Eccellenza d’Abruzzo n. 61 – Montorio al Vomano (TE): l’antico borgo dalle origini antichissime

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 61° Eccellenza, quella del comune di Montorio al Vomano in provincia di Teramo,  con la sua straordinaria eccellenza, l’antico borgo dalle origini antichissime. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 244, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Montorio al Vomano è un magnifico borgo medievale della Val Vomano  dalle antichissime origini, la cui storia è inevitabilmente legata al fiume Vomano, chiamato da Plinio “Flumen Vomanum“, che divideva i pretuziani che abitavano la sponda sinistra, dai Vestini-Pinnensi e dagli Atriani, che si trovavano alla sua destra nella zona prossima all’Adriatico. Ha per cornice un territorio fatto di piccole valli, dove scrosciano ancora i fiumi più irrigui, che ascendono fino alle vette del Gran Sasso d’Italia in un susseguirsi di campi, prati, boschi e fiori alpestri e che si snoda tra scorci suggestivi, pregevoli palazzi medievali e monumenti di notevole valore artistico, un luogo ricco di storia, numerosi sono i tesori culturali che racchiude, vestigia delle varie dominazioni che vi si sono succedute. Il nome Montorio deriva da Mons Aureus, “Monte d’oro”, come dimostra la presenza di stemmi nel centro storico della cittadina ipotesi avvalorata dal simbolo comunale risalente al XIV e XV secolo che riporta nella sua iconografia traccia dell’etimologia, che raffigura infatti tre colli con delle spighe di grano piantate sopra, un oro quindi che farebbe riferimento alle lussureggianti coltivazioni di grano che ricoprono i colli attorno il paese. Habitat di specie da salvare e proteggere, Montorio al Vomano è custode di un grado di biodiversità così alto da permettere l’istituzione del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga ed è posta all’imbocco dell’area protetta, diventata “la vetrina del Parco” e punto di partenza della Strada Maestra del Parco in cui si può effettuare una splendida passeggiata tra storia e natura ed oggi è una porta d’accesso del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga.

Il borgo, che si snoda tra scorci suggestivi, pregevoli palazzi medievali  e monumenti  di notevole valore artistico ed è un luogo ricco di storia,  numerosi sono i tesori culturali che racchiude, vestigia delle varie dominazioni che vi si sono succedute, con la parte più antica chiamata “il colle”, dal caratteristico aspetto di anfiteatro con più ordini di case situate a scaglioni dove fra le ammucchiate casette di costruzione cinquecentesca e lungo una schiera di antiche e caratteristiche abitazioni, sopravvivono ancora i resti dell’incastellamento medievale, presso la Rocca, e le imponenti vestigia del Forte S. Carlo, l’edificio voluto nel 1686 dal Vicere spagnolo di Napoli, il Marchese del Carpio, per dare alloggio alle truppe occupate nella lotta contro il brigantaggio, ma rimasto incompiuto e del quale rimangono oggi imponenti ruderi delle forti mura. Nella parte bassa, si slarga la piazza dalla quale si snodano le vie del paese, con le più antiche abitazioni gentilizie di costruzione seicentesca; una serie di palazzotti tutti molto interessanti, con i bei patii interni a corte, i portali a ghiera con grossi conci sagomati e gli eleganti portaletti con chiave d’arco. Il palazzo marchesale Camponeschi-Carafa, con il suo imponente portale e gli splendidi affreschi interni che risalgono al 1500. Particolare menzione merita la Torre dell’orologio che, oggi, presenta un quadrante di maiolica di Castelli con sfere di rame placcate in oro ma, anticamente, ne aveva uno dipinto in nero e alle 2 di notte suonava 44 tocchi, segnale al quale coloro che erano banditi dovevano rincasare.  I due archi dell’antico Palazzo dell’Università di Montorio e la piccola ma scenografica Piazza della Conserva, con il vecchio lavatoio.

Considerevoli i ruderi di un rarissimo tempio pre-romano dedicato ad Ercole di cui oggi rimane il basamento di epoca italica, a circa 7 km da Montorio al Vomano, protetto da una tettoia con pannelli informativi, testimonianze di epoca romana, dove sulla riva sinistra del Vomano probabilmente sorgeva l’insediamento di Beregra o Beretra, posto lungo la Via Caecilia e alcuni storici sostengono che il borgo sia sorto sulle rovine o nei pressi di quest’antica località pretuziana di Beregra, mentre altri storici hanno voluto identificare questa antica città nell’odierna Civitella del Tronto. Graziosa e delicata icona votiva è la piccola Chiesa della Madonna del Ponte, cappella barocca con notevoli affreschi interni che ogni anno ospita la statua della Vergine durante la relativa processione e il dipinto della Madonna con Bambino oggi custodito nella chiesetta. Nell’antico Borgo si può ammirare la piccola ma deliziosa Chiesetta di San Filippo, cui si accede da una scalinata che offre scorci molto suggestivi fra le vecchie case, si notano alcuni pregevoli portali in pietra, fra cui la stupenda facciata quattrocentesca di Casa Catini, con il portale dei leoni dal cui interno, si può ammirare la pittoresca veduta sul corso del Vomano e al di sotto sono stati ritrovati i resti di una villa d’età imperiale. Nella bella piazza Orsini, l’antica piazza del Mercato, si affaccia la cinquecentesca Parrocchiale di San Rocco con la Collegiata, il trionfo del Barocco, fatta edificare a partire dal 1527 dalla contessa Vittoria Camponeschi con una duplice facciata, una in pietra e una a mattoni. Vi si aprono due portali, uno di forme tardo rinascimentali (1549) e l’altro, barocco, del 1633. Nell’interno sono custoditi 4 monumentali altari lignei settecenteschi intagliati e dorati con statue e due preziosi dipinti d’epoca uno del 1530 raffigurante la Resurrezione e l’altra, del 1607, L’Ultima Cena. Di notevole interesse artistico sono anche il busto ligneo cinquecentesco di San Rocco e l’Organo settecentesco di autore anonimo (cm. 450 x 370 x 180 ca.), strumento di grande rilevanza storico-artistica ed alcuni documenti rinvenuti nell’archivio parrocchiale, ne testimoniano la provenienza napoletana e la datazione al 1636, attestandolo come l’organo più antico finora conosciuto in Abruzzo.

La piccola Chiesa inizialmente dedicata a San Francesco poi consacrata a S. Antonio quando sulla porta della chiesa fu scoperta un’iscrizione del Santo con annesso convento di S. Francesco, la cui fondazione è ignota ma, per forma e costruzione, si suppone sia stata edificata prima dell’Ordine dei Minori (prima del ‘500). Ai lati dell’altare maggiore sono i rappresentanti due miracoli del Santo: quello della mula che s’inginocchia davanti al Sacramento e, sulla sinistra, quello di Sant’Antonio morente che viene portato a Padova, opera del teramano Ugo Sforza. Nel cuore del centro storico Il Monastero dei Cappuccini legato al convento-chiesa della Santissima Concezione dei Frati Zoccolanti fondata nel 1576 e così chiamata dai montoriesi per l’usanza dei Frati Minori Osservanti di indossare zoccoli di legno, provocando rumore durante le processioni. con una forma a capanna rafforza da contrafforti, costruito nel Settecento presso il fiume Vomano che ha una navata unica barocca, con l’esterno che ricorda i monasteri trecenteschi, ricca di notevoli testimonianze artistiche, fra cui begli altari lignei di cui il maggiore fu intagliato dal famoso fra’ Giovanni Palombieri di Teramo, verso la fine del ‘700. Interessanti i due affreschi dell’altare principale, uno con il Papa che concede la bolla di riconoscimento dell’Ordine di San Francesco, l’altra raffigurante l’estasi del Santo. Suggestivo il Chiostro un tempo affrescato con immagini di Santi e stemmi gentilizi pitturati da monaci che dal 1998 è stato trasformato in un museo di arte, cultura e tradizione popolare della Vallata del Vomano e che raccoglie la collezione privata dell’artista Giovanni Gavioli che in oltre 30 anni ha reperito migliaia di antichi attrezzi della civiltà contadina. Di notevole interesse è la ricostruzione in miniatura degli antichi mestieri e scene di vita quotidiana che sono in gran parte animate e danno uno spaccato della vita tipica delle popolazioni abruzzesi della fine dell’ottocento e i primi anni del novecento riproducendo molti antichi mestieri ormai scomparsi.

Per l’artigianato artistico, stupendo è il Presepe ideato in ambiente suggestivo dal montoriese Giovanni Gavioli, aperto al pubblico durante il periodo natalizio con centinaia di figure, vestite nei costumi tradizionali dei propri mestieri, che in un paesaggio mirabilmente illuminato e costellato di case, mulini in movimento, costituiscono un  capolavoro di genialità. Chiudiamo con una serie di note: la più particolare riguarda la tradizione folkloristica Montoriese con il “Carnevale morto” in cui si celebra nel giorno delle ceneri un vero e proprio funerale usanza di antichissima origine derivante direttamente dalla commedia dell’arte. Altro importante avvenimento è la “Congiura dei Baroni”, rievocazione storica in costume d’epoca che trae spunto da una battaglia combattuta a Montorio il 7 maggio 1486 fra i baroni, fautori della restaurazione angioina e le truppe di Alfonso d’Aragona, figlio del re Ferdinando e che ogni anno si svolge nel centro storico cittadino e che propone tra l’altro la corsa pazza nuda per le vie del paese. Si conclude la carrellata di curiosità con lo “Stù”, un gioco di carte forse di origine irlandese pressoché sconosciuto in Italia e nel periodo di Natale adulti e bambini si affrontano con un mazzo di quaranta carte dipinte con originali figure, discutendo e giocando con gesti, contrattazioni e fraseggi in dialetto. Montorio al Vomano, un borgo da vedere!

Foto by Abruzzomania

Fonti

http://www.comune.montorio.te.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Montorio_al_Vomano

Collevecchio (Montorio al Vomano) – Wikipedia

Montorio al Vomano – Wikipedia

Montorio al Vomano (TE) un borgo da scoprire > ArticoloNove.it

Montorio al Vomano (TE) – BorghiAndSagre.it

Alcuni spunti di ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli

 

 

 

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°7 – Madonna dell’Altare

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguendo il cammino sulla montagna madre della MajellaCustodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, circondati dall’Infinito, costruiti dove non solo lo spirito, ma anche tutti i sensi possano essere in grado di rinfrancarsi.

Eremo visto dall’alto (foto by abruzzoturismo.it)

Lungo la strada che abbiamo utilizzato per circumnavigare la montagna, è avvenuto il nostro settimo incontro, quello con uno tra i più incantati dei luoghi di culto rupestri di questo territorio: l’Eremo della Madonna dell’AltarePalena, posto in cui è ancora possibile percepire la presenza, nonostante siano passati molti secoli dopo l’ultimo suo passaggio, di Papa Celestino V, uno dei più grandi eremiti di tutti i tempi.

Plastico dell’eremo n.1 (foto by David Giovannoli)
Plastico dell’eremo n.2 (foto by David Giovannoli)
Plastico dell’eremo n.3 (foto by David Giovannoli)

Dedicato alla Madonna dell’Altare, proprio per il fatto che l’edificio si erge a strapiombo su di un’imponente rupe scoscesa che da l’idea di un imponente altare naturale, appositamente realizzato dal Creatore per permettere all’uomo in ricerca di poter affacciare il suo sguardo sull’Infinito. E cosi, infatti, è stato probabilmente ancor prima del cristianesimo ma per scopirne realmente l’essenza si è dovuto attendere l’arrivo dell’eremita Pietro da Morrone, il futuro Papa del “Gran Rifiuto“, l’unico così profondamente connesso con Dio e con la Sua Creazione da riuscire a percepire per primo la presenza di questa “porta di accesso” all’Eterno.

Porta d’accesso (foto by David Giovannoli)

L’attuale struttura, però, è una costruzione dei Celestini non ancora presente ai suoi tempi, visto che nella sua umiltà, quando lo scelse personalmente come meta in cui dimorare nel Silenzio, si accontentò di una semplice cavità naturale situata nella roccia sulla quale oggi poggia l’eremo. In seguito al passare del tempo, l’edificio passò alla mercé di una ricca famiglia, i baroni Perticone, che ne fece la sua dimora estiva, apportando diversi restauri che furono necessari al cambiamento d’uso, poi con l’arrivo dei soldati tedeschi, nella II Guerra Mondiale, fu adibito a carcere. Fortunatamente, però, l’eremo è riuscito a preservarsi da queste dure prove ed oggi è stato restituito alla sua originale funzione, quella di luogo in cui rigenerare lo Spirito.

Interno del piazzale (foto by David Giovannoli)
Vista dall’orto delle erbe aromatiche (foto by David Giovannoli)

A differenza degli eremi finora visitati, spesso semplici grotte o piccole cappelline realizzate tra gli anfratti rocciosi, questa volta la struttura del luogo di culto si presenta in tutta la sua magnificenza. Un piccolo complesso molto curato esteticamente dove l’esterno si presenta quasi come se fosse un monastero fortificato. Porta d’accesso, particolari che fanno pensare a piccole guglie, una rocca inaccessibile. Ma anche l’interno, da poco restaurato, si presenta di grande fascino. Il refettorio, un antico camino per cucinare che soltanto con lo sguardo permette di assaporare la sua storia, e nei piani superiori le camere per l’ospitalità e una biblioteca, sempre con camino, dove potersi rifugiare nella lettura e nella ricerca interiore. Dalle finestre è dall’orto dove si coltivano le piante aromatiche, è possibile godere di un panorama stupefacente.

Vista dalla grotta di Celestino V (foto by David Giovannoli)
Luogo in cui si fermava l’eremita Celestino V (foto by David Giovannoli)

Insomma, in questo eremo ci sono tutti i presupposti per poter continuare a ricaricarsi, ancora oggi, allo stesso modo in cui facevano gli eremiti sulle orme di Celestino V. Non manca la chiesetta dedicata alla Madonna dell’Altare con una bella statua in suo onore e le campane i cui rintocchi continuano, attraverso i secoli, ad aiutare l’attento visitatore a ritrovare la concentrazione necessaria per ritornare al Silenzio.

Statua della Madonna dell’Altare
Campane nella Chiesetta dell’Eremo della Madonna dell’Altare (foto by David Giovannoli)

Dei riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, rimangono solo il pellegrinaggio in onore della festa tradizionale della Madonna dell’Altare, il 2 Luglio. I pellegrini partono da Palena, molti arrivano anche dai paesi limitrofi, e giungono all’eremo dove, almeno anni fa, si usava pernottare per poi ripartire il giorno successivo.

Interno dell’eremo 1 (foto by David Giovannoli)
Finestra dell’eremo che si affaccia sul panorama (foto by David Giovannoli)
Interno dell’eremo 1 (foto by David Giovannoli)

Attualmente l’eremo è gestito dall’associazione Eremo Celestiniano Palena, che custodisce nelle sue sapienti mani questa meraviglia. Siamo stati ricevuti da loro con grande accoglienza. Siamo stati trasportati dai loro racconti e dalla loro guida alla visita della struttura, e sicuramente troveremo l’occasione per tornare, un giorno, per soffermarci alcuni giorni e godere della loro preziosa ospitalità, nonché per immergerci nel Silenzio e rinfrancare il nostro Spirito.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 114-118
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 33-34

“Eremi della Maiella”: 1. Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca, 2. Eremo di San Giovannino a Serramonacesca, 3. Eremo della Madonna della Mazza a Pretoro, 4. Grotta del Colle a Rapino, 5. Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, 6. Monastero di San Martino in Valle, 7. Eremo della Madonna dell’Altare

Eccellenza d’Abruzzo n. 60 – San Vito (CH): Trabocco Turchino ed Eremo Dannunziano

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 60° Eccellenza, quella del comune di San Vito in provincia di Chieti,  con la sua straordinaria coppia di eccellenze, il Trabocco Turchino e l’Eremo Dannunziano. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 245, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

 

Il trabocco ha sempre rappresentato il simbolo della Costa dei Trabocchi ed è sempre stato una forte connotazione del brand turistico d’Abruzzo. Uno dei più belli della Costa dei Trabocchi, il Trabocco di Punta Turchino,  si trova a San Vito. Situato nel “Quarto di sotto” in località Portelle, unico della zona a non essere adibito ad attività di ristorazione, prende il suo nome dalla sua posizione, si trova infatti in corrispondenza di una piccola sporgenza della costa denominata promontorio di Capo Turchino, uno dei luoghi più affascinanti di San Vito e qui, complice anche la posizione a strapiombo sul mare che caratterizza tutta la zona, lo spettatore potrà sentirsi trasportato in un’epoca lontana.

E’ completamente realizzato su palizzate di legno senza fondazioni ma fissate in equilibrio, a volte con strallo di cavi e con fissaggio di pali alla roccia. Attraverso un percorso su tavole di legno da riva si arriva al casotto di pesca e alla piattaforma dalla quale, attraverso un complesso sistema di tiranti e bilancieri, è possibile immergere e ritirare le reti da pesca.
E’ questo il famoso trabocco di cui parla  D’Annunzio nel suo “Trionfo della morte”, ma già citato in lettere a Barbara Leoni sua amante (soprannominata “la bella romana”) nel 1889 e così lo descrive il Vate…all’estrema punta del promontorio destro, sopra un gruppo di scogli, si protendeva un Trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e travi, simile a un ragno colossale…“.

A due anni dal crollo avvenuto  per una violenta mareggiata nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2014 il restauro del Trabocco ha consentito la rinascita di un simbolo della cultura e delle tradizioni abruzzesi, riconoscendo la sua valenza culturale, storica e artistica, con inaugurazione avvenuta il 4 Giugno 2016. La ricostruzione della macchina da pesca è costata 185 mila euro attraverso finanziamenti della Regione Abruzzo (110 mila euro) e del Comune di San Vito (75 mila euro).

I trabocchi furono inventati nel XVIII secolo da famiglie ebree di pescatori, sulla costa di San Vito ed il più antico è quello di Punta Turchino. Successive costruzioni si ebbero oltre che in Abruzzo, anche in Puglia (Vieste e Peschici). Oggi i trabocchi sono stati ricostruiti ed ampliati rispetto ai precedenti originali, ma non sono più funzionali al loro scopo precipuo, quello della pesca. Diversamente non potrebbe essere, perché, nonostante gli importanti interventi di raccolta delle aste fognarie effettuati dai comuni del bacino imbrifero fin dagli anni sessanta, il funzionamento non sempre a pieno regime degli impianti di depurazione che sussiste ancor oggi ha permesso in varie occasioni l’accumulo di una certa quantità di agenti inquinanti nel torrente Feltrino che sfocia nei pressi del molo, rendendo non sempre commestibile l’eventuale ittiofauna pescata.

I trabocchi nell’area comunale sanvitese sono: Trabocco Mucchiola (confine Ortona-San Vito, località Ripari); Trabocchi “Vento di Scirocco” e “San Giacomo”, sul pontile del lungomare di Gualdo, presso la Marina; Trabocco Punta Fornace, su viale Colombo, lungo la SS 16; Trabocco Turchino (calata Turchino, località Fosso San Fino); Trabocco Annecchini (località Fosso San Fino, sotto il promontorio dannunziano); Trabocco Traforetto (SS 16, località Portelle); Trabocco Valle Grotte (SS16, località Fosso Canale).

Spicca A San Vito insieme al trabocco Turchino e all’omonima spiaggia site a poca distanza, straordinaria eccellenza di questo altrettanto straordinario luogo, l’Eremo dannunziano chiamato anche eremo di San Vito dove nell’estate del 1889 risiedette Gabriele d’Annunzio. Attualmente il casolare è adibito a casa-museo dedicata a Gabriele D’Annunzio. Il promontorio, denominato anch’esso “dannunziano”, si configura come parte dell’eremo e ospita un piccolo centro di documentazione sulla flora e fauna marina della zona. È situato al di sopra del Trabocco Turchino, descritto e immortalato da D’Annunzio in uno dei suoi romanzi, Il trionfo della morte. “…Quella catena di promontori e di golfi lunati dava l’immagine d’un proseguimento di offerte, poiché ciascun seno recava un tesoro cereale. Le ginestre spandevano per tutta la costa un manto aureo. Da ogni cespo saliva una nube densa di effluvio, come da un turibolo. L’aria respirata deliziava come un sorso d’elisir.”

In questa residenza il poeta pescarese soggiornò dal 23 luglio al 22 settembre 1889 insieme alla sua amante Barbara Leoni (soprannominata la “bella romana”), qui trovò ispirazione e ambientazione per il Trionfo della Morte, ultimo della cosiddetta trilogia dei Romanzi della Rosa dopo Il piacere L’innocente. Nel testo è ai piedi del promontorio che i protagonisti del romanzo perdono la vita. La residenza, oggi di proprietà privata, può essere visitata d’estate su richiesta.

D’Annunzio affittò la casa del massaro Nicola di Sciampagna, detto “Cola”, presente anche nel Libro III del Trionfo della morte tra i personaggi citati dal poeta. L’innamorata di D’Annunzio, Barbara Leoni detta affettuosamente “Barbarella“, era nata come Elvira Natalia Fraternali a Roma il 26 dicembre 1862, aveva sposato nel 1884 il conte Ercole Leoni da cui prese il nome, un matrimonio infelice a causa della sua sterilità provocata da una malattia venerea trasmessa dal marito. Il poeta D’Annunzio si incontrò con Barbara il 2 aprile 1887 presso il Circolo Artistico di via Margutta a Roma, assistendo a un concerto; al loro amore presto sbocciato, iniziarono a nascere i pettegolezzi, così D’Annunzio si rivolse all’amico francavillese Francesco Paolo Michetti perché trovasse in Abruzzo un rifugio sicuro lontano dalle malelingue e dalla chiassosa città romana. Michetti trovò un casale nei pressi di San Vito Chietino, lungo la costa adriatica, dove i due amanti passarono l’estate del 1889.

Secondo la critica l’amore di D’Annunzio per la Leoni fu tra i più genuini insieme a quello per la Duse, il 20 luglio 1889 inviata da Pescara in una lettera nella quale aveva riportato uno schizzo della casetta dell’eremo, D’Annunzio avvertiva Barbara: “Parto ora da Francavilla, sono stato stamani in San Vito, con Ciccillo [Michetti]. Oh, amor mio, che nido strano e meraviglioso! Bisognerà che sii molto paziente, perché ogni comodo della vita mancherà…! Il poeta fece ricoprire il giardino dell’eremo di ginestre non appena giunse la Leoni, soprattutto il viale sterrato che collegava l’eremo alla stazione ferroviaria sulla Marina. D’Annunzio tornerà all’eremo anche nei primi anni del Novecento, in segreto, ritrovando ancora il massaro Cola che glielo affittò. Di recente è stato acquistato da Fernando De Rosa, un cassinate salvatosi dalle battaglie cruente della seconda guerra mondiale, fuggendo il 15 febbraio 1944 dalla città bombardata. Il De Rosa ristrutturò l’eremo, cercando di riportarlo alla struttura originaria dell’epoca di D’Annunzio, ricostruendo la camera da letto e la biblioteca.

Barbara Leoni era morta a Roma nel 1949, sepolta al cimitero del Verano. Dato che la concessione trentennale della tomba stava per scadere, il De Rosa provvide a riesumare il corpo, nel 2009 è stato collocato nel giardino della casa sanvitese, in un piccolo tumulo ornato, con l’incisione in versi “Barbarae Leoni / Siste! / Sub hisa saxis / sunt ossa / frementia amore: / hic / ubi amore arsit / Barbarae rursut / adest / F.D.R / Memorae causa”. D’Annunzio invece ricorderà un’ultima volta la costa sanvitese e l’eremo nelle pagine del suo Il libro segreto di Gabriele d’Annunzio (1936).

FONTI

Foto by Abruzzomania

http://www.abruzzoweb.it/contenuti/riecco-il-trabocco-del-vate-il-turchino-e-ricostruito-dopo-il-crollo-del-2014/601624-365/

https://it.wikipedia.org/wiki/San_Vito_Chietino

https://www.youtube.com/watch?v=QbN-yob745I


http://www.vasteggiando.it/it/il-trabocco-di-punta-turchino

https://it.wikipedia.org/wiki/Eremo_dannunziano

 

 

Eremi della Maiella n°6 – Eremo di Santo Spirito (Abbazia di San Martino in Valle) a Fara San Martino

L’Abruzzo è una regione non solo con la concentrazione di Eremi, per densità sul territorio, più alta del mondo, preceduto solo dal Tibet e dalla Cappadocia, ma anche un territorio tempestato di Monasteri e di Chiese romaniche. Ad ogni eremo, infatti, quasi sempre corrispondeva un Abbazia dalla quale i monaci partivano alla ricerca di un Silenzio che solo nella solitudine e nel deserto delle montagne abruzzesi era possibile trovare. Luoghi, come le grotte, spesso lasciati nelle condizioni in cui la natura li aveva conformati, altre volte, a seconda dell’importanza che assumevano venivano preservati da rudimentali architetture che, a distanza di secoli, li custodiscono come scrigni e ci permettono di vivere ancora momenti di Eternità.

Il nostro viaggio alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari prosegue con l’Eremo di Santo Spirito di Fara San Martino Fara San Martino situato sui monti della Maiella.

Eremo-grotta di Santo Spirito a Fara San Martino (Foto by Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, p. 110)

Dedicato San Martino di Tours, soldato romano nato da genitori pagani in Pannonia, oggi l’attuale Ungheria, che secondo la tradizione donò metà del suo mantello ad un mendicante seminudo che pativa il freddo durante un gelido acquazzone, facendo subito miracolosamente schiarire il cielo e rendendo la temperatura più mite. Gesto che, nella stessa notte, provocò anche l’apparizione di Cristo rivestito dello stesso lembo di mantello donato al povero, e che gli fece prendere la decisione di convertirsi al cristianesimo. Uno dei fondatori del monachesimo in occidente, eremita e cercatore della vita ascetica ed uno dei Santi più venerati dai Longobardi, fondatori del paese di Fara S. Martino.

L’eremo, che altro non è che una semplice grotta, è stato fondato dai monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Martino in Valle, di cui si hanno le prime fonti storiche che risalgono all’829. La tradizione vuole che sia stata edificata dallo stesso santo arrivato sulla Maiella all’interno del Canyon da lui creato per aver aperto a gomitate una via tra le rocce per permettere agli abitanti di Fara di accedere ai pascoli e alle fonti d’acqua.

Entrata del Vallone Santo Spirito (foto by Davi Giovannoli)
Abbazia di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)
Abbazia di San Martino in Valle (foto by Virtù Quotidiane)

L’abbazia, purtroppo, fu abbandonata l’8 settembre del 1818 a seguito di una frana che lo ricoprì completamente di detriti. Nel 2009 un’operazione di scavi la riporto alla luce e, nonostante siano rimaste solo rovine, i suoi resti, all’interno del vallone e tra le immense pareti rocciose che la circondano, creano un’intensa suggestione. Se si osserva attentamente, inoltre, è ancora possibile leggere la sua storia attraverso alcune delle decorazioni che adornavano i suoi capitelli, segni d’un tempo che non verrà mai più sepolto.

Interno dell’Abazia di San Martino in Valle (foto by Pinterest)
Interno di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)
Interno dell’Abazia di Sa Martino in Valle (foto by David Giovannoli)

Seppur resta difficile credere che San Martino di Tours sia riuscito ad arrivare in Abruzzo, la tradizione popolare ha saputo fondere e collegare i suoi luoghi con la storia, questa volta reale, di un altro eremita di nome Martino, abruzzese e nato ad Atessa nel quattrocento, tutt’ora venerato e che un tempo si ritirò nel Silenzio proprio negli stessi luoghi in cui si ritiravano i monaci benedettini del vicino monastero. La tradizione narra che all’approssimarsi della sua morte il Santo, tornato in paese, chiese al popolo di commemorarlo portando ogni anno dei ceri nel luogo del suo eremitaggio

Interno dell’Abazia di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)
Interno dell’Abbazia di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)
Interno dell’Abbazia di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)

A ricordarlo sono i suoi compaesani che ogni anno compiono un rituale in suo onore chiamato “La ‘ntorcia” di San Martino”.

San Martino eremita di Atessa (foto by lantorciadisantmartine.it)

Un pellegrinaggio impegnativo, ma ricco di emozioni e carico di spiritualità che si mette in scena tutte le prime domenice del mese di maggio. I pellegrini partono di notte, intorno alle 3 del mattino uscendo dalla Chiesa di San Leucio in direzione del Vallone di Santo Spirito di Fara San Martino portando in dono all’eremita cinque grandi ceri votivi del peso di circa 7 chili e adornati di fiori, chiamati “n’torcia“, rito necessario, secondo la credenza popolare, a propiziare il buon esito dei raccolti.

Ndorcia di San Martino eremita di Atessa (foto by lantorciadisantmartine.it)

Un percorso abbastanza lungo, circa 30 chilometri, lungo il quale, però, i devoti atessani trovano ristoro grazie agli abitanti dei paesi attraversati che, molto spesso, decidono di unirsi al loro cammino. Arrivati a destinazione, i pellegrini lasciano due mazzi di spighe di grano e due ceri nella chiesa principale del paese di Fara San Martino, si fermano nella chiesa di Santa Maria dell’uliveto che si trova all’imbocco della gola di San Martino, e giungono ai ruderi dell’antica Abbazia di San Martino in Valle. I devoti più temerari saliranno, infine, fino alla grotta. Qui deporranno le ultime “ndorce” e le accenderanno per poi raccogliere delle piccole pietre al suo interno, definite “le cicelitte”, usate, una volta a casa, per guarire i dolori addominali o per benedire i propri campi

Riti della religiosità popolare che risalirebbero agli ancestrali culti delle divinità solari in cui, sin dalla preistoria, si usavano accendere fuochi, simbolo maschile del sole e dei suoi raggi, all’interno delle grotte, simbolo femminile del ventre materno, per propiziare la fertilità della Madre Terra. Un rituale molto simile nei particolari anche a quello compiuto nell’antica Grecia in onore di Apollo.

Raccolta di pietroline nell’Eremo-grotta di San Martino (foto by lantorciadisantmartine.it)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014

“Eremi della Maiella”: 1. Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca, 2. Eremo di San Giovannino a Serramonacesca, 3. Eremo della Madonna della Mazza a Pretoro, 4. Grotta del Colle a Rapino, 5. Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, 6. Monastero di San Martino in Valle, 7. Eremo della Madonna dell’Altare

Eccellenza d’Abruzzo n. 59 – Rivisondoli (AQ): Borgo fortificato arrampicato

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 59° Eccellenza, quella del comune di Rivisondoli in provincia di L’Aquila,  con il suo magnifico Borgo fortificato arrampicato. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 246, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Il borgo di Rivisondoli (AQ) è una rinomata località di turismo sia estivo che invernale, base di partenza per escursioni sciistiche nel comprensorio di Roccaraso, ma è anche e soprattutto un antico borgo fortificato, un tempo racchiuso tra imponenti mura. Situato alla base del Monte Calvario, tra l’altopiano delle Cinque Miglia e quello di Roccaraso, dopo il devastante incendio del 1792, l’attuale aspetto della cittadina è prettamente di carattere storico-artistico ottocentesco. Alcuni resti a testimonianza delle antiche fortificazioni sono ancora visibili le porte che consentivano l’accesso al borgo, la quattrocentesca Porta Antonetta caratterizzata dai tipici piombatoi e la porta nei pressi di Palazzo Sardi, nonché la cosiddetta Porta di Mezzo.

 

E’ tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII, il paese andò acquistando la tipica fisionomia di borgo arrampicato, avvinghiato alla roccia, centrale rispetto alle aree coltivabili e alle zone adibite a pascolo che tornavano ad essere decisive per l’economia ed il progresso sociale del luogo, il quale, finita l’epoca delle invasioni, cominciava di nuovo a fiorire grazie alla ripresa della transumanza.

Il nucleo del borgo arroccato che sempre di più si sviluppò dal ‘300 in poi è ancora oggi evidente e presenta una struttura urbana raccolta, con edifici che s’affacciano su un sistema viario reticolare originario, fatto di stradine a scalinate che assecondano perfettamente il ritmo del pendio, e provvisto di un particolare tipo di cinta muraria (case a schiera).

 

Non solo l’incendio del 1792 ma anche eventi bellici e tellurici (come il terremoto del 1915) hanno cancellato per sempre molte evidenze storico-artistiche, risparmiando tuttavia importanti testimonianze architettoniche quali il Palazzo Baronale, la settecentesca chiesa del Suffragio e la chiesa di Sant’Anna; quest’ultima, restaurata nel 2013, è la cappella annessa al palazzo Baronale e internamente ospita un altare barocco in stucco.

Da visitare nel borgo sono la Chiesa parrocchiale di San Nicola di Bari, ricostruita nei primi anni del ‘900 nello stesso luogo su cui sorgeva quella antica, la Chiesa di Santa Maria del Suffragio con il suo portale dalle volte barocche ed il Santuario di Santa Maria della Portella a cui è rivolta una particolarissima devozione popolare. Nacque nel periodo del 1300 la primitiva ed ormai scomparsa chiesa parrocchiale di Santa Maria a Fonte o dell’Ospedale che si ergeva di fianco all'”albero della fonte“, un olmo altresì non più esistente, che si riteneva prova dell’origine longobarda del comune, e alla piccola ma monumentale fontana che rappresenta l’unica superstite vestigia dell’antica parrocchia.

Ciò che l’ha resa famosa anche a livello internazionale è la Sacra Rappresentazione del Presepe Vivente che ha luogo il 5 Gennaio di ogni anno: l’intero borgo è scena della venuta del Salvatore, la popolazione tutta è coinvolta in quella che è certamente una delle manifestazioni abruzzesi di maggior rilevanza. Il Comitato Presepe si è reso promotore di molteplici iniziative di carattere culturale, prima tra tutte l’allestimento di un Museo dell’Arte Presepale, oltre ad aver creato un piccolo ma interessantissimo Museo del Costume.

Per chi si recherà a visitarla, un saggio consiglio è quello di assaggiare il tradizionale pane casereccio locale preparato con lievito naturale e patate e le deliziose ciambelle di San Biagio. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 cominciò una fase di straordinaria importanza per Rivisondoli, con l’inserimento sulla ferrovia Sulmona-Isernia e l’arrivo di re Vittorio Emanuele e della sua famiglia, che nel 1913 furono ospitati nell’elegante edificio ottocentesco dell'”albergo degli Appennini“, attualmente conosciuto come “residenza reale“. La venuta dei reali contribuì a fare diventare Rivisondoli una delle più note stazioni sciistiche e favorì l’arrivo di sempre maggiori quote di turisti ed appassionati della montagna.

Fra gli altri edifici di valore storico-architettonico vi sono alcune “case” e palazzi settecenteschi: Casa De Capite, Casa Torre, Casa Romito, Casa Caniglia, Casa Gasparri, Casa Notar Grossi e Casa delle Signorine Ferrara, quest’ultima situata al lato dell’antico teatro del paese; di spicco è il Palazzo Ferrara in via del Suffragio, appartenuto al gentiluomo Don Eugenio Ferrara, grande proprietario terriero e illuminato podestà di Rivisondoli nel periodo fascista. In tutti i casi, si tratta di edifici caratterizzati da portali con elementi anche molto particolari, incorniciati da fregi in pietra finemente lavorata e in alcuni casi anche da “vignali“, tipici pianerottoli con scala prospicienti l’ingresso, e da balconi e terrazzini che fanno registrare la presenza di accurati lavori in ferro.

Fonti:

Foto by Abruzzomania

Rivisondoli – Pietransieri Racconta (pietransieri-racconta.com)

http://www.eccellenzedabruzzo.it/rivisoldoli-aq/

http://www.comune.rivisondoli.aq.it/

Eccellenza d’Abruzzo n. 58 – Palombaro (CH): Grotta di Sant’Angelo

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 58° Eccellenza, quella del comune di Palombaro in provincia di Chieti,  la Grotta di Sant’Angelo. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 247, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

 

Palombaro noto come la “sentinella della Majella” per via della sua posizione strategica situata su un colle a guardia degli antichi percorsi tratturali è il classico borgo immerso nella tranquillità, nella storia e nelle forti tradizioni religiose.

Il piccolo borgo è presente nel territorio la Riserva Naturale Fara San Martino Palombaro, nota per la presenza dell’orso marsicano, del lupo appenninico, del capriolo, del cervo e del camoscio d’Abruzzo, ma la sua eccellenza a quasi 800 metri di quota, in un contesto naturalistico molto suggestivo a Valle di Palombara, una delle più spettacolari della Majella, caratterizzata da pareti sulle quali si aprono numerose grotte, all’interno del Parco nazionale della Majella,  è la Grotta di Sant’Angelo con annessa la Chiesa rupestre di Sant’Agata d’Ugno che era anticamente destinata al culto di San Michele Arcangelo, di cui ora resta solo l’abside in conci di pietra squadrata in stile romanico.

Gli archetti su tutto l’invaso dell’abside sono in pietra calcarea della Majella. La sua parte interna è chiusa da una grande roccia obliqua e dai resti di una costruzione. Due tratti di mura sono raccordati da un’abside semicircolare che costituisce il resto più evidente della chiesetta altomedioevale. Le mura e l’abside sono interessati da una fila di archetti pensili. L’abside è impreziosito da decorazioni con cordonature a tortiglioni. La parte interna è occupata nella parte bassa da una roccia che la attraversa quasi completamente. Su di essa sono ricavati dei gradini irregolari che portano nella zona absidale.

La costruzione dell‘eremo risalirebbe all’XI secolo ma la prima e unica notizia storica della chiesa è del 1221 e si rileva da una bolla di Onorio III° che cita i possedimenti dell’abbazia di San Martino in Valle tra cui le chiese di Sant’Angelo e di San Flaviano di Palombaro. La grotta conserva i resti delle numerose cisterne utilizzate per la raccolta delle acque.

Essa è un enorme riparo sotto la roccia che ha pianta rettangolare con l’ingresso largo 35 metri che oltre i ruderi della chiesa, conserva i ruderi di quattro cisterne per la raccolta di acqua piovana di cui, le prime due sono poste al lato destro dell’ingresso, la prima è di forma semicircolare, mentre la seconda è di forma rettangolare collegate fra di loro per mezzo di un foro. La terza vasca è di forma ellissoidale ed è stata realizzata ai piedi di un masso roccioso nel fondo della grotta, questa cisterna raccoglieva l’acqua di scolo della grotta. La quarta cisterna è sita all’esterno ha una forma pseudorettangolare e presenta un foro di scolo.

La tradizione vuole che la chiesa fu costruita tra il XI ed il XII secolo su un tempio dedicato a Bona, dea della fertilità ed una tradizione racconta che le puerpere fedeli alla dea Bona si recassero nella grotta e cospargersi con l’acqua delle sorgenti all’interno della grotta le mammelle per tutte le caratteristiche perché vi nascesse in seguito un culto per S. Michele Arcangelo:

Ci sono anche riti ed eventi collegati alla grotta e si narra che le puerpere si recavano nella grotta per aspergere le mammelle con l’acqua che scaturiva all’interno e favorire così l’abbondanza di latte e la presenza delle numerose vasche scavate nella roccia sembra confermare questa antica usanza

Foto by Abruzzomania

Fonti

Grotta Sant’Angelo (Palombaro) – Wikipedia

Palombaro | Regione Abruzzo | Dipartimento Sviluppo Economico – Turismo (abruzzoturismo.it)

Grotta Sant’Angelo – Palombaro (CH) | Regione Abruzzo | Dipartimento Sviluppo Economico – Turismo (abruzzoturismo.it)

Eccellenza d’Abruzzo n. 57 – Fano Adriatico (TE): Chiesa dei Santi Pietro e Paolo

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 57° Eccellenza, quella del comune di Fano Adriatico in provincia di Teramo, con la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 248, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Fano Adriano sorge probabilmente sui resti di un antico insediamento romano e sotto la signoria di Pardo Orsini, fece parte del Marchesato della Valle Siciliana che aveva la sua capitale a Tossicia e seguì le vicende del Regno fino all’unità d’Italia. Interessante è il centro storico, raccolto intorno alla Chiesa madre, eccellenza del paese di cui parleremo in seguito, centro storico che conserva caratteri architettonici cinquecenteschi, specialmente nella zona detta “del Coro” e a Piazza Prato, dove è possibile ammirare un’abitazione privata che presenta anche un esempio di “gafio“, elemento architettonico di derivazione longobarda tipico dell’alta valle del Vomano e testimonianza dell’appartenenza al ducato longobardo di Spoleto.

Una assoluta curiosità è il motto di Fano Adriano: le cosiddette “7 effe” espressione ritrovata in alcune antiche epigrafi nel territorio del paese. Nell’immaginario popolare, esse sarebbero un gioco di parole, di esortazione ai fanesi: “Fanesi Furono Forti Fatevi Forti Figli Fanesi“. In realtà, secondo gli studiosi è probabile che il suo significato originale fosse molto diverso: si riferirebbe, infatti, a ciascuno dei 7 templi (in latino Fanum) dell’Ager Hatrianus (dell’antica Grecia l’anfizionia rappresentava una lega di città vicine a scopo di culto), il principale fra i quali era proprio quello di Fano Adriano. Si tratta di un’antica e misteriosa epigrafe la cui derivazione e il cui significato sono ancora sconosciuti. il tempio sito in Fano sarebbe stato dedicato al dio Adrano e, situato sul colle più alto (m. 1000), sarebbe stato il primo in ordine di importanza.

Nella parte più antica dell’abitato è sita la Chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo con una facciata cinquecentesca, il campanile del 1550 ed il portale realizzato nel 1693 che reca nella lunetta delle maioliche di Castelli ottocentesche attribuibili a Tito Barnabei. Eretta nel 1335 sui resti di un tempio romano, presenta forme cinquecentesche ha un’interno diviso in tre navate e scandito da una serie di archi a tutto sesto affrescati con motivi geometrici e figure di Santi (1592). Di grande interesse è la simbologia presente in essi legata al mondo rituale e magico della tradizione abruzzese (lingua fallica, cariatidi che impudicamente mostrano i seni e il pube ecc. etc). Pregevoli sono i soffitti lignei seicenteschi, in particolare quello della navata centrale, datato al 1608 ma di impianto ancora rinascimentale, a cui furono aggiunte delle tele nel tardo Seicento e poi nel Settecento.

 

La presenza di un’immagine di San Domenico inserisce anche questo soffitto nell’intensa opera educativa condotta dai Domenicani, a partire dal Seicento, attraverso la decorazione degli edifici sacri delle aree periferiche abruzzesi. Gli altari lignei barocchi propongono una mescolanza di elementi eterogenei che vanno dall’impianto rinascimenatle della struttura, mescolando ad ascendenze berniniane (da accertare è ancora il ruolo dell’intagliatore RICCIONI, che si pensa abbia fatto parte delle maestranze utilizzate da BERNINI per le sue realizzazioni in San Pietro), all’elemento popolare, testimoniato dall’uso del legno e dall’iconografia delle parti decorative.

La facciata della chiesa è costruita con blocchi di arenaria locale, diversi dal materiale di costruzione del corpo dell’edificio e identici alla parte più antica del vicino eremo dell’Annunziata da cui probabilmente provengano. Il portale in pietra del 1693 è ornato da una lunetta in ceramica di Castelli, raffigurante i santi Pietro e Paolo, ed è affiancato da due piatte lesene che le conferiscono un aspetto che ricorda da vicino l’impianto delle Chiese aquilane. La loggia sul fianco sinistro è databile al XVI secolo grazie ad un capistello che reca la data della battaglia di Lepanto (1571) mentre il porticato sul retro è frutto di un restauro settecentesco (1741 circa). Il campanile, quadrangolare, è in pietra lavorata a bugnato rustico ed irregolare e porta la data del 1658.

L’organo settecentesco, opera di Adriano Fedri, è posto sulla cantoria mistilinea intagliata, dipinta e dorata. La chiesa conserva altresì alcuni dipinti cinquecenteschi e seicenteschi tra cui un “Trionfo dell’Immacolata” dei ravennati Ragazzini, un “Sant’Antonio abate con storie della sua vita” d’ignoto pittore meridionale e una “Sant’Anna con la Vergine Maria“. Sul retro della chiesa, vi è una nicchia affrescata con “La vergine del Rosario“, guasta opera di un allievo del Barocci.

Per concludere una interessante curiosità che riguarda Fano Adriatico: il termine “Grignetti” da cui abbiamo attinto buona parte delle notizie sulla eccellenza della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, si fa riferimento a delle antiche vasche scavate nella pietra situate in una zona poco fuori il paese. Furono probabilmente antichi pigiatoi per la vinificazione che alcuni fanno risalire al periodo preistorico ma che più probabilmente trovano una datazione più realistica nel periodo medievale. La scelta di tale nome risiede nel forte valore simbolico di tali pigiatoi, vestigia di attività scomparse ma forti nella memoria, resistenti al tempo, arroccati tra guglie e creste rocciose maestose.

Fonti:

Chiesa di SS Pietro e Paolo (grignetti.it)

https://it.wikipedia.org/wiki/Fano_Adriano

http://www.comune.fanoadriano.te.it/

La Via Lattea d’Abruzzo (n°5): Grana d’Abruzzo Gran Sasso

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: grana d’Abruzzo Gran Sasso

Via Lattea (immagine by David Giovannoli)

(vedi Intro)

Secondo National Geographic, Rocca Calascio è uno dei Castelli più belli del mondo, non tanto per la sua struttura ma, a differenza degli altri, per lo straordinario circondario nel quale è incastonata la sua rocca. Ma non è solo lo scenario del Tibet d’Abruzzo o la fiabesca fortezza di Ladyhawke ad eccellere perché, qui, all’interno delle grotte della rocca sulla quale poggia il castello, si produce uno straordinario ed insolito formaggio. Entrerà anche questo a far parte della lista dei 15 formaggi più buoni del mondo?  Siamo andati a verificare…

Castello di Rocca Calascio (foto by David Giovannoli)
Oratorio di Santa Maria della Pietà a Rocca Calascio (foto by David Giovannoli)
Locandina del film di “Ladyhawke” (foto by Medievaleggiando)

Questa volta il nostro viaggio attraverso la Via Lattea d’Abruzzo alla scoperta della nostra 5° stella, ci ha portato ad “arroccarci” nel piccolo ma incantevole borgo dove domina il Castello di Rocca Calascio e dove si realizza un prodotto caseario unico nel suo genere: un grana d’Abruzzo chiamato Gran Sasso. Un formaggio che per le sue forme e per la sua compattezza rimanda, una volta tagliato, niente di meno che alla rocca dalla quale prende vita. Unico perché non ha eguali: un processo di stagionatura simile al più famoso ed internazionale Grana Padano ma con una peculiarità tutta abruzzese: l’utilizzo del latte crudo di Pecora al 100%.

Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 1 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 2 (foto by David Giovannoli)

Ai piedi dell’incredibile Castello che tutto il mondo ci invidia, siamo stati accolti dall’ideatore di questa preziosissima opera culinaria, Federico Faieta, nell’attività di ristorazione che ha deciso di avviare rilevando una delle tante storiche dimore del borgo poggiato sulla roccia sottostante, la “La Taberna di Rocca Calascio“. E qui, all’interno di questa antica dimora, si nasconde una delle grotte nelle quali avviene l’affinamento del grana d’Abruzzo Gran Sasso, scavata nella parete rocciosa che fa da fondamenta all’antico edificio. Luoghi, questi, dove i pastori della montagna del Gran Sasso, soprattutto nei periodi nei quali non erano via per la transumanza, grazie al microclima ideale, da secoli e secoli hanno imparato ad affinare la loro arte casearia con sapiente dovizia, e dove, grazie agli attuali proprietari, si continua a perpetrare questa antica pratica.

Il titolare Federico Faieta con le forme ancora intere di Gran Sasso (foto by Virtù Quotidiane)
Grotta di stagionatura del Gran Sasso (foto by David Giovannoli)
Gran Sasso e altri prodotti in vendita a “La Taberna di Rocca Calascio” (foto by David Giovannoli)

La storia del grana d’Abruzzo Gran Sasso è simile a quella del lieto fine raccontata nel film di Ladyhawke: così come una volta sventata la maledizione, il cavaliere che di notte si trasformava in lupo e la dama che di giorno si trasformava in falco riescono ad incontrarsi coronando la loro incantevole storia d’amore (Sempre insieme, eternamente divisi. Finché il sole sorgerà e tramonterà. Finché ci saranno il giorno e la notte”), una volta messi da parte i campanilismi che contraddistinguono la Sardegna e l’Abruzzo, i due più acerrimi rivali per quanto riguarda la produzione dei migliori pecorini d’Italia, le due tradizioni casearie finalmente si incontrano dando vita allo straordinario grana d’Abruzzo Gran Sasso.

Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 3 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 4 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 5 (foto by David Giovannoli)

Il grana d’Abruzzo Gran Sasso, infatti, viene fatto con latte di pecora razza sarda e affinato nelle grotte di Rocca Calascio in Abruzzo con particolari condizioni microclimatiche. Un proficuo connubio da cui prende vita un formaggio a pasta dura a stagionatura di almeno 30 mesi. 

Lo abbiamo assaggiato, dunque, e, seppure non siamo in grado di affermare se il grana d’Abruzzo Gran Sasso sia effettivamente uno dei 15 migliori formaggi del mondo, possiamo affermare con certezza di esserci imbattuti in uno dei prodotti caseari più buoni in assoluto!   

 

Scopri le Stelle della Via Lattea d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola2. Canestrato di Castel del Monte, 3. Cacio Marcetto di Castel del Monte, 4. Caciofiore aquilano, 5. grana d’Abruzzo Gran Sasso

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 56 – Palena (CH): il Castello Ducale

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 56° Eccellenza, quella del comune di Palena in provincia di Chieti, con il Castello Ducale. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 249, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

 

Il castello ducale di Palena detto un tempo anche Castel Forte, risale al XII secolo, ma fu alterato nell’epoca cinquecentesca con l’ampliamento della struttura. I primi insediamenti normanni risalgono all’XI secolo a Palena, e originalmente il castello ducale era solo una torre di controllo, poi ampliata con la costruzione della struttura difensiva. E’ posto su di uno sperone roccioso sul punto più alto dell’abitato e spicca nel contesto del paese per la sua mole nella parte più alta del centro storico di Palena, il fortilizio si articola su tre livelli con un giardino pensile ed un  terrazzo panoramico: presenta un corpo centrale intorno al quale si sviluppano due ali laterali.

Questa antica roccaforte è in realtà giunta a noi in forme più riconducibili alla tipologia del palazzo fortificato che a quelle di un vero e proprio castello. Oggi il palazzo è caratterizzato da una pianta rettangolare irregolare, che si rivela frutto di aggiunte e trasformazioni secolari. Esternamente le cortine murarie leggermente scarpate, sono l’unico elemento che ancora ne rivela l’origine militare, mentre altri elementi, come le file di ampie finestre e la loggetta sull’avancorpo, ne danno l’immagine di una residenza nobiliare sobria ma elegante.  Maestoso, superbo, solitario, si erge sull’erta roccia e più volte è stato restaurato a causa della vetustà, di vicende belliche e terremoti, perdendo così la sua originale caratteristica costituita dal sontuoso palazzo feudale e dal “maschio”. Resta soltanto la “loggia” che si affaccia sopra la roccia a strapiombo».

La Torretta di Controllo fu costruita circa nel 1956, nel piazzale del cortile del castello ducale, con l’aggiunta di merlature, di quattro orologi per ciascuna facciata, e una cella campanaria sulla sommità per suonare le ore, quando la giunta comunale decise di abbattere la vecchia torretta di guardia della piazza della chiesa di San Falco, perché giudicata pericolante dopo i bombardamenti nazisti. Tale fatto non è mai stato chiarito, in quanto alcune parti sostenevano che la vecchia torre fosse in perfetto stato. Ciononostante la torre fu demolita, e di essa oggi rimane solo un arco, e la nuova torre fu costruita, in aspetti architettonici medievali, nel piazzale del cortile del castello ducale.

La prima testimonianza che attesti l’esistenza del Castello risale all’anno 1136: sorto probabilmente su un antico tempio dedicato alla dea Cerere, dea della terra e della prosperità, per successivi ampliamenti l’originario fortilizio, ha assunto l’aspetto di una struttura complessa. La storia e la leggenda narrano che le origini del castello vanno probabilmente rintracciate nel pieno Medioevo. Sorto nel periodo dell’invasione normanna, le cronache ci riferiscono che intorno all’anno 1000 era signoreggiato da un Matteo di Letto. Durante il periodo svevo, il castello era signoreggiato dal conte Tommaso di Caprofico, ghibellino, che sebbene fosse stato un ardente sostenitore di Federico II, era un fervente religioso. Si racconta che nel 1216 queste mura ospitarono il Poverello di Assisi, San Francesco, che si dirigeva da Guardiagrele a Castelvecchio Subequo. Il suo passaggio rimase per sempre nella memoria del paese e di coloro che lo governarono a tal punto che Florisenda, la figlia del Conte Tommaso Vinciguerra,  che qui nacque nel 1239, ispirata dal poverello di Assisi. Florisenda crebbe nello spirito cristiano e, morto il padre, la vocazione alla vita monastica si fece via via più ardente. Celando un particolare disegno nel suo cuore, Florisenda chiese ai suoi fratelli di poter avere la parte di eredità lasciatale dal padre che comprendeva, fra le altre cose, la terza parte del castello di Forca Palena. Con questa proprietà, e 360 once d’oro ottenute dalla madre, Florisenda si recò a Sulmona, dove acquistò un edificio, ancora esistente in piazza Garibaldi, in cui nacque una comunità di Clarisse di cui ella stessa divenne badessa, il convento di Santa Chiara.  Florisenda dovette combattere contro l’avversa volontà dei suoi fratelli che in tutti i modi tentarono di riappropriarsi della parte del castello di Forca Palena di sua proprietà: nonostante l’intervento del Vaticano a difesa delle prerogative della badessa Florisenda e del suo convento, la contesa si protrasse a lungo; il 15 gennaio 1305 Carlo II d’Angiò confermò alle clarisse la donazione dell’eredità di Florisenda, ragione per la quale l’area del castello di Forca Palena prese il nome di Quarto di Santa Chiara.

Oltre ad offrire ottima sicurezza di dominio, il catello era il centro residenziale della Contea omonima, l’antico Palatium in Domo, cioè terra dominicana.  Al XIV secolo risale il dominio dei conti di Manoppello, al XV quello dei Caldora e dei Conti di Capua, ed infine dei D’Aquino che ne rimasero proprietari fino al 1807. Le origini del castello vanno probabilmente rintracciate nel pieno medioevo dal momento che Palena, già dall’anno mille, viene ricordata come feudo di Matteo Da Letto. In seguito la struttura passò nelle mani delle più importanti famiglie feudali della zona: dai conti di Valda, ai Conti Borrelli, dai Mallerius ai conti di Sangro, che apportarono notevoli modifiche alla struttura. Nel 1269 Carlo I d’Angiò donò il castello al feudatario Sordello da Goito, reso famoso da Dante Alighieri per averlo inserito nel Purgatorio della Divina Commedia. Nel XIV secolo il castello passò nelle mani dei duchi di Manoppello, e successivamente dei Caldora e dei Di Sangro. In quei secoli iniziarono a circolare crude leggende riguardo alle camere di tortura situate nei sotterranei della roccaforte, nel cuore dello sperone roccioso dove la struttura poggia.

La roccaforte, nel periodo Settecentesco e Ottocentesco fu usata come prigione per i ribelli, e venne soprannominato Castel Forte, e gli ultimi padroni furono i baroni di Colledimacine, prima che il castello, nel Novecento, venisse definitivamente abbandonato. Terribili sono le leggende sulle prigioni del maniero.  Intorno a questo storico maniero dell’antico Abruzzo Citeriore, cupe notizie si diffondevano a terrorizzare i servi della gleba: tetre prigioni dove si torturavano esseri umani e si commettevano nefandezze inopinabili; ancora oggi nei due angusti sotterranei del Castello ove venivano rinchiusi i rei e sul pavimento è ancora visibile il triste telaio dei condannati, il “trabocchetto”  un orrido buco che inghiottiva i condannati a morte che  venivano fatti precipitare dalla roccia per circa quaranta metri.

Nel secolo scorso il castello di Palena fu assai trascurato, e subì vari danneggiamenti tra cui la distruzione dei torrioni, del maschio e del belvedere dovute al terremoto del 1933 e alle incursioni naziste durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944. Nel decennio successivo il castello fu restaurato, nella sua forma originaria, senza i torrioni, e assunse fama quando divenne museo, infatti oggi il castello Ducale è oggi sede del Museo Geopaleontologico Alto Aventino  e della “Casa degli artisti e degli uomini illustri di Palena” e al suo interno vengono periodicamente organizzate attività didattiche e ludiche per bambini su temi legati  alla conoscenza del territorio. I visitatori del borgo possono lasciare i figli al castello per partecipare alle varie iniziative proposte giorno per giorno e prendere contemporaneamente parte ad altre attività dedicate agli adulti. I terremoti del 1706 e del 1933 ferirono profondamente il complesso, cui la seconda guerra mondiale non risparmiò danni e distruzioni, ma oggi il Castello ducale, dopo una lunga campagna di restauro è tornato a nuova vita.

Fonti

Foto by Abruzzomania – comune.palena.ch.it – abruzzocitta.it

Castello ducale di Palena – Wikipedia

Palena – Wikipedia

Castello Ducale – Comune di Palena

Castello Ducale – Palena (Ch) | Regione Abruzzo | Dipartimento Sviluppo Economico – Turismo (abruzzoturismo.it)

Palena in Tasca – Castello Ducale

www.provincia.chieti.it

www.regione.abruzzo.it

Eccellenza d’Abruzzo n. 55 – Montefino (TE): Borgo Medievale

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 55° Eccellenza, quella del comune di Montefino in provincia di Teramo, con il Borgo Medievale. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 250, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Scendendo da Bisenti verso Castiglione, sulla sinistra, come nido feudale, le povere case di Montefino…”. Così una guida del Touring di oltre mezzo secolo fa descriveva il piccolo borgo di Montefino dalle abitazioni per lo più in pietra grigia, molte delle quali persino non intonacate, ma comunque affascinanti a vedersi, aggrappate come sono le une alle altre e circondate da spessi muraglioni di sostegno. Depliant turistici d’epoca la definivano ‘città del silenzio’, forse alludendo alla laboriosità degli abitanti del borgo che, impegnati nell’ardua impresa di coltivare un terreno profondamente segnato dal fenomeno erosivo dei calanchi, risultavano poco disponibili alle cosiddette ‘chiacchierate di cortesia’.

Montefino, antica “Monte Secco” come si rileva da un documento dell’anno 1019, sorge a 375 metri sul livello del mare, su un’altura scoscesa lungo la valle del Fino che conserva l’aspetto del borgo incastellato. Il borgo, che vanta origini antiche, incerte e avvolte nel mistero, risalenti all’epoca dei Sabini in cui è stata ipotizzata una presenza umana, è caratterizzato da una struttura tipica dei siti difensivi di epoca medioevale e domina il versante nord del percorso del fiume Fino, e ancora oggi è raggiungibile attraverso un’unica strada, tortuosa e piuttosto ripida. Nel tessuto edilizio sopravvivono, soprattutto nella parte più alta del colle, case databili tra il XVI e il XVIII secolo, le più antiche in pietra con architravi lignei alle aperture. Dell’antico castello resta in piedi un torrione quadrangolare con basamento a scarpa assai manomesso e pochi altri lacerti. Le murature sono in pietre semi lavorate, disposte a ricorsi regolari con poca malta. Il vano terragno della torre è coperto da volte a crociera e la struttura è databile al XIV secolo.

Più in basso sopravvivono a tratti le mura che racchiudevano il borgo e si nota un torrione rotondo dove una più antica struttura in pietrame appare inglobata nelle muraglie in laterizio della cinta fortificata di epoca successiva (XV-XVI secolo), della quale si notano i beccatelli e le caditoie. Di questa cinta fa parte anche la Porta da Pié ad arco ogivale e possenti travature lignee. Le date settecentesche che si rilevano su due mattoni probabilmente testimoniano restauri e risarciture dell’epoca. Anche da questa parte del paese le antiche mura furono inglobate dal muraglione di sostegno moderno realizzato intorno al 1935. In via dei Pensieri si notano, rimessi qua e là in opera nelle mura, alcuni pezzi erratici, provenienti con ogni probabilità da una chiesa diruta del paese: un blocco con scolpita una rosetta a sei petali e un frammento di parasta con decoro a motivo vegetale possono anche risalire al XII secolo, e un blocco con testina d’angelo sormontata da un fregio ad ovoli del XVI-XVII secolo.

 

Oggi l’unica testimonianza di quei tempi remoti è un tratto di strada nei pressi del fiume, probabilmente facente parte del tracciato della via che collegava Teramo alla potente Roma, passando per Monte Giove e Bisenti, fino a Penne. La prima notizia storica del paese risale all’età normanna, e precisamente al 1150: un documento di quell’anno, infatti, riferisce di un centro denominato Castellum Montis Sicci, specificando che apparteneva alla contea di Penne e che si trattava di un feudo del conte Roberto di Aprutio di appena 65 abitanti. Un altro documento, questa volta del 1273, ne parla invece come di un paese chiamato Mons Siccus (Montesecco), forse alludendo alla mancanza di sorgenti d’acqua. Certo è che nel 1454 l’odierna Montefino diventa feudo degli Acquaviva, che fecero restaurare il castello e le fortificazioni murarie.

Ancora oggi Montefino, nonostante il recente sviluppo commerciale e industriale, conserva l’umiltà che gli deriva dalla storia e dalla tradizione contadina, e passeggiare per i vicoli e le piazzette del suo bel centro storico è un’esperienza interessante che consente di riscoprire tutto il gusto e il fascino del passato. Di storia e tradizione contadina, Montefino custodisce gelosamente le sue antiche tradizioni, caratterizzandosi soprattutto per la produzione artigianale di sedie e cesti in vimini, a cui ancora oggi si dedicano molti degli anziani del paese ancora con la stessa passione e lo stesso orgoglio di un tempo seguendo le stesse tecniche e gli stessi rituali in uso da centinaia di anni e ad aiutare questo ‘ritorno ai bei tempi che furono’ è anche il mantenimento delle antiche tradizioni, come la coltura delle piante di ulivo, il ricamo su stoffa, le lavorazioni all’uncinetto. Uno spettacolo da non perdere, infine, è lo splendido panorama sulla vallata del Fino e i dintorni, ammirabile dalle varie terrazze esistenti in paese a giro d’orizzonte.

Da ammirare nel borgo la Chiesa della Madonna del Carmine del XIV secolo, chiesa antica che fu fondata nell’XI secolo e poi rimaneggiata nel Medioevo. I resti della vecchia chiesa si vedono da una parte della muratura a scarpa in cui è in rilievo un angelo, sono stati ristrutturata in forma barocca. Il portale della facciata è semplice con architrave e timpano ed il campanile è a torre. Poi troviamo la Chiesa di San Giacomo Apostolo del XVII secolo, che fu costruita in epoca romanica ma oggi è del tutto barocca che quasi nascosta tra le case del paese, rappresenta una piccola perla riservata ai veri intenditori, in grado di apprezzarne a fondo ogni singolo dettaglio.. Ancora oggi all’esterno della parrocchia è possibile ammirare, ben conservata, la traccia più importante e significativa del suo passato: lo splendido portale cinquecentesco proveniente dalla vicina Abbazia dei Celestini, oggi abbandonata, sita nell’area cimiteriale del borgo. Si comprende che non sono le sue qualità architettoniche a fare di questo luogo di preghiera una meta imperdibile per chi si trova a passare nella Valle del Fino, quanto i ‘tesori’ che custodisce al suo interno. Tra questi i bei reliquiari del ‘600 di scuola spagnola, tutti in legno dorato, tra cui ne spicca uno raffigurante lo stesso S. Giacomo con una Bibbia nella mano sinistra, sormontata da un’immagine del paese di Montefino. Da evidenziare la presenza di una preziosa croce processionale (croce astile) quattrocentesca, in rame dorato e argento, opera di Nicola Gallucci da Guardiagrele, gelosamente custodita dal parroco, la reliquia più preziosa del paese che rappresenta il bene di maggior valore di questo piccolo borgo, tanto che viene esposta ai fedeli solo in occasione delle principali festività religiose.

Chiudiamo la carrellata delle bellezze di Montefino con il castello degli Acquaviva che pur danneggiato da una serie di forti terremoti, conserva tuttavia una bella struttura caratterizzata dall’imponente torrione cilindrico. Nel 1454 Montefino divenne un feudo dei duchi Acquaviva di Atri, che fecero restaurare le fortificazioni murarie e l’antico castello. Di questo oggi resta un’unica traccia, rappresentata dal torrione a pianta quadrata con spesse mura che svetta sulla sommità del paese e al di sotto di questa fortezza che, su terrazze, si sviluppa il centro abitato, di cui fanno parte anche la Chiesa di S. Giacomo e un secondo castello, più recente, che, edificato dagli stessi duchi feudatari sul finire del XV secolo, prende il nome appunto da quella nobile famiglia, essendo noto proprio come Castello degli Acquaviva. Discretamente conservato, si estende attualmente sul versante est della odierna Montefino, sopra uno sperone di tufo, in una posizione decisamente panoramica, e può vantare ancora oggi una bella e consistente struttura, in gran parte corrispondente all’impianto originario. L’elemento più caratteristico è senza dubbio il torrione angolare cilindrico molto simile a quello del Castello di Cellino Attanasio, dotato di apparato a sporgere che rende la struttura, già di per sé imponente, visibile sin da lontano per chi, dalla valle, si approssima al colle che ospita l’antico borgo. Il loggiato superiore è stato trasformato in terrazza negli anni ‘50, e oggi è possibile notare due muri di rinforzo, i cosiddetti scarponi, che fu necessario costruire nel 1734 per riparare ai danni arrecati da un forte terremoto che scosse la zona nel 1707. Originariamente nel Castello era presente anche una seconda torre centrale cilindrica, il dongione, di cui gli amministratori locali si videro costretti a predisporre e attuare la demolizione nel 1933, a causa dei danneggiamenti riportati dalla struttura in seguito a un nuovo, fortissimo sisma, che ancora una volta devastò l’intera regione all’inizio degli anni trenta.

Foto by Abruzzomania

Fonti:

Montefino, il borgo in meditazione – Tesori d’Abruzzo (tesoridabruzzo.com)

Montefino – Wikipedia

Comune di Montefino | Sito istituzionale

Storia di Montefino a cura di Igino Addari