Eccellenza d’Abruzzo n. 53 – Bugnara (AQ): il Borgo fortificato dei Parchi d’Abruzzo

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 53° Eccellenza, quella del comune di Bugnara in provincia di L’Aquila con il suo magnifico borgo fortificato immerso nei Parchi d’Abruzzo. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 252, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Bugnara è uno splendido borgo fortificato che sorge nel cuore dei parchi d’Abruzzo perché la zona in cui si trova è circondata da tre delle quattro aree protette che hanno fatto attribuire all’Abruzzo il nome di “Regione Verde d’Europa”: il Parco Regionale Sirente-Velino a nord, il Parco Nazionale della Majella ad est e il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise a sud-ovest. L’origine del nome è sconosciuta, tuttavia alcune ipotesi formulano che il termine Bugnara derivi da “Bonae Ara” indicante un altare dedicato alla dea Bona o Cerere, tempio trovantesi verosimilmente sotto la chiesa della Madonna della Neve sempre a Bugnara, visto che sotto questa chiesa vi è un tempio pagano con pavimento in opera spicata, ove è stata portata alla luce una lapide con delle decorazioni che raffigurano delle sacerdotesse che stanno compiendo un rito. Un’altra ipotesi vuole Bugnara derivante da “Vignae Ara” per via delle coltivazioni di vigneti nei dintorni della cittadina abruzzese.

Il borgo medievale fortificato domina dall’alto tutta la Valle Peligna e l’abitato è quasi completamente concentrato intorno al suo centro storico posto ai piedi della Rocca, dominata dal Castello Ducale e si trova su una collina a 580 m. sul mare, ai piedi del Colle Rotondo nei pressi del fiume Sagittario.

Camminando per le strade di Bugnara si notano gli elementi di portoni, balconi, architravi, ringhiere, tutti piccoli indizi di un lontano passato, per arrivare infine alla cima cioè al Palazzo Ducale. Il paese, infatti, ha la tipica forma a triangolo caratteristica del Medioevo, con le case tutte rigorosamente di pietra attaccate l’una all’altra quasi a volersi dare reciproca protezione ed i vicoli stretti e ripidi che, salendo verso l’alto, ed erti e salgono verso l’apice in cui vi è la rocca, al vertice della figura geometrica da cui domina il Palazzo Ducale. Noto come il “Castello” ed anche “Rocca dello Scorpione”, è datato intorno al XII secolo. La sua costruzione si deve alla nobile famiglia Di Sangro a cui era stato concesso il feudo di Bugnara e che lo abitò fino al 1500.

Il Palazzo, trovandosi nella parte più alta del paese, sembra delimitare il confine tra il centro abitato, compatto e poco esteso, e i vasti spazi aperti della montagna, regno incontrastato di pastori e greggi. Ancora oggi sono visibili le tracce degli antichi tratturi, utilizzati fin dall’epoca romana, che nel periodo della transumanza venivano ininterrottamente calpestati al ritmo scandito dalle stagioni poiché la pratica dell’allevamento ovino rappresentava il sostegno principale dell’economia, della società e della cultura del paese. Nelle zone adiacenti vi sono dei tratturi utilizzati con una certa frequenza nei tempi passati.

 

Monumenti interessanti di Bugnara sono anche la chiesa della Madonna del Rosario costruita tra il XVI ed il XVII secolo in stile barocco con fregi e dorature che all’interno conserva affreschi sulla volta e stucchi cinquecenteschi e la chiesa della Madonna della Neve conosciuta anche come chiesa delle Concanelle. La tradizione vuole che questa sia stata edificata sui resti di un tempio romano dedicato alla dea Cerere, venerata dalle genti peligne quale divinità preposta alla fecondità della terra, a cui si facevano offerte di grano per celebrare la fine del raccolto e per propiziare la ricchezza di quello futuro.

Non a caso il paese ospita “Romantica”, il festival internazionale dedicato all’arte floreale. Nel mese di agosto i migliori fioristi di tutto il mondo si ritrovano e creano delle vere e proprie opere d’arte per valorizzare gli angoli più suggestivi del paese. Realizzano abiti e gioielli floreali che modelle del posto indossano durante la serata finale della manifestazione, che si conclude in una “Romantica” notte bianca con musica, danze, cibo e tanto altro.

Le prime notizie documentate sul borgo sono rilevabili dal VI secolo anche se alcuni ritrovamenti denotano che il paese è abitato da molto prima. Nell’anno 1000 viene costruita la chiesa della Madonna della Neve. Nel 1079 il borgo risulta feudo di Simone di Sangro ed il feudo rimane a questa famiglia fino all’estinzione del casato nel 1759 con Vittoria Mariconda di Sangro. Nell’XI secolo si ebbe la costruzione del palazzo ducale per mezzo della medesima famiglia. Sempre i di Sangro ricostruirono la chiesa della Madonna della Neve nel 1361. Nel 1442 venne istituita la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia che portò a Bugnara lauti introiti visto che dipendeva dal pascolo. Nel 1706, nel 1933 e nel 1984 Bugnara fu interessata da gravi terremoti, in particolare quello del 1984 rese inagibili le chiese del borgo per parecchio tempo.

Infine una nota meritano alcuni palazzi gentilizi tra cui si segnalano il già citato Palazzo Ducale Di Sangro – Rocca dello Scorpione o Castello ducale medievale costruito nel XII secolo dalla famiglia di Sangro, che lo abitò fino al 1500. Il palazzo Corrado, il più grande di Bugnara, costruito nel XVIII secolo sopra case preesistenti in tipico stile tardo barocco romano e Palazzo Papi risale al XVII secolo, nel 1732 è stato comprato dalla famiglia Papi, da cui il nome.

FONTI:

foto by Abruzzomania

http://www.stradadeiparchi.it/bugnara-il-borgo-fortificato-nel-cuore-dei-parchi-dabruzzo/

http://www.comune.bugnara.aq.it/
https://it.wikipedia.org/wiki/Bugnara

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 52 – Lanciano (CH): il Miracolo Eucaristico

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 52° Eccellenza, , quella del comune di Lanciano in provincia di Chieti, con il Miracolo Eucaristico. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 253, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Il miracolo eucaristico di Lanciano si è verificato nella città abruzzese di Lanciano nella prima metà dell’VIII secolo: mentre un sacerdote stava celebrando la messa, al momento della consacrazione l’ostia e il vino si sono trasformati in carne e sangue. Le famose reliquie del Miracolo Eucaristico di Lanciano, il più antico e noto miracolo eucaristico della storia documentato, si trovano a Lanciano all’interno della Chiesa Santuario di San Francesco o Santuario del Miracolo Eucaristico annessa all’omonimo convento dei frati Minori Conventuali nello storico quartiere Borgo.”

“Tutto ebbe inizio nel vecchio convento di San Legonziano, primitivo edificio convento dei Santi Legonziano e Domiziano, che compone oggi le fondamenta del nuovo convento francescano del XIII secolo, che sarebbe sorto, secondo la tradizione, sui resti di un’antica chiesetta eretta nel luogo in cui sarebbe stato ucciso il centurione lancianese Longino, colui che si convertì dopo aver trafitto il costato di Cristo in croce. Quella di Longino è un’altra straordinaria storia che lega Lanciano in modo potente alla figura di Gesù Cristo. Annoverare in un unico luogo dove si verificò il primo incredibile Miracolo Eucaristico della storia e dove fu ucciso il centurione che inferse con la lancia la famosa ferita al costato di Gesù in croce che diede luogo al miracolo dell’uscita di acqua dal suo petto, è qualcosa di meraviglioso e su cui si potrebbe, e non per mero business, organizzare una strategia di turismo religioso senza precedenti. Ma torniamo al Miracolo Eucaristico!”

“Il convento, con l’annessa chiesa, fu affidato a un gruppo di monaci di rito greco, i Basiliani (VIII secolo) e in questo luogo si verificò il famoso “Miracolo Eucaristico di Lanciano” che avvenne in un anno imprecisato del 700 d.C., quando i Basiliani avevano in custodia il monastero. Essi si trasferirono a Lanciano nel periodo in cui Leone III Isaurico iniziava la persecuzioni iconoclaste; alcuni discepoli di San Basilio (329-379), vescovo di Cesarea, si trasferirono verso occidente nella città di Anxanum e secondo la tradizione un monaco basiliano, che a causa dell’assenza di fede dubitava del miracolo della Resurrezione, celebrando la messa vide l’ostia consacrata tramutarsi in carne viva, e il vino del calice in sangue poi coagulatosi in cubetti rossi. Non si hanno molti documenti al riguardo, a causa di dispersione del materiale, così che il primo documento ufficiale risale al 1631, e riferisce nei minimi particolari l’accaduto del miracolo. Nei pressi del presbiterio della chiesa si può leggere l’epigrafe datata 1636, dove è narrato l’evento. Altre ricognizioni si ebbero negli anni a seguire, specialmente quelle scientifiche degli anni ’70 del Novecento. I monaci Basiliani stettero a Lanciano fino all’XI secolo, quando vennero cacciati dalla città perché si macchiarono di misfatti come omicidi e rapine. Il monastero andò in custodia alla fiorente abbazia di San Giovanni in Venere dell’ordine benedettino. Il fatto fece scatenare polemiche interne tra i vescovi di Lanciano, perché la chiesa fungeva da parrocchia ed era una delle principali della città, avendo perso tutti i benefici, i diritti e le rendite sui terreni. La contesa fu risolta con l’elevazione a parrocchia della vicina chiesa di Santa Lucia, edificata sopra il tempio di Giunone che venne eretta, in stile gotico, tra il 1252 e il 1258 dai frati Minori Conventuali divenendo una delle prime chiese conventuali in Abruzzo, sulla sottostante chiesa di San Legonziano, luogo di culto che fu lo scenario del miracolo eucaristico.”

“Insediatisi a Lanciano nel 1240-50, i Francescani vivevano la precarietà distintiva dell’Ordine, e collaboravano con il clero cittadino ed ebbero in quel periodo la possibilità di ricostruire il vecchio convento con una nuova chiesa, dotata di complesso monastico, con atto del 3 aprile 1252 ed iniziata in quell’anno, la chiesa venne completata nel 1258 sopra le fondamenta del convento di San Legonziano. Tra il 1730 e il 1745 il santuario fu oggetto di massicci interventi di adeguamento ai canoni estetici del periodo, che gli conferirono l’attuale aspetto barocco, con navata unica ampia ed alta.  Nel 1809 in seguito alle vicende storiche dell’occupazione francese del Regno di Napoli, gli Ordini furono soppressi, i beni ecclesiastici furono trasferiti ai privati, e così il convento di San Francesco venne chiuso, eccezione per la chiesa. I frati poterono tornare solo il 21 giugno 1953, quando gran parte del monastero era stata cambiata, adibita prima a caserma, poi a uffici e scuole. L’Arcivescovo di Lanciano Monsignor Benigno Migliorini permise la riapertura del convento, che però venne successivamente riconvertito in ostello per i pellegrini del Miracolo Eucaristico. Il 4 novembre 1974 il santuario fu visito dal Cardinale Karol Wojtyla. L’opera di restauro in occasione del Giubileo del 2000 ha restituito alla chiesa il suo splendore settecentesco.
Il portale bronzeo dalla tipica formazione ogivale d’impronta borgognosa francese, stupendamente lavorato, dato in dono nel 1975 da un benefattore che sostituisce quello antico in legno, reca impresso sulla lunetta “S. Francesco in posa di saluto“. Nella parte inferiore della lunetta è rappresentata la leggenda del Miracolo Eucaristico, sul lato sinistro incisa la scena del miracolo di Santa Chiara sui Saraceni, e il miracolo di Sant’Antonio con la mula. In basso verso il lato sinistro è rappresentato il Sacrificio del Beato Massimiliano Kolbe nei campi di sterminio; sul lato destro è rievocato l’Anno Santo 1975. L’ex convento è chiamato oggi “Casa San Francesco“.”

“Sul lato sinistro della navata unica, sono posti gli altari in onore della “Madonna delle Grazie”, della “Madonna del Rosario” e di “Sant’Antonio di Padova”. Sul lato destro sorgono gli altari della “Vergine degli Angeli”, di “San Francesco d’Assisi” e del “Miracolo Eucaristico“, dove si trovava prima della ricollocazione presso l’altare maggiore.  La grata cubica, in ferro battuto decorato, fu realizzata da artigiani di Guardiagrele, e servì a custodire le reliquie del Miracolo dal 1636 al 1902 nella “Cappella Valsecca“, celate da una tela raffigurante il Miracolo stesso. All’epoca il Miracolo si poteva vedere solo in due occasioni: il Lunedì dell’Angelo e ciascun giorno dell’ultima settimana di ottobre. Il baldacchino che ricopre il tronetto delle Reliquie realizzato in marmo bianco di Carrara è sostenuto da quattro colonne lavorate, con le splendide figure dei due angeli inginocchiati, a destra e sinistra, in atto di adorare.”

“Ecco alcune piccole meraviglie interne: la Cappella della Riconciliazione la cui scala è un invito a salire la vetta della perfezione cristiana, il cielo azzurro dipinto sulla volta raffigura il Regno di Dio. La Cappella dell’Adorazione in cui si conservò il Miracolo fino al 1636, prima di essere spostato nell’altarino fino al 1902. Il luogo corrisponde alla base del campanile, forse scelto per proteggere le Reliquie dagli attacchi degli Ottomani che imperversarono nelle zone frentane nel XVI secolo. Il convento permette l’accesso laterale alla chiesa e al complesso archeologico del monastero di San Legonziano e alla sala del Museo permanente del Miracolo Eucaristico, dove sono conservate alcune tele settecentesche, dei frammenti italici rinvenuti negli scavi del 1994, e preziosi paramenti liturgici e dei pannelli descrittivi che spiegano la storia religiosa del Miracolo e gli studi scientifici del Novecento. Gli scavi effettuati sotto l’area dell’attuale chiesa di San Francesco, hanno consentito di localizzare l’impianto della chiesa originale del Miracolo esattamente nella zona della cisterna romana, con un muro, dove è stato scoperto il lacerto dell’abside dove nell’VIII secolo, secondo la tradizione si verificò il Miracolo, antico impianto del vecchio convento di San Legonziano, accessibile attraverso una moderna scalinata dalla sala del Museo del Miracolo. Il piccolo vano dove si sarebbe verificato il Miracolo è molto semplice, in pietra grezza, ed è stato provvisto di un altare e di panche, insieme a una targa commemorativa.”

“Dopo questa lunga premessa, è arrivato il momento in questo articolo di parlare dello straordinario evento del Miracolo Eucaristico di Lanciano avvenuto circa l’anno settecento. Ciò si desume da circostanze e concomitanze storiche dovute alla persecuzione in Oriente da parte dell’Imperatore Leone III, l’Isaurico, il quale iniziò una feroce persecuzione contro la Chiesa e il culto delle immagini sacre (iconoclastia). In concomitanza della “lotta iconoclasta” nella Chiesa orientale, molti monaci greci si rifugiarono in Italia, tra essi i monaci basiliani, discepoli di San Basilio (329-379) Vescovo di Cesarea di Cappadocia (attuale Turchia Orientale). Alcune comunità di esse si rifugiarono a Lanciano. Un giorno, mentre un monaco stava celebrando la messa nella chiesa dei santi Legonziano e Domiziano a Lanciano, venne colto dal dubbio circa la reale presenza di Gesù nella Santa Eucaristia, nell’ostia e nel vino. Le fonti dell’epoca non hanno tramandato l’identità del sacerdote, specificando solo che si trattava di un religioso di rito bizantino appartenente all’ordine dei basiliani. Un documento del 1631 descrive il sacerdote in questione come «non ben fermo nella fede, letterato nelle scienze del mondo, ma ignorante in quelle di Dio; andava di giorno in giorno dubitando se nell’ostia consacrata vi fosse il vero Corpo di Cristo e così nel vino vi fosse il vero Sangue». Dopo che ebbe pronunciato le parole della consacrazione, secondo quanto tramandato dalla tradizione l’ostia si trasformò in un pezzo di carne sanguinante, mentre il vino si tramutò in sangue, successivamente coagulatosi in cinque grumi di diverse dimensioni. Il sacerdote diede allora notizia ai fedeli presenti in chiesa di ciò che era accaduto.”

“La sua reazione di fronte alla inattesa mutazione che coinvolse anche le specie sacramentali fu che: “Da tanto e così stupendo miracolo atterrito e confuso, stette gran pezzo come in una divina estasi trasportato; ma, finalmente, cedendo il timore allo spirituale contento, che gli riempiva l’anima, con viso giocondo ancorché di lacrime asperso, voltatosi alle circostanti, così disse: ‘O felici assistenti ai quali il Benedetto Dio per confondere l’incredulità mia ha voluto svelarsi in questo santissimo Sacramento e rendersi visibile agli occhi vostri. Venite, fratelli, e mirate il nostro Dio fatto vicino a noi‘”. E’ il sentimento comune che si accompagna ad ogni esperienza di Dio e del suo misterioso agire con i figli degli uomini. Il pane e il vino, investiti dalla forza creatrice e santificatrice della Parola, si sono mutati improvvisamente, totalmente e visibilmente in Carne e Sangue. Non abbiamo nessun elemento in mano che ci permetta di fissare il giorno, il mese o l’anno preciso in cui l’Evento si è verificato, ma una dolorosa vicenda datata all’anno 725 e che determinò un incremento del flusso migratorio dei monaci greci in Italia, tra cui la piccola comunità approdata a Lanciano possono far ritenere fondatamente e ragionevolmente con buona approssimazione che il Miracolo si sia verificato tra gli anni 730-750 dell’era cristiana.”

“Prescindendo dai positivi risultati della ricerca scientifica, chi desidera conoscere la storia e il culto delle Reliquie del Miracolo Eucaristico, ha disponibili altri dati informativi disseminati nel tempo; tuttavia non dovrebbe sorprendere nessuno la scarsità del materiale documentario su un evento che risale al 700 d.C.. Purtroppo e non solo dalla frequentazione archivistica, ma anche da altre fonti risulta di constatare la scomparsa sconsiderata di documenti e la distruzione incosciente di pergamene avvenuta in Lanciano e altrove.  Pertanto, il primo documento scritto risale al 1631 e riferisce nei minimi particolari l’accaduto al monaco. Nei pressi del presbiterio del santuario, sul lato destro della Cappella Valsecca, si può leggere l’epigrafe datata 1636, dove in sintesi è narrato l’Evento. Possiamo aggiungere in questa sezione anche le diverse Ricognizioni sul Miracolo, verifiche storiche e giuridiche per affermare nei secoli l’autenticità del Miracolo da parte dell’Autorità ecclesiastica. La prima Ricognizione avvenne nel 1574 dall’Arcivescovo Gaspare Rodriguez, il quale constatò che il peso totale dei cinque grumi di sangue equivaleva al peso di ciascuno di essi. Questo fatto straordinario non fu verificato ulteriormente. Il peso attuale complessivo di grumi è di g. 16,505, quello di ciascuno di essi è di g. 8; di g. 2,45; di g. 2,85; di g. 2,05 e di g. 1,15. Bisogna aggiungere mg. 5 di polvere di sangue. Diversi documenti attestano a partire dal secolo XVI, la venerazione resa alle “reliquie” e l’uso che si aveva di portarle in processione in momenti di necessità gravi e urgenti. Altre ricognizioni avvennero nel 1637, 1770, 1866, 1970.”

“Siamo in Abruzzo, in provincia di Chieti, nella città di Lanciano. A due passi dalla centralissima piazza Plebiscito, nel cuore del centro storico era aperta al pubblico una chiesetta dedicata a San Legonziano, affidata dal senato e dal popolo di Lanciano ad un modesto nucleo di monaci basiliani, approdati nel capoluogo frenano come profughi. Il Miracolo Eucaristico si verificò in tale tempio e tra le mani di uno di questi monaci orientali. Recenti ricerche archeologiche confermano abbondantemente la presenza di bizantini in zona all’epoca di cui parliamo. Si sono, infatti, rinvenuti reperti ceramici decorati a bande, tipici dell’età bizantina. L’archeologo Andrea Staffa sostiene: “Esattamente al di sotto dell’attuale altare del Santuario (della chiesa di san Francesco) è stata evidenziata un’aula in muratura di conci quadrangolari di pietra, forse riconducibili all’impianto originario del luogo di culto”. Le Reliquie del Miracolo furono custodite nella chiesetta originaria sino al 1258, passando successivamente dalle mani dei basiliani in quelle dei benedettini (c. 1074) e, dopo la parentesi arcipretale (1229-1252), nelle mani dei francescani. La vicinanza del fiorente monastero di San Giovanni in Venere in quel di Fossacesia, monastero oggi affidato ai Padri Passionisti, in coincidenza con il tramonto della presenza bizantina, favorì l’insediamento dei benedettini nella chiesa di San Legonziano, appunto tra gli anni 1047 e 1076.  Successivamente la chiesa del Miracolo fu affidata al clero locale, nella persona dell’arciprete fino alla venuta dei francescani il 3 aprile dell’anno 1252. Nel 1258 i frati francescani ricostruirono la chiesa e la dedicarono a San Francesco. Questi religiosi, a loro volta, dovettero lasciare il luogo nel 1809, quando Napoleone I soppresse gli ordini religiosi. Essi riebbero il loro antico convento solo nel giugno 1953. Le reliquie, chiuse in un reliquiario d’avorio, furono custodite prima nella chiesa di San Legonziano, poi in quella di San Francesco. Al tempo delle incursioni dei turchi negli Abruzzi, un frate minore, chiamato Giovanni Antonio di Mastro Renzo, volle salvarle e, il 1 agosto 1566, partì portandole con sé. Ma dopo aver camminato tutta la notte, si trovò il mattino dopo, ancora alle porte di Lanciano. Capì allora che lui e i suoi compagni dovevano rimanervi per conservare le reliquie. Queste, una volta passato il pericolo, furono poste su un altare degno di esse, sul lato destro dell’unica navata della chiesa conventuale, chiuse in un vaso di cristallo, deposto, questo, in un armadio di legno, chiuso con quattro chiavi. Nel 1920, le reliquie furono poste dietro il nuovo altare maggiore. Dal 1923, la “carne” è esposta nella raggiera di un ostensorio, mentre i grumi di sangue disseccato, sono contenuti in una specie di calice di cristallo ai piedi di questo ostensorio. In novembre 1970, per le istanze dell’arcivescovo di Lanciano, Monsignor Perantoni, e del ministro provinciale dei Conventuali di Abruzzo, e con l’autorizzazione di Roma, i Francescani di Lanciano decisero di sottoporre a un esame scientifico queste “reliquie” che risalivano a quasi 12 secoli. Il compito fu affidato al dott. Edoardo Linoli, capo del servizio all’ospedale d’Arezzo e professore di anatomia, di istologia, di chimica e di microscopia clinica, coadiuvato del prof. Ruggero Bertelli dell’Università di Siena, che effettuò dei prelevamenti sulle sacre reliquie, il 18 novembre 1970, poi eseguì le analisi in laboratorio. Il 4 marzo 1971 e presentò un resoconto dettagliato dei vari studi fatti. Ecco le conclusioni essenziali: 1) La “carne miracolosa” è veramente carne costituita dal tessuto muscolare striato del miocardio. 2) Il “sangue miracoloso” è vero sangue: l’analisi cromatografica lo dimostra con certezza assoluta e indiscutibile. 3) Lo studio immunologico manifesta che la carne e il sangue sono certamente di natura umana e la prova immunoematologica permette di affermare con tutta oggettività e certezza che ambedue appartengono allo stesso gruppo sanguigno AB, indicando l’appartenenza della carne e del sangue alla medesima persona, con la possibilità tuttavia dell’appartenenza a due individui differenti del medesimo gruppo sanguigno, ma lo stesso della Sacra Sindone e del sacro sudario. 4) Le proteine contenute nel sangue sono normalmente ripartite, nella percentuale identica a quella dello schema siero-proteico del sangue fresco normale. 5) Nessuna sezione istologica ha rivelato traccia di infiltrazioni di sali o di sostanze conservatrici utilizzate nell’antichità allo scopo di mummificazione.

Nel 2006 il professor Silvano Fuso, membro del CICAP, prendendo come esempio la presenza di proteine nelle mummie egizie, affermò che «la conservazione di proteine e di minerali osservati nella carne e nel sangue di Lanciano non è né impossibile né eccezionale». Tuttavia, lo stesso Fuso proseguì affermando che «il caso di un corpo mummificato secondo i procedimenti conosciuti è molto differente da quello di un frammento di miocardio, lasciato allo stato naturale per secoli, esposto agli agenti fisici atmosferici e biochimici». Certo, la conservazione di proteine e dei minerali osservati nella carne e nel sangue di Lanciano non è né impossibile né eccezionale: le analisi ripetute hanno permesso di trovare proteine nelle mummie egiziane di 4 e di 5.000 anni, ma é opportuno sottolineare che il caso di un corpo mummificato secondo i procedimenti conosciuti, è molto differente da quello di un frammento di miocardio, lasciato allo stato naturale per secoli, esposto agli agenti fisici atmosferici e biochimici. Il prof. Linoli scarta anche l’ipotesi di un falso compiuto nei secoli passati: “Infatti, dice, supponendo che si sia prelevato il cuore di un cadavere, io affermo che solamente una mano esperta in dissezione anatomica avrebbe potuto ottenere un “taglio” uniforme di un viscere incavato (come si può ancora intravedere sulla “carne”) e tangenziale alla superficie di questo viscere, come fa pensare il corso prevalentemente longitudinale dei fasci delle fibre muscolari, visibile, in parecchi punti nelle preparazioni istologiche e se il sangue fosse stato prelevato da un cadavere, si sarebbe rapidamente alterato, per deliquescenza o putrefazione.”

Nel 1981 i francescani di Lanciano fecero eseguire una nuova analisi sulla carne. La relazione, stilata al termine degli esami e pubblicata nel 1982 con il titolo Studio anatomo-istologico sul “cuore” del Miracolo Eucaristico di Lanciano (VIII sec.), ribadì i risultati del 1971. La carne appare raggrinzita ma, anche idealmente distendendola, non sarebbe possibile colmare interamente lo spazio vuoto al centro dell’ostia: lo studio ritiene che lo spazio vuoto corrisponda a un ventricolo, probabilmente il sinistro, a giudicare dallo spessore del mantello miocardico. In nessuna sede sono state ritrovate tracce di sostanze conservanti. “Un’epigrafe, realizzata nel 1636, descrive così l’evento: «Circa gli anni del Signore settecento, in questa chiesa, allora sotto il titolo di San Loguntiano de’ monaci di San Basilio, dubitò un monaco sacerdote se nell’hostia consecrata fusse veramente il corpo di Nostro Signore e nel vino il sangue. Celebrò messa, e, dette le parole della consecratione, vidde fatta carne l’hostia e sangue il vino. Fu mostrata ogni cosa a’ circostanti et indi a tutto il popolo. La carne è ancora intiera et il sangue diviso in cinque parti dissuguali che tanto pesano tutte unite, quanto ciascuna separata. Si vede hoggi nello istesso modo in questa cappella, fatta da Gio. Francesco Valsecca a sue proprie spese l’anno del Signore MDCXXXVI.»”

“Le reliquie vennero chiuse in una teca d’argento e avorio, posta in un tabernacolo alla destra dell’altare maggiore. Nel 1566, nel timore che i turchi potessero profanarle, vennero murate in una piccola cappella. Dal 1636 le reliquie furono protette da una grata in ferro battuto chiusa a chiave. Nel 1713 vennero realizzati l’ostensorio e il calice in cristallo di scuola napoletana, all’interno dei quali l’ostia e il sangue sono tuttora conservati. Nel 1902 l’ostensorio fu posto all’interno di una struttura in marmo costruita sopra l’altare maggiore. Alcuni ritengono, senza però indicare fonti verificabili, che del miracolo di Lanciano si sarebbero occupati anche l’ONU e il consiglio superiore dell’OMS i quali, nel 1976, avrebbero pubblicato una relazione favorevole alla miracolosità dell’evento. Tuttavia né gli studi di Odoardo Linoli, pubblicati nel 1982, né la Santa Sede, che si occupò di Lanciano in un lungo articolo su L’Osservatore Romano del 23 aprile 1982, menzionano la presunta relazione dell’ONU e dell’OMS.”

A Lanciano nel 1273, si sarebbe verificato un secondo miracolo eucaristico: secondo quanto tramandato dalla tradizione, una donna, su invito di una fattucchiera a cui si era rivolta, gettò un’ostia consacrata nel fuoco, ma la particola si trasformò in carne, da cui sgorgò abbondante sangue. Parte delle reliquie furono portate a Offida, dove sono ancora visibili nel santuario di Sant’Agostino; per questa ragione l’episodio è tradizionalmente ricordato come “miracolo eucaristico di Offida”. Alcuni frammenti del presunto miracolo sono tuttavia conservati nella piccola Chiesa di Santa Croce, lungo Via dei Frentani a Lanciano, nel Quartiere Lancianovecchia.

FONTI

https://www.miracoloeucaristico.eu/

https://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_eucaristico_di_Lanciano

https://it.wikipedia.org/wiki/Anxanum

 

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°4 – Madonna della Grotta (o Grotta del Colle) di Rapino

La “montagna madre” della Maiella, così considerata, da intere generazioni, per la sua naturale capacità di accogliere un’incredibile varietà di vita e di specie vegetali e animali, ha da sempre offerto all’uomo la possibilità di ritirarsi e rigenerarsi per cercare risposte al suo cammino interiore. Luoghi talmente simili al grembo materno che infondevano la sensazione addirittura di ritornare, almeno per qualche istante, nell’utero dal quale si era stati concepiti e dove, avvolti nel suo buio più profondo, combattere con i propri limiti per riemergere, con maggiore consapevolezza, alla Luce.

L’effetto che si prova entrando nella Grotta del Colle di Rapino dove si trovano ancora i resti, seppur esigui, dell’Eremo della Madonna della Grotta (o di Santa Maria de Cryptis), eretto probabilmente tra l’XI e il XIV secolo dai Monaci Benedettini della vicina Abbazia di San Salvatore a Maiella, di cui anche in questo caso non è rimasto granché, è molto suggestivo.

Resti dell’Eremo della Madonna della Grotta (foto by David Giovannoli)
Resti archeologici dell’Eremo dalla Madonna della Grotta (foto by “In Abruzzo” – inabruzzo.it)

Ciò che cattura l’anima del visitatore non è la struttura del romitorio posto a ridosso dell’entrata della grotta, e che si fatica a ritrovare per via dei rovi che la sommergono, ma la cupola naturale che si estende per 45 metri di larghezza e 6 di profondità e che si prepara ad accogliere chi si accinge a visitarla. Essa ha da sempre attratto l’uomo che, fin dalla preistoria, ne è rimasto affascinato per la sua forte somiglianza simbolica all’utero materno e per la ricchezza di concrezioni calcaree da cui stilla continuamente acqua e dove in essa rivedeva l’immagine dell’allattamento, eleggendolo da sempre come luogo di culto per i riti in funzione della “Madre Terra”. Resti e frammenti ossei di quel periodo ne sono testimonianza ma i ritrovamenti più straordinari rinvenuti al suo interno risalgono ad una delle più importanti Popoli Italici che abitavano l’Abruzzo prima dei Romani, i Marrucini, i quali vi avevano istituito uno dei loro principali santuari.

Grotta del Colle (foto by David Giovannoli)
Ingresso della Grotta del Colle (foto by Paolo D’Intino)

Tra i manufatti più importanti rinvenuti vi è la statuetta in bronzo del VII-VI sec. a.C. soprannominata “Dea di Rapino“. L’idoletto femminile, alto poco più di 10cm e conservato presso il Museo della Civitella di Chieti, però, non rappresenta, così come si è voluto credere, una divinità ma una sacerdotessa in atto di offrire, probabilmente a scopo propiziatorio, i prodotti del raccolto alla dea Ceria Giovia, nume tutelare della terra e dell’agricoltura tra le più importanti del Pantheon Italico. La donna rappresentata, infatti, oltre ad essere rivestita in abiti da cerimonia, con una lunga tunica e i capelli raccolti in una elaborata acconciatura, nella mano destra porge delle spighe di grano.

Dea di Rapino (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

Altra scoperta sensazionale è la Tabula Rapinensis, una lastra in bronzo sulle quali iscrizioni incise in dialetto marrucino si riportano particolari sul culto del santuario. All’interno della grotta, o nei pressi, esisteva un collegio femminile che accoglieva fanciulle con eccelse qualità fisiche, morali o di lignaggio destinate a rituali. Per alcuni anni, sotto la guida della maestra sacerdotale, esse si offrivano, attraverso una prostituzione sacralizzata, per il compimento di riti rievocanti la forza creatrice suprema e la potenza generatrice di Ceria Giovia. Purtroppo, della “Tavola Rapinese”, portata al Museo di Berlino dall’archeologo Theodor Mommsen e scomparsa nel 1945, non si hanno più tracce. Si ritiene possa essere stata trafugata dalle truppe sovietiche che lo hanno portato nel Museo Puškin di Mosca ma ad oggi non vi sono ancora certezze.

Tabula Rapinensis (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

La religiosità popolare di Rapino sembra aver conservato al suo interno, attraverso una rifunzionalizzazione accettabile nella fede cristiana, alcuni elementi rituali e simbolici propri del santuario italico. L’8 Maggio di ogni anno, giorno in cui si festeggia la Madonna del Carpineto, almeno fino a qualche anno fa, invocata per propiziare il buon raccolto alla stregua di come ci si rivolgeva alle antiche divinità vegetative, la statua della Madonna viene portata in processione preceduta dalle “Verginelle di Rapino”. Di età compresa dai 6 ai dieci 10 anni, le bambine vengono rivestite di lunghe tuniche alla “greca” di colore bianco, rosa e celeste, coronate da fiori su capelli rigorosamente arricciati e ornate di monili dati in prestito dalla cerchia di familiari. Prestare l’oro, infatti, aveva un ruolo apotropaico e questo metallo prezioso ricorda simbolicamente la divinità a la perfezione di Maria. Alle “Verginelle” è affidato anche il compito, prima dell’inizio della cerimonia, di distribuire pagnotte benedette in cambio di dolci e di un compenso economico alla parrocchia. (Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141)

Vestiario delle Verginelle di Rapino (foto by David Giovannoli)
La Madonna del Carpino (foto by David Giovannoli)
Il carpino dove si afferma sia apparsa la Madonna (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • AA.VV., Rapino: guida storico-artistica alla città e alle sue tradizioni, CARSA Edizioni, Pescara 2003, pp. 88-92
  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 42-43

Eccellenza d’Abruzzo n. 51 – Pettorano sul Gizio (AQ): il Borgo Medievale

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 51° Eccellenza, , quella del comune di Pettorano sul Gizio in provincia di L’Aquila, con lo splendido Borgo Medievale. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 254, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Le origini dell’attuale abitato di Pettorano sul Gizio risalgono all’epoca medievale, ma il territorio circostante e le alture vicine al paese vennero frequentate dall’uomo fin dal paleolitico. Ricerche condotte lungo le pendici del Monte Genzana e in varie zone circostanti hanno fornito testimonianze antichissime, con ritrovamento di utensili appartenuti ai primi cacciatori che frequentavano e sporadicamente abitavano queste lande. Tra i numerosi reperti antichi rinvenuti nel territorio o riutilizzati nel paese sono da citare, oltre ad alcune epigrafi in dialetto peligno, un importantissimo frammento in greco dell’Edictum de pretiis rerum venalium, documento di carattere economico emanato nel 301 d.C. dagli imperatori Diocleziano e Galerio (in oriente) e Massimiano Erculeo e Costanzo (in occidente). Il frammento, l’unico in greco conosciuto in occidente, fu probabilmente portato a Pettorano nel corso del XIX secolo e si conserva in una casa gentilizia privata.
Al di là delle fabulae a sfondo storico rintracciabili in alcune pagine storico locali, spesso eccessivamente campanilisti, le origini del paese attuale sono da ricercare nel periodo medievale, nella fase in cui i pagi e i vici di tradizione tardoantica venivano uniti in un unico complesso urbanistico per motivi difensivi, politici ed economici. Uno storico pettoranese del XIX secolo Nicola Bonitatibus, ha così ben descritto la formazione di Pettorano: “Undeci, ed anche più si vuole che fussero le Ville, le quali, unitesi in società circa il decimo secolo, si determinarono ad eriggere Pettorano nel luogo dove al presente si vede. Lo circuirono di muri, e di torri, e lo munirono d’una fortezza, per far fronte a comuni inimici, ed agli invasori”. Per il Bonitatibus, quindi, le originarie vite, che avrebbero poi dato origine all’attuale abitato, potevano essere individuate nelle superstiti chiesette rurali, eredi degli antichi pagi e da lui recensite su tutto il territorio in numero superiore ad undici.”

Nel corso dell’XI secolo, grazie alle importanti trasformazioni economiche attuatesi tra la fine del X e l’inizio dell’XI, si verificò il fenomeno dell’incastellamento, ovvero della fortificazione di aggregati urbani esistenti o costruiti ex-novo, con delimitazione di un territorio giuridicamente soggetto ad un castello, inteso come concentrazione di uomini ed interessi Nel corso del XVII secolo si assistette ad un vero e proprio arricchimento della tipologia architettonica, con la costruzione o la ristrutturazione dei più imponenti palazzi nobiliari del paese, dal Palazzo Croce al Palazzo Gravina, dalla Castaldina al Palazzo Vitto-Massei. Nel XVI secolo vede la luce il sistema della cinta muraria con le sei porte di accesso, di cui rimangono notevoli resti, con un allargamento della superficie difesa e protetta dal castrum e la sua struttura urbana ha assunto la forma odierna nel tardo medioevo, quando fu costruita la cinta muraria con le sei porte, cinque delle quali sono ancora visibili, per cui vediamole in rapida successione: Porta San Nicola con l’affresco seicentesco di notevole interesse situato nella parte più alta dell’arco sopra l’arco raffigura Santa Margherita che sorregge il paese con la mano sinistra e con la destra una croce. in cui è raffigurata, tra due colonnine terminanti a fiaccola. L’opera potrebbe essere datata intorno al 1656, come suggerisce una targa recentemente riportata alla luce da lavori di restauro. Abbiamo poi Porta Cencia, Porta San Marco, Porta del Mulino e Porta Santa Margherita. La Port del Mulin, è il più modesto degli accessi al paese ma assai utile in passato e come suggerisce il nome, perché attraverso questo passaggio oggi si accede al parco di archeologia industriale, nel passatosi accedeva ai mulini sul fiume Gizio, fatti costruire dai Cantelmo ed attualmente la zona, assai suggestiva dal punto di vista naturalistico, conserva ancora i resti di queste antiche costruzioni (alcune risalenti al XVI secolo), e della ramiera ducale officina per la lavorazione del metallo. La Porta Cencio detta anche Reale o delle Manare deve queste diverse denominazioni a varie situazioni; il toponimo Cencia designava la piazzola antistante a forma circolare, come una cintura (dal latino cingula, cintura) realizzata su un dirupo. L’antica denominazione delle Manere o Manare si potrebbe collegare con la quasi omonima Porta Manaresca di Sulmona e spiegabile con l’espressione latina “mane arescit” ad indicare l’aridità del suolo per la lunga esposizione al sole (le porte sono esposte entrambe ad oriente) oppure derivante dal nome Manerio, conte di Valva e Signore di Pacentro. Solo dopo il 1832, quando il re Ferdinando II di Borbone entrò nel paese attraverso questa porta, assunse il nome di Porta Reale.  La Porta San Marco o delle Macchie era ed è tuttora l’accesso più vicino al castello. La statua che sovrasta l’arco rappresenta Sant’Antonio, posto tra due pinnacoli. Nelle vicinanze doveva trovarsi una chiesa dedicata a San Marco, ricordata in alcuni documenti, che dette il nome alla zona e alla porta. La denominazione secondaria si deve invece al fatto che da questa porta parte una strada, un tempo denominata via delle Macchie, che conduce alla Chiesa di San Rocco. Infine Porta S. Margherita o delle Frascare, con l’etimologia popolare che riconduce il nome secondario della porta al fatto che vi passassero i taglialegna per andare in montagna a fare le frasche.

 

“Da sottolineare che il centro storico di Pettorano ricade tutto all’interno dell’area protetta del “Monte Genzana Alto Gizio”, caso unico tra le riserve naturali regionali, per cui precisi vincoli tutelano così le bellezze della natura insieme a quelle edificate dall’uomo, con la Riserva che è un corridoio ecologico tra i due Parchi Nazionali d’Abruzzo e della Majella e racchiude numerosi ambienti naturali e specie animali e con un panorama tra i più belli d’Abruzzo che da vita a luoghi che avevano già affascinato Ovidio negli Amores.

Il borgo, come a testimoniare il ricordo di antiche usanze, espressioni di cultura ma anche di modelli organizzativi di vita sociale basata su regole di sapiente gestione del patrimonio culturale e naturale, è ancora ricco di feste e tradizioni come pochi altri paesi d’Italia, infatti restano vivi i costumi delle donne, il re Carnevale, i ceri sui davanzali delle finestre nei giorni dei Morti, i rituali primaverili di ispirazione pagana, i culti agrari, la pietra di cui è fatto il borgo, l’aria frizzante di montagna, l’acqua del fiume Gizio che da sempre scorre accanto.”

“A Pettorano eletto da Abruzzomania a eccellenza di borgo medievale, si respira ancora un forte senso di Medioevo che viene ingentilito dai portali e dagli arzigogoli barocchi sparsi qua e là. Il vuoto nel tessuto urbano lasciato dall’emigrazione viene sovrastato dalla bellezza delle antiche stradine o “rue” che scendono verso le mura snodandosi tra scalette, cortili, antichi edifici arricchiti da iscrizioni e stemmi incisi dal tempo. In ogni momento si può rimanere sorpresi e affascinati dagli scorci naturali che si creano verso la montagna che avvolge da sempre il borgo. All’interno delle mura molti sono gli edifici di pregio, per la maggior parte frutto di demolizioni e ricostruzioni, in epoca tardo-rinascimentale e barocca, di edifici antecedenti al XV secolo.”       A Pettorano sul Gizio si è circondati da veri tesori architettonici che siamo soliti   nelle famose città d’arte, diversi e pregevoli che testimoniano il suo antico periodo d’oro. In questo borgo d’arte dotato di una straordinaria eleganza architettonica si trovano palazzi signorili, castelli e torrioni, portali antichi, possenti archi, fontane monumentali, bifore fiorite, battenti e balconi in pietra lavorata.”

“Come il ristrutturato e imponente Castello dei Cantelmo, vera eccellenza del borgo che pur mancando fonti certe, dovrebbe essere stato costruito attorno al XI secolo, come evoluzione dell’ancora esistente torrione centrale di avvistamento, che faceva parte di un sistema di difesa composto dai castelli, oggi trasformato in una moderna struttura espositiva. Il palazzo Ducale, altro regno dei Cantelmo e loro residenza privata, detto La Castaldina e anche “Castellina“, sede degli amministratori Castaldi che facevano le veci dei Cantelmo con la facciata, del 1794, di gusto barocco.in cui nella corte interna (attuale piazza Zannelli) si ammira la bella fontana in pietra, decorata con motivi vegetali, fatta costruire da Fabrizio II Cantelmo nella prima metà del XVII secolo, come si legge nell’iscrizione ancora ben visibile sulla base. La facciata principale è visibile uno stemma inciso nella pietra e dipinta un’antica meridiana, arricchita da una cornice raffigurante i segni zodiacali ed altri elementi celesti.

 

Altre bellezze architettoniche sono la Fontana monumentale di Piazza Umberto del 1897,  sul fianco della chiesa madre, con una vasca in pietra con sopra una più piccola vasca in bronzo a forma di conchiglia che riceve l’acqua da due mascheroni. Su di essa vi sono due splendide statue in bronzo raffiguranti Nettuno ed Anfitrite. Più in alto ancora vi è lo stemma di Pettorano con un’armatura romana “pectoralis” da cui forse deriverebbe il nome del paese. A Pettorano è possibile ammirare anche altri meravigliosi Palazzi, come il palazzo De Stephanis, la cui facciata è un trionfo di gusto rococò, il palazzo Croce, che conserva al suo interno l’unico frammento rinvenuto in Occidente dell’Editto di Diocleziano (301 d.C.), il palazzo Giuliani, altro imponente edificio del XVIII sec., e palazzo Vitto-Massei. 

“Pettorano sul Gizio è non solo questo, come non ricordare anche le sue squisite eccellenze culinarie che annoverano la polenta rognosa cotta rigorosamente nel paiolo di rame con acqua del Gizio, farina di mais “otto file”, spuntature di maiale, olio evo, pecorino abruzzese. e tagliata a fette con un filo. Tipici anche i mugnoli e chezzerieje, gnocchetti lavorati con acqua e farina e conditi con la gustosa verdura degli ortolani–pastori. Le Crostele, speciali “Ciambelle fritte” a base di patate, le Pizzelle Dolci, i ceci ripieni, una sfoglia con ripieno di ceci, cacao, mosto cotto, zucchero, uvetta o canditi e la pizza di San Martino con noci, cioccolato fondente, cannella, mosto cotto e chiodi di garofano, tutto da leccarsi i baffi.”

Chiudiamo con una panoramica sul patrimonio religioso che annovera una quantità di edifici religiosi molto ampia rispetto alla grandezza del paese, ognuno con delle sue specificità come si potrà leggere. Il terremoto del 1706 obbligò a nuove ricostruzioni, come quella della Chiesa Madre, intitolata così dal 1589 in onore di San Dionisio, ma dal 1594 il titolo passa ad una non ben identificata S. Maria della Porta. La zona della Chiesa Madre veniva denominata “Prece“, da un’etimologia popolare dal latino “preces”, preghiere o si può ricondurre il toponimo alla parola latina “praeceps, – ipitis“, che significa precipizio, pendio, data la sua posizione a cavallo di due vallate. Sullo stesso lato della Chiesa Madre venne costruita nel 1897 una fontana ornamentale con due statue in bronzo raffiguranti le divinità Nettuno ed Anfitrite e teste zoomorfe da cui sgorga l’acqua.

Tra gli edifici religiosi, meritano una visita la piccola chiesa extramuraria di San Nicola, già esistente nel 1112, e la chiesa della Madonna della Libera, da cui si dipartono le caratteristiche stradine in discesa (“rue”) che conducono alla vallata del fiume Gizio attraverso interessanti stratificazioni architettoniche, mentre le altre chiese di San Rocco, San Giovanni e San Antonio conservano poco della struttura originaria. La Parrocchia della Beata Vergine Maria e di San Dionisio che risale al XV secolo voluta dalla famiglia Cantelmo e ricostruita sopra una precedente chiesa de XIII secolo, troppo piccola per gli abitanti, ma divenne la parrocchiale molto tardi, poiché nel 1594 aveva tale titolo la chiesa di Santa Maria della Porta.

La Chiesa di San Rocco fu costruita in seguito alla peste che falcidiò la popolazione nel 1656 in onore di San Rocco, protettore degli appestati, onorato in quasi tutti i paesi che conobbero la terribile malattia con la costruzione di una chiesa a lui dedicata. L’iscrizione sulla facciata della chiesa, un edificio dalle forme assai semplici databile alla fine del XVII secolo, esprime il terrore degli abitanti per il terribile male che li aveva colpiti e l’invocazione al Santo perché li liberi. Il piccolo santuario della Chiesa della Madonna della Libera, fatto costruire nel 1680 e che conserva all’interno un altare in marmo sormontato da un dipinto raffigurante la Madonna della Libera, culto, particolarmente sentito dai cittadini della vicina Pratola Peligna, che richiamava in quel luogo ogni anno molti pellegrini pettoranesi, per i quali si pensò di farla costruire.

La Chiesa di San Nicola è invece una delle più antiche chiese pettoranesi, tipica chiesetta rurale, con interno molto semplice. Una prima attestazione si trova in un documento pontificio di Pasquale II del 1112, confermata dai successivi documenti papali del XII secolo. Secondo la tradizione locale sarebbe stata costruita sulle fondamenta di un tempio pagano, del quale però non esistono prove certe.

La Chiesa di San Giovanni che gode dell’antica attestazione presente nel documento di Lucio III del 1183 e in uno successivo di Clemente III del 1188. L’edificio attuale, semplice e modesto nelle proporzioni, non conserva nulla di quello originario che nei documenti del XVIII secolo risulta adibito a magazzino. Chiudiamo questa carrellata sulle 7 chiese del borgo con la Chiesa di Sant’Antonio, che secondo lo storico locale Pietro De Stephanis doveva essere inizialmente dedicata a S. Maria della Vittoria. Annesso all’edificio sacro era un ospedale per il ricovero dei poveri e dei pellegrini, chiamato xenodochio, che nel 1719 fu dichiarato luogo profano e quindi chiuso dal vescovo Francesco Onofrio, come ricorda un’iscrizione ancora visibile sulla porta dell’originaria sacrestia.

Foto by Abruzzomania

Fonti:

Pettorano sul Gizio – I Borghi più Belli d’Italia (borghipiubelliditalia.it)

Pettorano sul Gizio – Wikipedia

Borghi da vedere in Abruzzo: a Pettorano sul Gizio tra palazzi signorili, torrioni e fontane monumentali (luoghidavedere.it)

Castello Cantelmo (Pettorano sul Gizio) – Wikipedia

Comune di Pettorano sul Gizio

 

 

 

 

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 50 – Crognaleto (TE): il Santuario di Santa Maria della Tibia e la Valle delle Cento Cascate

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 50° Eccellenza, , quella del comune di Crognaleto in provincia di Teramo, con la Chiesa Santuario di Santa Maria della Tibia e la Valle delle Cento Cascate.  Per festeggiare il raggiungimento della 50° Eccellenza, andiamo in deroga al nostro regolamento e invece di indicare una sola eccellenza per questo piccolo comune, ne segnaliamo ben due. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 255, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“C’è una piccola e graziosa chiesetta rupestre, in bella posizione isolata a 1187 di quota e collocata all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga che sorge su di una rupe e che si raggiunge con breve e ripida salita dall’abitato di Crognaleto, è il Santuario diocesano della chiesa di Santa Maria della Tibia o Madonna della Tibia. La singolare e apparentemente macabra denominazione del santuario è attribuita dalla tradizione popolare per una grazia ricevuta quattro secoli fa, nel 1617 e nasce quindi come ex voto di un ricco commerciante proveniente da Amatrice, che, trovandosi a passare da quelle parti, cadde in un burrone, invocò la Vergine e avendo riportato solo la frattura di una tibia e quindi salva la vita, fece erigere il tempio, ma anche più prosaicamente deriverebbe dalla fatica necessaria per raggiungere il luogo.”

“La chiesa possiede una copertura a capanna e una facciata a coronamento orizzontale da cui si erge un campaniletto a vela con due fornici che accolgono altrettante campane di diversa grandezza. La più grande reca l’invocazione “Liberaci o Signore dal fulmine e dalla tempesta” e fu proprio un fulmine che nel 2005 distrusse il campanile che venne sistemato pochi mesi dopo dall’Ente Parco. Al di sopra dell’architrave c’è una finestra rotonda incorniciata in pietra, sopra la quale compare in un cartiglio su travertino l’anno di erezione della chiesa e la scritta in latino: “Inginocchiati e venera la Madonna, o viaggiatore, affinché guidi i tuoi passi fuori dai pericoli“.”

“Sulla sinistra si trova una piccola struttura adibita a ristoro dei pellegrini ed oggi riportata all’uso originario.  L’interno è ad unica navata e nella zona presbiterale si trova l’altare ligneo d’orato di fattura barocca con al centro la statua in legno della Madonna della Tibia, a cui vengono attribuiti poteri di protezione dalle calamità, guarigioni miracolose e poteri di protezione dalle calamità. Dal 1619, per concessione del Vescovo aprutino Giovanni Battista Visconti, confermata nel 2006 con Decreto della Penitenziaria Apostolica, viene accordata un’indulgenza di cento giorni all’anno per ogni visita alla chiesa nel giorno del 9 agosto. La devozione per la Madonna della Tibia, inoltre, rientra nel culto popolare mariano delle “Sette Madonne Sorelle“, molto diffuso nelle zone rurali. Il luogo è silenzioso e suggestivo, il panorama magnifico e riposante. La chiesa risulta sia stata edificata nel 1617, ma le sue fattezze fanno pensare a origini più antiche, infatti fonti storiche riportano che già nel XII secolo in quel luogo vi fosse una chiesetta conosciuta con il nome di “Tibbla” da cui potrebbe dunque derivare la curiosa denominazione tramandata fino a oggi.”

 

“Prima di descrivere la seconda eccellenza di Crognaleto, è bene da sapere che il piccolo paesino, di poco più di mille anime, è suddiviso in quattro borghi + uno (la borgata centrale). La parte più antica, ai piedi del paese, si chiama borgo “Combrello” (Colle Morello) in cui si ammirano le case costruite in arenaria, che rispecchiano la geologia del luogo, il paesaggio è mozzafiato e qui vi era un antico monastero di Gesuiti con la presenza del divino ancora tangibile testimoniato in quasi tutti gli architravi del 1600 delle case, con epigrafi in latino di monito di lode e motti, contenenti il monogramma gesuita con le lettere IHS e il più significativo, datato 1755, è posto sull’architrave di una porta in piazzetta “DESCENDANT IN INFERNUM VIVENTES, NE DESCENDANT MORIENTES” che significa “se si considerasse di più l’esistenza dell’inferno da vivi, non ci si andrebbe da morti”.
Nella parte più alta del paese c’è il borgo “Colle” che si caratterizza per i versetti e i motti incisi su porte e finestre degli edifici e che conserva tante case in pietra. Qui vi sono le sorgenti: l’acqua “d’ lu pirdir”“d’ li finticel”, oltre all’acqua “d’ la lagnett” che proprio per questa sue caratteristiche organolettiche è tra le migliori cinque acque in Italia, ottima soprattutto per il latte dei neonati. Il terzo è il borgo Mastresco dove sono stati trovati resti di insediamenti longobardi, come dimostrano proprio i balconi a forma del gafio longobardo e da racconti popolari si narra che il paese fu colpito da uno smottamento, scivolando verso il basso, solo il “Mastresco” rimase al suo posto, da ciò deriva il suo nome “rimasto ecco”La Villa è la borgata centrale con la grande piazza con la sua fontana, dove si trova la meravigliosa Chiesa di SS Pietro e Paolo che risale al XVII secolo, l’unica nella montagna teramana che conservò il patronato laico, ovvero il diritto dei residenti ad eleggere il proprio parroco.”

“Infine c’è il borgo di Cesacastina, il paese di terra, acqua e legno, con il suo nome che deriva dai termini “cesa: taglio” e “castina: castagni”.
adagiata ai piedi del Monte Gorzano che con i suoi 2.458 m. (la vetta più alta del massiccio dei monti della Laga), è circondata dal verde lussureggiante dei boschi, con la sua inconfondibile forma di croce che ad ogni estremità le corrisponde una borgata: Colle, Villa Mastresco e Combrello. Nel comprensorio di Cescacastina c’è un’altra perla di rara bellezza dello straordinario paesino di Crognaleto, un luogo incantevole divenuto famoso proprio per la sua posizione strategica, poiché in poco tempo è possibile raggiungere la Valle delle Cento Cascate, chiamata anche “Valle delle Cento Fonti, e questa località delle Cento Fonti forma un vero e proprio “anfiteatro”, di cui fanno parte anche le località “Pretaro” e “Le Iaccere”, e che scende fino a Cesacastina. Una vera e propria “Fabbrica dell’Acqua”, un angolo naturale particolarmente spettacolare e suggestivo del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga, che prende il nome dalle decine di cascate e cascatelle (circa 100) con cui il torrente Fosso dell’Acero, che ispira questo toponimo, ricchissimo di acque, tra fine primavera e inizio estate, da vita a un vero e proprio grandissimo bacino idrografico che in primavera è solcato da numerosi corsi d’acqua. soprattutto nel periodo tardo-primaverile, e nella sua vorticosa discesa esplode in cascate e forma piccoli laghi anche ravvicinati tra loro, snodandosi in un percorso rocambolesco tra rigogliosi boschi di faggi secolari, alimentando ricchi pascoli lussureggianti e modellando a proprio piacimento i giganteschi costoni d’arenaria che riempiono la zona, tutto sotto l’austero sguardo delle vette del Corno Grande (che con i suoi 2.912 m. è la cima più alta degli Appennini) e del Pizzo di Intermesoli (2.635 m.).  Questo meraviglio luogo lungo il percorso del torrente, che porta ai 1.759 m. dell’Anfiteatro delle Cento Fonti (ed anche più in alto per escursionisti più esperti), si decora di stupendi fiori selvatici d’altura, tra cui diverse specie di orchidee ed in questa area, molto frequentata dai lupi, non è rara la presenza del Cervo, delle Volpi e della famosa Aquila reale che proprio in questi posti nidifica da anni.”

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“Questo angolo particolarmente spettacolare e suggestivo è senza dubbio uno dei più belli e scenografici di tutto il massiccio dei Monti della Laga, che offre panorami mozzafiato ed un ambiente naturale unico. In questo caso, perché non è nostra abitudine, facciamo uno strappo alla regola e diamo alcune informazioni per gli interessati ad andare a visitare questo meraviglioso luogo naturale con partenza proprio da Cesacastina. Per raggiungerlo è necessario seguire rigorosamente il sentiero senza allontanarsene, attraversando il corso del Fosso dell’Acero e dei ruscelli suoi affluenti solamente nei guadi segnalati, senza mettere piede per alcun motivo sui lastroni di pietra a lato del corso d’acqua.  La sua frequentazione richiede una attenzione particolare in quanto gli spettacolari scivoli di arenaria percorsi dal torrente e dai suoi affluenti ai lati del sentiero sono molto pericolosi, in quanto resi estremamente scivolosi dall’acqua, anche quando la ridotta portata estivane riduce il flusso ad un velo sottile.  Il tempo di percorrenza è di circa 2.15 ore, il dislivello è di 620 m, è presente un segnavia parzialmente segnato (bianco-rosso) ed il periodo consigliato per l’escursione va da maggio a ottobre e si svolge su un percorso che non presenta difficoltà tecniche né pericoli purché si resti sempre nel sentiero facile e molto evidente.

Fonti

Foto by Abruzzomania

Foto cascate by Leonardo Pellegrini

https://abruzzoturismo.it/it/la-valle-delle-cento-cascate

Santa Maria della Tibia – Crognaleto (TE) – MoVing Teramo

Viaggio in Abruzzo.it/09-P1040676+

Crognaleto – Wikipedia

http://www.gransassolagapark.it/iti_dettaglio.php?id_iti=1646

http://www.imontagnini.it/valle-delle-cento-cascate

http://abruzzomountainswild.com/event/escursione-alla-valle-delle-cento-cascate/

https://www.abruzzowild.com/escursioni-parchi-abruzzo/lincantata-valle-delle-cento-fonti/

https://www.countryhouseabruzzo.com/valle-delle-cento-cascate-207/

http://6amico.com/crognaleto/cesacastina-home/

 

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 49 – Pescocostanzo (AQ): il borgo storico più bello d’Abruzzo

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 49° Eccellenza, , quella del comune di Pescocostanzo in provincia di L’Aquila, il borgo storico più bello d’Abruzzo. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 256, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Nella regione degli Altipiani Maggiori d’Abruzzo, tra immensi e silenziosi pascoli, a 1.400 d’altezza si trova il magnifico borgo di Pescocostanzo. Centro di antica origine e luogo di intensa civiltà, vanta una favorevole attività culturale, testimoniata dall’eccezionale patrimonio di monumenti rinascimentali e barocchi che hanno avuto origine dalla straordinaria vicenda artistica che sviluppò soprattutto tra il 1440 e 1700.

Il borgo è compreso nel Parco Nazionale della Maiella, la montagna dai grandi canyon, pareti di roccia e fitti boschi nei valloni e tra Pescocostanzo e Cansano si estende, tra i 1290 e i 1420 m di quota, il Bosco di S. Antonio, una delle più belle faggete d’Abruzzo. Protetto come Riserva Naturale dal 1985, il bosco, oltre ai faggi, custodisce nei suoi 550 ettari numerose piante secolari, aceri, peri selvatici, tassi, cerri e ciliegi. All’inizio dell’estate vi fioriscono la genziana, la peonia e una delle orchidee selvatiche più rare d’Italia, la pipactis purpurea. In inverno, è possibile praticare lo sci di fondo tra i faggi e nel pianoro sottostante, mentre l’estate si presta per passeggiate e picnic, habitat di rari uccelli, quali il picchio, il pettirosso, il fringuello e, tra i rapaci, lo sparviero e la poiana.

Pescocostanzo, non è solo natura, infatti la tradizione artigiana è riuscita a rimanere viva e a salvare il patrimonio di esperienza, capacità tecnica, stile e qualità. La lavorazione del merletto a tombolo, quella della filigrana e del ferro battuto, rappresentano un punto di forza della sua tradizione. Pescocostanzo interpreta egregiamente l’antico ruolo di meta di turismo, arte e cultura, di soggiorno estivo ed invernale in uno straordinario ambiente naturalistico, offrendo una vacanza, estiva ed invernale, integrata in un comprensorio che rappresenta con le infrastrutture e le ricettività delle vicine cugine Rivisondoli e Roccaraso, l’offerta montana più completa della montagna abruzzese.

Le prime notizie riguardanti il borgo derivano da un documento del 1108, in cui si legge della cessione di Pescocostanzo da parte del monastero di San Pietro Avellana, dipendenza di Montecassino, a un signore laico, Oddone, membro del ramo dei conti di Valva e residente a Pettorano, il quale lasciò però ai monaci la Chiesa di S. Maria del Colle. Ai conti di Pettorano succedettero, a partire dalla seconda metà del ‘200, i nuovi feudatari legati ai sovrani angioini e dal 1325 al 1464 signori di Pescocostanzo furono i Cantelmo, ed è in questo periodo (tra il 1300 e 1440) che la storia del borgo cambia grazie all’influenza derivata dall’insediamento di un nucleo di artigiani lombardi dediti ad attività edili.

L’afflusso di questi maestri lombardi, richiamati da una forte committenza della borghesia locale, dall’ubicazione del paese, vicino alla “via degli Abruzzi“”, luogo di transito per scambi commerciali e culturali, attraverso la dorsale appenninica, fra il Nord e il sud d’Italia, e passante per l’altopiano delle Cinquemiglia e dalla disponibilità di cave di pietra, costituì una presenza incisiva, le cui testimonianze sono ravvisabili nel gergo dei muratori, nell’ onomastica di alcuni cittadini, nel rito del battesimo per immersione (tipicamente ambrosiano), nella presenza di un secondo protettore del paese, di parte lombarda, S. Felice e, per il tramite di donne lombarde, nella lavorazione del merletto a tombolo, anche se, nonostante l’ausilio di informazioni ricavabili da sculture, pitture e vasi antichi, che confermano l’impiego di attrezzi di lavoro non dissimili da quelli in uso ancora oggi, e le testimonianze di storici e poeti dell’epoca, è difficile risalire alla fase di passaggio dalla lavorazione con l’ago a quella con i fuselli (“tammarieje“), verosimili eredi di ibridi evolutisi nel tempo. Da una prima testimonianza storica sulla predilezione per i merletti da parte di Caterina dei Medici, nel 1547, si passa alla leggenda tramandata dallo studioso francese Lefebure, il quale attribuisce a Venezia la primogenitura di un intreccio di fili che sarebbe stato eseguito con l’ausilio di piombini pendenti da una rete di pescatori, carica, oltre che di pesci, di un’alga con meravigliose ramificazioni pietrificate: l’antenato della trina a tombolo. I pochi scritti sull’argomento lasciano immaginare che la tecnica del fusello sia nata prima del Rinascimento e abbia raggiunto valori di vertice a Venezia, in anticipo rispetto alle altre zone che l’hanno adottata. Notizie sul merletto a tombolo si hanno anche da un documento della famiglia d’Este di Ferrara, nel 1476, e dal riferimento a una “striscia a dodici fusi” per lenzuolo, in un contratto stipulato a Milano.

Si può supporre che, data l’intraprendenza delle classi locali evolute, l’artigianato del tombolo abbia tratto giovamento a Pescocostanzo dai contatti con i principali centri di diffusione dell’epoca come Milano, per il determinante apporto delle maestranze lombarde, a partire dal secolo XV (come sostiene il famoso storico pescolano dr. Gaetano Sabatini) e Venezia, oltre che per i continui contatti con l’Aquila e l’influenza esercitata lungo le coste abruzzesi, ma forse anche per il rapporto di amicizia tra Caterina dei Medici e Vittoria Colonna. il cui contributo all’emancipazione pescolana potrebbe avere scavalcato la funzione politica in più di un caso. Lucilla Less Arciello, altra pescolana d’elezione, sostiene questa seconda ipotesi in un suo pregevole lavoro intitolato “Cristalli di neve in una trina”. Poi c’è anche Genova, che alcuni studiosi citano come patria del tombolo. Qualunque sia l’ipotesi più attendibile sulle origini del tombolo, resta il fatto che la scuola pescolana diventa un fenomeno specifico, un’industria e un patrimonio per l’intera collettività locale, in cui la famiglia si trasforma in laboratorio artigiano: ogni bambina, appena possibile, viene iniziata al tombolo mediante l’esecuzione graduale della “sceda“(scheda), che fissa le nozioni basilari di questa arte; ogni giovanetta in età da marito possiede un corredo principesco di tovaglie. tovaglioli, fazzoletti, lenzuola, centri, pizzi, merletti, che assumono nomi dialettali diversi a seconda del punto o della complessità della figura in cui la fantasia ha sempre la sua parte.

Tenendo anche presente che il merletto a tombolo coinvolge altri artigiani, come il sarto per la preparazione del “cuscino” (il tombolo) e per l’imbottitura con erba falasca; il falegname per la realizzazione dei fuselli (“tammarieje“) in legno di noce, pero o ulivo stagionato, e dell’apposito cavalletto di supporto del tombolo; il disegnatore per l’elaborazione dei modelli, che richiedono una profonda conoscenza delle tecniche di lavorazione. Chiese e cappelle private, che le ricevono in dono e palazzi patrizi e case sono arredati con “pezzi” di valore. Durante l’ultima guerra, i tedeschi, che ne fecero bottino, manifestarono apertamente la loro meraviglia per le ricchezze e la varietà di quel patrimonio, nel quale figuravano, oltre a merletti in seta, esecuzioni con fili d’oro e d’argento. I merletti di Pescocostanzo, la cui compattezza di tessitura non ha uguali in un vasto circondario (Marche incluse) e i cui disegni sono a volte autentiche rarità o esclusiva di qualche trinaia o famiglia, fanno oggi splendida figura nelle esposizioni di industrie tessili italiane ed estere. Buona parte del merito va assegnato alla specializzazione e all’inventiva dei disegnatori locali. L’odierno merletto a macchina, per quanto ineccepibile nella esecuzione, non potrà mai competere con la morbidezza e il calore della lavorazione a mano se non per motivi di costo di produzione, così che, non trattandosi di lavoro su base industriale ogni pezzo è da considerare un “unicum”. Da qualche anno sono visitabili la Scuola del Merletto a Tombolo e il relativo museo realizzati dal Comune nel , in piazza Municipio.

Oltre al tombolo Pescocostanzo vanta anche l’arte del ferro battuto che ha origini molto antiche e una tradizione particolare. Esistente qui fin dal Medioevo, questa arte ricevette un decisivo apporto anch’essa dall’arrivo delle “compagnie” dei Mastri lombardi: “scalpellini, intagliatori, fabbri”, che affluirono in Abruzzo a partire dalla metà del’400 e si insediarono numerosi a Pescocostanzo, facendone il centro di artigianato artistico di più alto livello nella regione. Il vertice dell’arte del ferro battuto si raggiunse a Pescocostanzo alla fine del “600”, quando il fabbro pescolano Sante Di Rocco (1663-1705) realizzò, tra il 1699 e il 1705, il grandioso cancello che chiude l’accesso alla Cappella del Sacramento nella Basilica di Santa Maria del Colle: una delle opere più originali di questo genere che esista in Italia. Altri lavori in ferro di grande maestria sono presenti nella stessa chiesa (l’altare maggiore in ferro, opera del maestro Nicodemo Donatelli) e in arredi delle facciate degli edifici del centro abitato: testimonianza di quanto tale arte fu apprezzata nella comunità cittadina, in cui alcune famiglie l’hanno tramandata di padre in figlio fino ad oggi. Alla Bottega Donatelli va conferito il merito di aver fatto tesoro di questa eredità culturale e di averla custodita intatta e viva nel tempo.

Un’altra delle peculiarità di questo incredibile borgo è l’Artigianato orafo della filigrana (o filograna), un genere di lavorazione dell’oro e dell’argento basata sull’intreccio e sulla saldatura, nei punti di collegamento, di sottili fili di metallo ritorto, o lamine, sagomati o spiralizzati per la formazione di arabeschi e disegni in genere disposti simmetricamente. La sua evoluzione artigianale risale presumibilmente all’artigianato greco. Partendo dal 2000/2500 a.C., la filigrana trova una definitiva tecnica di lavorazione presso gli Etruschi, in modo particolare con decorazioni di lamine in forma di fiori o profili geometrici inseriti simmetricamente, spirali ecc, specie nell’oreficeria religiosa, greca ed etrusca in un primo tempo, romana, barbara e musulmana successivamente. Per quanto riguarda Pescocostanzo, vi sono da segnalare interessanti monili in argento con motivi filigranati, rinvenuti durante gli scavi archeologici in località Colle Riina, dopo l’apertura delle tre tombe longobarde rimaste intatte, i quali potrebbero offrire spunto a nuove ipotesi sull’importazione locale del tipo di lavorazione. Dopo una decadenza (o fase poco documentata) di circa due secoli, la filigrana ha recuperato popolarità verso il XVI – XVII secolo a Genova e a Venezia (e forse Milano), per esplodere in realizzazioni folcloristiche verso il XIX secolo presso le popolazioni dell’Europa centrale e in Spagna. Dall’Italia settentrionale essa è stata sicuramente esportata nel meridione, passando probabilmente orafo per Napoli o Sulmona prima di arrivare a Pescostanzo. Il primo riferimento all’attività orafa da parte del catasto generale del comune di Pescocostanzo risale all’anno 1748 e coincide col superamento di una fase critica dell’economia locale. Di orafi in epoche precedenti ogni notizia è vaga.

Caratteristica della filigrana tradizionale sono la lavorazione e la saldatura a mano, le quali, come si verifica per il tombolo eseguito con cuscino e fuselli anzichè a macchina, conferiscono al prodotto una morbidezza e un respiro inimitabili; tuttavia, non essendo facile distinguere a prima vista la fattura industriale (fusione) da quella artigiana (saldatura a mano) è opportuno informarsi sulla tecnica di lavorazione di un oggetto prima dell’acquisto. Rientrano nella tradizione anche figure o simboli ottenuti con placchette sagomate in oro assiemati per mezzo di spiraline o altri motivi filigranati. Un esempio tipico è la “presentosa“, spilla filigranata in oro, in fase di rilancio da parte dell’oreficeria locale nelle varie versioni fin qui elaborate. Nella tradizione rientrano ancora: “la cannatora“, collana girocollo consistente in un’infilata di “vacura” in lamina stampata a sbalzo (semplice oppure arricchita con grani in oro detti “prescine“), di cui esiste anche una versione moderna; le “cecquaje“, in genere orecchini e spille (di origine turca), lavorati a traforo (impreziositi a volte con pietre, cammei, corallo ecc.), riproducenti oggetti, figure o amuleti di ispirazione apotropaica; altre varie lavorazioni (ricorrendo anche alla cera persa), tra le quali gli “attacci” per sorreggere il filo di lana di pecora utilizzato per ricavare calze e maglie.

L’uso dell’oro nella lavorazione di monili destinati all’ abbigliamento e alla commemorazione è legato all’importanza che esso assume sin dall’antichità nel culto del suo potere magico o divino e della sua durevolezza. Nessuna meraviglia che il suo culto abbia trasmigrato da aztechi, cinesi, egizi e greci alla nostra penisola e, progressivamente, alle sperdute lande degli Altopiani, quasi sicuramente per il tramite dei maestri lombardi e che un centro evoluto come Pescocostanzo ne abbia fatto tesoro raggiungendo nel campo livelli di tutto riguardo. Vi sono nomi di orafi famosi nel passato, forse insuperabili, a cominciare dai Del Monaco, Falconio, Del Sole, Pitassi, ecc., a valle dei quali gli unici superstiti sono, verso gli inizi del XX secolo, le famiglie Domenicano e Tollis, depositarie di un patrimonio secolare di conoscenze.

Concludiamo questo straordinario excursus con le fiabe, la favolistica e le credenze popolari che costituiscono un’altra notevole componente del patrimonio culturale di Pescocostanzo. Da alcune fiabe e superstizioni raccolte in loco e riportate da Gennaro Finamore nel suo volume “Novelle popolari abruzzesi”, si ha conferma della chiara radice pescolana della loro elaborazione, poiché il tessuto narrativo, è talmente puntuale nei riferimenti al comprensorio comunale da eliminare ogni dubbio in proposito. Qualche perplessità potrebbe nascere per la Madonna delle Grazie, nominata nella prima fiaba, la quale sembra non avere alcunché in comune con la stessa, ubicata attualmente al Colle di S. Maria, come anche per il “Ponte di Pietra”, un rudere in quel di Pizzo di Coda, ancora transitabile prima della distruttiva bonifica del bacino del torrente “La Vera”, e per il “Colle delle Sante Celle”, toponimo non riportato sulle carte dell’IGM ma ancora oggi adottato come riferimento inconfondibile al distrutto “Monastero”, il quale sorgeva grosso modo in prossimità delle attuali masserie Macino. Per il resto, comunque, fatto piuttosto insolito nella favolistica, i richiami all’ambiente cui si riferisce ogni storia, sono a portata delle esperienze e conoscenze locali, senza però l’uso di re, regine, principi, principesse ed altri ingredienti di routine, fatta eccezione per qualche fuggevole drago o strega. I testi, di cui molti anziani di “Pesco” serbano memoria, sono ripresi fedelmente dal volume del Finamore sopra citato.

“Il monumento religioso più rappresentativo di Pescocostanzo è la Basilica di Santa Maria del Colle, ricostruita nel 1456  dopo un terremoto. L’ampia aula quadrata dalla caratteristica spaziale unica in Abruzzo, è a cinque navate. L’ingresso laterale, che risale al 1580,  con imponente scalinata e portale tardo romanico con lunetta affrescata, è oggi quello principale. Di notevole interesse gli splendidi soffitti lignei, quello dell’ottavo decennio del XVII secolo di Carlo Sabatini e i due intermedi del 1742 dorati e intagliati, che incorniciano tele di pregio, l’altare maggiore e la cancellata in ferro battuto sono una sintesi dell’operato delle maestranze abruzzesi nell’oreficeria del barocco, il Cappellone del Sacramento, opera di Santo di Rocco e Norberto Cicco, del 1699-1705, opere d’arte come la statua lignea medievale della Madonna del Colle, gli stucchi di Giambattista Gianni e la pala d’altare di Santa Caterina di Tanzio da Varallo, che mostra la Madonna dell’incendio sedato (1614). Accanto alla Basilica si trova la Chiesa di Santa Maria del Suffragio dei Morti del XVI secolo, con la facciata che riproduce una tipologia molto diffusa nella Majella, il portale seicentesco con timpano triangolare sorretto da colonne poste su alte basi, con la decorazione barocca di due teschi affiancati dal retro. All’interno un pregevole altare in noce e il soffitto a cassettoni lignei è del 1637, realizzato dai pescolani Bernardino d’Alessandro e Falconio Falconi.”

“Di notevole pregio in ambito civile è il Palazzo Fanzago del XVII secolo, ricavato dall’ex convento di Santa Scolastica, progetto di Cosimo Fanzago che mostra i portali in pietra a tutto sesto, aperti nel corso del XIX secolo, per ospitare botteghe al pian terreno; le nicchie con le paraste ribattute da volute a mensole inginocchiate costituiscono un episodio chiave dell’opera di Fanzago, presentando analogie con l’altare della chiesa del Gesù e Maria e da visitare anche Palazzo Grilli edificazione del XVII secolo, Palazzo del Municipio del XVIII secolo che sull’architrave del portale ha scolpito riprodotto nel 1935, il motto SUI DOMINA, in ricordo della liberazione dal feudalesimo del paese da Ferdinando IV di Borbone, Palazzo Cocco dotato di eleganti finestre settecentesche, Palazzo Ricciardelli che deve il suo nome al patriota Nicola Ricciardelli e infine chiudiamo la rassegna delle bellezze architettoniche del borgo con le fontane di Pescocostanzo, la Fontana di Piazza Municipio del XVII secolo in ferro e pietra, con al centro uno stelo in ghisa contornato da tre putti seduti di scuola pescolana, dalle cui bocche esce l’acqua. Nel marchio impresso si legge di un restauro del Novecento, dove è stata aggiunta sulla cima una conca abruzzese sorretta da una figura umana, e la Fontana Maggiore del XV secolo, con quattro cannule che gettano l’acqua e un rilievo del Ciclo della Vita con figure umane e vegetali.”

Fonti:

Pescocostanzo – I Borghi più Belli d’Italia (borghipiubelliditalia.it)

Pescocostanzo (AQ), il borgo più bello d’Abruzzo! – YouTube

Visit Pescocostanzo | Home (visit-pescocostanzo.it)

Pesconline.it – Il Portale di Pescocostanzo – Pescocostanzo Hotel, B&B e Ristorante su Pesconline.it – Pescocostanzo è On Line

Pescocostanzo – Wikipedia

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 47 – Pietracamela (TE): il Borgo scavato nella roccia

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 47° Eccellenza, , quella del comune di Pietracamela in provincia di Teramo e il suo splendido Borgo scavato nella roccia. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 258, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Pietracamela, abbarbicato ed isolato sull’altura che domina il vasto panorama sulla valle del Rio Arno, prevalentemente costruito e restaurato in pietra locale, è un vero e proprio paese di montagna che si sviluppa in salita, isolato e circondato solo da monti e boschi, con le case tutte vicine e in pietra, con le finestre di legno, i balconi-fienili, i vicoli lastricati, le vecchie fontane e con le strade che non sono altro che strette salite o scalinate nelle quali passano appena due persone affiancate, con bandite macchine, motorini e addirittura inagibili alle bici.”

“Il piccolo borgo medioevale, dal nome originario Petra che deriva dalle case costruite su enormi macigni portati a valle dallo scioglimento dei ghiacciai di Campo Pericoli, fu definito da Monsignor Pensa un nido di Aquile. Pietracamela è arroccata sulle pendici del Corno Piccolo del massiccio del Gran Sasso nell’area protetta del Parco Nazionale omonimo, con il Corno Grande e le sue cime aguzze e le pareti verticali, i ghiacciai, tutte le meraviglie della montagna e i Monti della Laga, con foreste ricche di acque che scendono copiose a valle, in cui vivono il camoscio e dove nel 1991 fu istituita la Riserva naturale del Corno Grande di Pietracamela di 2.000 ettari che comprende il Corno Grande, il Ghiacciaio del Calderone, la Valle del Rio Arno, la Valle del Mavone, Campo Pericoli, il Pizzo d’Intermesoli ed il Bosco della Giuncheria, istituita al fine di reintegrare con un programma di ripopolamento proprio il camoscio d’Abruzzo da tempo estinto (che ne è il simbolo), l’orso bruno marsicano e il lupo appenninico, all’interno di uno scenario d’incomparabile bellezza, che si può godere solo da questo meraviglioso borgo.”

“Le vere ricchezze di questo borgo sono pertanto la natura, il silenzio, la pace ed un paesaggio mozzafiato, e così si presenta in tutta la sua maestosa bellezza al riparo dei roccioni calcarei che delimitano in basso a 1450 m di altitudine anche la località di Prati di Tivo, sede dell’omonima stazione sciistica, sita tra i boschi di faggio dell’Aschiero e delle Mandorle, che si eleva lungo le pendici del Corno Piccolo e il Corno Grande  e del Rio Arno, la più famosa stazione invernale del Gran Sasso d’Italia (1450-2000 m.), con impianti di risalita e dotata di buone attrezzature alberghiere.”

“In questo incantevole scenario, dal borgo partono bellissimi sentieri per passeggiate e trekking sui sentieri storici, mountain bike, ascensioni in quota, alpinismo e roccia (famosa la Palestra di roccia degli Aquilotti). Alcune ipotesi sulle origini del borgo attribuiscono la sua fondazione a popolazioni abruzzesi che vi si stabilirono tra i monti, intorno al XII secolo, considerandoli luoghi sicuri per sottrarsi alle invasioni nemiche, mentre altre ritengono che i primi residenti siano stati gruppi di pastori o di cardatori di lana giunti dalla Puglia, probabilmente di origine brindisina.”

“Gli scorci che vi si intravedono stupiscono per la bellezza e nel guardarli si percepisce la fatica degli antichi pretaroli che praticavano la pastorizia, l’agricoltura e la lavorazione della lana. Gli storici raccontano che verso la fine di settembre, terminate le semine, gli abitanti di Pietracamela si recavano in Maremma, in Umbria, nelle Marche e in Emilia Romagna per la cardatura della lana di cui erano veri specialisti. Le donne invece trascorrevano i lunghi e freddi inverni a filare la lana e a realizzare la tessitura dei carfagni, stoffe di lana che assumevano colori variegati, per mezzo della lavorazione con erbe e cortecce di alberi, utilizzati per proteggere dalle intemperie. Competenza delle donne era anche la tessitura della “tela bianca”, da cui si ricavavano i paponi, le calzature fatte di corda e di pezza che venivano usate dagli alpinisti locali, vista la loro resistenza. Purtroppo lo spopolamento ha causato l’abbandono di queste meravigliose attività artigianali un tempo legate alla pastorizia.”

Foto by webtiscali

“Quando si arriva in paese, il benvenuto è dato se si alza lo sguardo sullo sperone silvestre, dalla preta (che nel 1878 fu di gran lunga ridimensionata nella parte sporgente nel vuoto e che nel 1935 fu fatta sostenere per opera pubblica da un inutile pilastro), dalla chiesa matrice di S. Leucio, costruita nel 1780 e dalla Casa Torre anticamente utilizzata come torre di avvistamento. Il paesaggio che lo circonda è caratterizzato dalla presenza di pareti scoscese, ricoperte da folta e rigogliosa vegetazione costituita prevalentemente da secolari boschi di faggio dell’Aschiero.”

“Tra le strette viuzze, vicoli, stradine a gradinata, punteggiate da piccoli balconi e da terrazzine-belvedere, si trovano numerosi architravi fregiati con stemmi gentilizi e numerose epigrafi che contribuiscono alla narrazione della storia del borgo di , complete o frammentarie, presenti all’interno del paese. Oltre alle magnificenze naturalistiche, il borgo incastonato nella roccia ha una notevole preziosità architettonica testimoniata, procedendo dalla porta verso l’interno del paese, detta la Terra, in cui si possono ammirare le innumerevoli viuzze fiancheggiate da case erette con una tecnica costruttiva istintiva ma razionale e perfettamente rispondenti alle esigenze di coloro che ancora oggi vi abitano. Poi si ammirano il vecchio comune, edifici elevati, con ciottoli e pietre unite da legante, tra il XV e XVI secolo, che conservano peculiari caratteri di autenticità sui diversi monumenti storici di notevole importanza, come antiche iscrizioni spagnole, tracce lasciate nel corso dei secoli, che tramandano e testimoniano ancora oggi la memoria di date, vicende, eventi e personaggi che ebbero nella realtà del borgo, nei diversi periodi, un particolare rilievo.”

“Troviamo l’antico sacro edificio di San Giovanni Battista, del 1432 circondato da case i cui portali recano date dal 1471 al 1616, con l’epigrafe della chiave dell’arco, incisa in caratteri gotici, la più antica che si trova nel borgo che tramanda che la chiesa fu eretta nel mese di giugno dell’Anno del Signore 1432. Poi c’è la chiesa di San Rocco, del 1530, piccolo edificio sacro che si eleva al di fuori dell’incasato del borgo, dedicata al santo protettore degli appestati e dei piagati, eretta durante l’epidemia di peste che colpì il territorio tra il 1528 e il 1529. Oltre all’anno, sul soprassoglio, si trovano scolpiti anche il trigramma bernardiniano IHS e un versetto del Pange Lingua di Sant’Agostino che così recita: «SOA. FIDES. SVFFICIT», e ancora date scritte sulle architravi dei portali, altari lignei e l’acquasantiera cinquecentesca della chiesa parrocchiale di San Leucio, patrono e santo protettore di Pietracamela (lo storico teramano Niccola Palma la ricorda nominata nell’anno 1324 come la chiesa di «S. Leutii de Petra in Valle Siciliani»).  Lungo il caratteristico percorso si possono ammirare il lavatoio pubblico, i resti della chiesa della Madonna e del vecchio mulino comunale ad acqua (tra i ruderi sono ancora ben conservate le due bocche di uscita delle acque), costruito nel XVII secolo a circa 400 metri dal borgo, funzionante con la forza motrice delle acque del Rio Arno.”

“Non è finita, poi ammiriamo Casa Signoretti o Casa de Li Signuritte, con le due finestre bifore con colonnine tortili, sormontate da un architrave sul quale posto in rilievo il probabile simbolo dei cardatori di lana dimora privata ubicata al centro del paese la cui costruzione è databile tra la seconda metà del XIV secolo e l’inizio del XV, con i bassorilievi di una testa e di un paio di forbici (o forse cesoie da tosatore) con le lame aperte che potrebbero rappresentare il simbolo della Corporazione dei lanai, incisi sull’architrave della prima bifora e la Casa Torre, antico edificio che nei tempi passati, fu utilizzato dagli abitanti del paese come torre di avvistamento.”

“Oltre il borgo, c’è il Monte Calvario, rilievo roccioso che sovrasta il corso del Rio della Porta, alla cui sommità sono state disposte tre grandi croci, abbracciato a 1000 m al riparo dei roccioni che delimitano in basso i Prati retrivi (Prati di Tivo) e sopra il paese, tra rocce e fienili, dove resiste un ambiente montanaro molto singolare, più volte ritratto dal pittore Guido Montauti.”

“Pietracamela non è solo un incredibile palcoscenico naturale, ma il tempo ha lasciato in eredità anche, come i ravioli che sono forse il piatto più originale e nei ristoranti del territorio si gustano tutte le altre specialità, come i timballi, l’agnello alla brace, lo spezzatino di capra, lo squisito cacio marcetto e altri formaggi di pecora, i sorcetti (sorta di maccheroncini conditi con formaggio pecorino), le famose “scripelle ‘mbusse”, certi salumi e la pecora alla callara.”

Foto di Antica Locanda, Pietracamela – Tripadvisor

Fonti:

Foto by Abruzzomania ad eccezione di quelle segnalate

http://borghipiubelliditalia.it/project/pietracamela/#1480496816106-48a7f6ef-54ab

https://it.wikipedia.org/wiki/Pietracamela

http://www.comune.pietracamela.te.it/

https://www.stradadeiparchi.it/pietracamela-il-borgo-costruito-sulla-roccia/

 

 

 

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°3 – Madonna della Mazza a Pretoro

La Maiella non ospita solo eremi ricavati dalle numerose grotte sparse tra le cime delle sue montagne. Non è solo il suo ventre materno ad aver ispirato la “rinascita” spirituale degli eremiti che vi si sono recati. Esistono altrettanti luoghi, a volte tra i boschi, altre volte a ridosso di cascate o rupi scoscese, dove l’uomo è riuscito ad entrare, allo stesso modo, in stretto contatto con il Creatore. Libri di pietra scolpiti sulla roccia che nascondono racconti di una cultura millenaria a volte difficile da decifrare ma ancora visibile, almeno in parte, grazie alle espressioni della religiosità popolare tramandateci fino ad oggi. Questo è il caso del terzo eremo in cui ci siamo imbattuti e delle tradizioni a esso correlate, l’Eremo-Santuario della Madonna della Mazza a Pretoro.

Terza tappa dell’itinerario attorno alla Maiella
Portale d’ingresso dell’eremo (foto by David Giovannoli)

Il luogo di culto è stato eretto in onore di Santa Maria del Monte nel XIII secolo per opera dei Monaci Cistercensi della vicina Abbazia di Santa Maria Arabona a Manoppello. Fu in seguito soprannominato Madonna della Mazza per via dello scettro, o bastone, che la statua, risalente al XV secolo, regge nella mano destra come simbolo della Sua regalità. La funzione del romitorio non era soltanto quella di avere un modo per isolarsi e dedicarsi in completa solitudine alla preghiera e alla contemplazione ma anche quella di giocarsi un ruolo strategico nel controllo dei viandanti e dell’attività commerciale e pastorale che transitava sui loro territori. un po’ come si faceva, in realtà, con molti degli altri eremi posizionati sulle vie d’accesso ai pascoli gestiti dalle grandi abbazie. Esso, infatti, sorgeva sull’importante percorso viario, Passo Lanciano, tappa obbligata per coloro che volevano attraversare la Maiella ma noto anche per i suoi importanti pascoli d’altura. L’eremo, però, fungeva soprattutto anche come importante, e a volte fondamentale, ricovero per i passanti che venivano colti dalle improvvise e terribili tempeste e bufere di neve, spesso anche fuori stagione, permettendo di salvare vite e di concedere ospitalità, rifugio e salvezza, non solo spirituale.

Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)
Abbazia di Santa Maria d’Arabona (foto by terrepescaresi)

La struttura si presenta, esternamente, quasi nella sua originaria essenza di antica chiesa medioevale ed è stata realizzata nei pressi di un suggestivo bosco di alta quota. È ancora presente il romitorio dove viveva l’ultimo eremita e che oggi continua a ricevere chi vuole soggiornare in questo luogo.

Bestie, motivi floreali e colonne tortili scolpite con ornamenti, a distanza di mille anni, decorano ancora l’edificio e nascondono un significato che solo in pochi, ormai, possono essere in grado di decifrare. Simboli che aiutavano l’eremita, o chi vi accedeva, a meditare e a riflettere sul proprio cammino interiore, come l’uva decorata sulla parte alta della colonna del portale d’ingresso, che rimanda a diversi significati, in special modo alla festa a cui saranno chiamati tutti coloro che sceglieranno di condurre la propria strada verso Dio, o i due leoni sul portale laterale, ora murato, che ricordavano, a chi vi entrava, la regalità e la sacralità del luogo, nonché di dover rendere conto, un giorno, del coraggio che hanno avuto in vita nel seguire la strada appropriata. O la colomba che, probabilmente serviva a ricordare a tutti che, oltre al coraggio, per seguire la retta via c’è bisogno di umiltà e semplicità di cuore, oltre ai suoi altri innumerevoli significati.

Motivi floreali e tralci d’uva (foto by David Giovannoli)
Leoni rampanti, colomba e motivi floreali sul portale secondario, Eremo della Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)

Un suggestivo sentiero che parte nelle vicinanze dell’Eremo conduce ai suggestivi Mulini Rupestri nei pressi del paese di Pretoro scolpiti nella roccia e simili ai tanti altri eremi nelle circostanze dove, però, si elargiva pane materiale, anch’esso necessario per la sopravvivenza dell’uomo.

Mulino rupestre di Pretoro (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.2 (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.3 (foto by David Giovannoli)

Nell’eremo persiste ancora un’antica tradizione. Ogni ultima domenica di Aprile gli abitanti di Pretoro prelevano la statua della Madonna della Mazza, dando inizio ai suoi festeggiamenti, e la tengono nella propria chiesa parrocchiale fino alla prima Domenica di Luglio, giorno nel quale la riportano nella sede originaria. Questo perché la leggenda vuole che, il 2 Luglio di molti anni fa, quando i pretoresi ebbero l’idea di traslocare la Madonna in paese, nonostante una nevicata anomala che cadde su Pretoro, la statua fu miracolosamente ritrovata nel suo eremo. Nessuno l’aveva trasportata ma aveva autonomamente deciso di avviarsi da sola a piedi durante la notte. A testimonianza dello straordinario evento accaduto, sulla neve furono trovate le sue impronte. Non può mancare, come ogni eremo che si rispetti, il potere taumaturgico dell’acqua, durante il giorno di festa, che scaturisce dalla vicina fontana.

Dipinto di S. M. della Mazza all’interno della Chiesa madre di Pretoro, Sant’Andrea, dove in estate si ospita la statua dell’eremo (foto by David Giovannoli)
Fontana nei pressi dell’eremo (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 92-93
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 38-39

Eccellenza d’Abruzzo n. 46 – Navelli (AQ): il Borgo Medievale delle 14 Chiese

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 46° Eccellenza, , quella del comune di Navelli in provincia di L’Aquila e il suo antico Borgo Medievale delle 14 Chiese. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 259, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Il borgo di Navelli, uno dei castelli più antichi della diocesi Valvense, fu fondato dagli abitanti di vari villaggi, a causa del fenomeno dell’incastellamento e si sviluppò in epoca medievale (VIII-X sec.) per motivi strategici e difensivi, per riunire tutti i villaggi in un unico castello sito su di un colle, una fortezza con torre (trasformata in epoca rinascimentale in campanile della chiesa parrocchiale) dove potersi rifugiare in caso di pericolo, costruendo intorno ad essa le rispettive case. Da evidenziare alcune delle chiesette medievali che appartenevano ai citati villaggi, come la chiesa di S.Maria in Cerulis che anticamente faceva parte del “Vicus Incerulae” e al tempo dei Vestini era un tempio dedicato ad Ercole Giovio.

Navelli è storicamente un centro agricolo e pastorale conosciuto nel mondo per la produzione dello zafferano dell’Aquila DOP. L’”oro rosso” qui cresce sano e purissimo ma, anche se il più prezioso, non è l’unico prodotto che caratterizza il borgo, infatti sono da citare anche l’olio d’oliva, uno dei pochi extravergini della zona, le mandorle e i ceci, piccoli e saporiti, ma decisamente una delle cose più belle da vedere è lo storico borgo medievale con il suo centro antico che si aggrappa alla collina dove si erge in cime il palazzo baronale Santucci, ricavato dal castello predetto. La porzione est del borgo, attorno l’ex chiesa di San Giuseppe, è purtroppo in rovina per abbandono, anche se dopo il terremoto del 2009 si sono fatti progetti per il recupero, in parte andati in porto con il restauro delle chiese e di antiche case. Le case si caratterizzano per la muratura in pietra locale, attaccate le une alle altre, sfruttando l’orografia e le antiche mura medievali che sono state inglobate insieme alle porte, di cui rimangono i toponimi; caratteristici i supportici e gli angiporti, il tutto cinto da mura e rivolto ad oriente.

L’unica chiesa del centro era intitolata a S. Pelino, protettore del borgo, ma in seguito fu costruita la chiesa di San Sebastiano, sita al di sotto della fortezza, divenuto patrono in epoca rinascimentale, che godeva del titolo di arcipresbiterato (di cui godeva anche l’antica chiesa di S.Maria in Cerulis) . Le nuove abitazioni furono costruite all’altezza di una delle ville che concorsero alla fondazione del paese, la “Villa di Piceggia grande”, e in epoca rinascimentale si ampliarono fino alla “Villa di Piceggia piccola”. Ancora oggi il paese è suddiviso in due parti: una medievale chiamata “Spiagge grandi”, da Piceggia grande, e l’altra rinascimentale chiamata “Spiagge piccole”, da Piceggia piccola. Dopo il forte terremoto del 1456  il paese fu in parte ricostruito e sulle mura di cinta, spostate più a valle, nel seicento furono inglobati diversi palazzetti signorili che, restaurati dopo il terremoto del 1703, presero le tipiche caratteristiche del barocco, come il palazzo Onofri con annessa cappella gentilizia e una loggia, nella zona delle spiagge grandi al quale era annessa una delle cinque porte di accesso al paese “Porta Villotta” detta anche “Porta Sud”.

Secondo una tradizione, priva di un’attendibile documentazione, il nome del paese deriverebbe da Nava che vuol dire conca riflettendo la posizione geografica del paese, ma ancor più remota è la leggenda popolare secondo la quale il paese originariamente portava il nome di “Novelli“, poichè nato dall’unione di Nove ville: Villa del Plano, Villa della Piceggia (o Piaggia) Grande, Villa della Piceggia (o Piaggia) Piccola, Villa di S.Maria In Cerulis, Villa di Sant’Angelo, Villa di Turri, Villa dei Pagani, Villa del Colle e Villa di Santa Lucia. Secondo la leggenda gli abitanti dopo aver partecipato alle crociate in Terra Santa, per ricordarle, decisero di trasformare il nome del paese da Novelli a Navelli e di introdurre uno stemma civico per far rimanere duratura l’impresa nel tempo. Tale arma da principio era rappresentata da una “nave flottante sul mare, con un sinistrocherio di carnagione, uscente dalla prua della nave, impugnante l’asta di una croce latina movente dalla nave” con il motto “In Medio Mari Portum Teneo”  e in seguito fu rappresentata da  “una nave flottante sul mare, sostenente cinque banderuole, caricate di una croce in campo d’oro”  il tutto cimato da una corona Ducale con il motto “Navellorum Merito Coronata Fideltas”.  Questa leggenda è attendibile solo in parte perché nel 1092 in una Bolla del monastero di S.Benedetto in Perillis il paese è menzionato come “Navellum“, e non “Novellum”, e in quel periodo le crociate ancora non erano iniziate. Nel 1184 nel Catalogum Baronum viene citato Navellum, come castello di due Militi, che può far pensare che le prime abitazioni sul colle furono fatte erigere da due militi crociati. Infine negli antichi scritti rinvenuti le ville non risultano essere mai stati nove ma sei.

Altra eccellenza del borgo è la chiesa di Santa Maria in Cerulis edificata sulla zoccolatura del tempio romano dedicato ad Ercole, protettore dei pastori, che fa comprendere il ruolo primario della pastorizia nell’economia delle genti del territorio. Segni della dominazione longobarda si hanno nei nomi di alcuni luoghi, come ad esempio Civitaretenga, degenerazione di Civita di Ardenga. La conversione al cattolicesimo dei Longobardi, nel 680, permise la diffusione sul territorio delle Comunità monastiche, con l’Abruzzo cinto da monasteri che segnarono la storia dell’Italia Centrale e nel VI-VII sec. e la costruzione di chiese di campagna che ricoprirono un ruolo fondamentale per l’affermazione del potere monastico sul territorio e del potere ecclesiastico, essendo punto di contatto diretto con il popolo. Chiesa che con la sua diffusione capillare era diventata l’industria più importante del tempo, e con l’accentramento del potere economico nelle sue mani, ciò comportò la sottrazione di autorità ai signori e principi locali ai quali era demandato l’onere di garantire sicurezza e così attorno alle chiese di campagna si formarono piccoli insediamenti, dove si trasferirono le famiglie di contadini che prestavano la loro opera nei campi.

Il borgo di Navelli  inizia così a prendere forma nell’XI sec. con l’espansione di Piceggia Grande che si collocava sul sito oggi occupato dal Palazzo Baronale e dalla chiesa di San Sebastiano, scelta di questa villa non casuale perché era garantito l’approvvigionamento idrico, circostanza basilare in un territorio povero di acqua superficiale. Alla fondazione di Navelli concorsero determinate ville, ognuna delle quali aveva una chiesa al suo interno, i cui nomi si deducono dai Chronicon delle comunità monastiche del territorio, e, ad esempio, in quello Volturnense sono riportate: San Savino, attorno alla quale si è sviluppato Villa del Plano; San Pelino, appartenente a Villa di Piceggia (Piaggia) Grande; Santa Maria in Cerulis, arcipretale nella Villa omonima; San Angelo, Prepositura nella Villa omonima; Santa Maria di Lapide Vico, probabile chiesa di Santa Maria di Piedevico. L’abitato era cinto di mura sulle quali si aprivano due porte, la Porta di San Pelino che chiudeva la viabilità principale di accesso al borgo dalla piana, ed una porta ad occidente che doveva chiudere un percorso proveniente da Civitaretenga.

Il borgo tra l’XI e il XV sec. aveva un impianto urbano caratterizzato da case a schiera con la viabilità a pettine. I corpi di fabbrica, caratterizzati da una cellula base di matrice quasi quadrata delle dimensioni di 4/4,5 metri, erano a uno o due livelli con l’unità immobiliare ad un solo livello che poteva avere diverse funzioni, da bottega, stalla o abitazione. Altre importanti opere sono state la costruzione della chiesa di San Sebastiano sulle vestigia di San Pelino, infine sul tracciato murario si aprivano tre ingressi al borgo: Porta Santa Maria ad occidente, Porta Macello a sud-est e Porta Villotta, annessa al palazzo Onofri, ad oriente.

Numerose le chiese che si fa fatica anche ad elencare: iniziamo con la Chiesa della Madonna del Rosario, edificata nel settecento di forme barocche, la Chiesa cimiteriale di Santa Maria in Cerulis, in aperta campagna, simbolo dei tratturi abruzzesi, per la particolarità e la solennità dell’architettura. risalente al XI secolo sorta sulle rovine di un antico tempio dedicato a Hercules Iovius Cerere, in cui nel medioevo nei suoi sotterranei venivano sepolti i morti del paese e dove sono state trovate 45 mummie medievali in ottimo stato di conservazione; la Chiesa cimiteriale del Suffragio di epoca rinascimentale-barocco, l’Oratorio della confraternita del Gonfalon di epoca barocca, la Chiesa Parrocchiale di San Sebastiano del 1631 in stile tardo-barocco, la Chiesa della Madonna del Campo, dall’aspetto rinascimentale rurale esterno e interno neoclassico, la Chiesa di San Girolamo, piccolo lazzaretto per gli ammalati e ricovero di pellegrini che passavano lungo il Tratturo Magno, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del XV secolo in stile rinascimentale da non confondere con la chiesetta della Madonna delle Grazie in territorio di Civitaretenga. Tra le Chiese di Civitaretenga segnaliamo la Chiesa di Sant’Egidio del XII secolo, antica chiesa parrocchiale prima che fosse costruita l’attuale parrocchia di San Salvatore, la Chiesa di Sant’Antonio di Padova: in campagna, la Chiesa madre di San Salvatore del XII secolo, la Chiesa della Madonna dell’Arco in campagna verso la fonte vecchia, con gli altri altari dedicati alla Natività di Cristo e all’Annunziata e infine la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del XII secolo.

In questo straordinario borgo non potevano mancare innumerevoli architetture civili come il Palazzo Baronale Santucci fortificato del 1632, residenza dei feudatari di Navelli, il Palazzo Francesconi già Cappa già Mancini, palazzo seicentesco con annessa cappella gentilizia (San Pasquale), il Palazzo Piccioli già Marchi già Mancini di impianto seicentesco con annessa cappella gentilizia (San Gennaro e Rosario), il Palazzo Onofri del 1498 situato nella parte medievale del paese “Spiagge Grandi” ed annesso ad una delle cinque porte di accesso al paese, “Porta Villotta” detta anche “Porta Sud”, Villa Francesconi con cinque ingressi con cancelli in ferro battuto edificata nel 1752 il più grande e pregevole palazzo con pregevoli dipinti, lo scalone monumentale, la cappella gentilizia, un pregevole pozzo in pietra, un parco di quattro ettari, pregevoli decorazioni della facciata tra cui il cornicione monumentale e la finestra principale dove sono scolpiti i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria. Per le architetture militari si annoverano Porta San Pelino o Porta Nord, la più caratteristica delle porte di Navelli, medievale, con arco gotico ogivale; Porta Villotta o Porta Est, arco gotico attaccato alle mura; Porta Macello o Porta Sud; Porta Santa Maria o Porta Ovest e infine la Necropoli di Navelli del II-I secolo a.C., sita presso l’area cimiteriale di Santa Maria in Cerulis,

Molto interessante e da visitare il borgo di Civitaretenga, anticamente chiamata “Civitas Ardingae”, sita dove sorgeva l’antica città vestina di Cincilia distrutta dal console Giunio Bruto Sceva verso l’anno 430 di Roma, risorto intorno al IX secolo assieme a quello di Navelli, sopra un colle per evitare saccheggi di popolazioni barbare come i Saraceni e Ungheri, che per la sua posizione impervia, ha conservato il suo aspetto originale,  fiorendo nell’arte della marcatura grazie agli ebrei, che ebbero concessioni dai reali di Napoli Ladislao di Durazzo e Giovanna II di Napoli, beneficiando della coltivazione dello zafferano di Navelli. La struttura del paese è dominata dal borgo fortificato, chiamato castello, per differenziarlo dal sobborgo del Ghetto, che sorge attorno la chiesa madre. Nel centro storico riveste particolare interesse l’attuale Via Guidea.

Anticamente (dal 1200 D.C. fino al 1500) questa strada portava il nome di via Giudea a testimonianza della presenza di un ghetto ebraico, percorso coperto, realizzato con un’articolata sequenza di archi di sostegno delle abitazioni sovrastanti, che porta nel cuore dell’antico quartiere ebraico, fino alla Piazza Giudea, quello che dai civitaresi viene chiamato “ju buch” (il buco) o ru busc“per la sua conformazione angusta e stretta, con un’architettura originale e molto articolata. Il ghetto era piccolo e raccolto intorno alla Sinagoga, ancora oggi è un luogo intriso di fascino.

Il borgo ha un’interessante presenza ebraica già dal XII secolo nel quartiere della parrocchia di San Salvatore, con la sinagoga presso il palazzo Perelli, che la ingloba come cappella palatina, modificando simboli cabalistici con il Trigramma di Cristo, con il Ghetto ebraico in cui si trova il nucleo più storico distinto in due zone, quella del castello e l’altra del cosiddetto ghetto, caratterizzato da brevi e stretti vicoletti, risalente al periodo tra il XII ed il XV secolo, di cui molte tracce sono andate perse nei tentativi successivi di eliminarne la presenza, coprendo gli stipiti contraddistinti da simboli giudaici con simboli cristiani, in particolare con il simbolo di S. Bernardino da Siena, il cristogramma IHS.

Navelli, un borgo dotato di una bellezza rara e unica, incredibile e affascinante, paese dell’”oro rosso”, con una storia millenaria e straordinaria, forse il più ricco di chiese nell’intero panorama abruzzese e non solo. Appello agli abruzzesi, spero pochi, che non lo hanno ancora conosciuto, non indugiate perché deve essere scoperto e visitato immediatamente … prima che sia troppo tardi 😊.

Fonti:

Foto: by Abruzzomania

https://it.wikipedia.org/wiki/Navelli

https://comune.navelli.aq.it/

www.regione.abruzzo.it

http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/laquila/navelli.htm

www.storianavelli.it

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°2 – San Giovannino a Serramonacesca

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguiendo il cammino sulla montagna madre della Majella. Custodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, proprio per questo motivo, non sempre accessibili a tutti o visibili ad occhi superficiali.  Memoria della storia di un popolo e delle espressioni culturali con le quali si esprimevano gli abitanti dei vicini paesi.

Gole dell’Alento dove è situato l’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Il nostro secondo incontro alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari continua a Serramonacesca con quello che veniva chiamato Eremo di San Giovannino, “San Giuannelle” in dialetto locale, e le adiacenti Tombe Rupestri nei pressi dell’Abbazia di San Liberatore a Maiella

Scalini d’ingresso all’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Dedicato ad uno dei primi e più grandi anacoreti della storia, San Giovanni Battista, asceta del deserto che vestiva di soli pelli di cammello, grande profeta, predicatore e precursore di Gesù, modello per molti altri successivi eremiti della storia. L’evento più importante della sua vita fu l’episodio in cui battezzò il Messia lungo il Fiume Giordano. Per questo i luoghi di culto a lui dedicati, come molti altri eremi in suo nome presenti in Abruzzo, sono quasi sempre edificati lungo le sponde dei fiumi, dei torrenti, delle sorgenti o delle cascate.

Eremo di San Giovannino e Tombe Rupestri con l’evidente fisionomia di un teschio (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.1 (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.2 (foto by David Giovannoli)

Si ritiene che l’eremo sia stato fondato da alcuni anacoreti che hanno preceduto i Monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Nelle adiacenze del sito sono ancora visibili, sulla parete rocciosa, alcune Tombe Rupestri le quali, nel loro complesso, riproducono straordinariamente la fisionomia di un teschio, quasi a voler ricordare ai passanti che, alla fine, tutti dovremo fare i conti con il nostro limite temporale e, di conseguenza, sarebbe meglio cercare di condurre una vita esemplare.

Abbazia di San Liberatore (foto by David Giovannoli)

A colpire non è la struttura dell’eremo, costituito da una cappellina molto semplice ricavata nella roccia, ma lo straordinario e suggestivo scenario naturale nel quale è immerso, quello delle Gole dell’Alento.

Tratto del torrente Alento n.1 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.2 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.3 (foto by David Giovannoli)

Privo di mura esterne presenta, ai lati, una piccola vasca di raccoglimento dell’acqua che stilla dalla parete rocciosa, la quale aveva la funzione di acquasantiera, e una tomba che, con molta probabilità, sarà appartenuta alla guida spirituale degli eremiti che vi abitavano. Al centro un piccolo incavo nel quale erano stati realizzati affreschi, purtroppo perduti, e dove era riposta la statua raffigurante San Giovanni Battista con le sembianze giovanili, anch’essa scomparsa, motivo per cui i serresi soprannominavano il luogo “San Giuannelle”, San Giovannino.

Vasca acquasantiera e nicchia dove era riposta la statua di San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)
Tomba all’interno della cappella dedicata a San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)

Il sentiero percorribile per arrivare in questo luogo di culto rupestre conduce anche alle alla Torre di Polegra dove poter ammirare un panorama mozzafiato sulle Gole.

Vista della Valle dell’Alento dalla Torre di Polegra (foto by Valerio Abbonizio)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, non si ripetono più da diverso tempo. Si possono solo dedurre per ipotesi, osservando ciò che avviene in luoghi analoghi. Poco prima dello spuntare del sole del 24 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza di San Giovanni, gli abitanti dei paesini abruzzesi usano ancora recarsi presso i fiumi o al mare per bagnarsi con l’acqua che, dalla mezzanotte allo spuntare del sole, si ritiene assuma proprietà taumaturgiche e purificatrici.

Bagno nel torrente dell’Alento (foto by David Giovannoli)

Questo è anche il giorno del Solstizio d’Estate, giorno in cui il sole, giunto al punto massimo di declinazione, comincia la fase di decrescita e la luce solare delle giornate si avvia gradualmente ad attenuare fino all’arrivo del Natale, periodo in cui ricomincerà di nuovo a crescere. Momento dell’anno ritenuto sacro già precedentemente ma che con il cristianesimo raggiunse un valore profondo. L’azione del sole è facilmente assimilabile, infatti, a quella del Battista che, dopo aver battezzato Gesù, si “ritirò” per fargli spazio. La religiosità popolare ha da sempre creduto, quindi, che in questo giorno le acque riacquistassero le stesse valenze di quelle del battesimo con la capacità di curare e purificare, questa volta, non solo l’anima ma anche il corpo. È molto probabile che lo stesso rituale sia stato praticato, in passato, anche qui. Ciò che è certo, però, così come testimoniano ancora i più anziani, è che all’alba del 24 Giugno di ogni anno essi usavano recarsi sul pianoro dei monti che sovrasta il paese, e che si affaccia sull’Adriatico, per assistere allo strano fenomeno del sole che, nel sorgere, l’immaginario popolare vedeva “lavarsi nel mare”. Come se San Giovanni, ogni anno, battezzasse nuovamente Cristo, il sole per eccellenza. E nella cui sfera solare affermavano anche di vedere il profilo del volto del santo che li avrebbe aiutati a predire l’annata: se il suo volto nel sole, nell’uscire, era tendente al chiaro, l’anno sarebbe stato buono, tendente allo scuro avrebbe annunciato cattivo presagio.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 87-92
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 33-36
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 177-178
  • Finamore Gennaro, Credenze Usi e Costumi abruzzesi, Adelmo Polla editore, L’Aquila, 1998, ristampa anastatica del 1890, pp. 152-168