazione, comincia la fase di decrescita e la luce solare delle giornate si avvia gradualmente ad attenuare fino all’arrivo del Natale, periodo in cui ricomincerà di nuovo a crescere. Momento dell’anno ritenuto sacro già precedentemente ma che con il cristianesimo raggiunse un valore profondo. L’azione del sole è facilmente assimilabile, infatti, a quella del Battista che, dopo aver battezzato Gesù, si “ritirò” per fargli spazio. La religiosità popolare ha da sempre creduto, quindi, che in questo giorno le acque riacquistassero le stesse valenze di quelle del battesimo con la capacità di curare e purificare, questa volta, non solo l’anima ma anche il corpo. È molto probabile che lo stesso rituale sia stato praticato, in passato, anche qui. Ciò che è certo, però, così come testimoniano ancora i più anziani, è che all’alba del 24 Giugno di ogni anno essi usavano recarsi sul pianoro dei monti che sovrasta il paese, e che si affaccia sull’Adriatico, per assistere allo strano fenomeno del sole che, nel sorgere, l’immaginario popolare vedeva “lavarsi nel mare”. Come se San Giovanni, ogni anno, battezzasse nuovamente Cristo, il sole per eccellenza. E nella cui sfera solare affermavano anche di vedere il profilo del volto del santo che li avrebbe aiutati a predire l’annata: se il suo volto nel sole, nell’uscire, era tendente al chiaro, l’anno sarebbe stato buono, tendente allo scuro avrebbe annunciato cattivo presagio.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 87-92
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 33-36
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 177-178
  • Finamore Gennaro, Credenze Usi e Costumi abruzzesi, Adelmo Polla editore, L’Aquila, 1998, ristampa anastatica del 1890, pp. 152-168

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°1 – Sant’Onofrio a Serramonacesca

L’Abruzzo è la regione con la concentrazione di Eremi, per densità sul territorio, più alta del mondo, preceduto solo dal Tibet e dalla Cappadocia. Questo grazie alla conformazione e all’energia spirituale che trasmettono i luoghi naturali incontaminati tra le sue montagne. Porte del Silenzio in cui poter ancora oggi entrare. Tracce di una storia plurimillenaria che, a volte, trae le sue origini molto prima dell’arrivo del cristianesimo e che è ancora possibile leggere tra le sue mura. Custodi di gesti e riti che si ripetono, ormai da millenni, dagli abitanti dei vicini paesi.

Il nostro primo viaggio alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari comincia con l’Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca situato sui monti della Maiella.

Ingresso dell’Eremo di Sant’Onofrio

Dedicato all’anacoreta Sant’Onofrio, il cui nome significa “Colui che è sempre felice”, il quale nonostante fosse figlio del re di Persia decise di vivere in eremitaggio come monaco copto nel deserto d’Egitto. Secondo la leggenda egli sarebbe sopravvissuto grazie al latte di una capra, e alla sua morte sarebbe stato sepolto tra le rocce dal suo discepolo Panunzio, il quale mise per iscritto la sua biografia, che si fece aiutare da due leoni. Sant’Onofrio suscita subito grande curiosità, agli occhi di chi lo guarda, perché rappresentato nudo, senza vestiti e unicamente ricoperto dalla lunghissima barba e dai capelli che scendono fino alle ginocchia. A ricordo, della vita semplice e di assoluta povertà che aveva scelto di seguire.

Interno dell’Eremo e statua di Sant’Onofrio (foto by David Giovannoli)

L’eremo fu fondato dai monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Pare abbastanza improbabile che il Santo fosse potuto arrivare fino all’Abruzzo. Vi si recavano a vivere in solitudine per il periodo di tempo necessario alla loro ascesi spirituale, nel quale era imprescindibile privarsi di ogni bene materiale e rimanere in assoluta compagnia del Silenzio.

Abbazia di San Liberatore a Maiella (foto by pescaranews.net)

Inizialmente la struttura era costituita da una semplice grotta ma, con i secoli, e grazie alla forte devozione popolare degli abitanti di Serramonacesca, probabilmente per uno degli eremiti che la abitava, si è evoluta in ciò che vediamo oggi: una piccola chiesetta, semplice ma di grande suggestione, incastonata al di sotto di un’imponente rupe.

La rupe sovrastante l’eremo di Sant’Onofrio, vista dal basso (foto by David Giovannoli)

Le sue mura sono state erette come se volesse conservare dalle intemperie il ricovero nel quale si rifugiavano i suoi primi eremiti. All’interno sono situate una piccola cappellina, dove poter celebrare le funzioni religiose, e la statua del Santo. Il romitorio produce una grande suggestività ma a renderlo unico è un’altra particolarità. Ai lati dell’altare, infatti, appoggiato alla parete rocciosa, due entrate permettono l’accesso all’interno delle viscere della montagna. Nella parte più esterna si trova una stanza modellata nella roccia da cui è stata ricavata una celletta composta da un giaciglio dove riposavano gli eremiti, la cosiddetta “Culla di Sant’Onofrio“.

Culla di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

Dalla stanza si procede a dei profondi cunicoli ancora da esplorare, di cui si riesce a scrutare l’ingresso, e che gli anziani del paese affermano siano in grado di condurre al vicino Castel Menardo, la rocca di cui ancora si possono ammirare i resti.

Castel Menardo (foto by icastelli.it)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo continuano a perpetrarsi a distanza di secoli. La sera della vigilia del 12 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza del Santo anacoreta, i serresi accendono in suo onore le luci di una croce posta sulla cima del monte nei pressi dell’eremo, il cosiddetto “Fuoco di Sant’Onofrio“, visibile da tutto il paese. In passato venivano aizzati fuochi reali a ridosso della grotta. La mattina a seguire si dirama la processione dei devoti che dalle case muovono verso il romitorio per celebrare la messa, passando per il sentiero dove lo stesso Onofrio, secondo la tradizione popolare, avrebbe lasciato le sue impronte ancora oggi visibilmente impresse sulla pietra. A seguito, i fedeli si mettono in coda per eseguire il rituale dello strofinamento sulla “Culla di Sant’Onofrio“, nel quale la religiosità popolare vuole abbia dormito il santo e sul quale ancora oggi ci si sdraia per ottenere benefici contro i dolori lombari, i dolori alla pancia e le febbri ostinate.

Strofinamento Rituale (foto by Paolo D’Intino)

Non può mancare l’approvvigionamento all’acqua della “Fontana di Sant’Onofrio” che scaturisce nei pressi dell’eremo, anch’essa, con proprietà taumaturgiche. Prima di riscendere in paese per la processione di un’altra statua del santo conservata, stavolta, nella chiesa madre, è solito concludere con una conviviale colazione. In questo giorno è di rito anche la vendita, in paese, del formaggio dei pastori.

Fontana di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 174-175

Abruzzo, un sostegno al primato Italiano dell’UNESCO – n°2

(foto by Wikipedia)

Siti UNESCO in Abruzzo secondo AbruzzoMania – Eremi

(vedi intro)

Eremo di S. Bartolomeo in Legio (foto by Trekking.it)

L’Abruzzo è il territorio che, insieme al Tibet, ha il maggior numero di concentrazione di Eremi al mondo, tutti di spettacolare bellezza. Le montagne, l’inaccessibilità dei sui luoghi, la conformazione della sua natura e la grande vocazione ascetica dei suoi abitanti hanno costituito gli elementi fondamentali per il loro sviluppo.

Ma perché considerarli patrimonio, non solo della nostra regione, ma del mondo intero? Ecco i nostri 3 motivi:

1. Gli Eremi abruzzesi hanno una caratteristica tutta loro: si trovano nei luoghi più impensabili e all’interno di paesaggi naturali straordinari! 

Papa Celestino V, ad esempio, amava costruirli negli anfratti naturali delle rocce, di cui ricordiamo l’Eremo di San Bartolomeo in Legio a Roccamorice, all’interno dell’incantevole scenario dei Canyon del Vallone Santo Spirito, e a ridosso di rupi rocciose che si affacciano nel vuoto, come ad esempio il Santuario della Madonna dell’Altare a Palena dove è sconsigliabile, per chi soffre di cuore, voltarsi dalla finestra. Ma non disdegnava nemmeno di edificarli sulle cime dei monti, tanto che ancora oggi vengono spesso scambiati, dagli alpini, con dei veri e propri rifugi. 

Eremo/Santuario della Madonna dell’Altare (foto by Abruzzo Turismo)

San Domenico abate, per intenderci il Santo per cui si festeggia la Festa dei Serpari a Cocullo, ce ne ha lasciato in eredità addirittura uno a ridosso di un lago, le cui acque, nei pressi del Lago di Scanno, sono cristalline come la purezza dell’anima a cui tendeva ad arrivare. Oggi è conosciuto da tutti con il nome di Grotta di San Domenico, a Villalago.

Eremo/Grotta di S. Domenico (foto by Onda TV)

Nel caso del Santuario di San Venanzio a Raiano, invece, ci troviamo difronte ad un luogo di culto edificato tra una sponda e l’altra di un fiume. Il ponte, infatti, in questi casi, non veniva inteso solo come mezzo per attraversare fisicamente un corso d’acqua ma anche come simbolo utilizzato per ricordare a tutti che, per riuscire a transitare dalla vita terrena alla vita eterna, è necessario, durante il cammino della propria esistenza, trovare il coraggio di affrontare i propri limiti. Essi però, sono come un fiume in piena che, per la paura di affrontarli, possono sviare il nostro cammino. Solo con l’ausilio di un ponte spirituale, ossia con il coraggio della fede, è possibile il loro superamento e un graduale passaggio ad una dimensione spirituale superiore. Proprio come San Venanzio da Camerino, che si dice abbia soggiornato in questo suggestivo luogo, amava fare nella sua vita ascetica.

Eremo/Santuario di S. Venanzio (foto by Terre colte d’Abruzzo)

2. Le tipologie di Eremi che si possono incontrare nella nostra regione sono innumerevoli e sono una magnifica espressione dell’ingegno umano: a volte ci si può imbattere dinnanzi a semplici altari innalzati nelle cavità rocciose, altre volte a chiese o a santuari, e può succedere addirittura di ritrovarsi difronte complessi monastici interamente costruiti nella roccia. Così come il vecchio Monastero di Sant’Angelo a Ripe costruito all’interno di una grotta che si suddivide in piccoli cunicoli e che i monaci benedettini seppero straordinariamente sfruttare per disporvi le loro celle e le stanze funzionali alla vita e alla preghiera. Nel punto più ampio, dove la roccia si apre in un ampio salone, è ancora oggi visibile la cappella dedicata a San Michele Arcangelo, raggiungibile attraverso antiche scale in pietra e stretti passaggi. Ma non vi spaventate se, una volta osservato l’eremo da lontano, per via delle sue tre aperture, assuma la fisionomia di un teschio. Che fosse stato un monito per i fedeli che vi passavano davanti?

Eremo/Grotta di Sant’Angelo a Ripa (foto by Korazym)
Altare di S. Michele Arcangelo, Grotta di Sant’Angelo a Ripe (foto by Italiavirtualtour.it)

3. In Abruzzo gli eremi custodiscono l’espressione religiosa, culturale, storica, antropologica e artistica a partire dall’uomo primitivo all’uomo contemporaneo. Fin dalla Preistoria, infatti, le grotte e le insenature rocciose hanno da sempre attratto l’essere umano. La loro assonanza con l’utero e il ventre materno, dal quale si nasce, aiutava a tornare in contatto con la propria “generatrice”, in questo caso, la madre terra. Entrando nelle cavità naturali si aveva, quindi, la possibilità, se in grado di affrontare la paura del buio e dei suoi pericoli, di entrarvi per uscirne “rinnovati”. Lo stesso fascino che continuarono a percepire, in questi luoghi, anche gli Eremiti cristiani. Qui, infatti, anche grazie alla natura che li circondava, essi hanno avuto, e continuano ad avere, la possibilità di isolarsi dal resto del mondo per affrontare la paura delle proprie fragilità personali e sentirsi in intimità con il loro Creatore per rinascere a “vita nuova”. Ma nelle profondità della propria esistenza, e in quelle che portano al buio sotterraneo delle grotte, gli “inferi”, è sempre in agguato il diavolo. Ecco perché il culto di questi eremi è spesso dedicato a San Michele Arcangelo, il suo principale nemico.

Ancora oggi è possibile ammirare, a Sulmona, nell’Eremo/Monastero di Sant’Onofrio a Maiella, il passaggio storico religioso e artistico a cui ci siamo riferiti prima, osservando tutti i suoi elementi in un unico luogo: dalle Pitture rupestri degli uomini primitivi all’interno della caverna, al Tempio Romano di Ercole Curino, fino ad arrivare alle pitture medioevali e barocche.

Gli eremi d’Abruzzo, di cui abbiamo parlato solo brevemente, quindi, sono uno scrigno di storia, cultura, antropologia, religione, arte, ingegno umano e valore paesaggistico di immensa bellezza. Vogliamo deciderci, allora, di farli finalmente riconoscere nella Lista Unesco come Patrimonio dell’Umanità?

Scopri gli altri “Patrimoni abruzzesi dell’Umanità” negli articoli precedenti: La costa dei Trabocchi