La Via Lattea d’Abruzzo (n°5): Grana d’Abruzzo Gran Sasso

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: grana d’Abruzzo Gran Sasso

Via Lattea (immagine by David Giovannoli)

(vedi Intro)

Secondo National Geographic, Rocca Calascio è uno dei Castelli più belli del mondo, non tanto per la sua struttura ma, a differenza degli altri, per lo straordinario circondario nel quale è incastonata la sua rocca. Ma non è solo lo scenario del Tibet d’Abruzzo o la fiabesca fortezza di Ladyhawke ad eccellere perché, qui, all’interno delle grotte della rocca sulla quale poggia il castello, si produce uno straordinario ed insolito formaggio. Entrerà anche questo a far parte della lista dei 15 formaggi più buoni del mondo?  Siamo andati a verificare…

Castello di Rocca Calascio (foto by David Giovannoli)
Oratorio di Santa Maria della Pietà a Rocca Calascio (foto by David Giovannoli)
Locandina del film di “Ladyhawke” (foto by Medievaleggiando)

Questa volta il nostro viaggio attraverso la Via Lattea d’Abruzzo alla scoperta della nostra 5° stella, ci ha portato ad “arroccarci” nel piccolo ma incantevole borgo dove domina il Castello di Rocca Calascio e dove si realizza un prodotto caseario unico nel suo genere: un grana d’Abruzzo chiamato Gran Sasso. Un formaggio che per le sue forme e per la sua compattezza rimanda, una volta tagliato, niente di meno che alla rocca dalla quale prende vita. Unico perché non ha eguali: un processo di stagionatura simile al più famoso ed internazionale Grana Padano ma con una peculiarità tutta abruzzese: l’utilizzo del latte crudo di Pecora al 100%.

Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 1 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 2 (foto by David Giovannoli)

Ai piedi dell’incredibile Castello che tutto il mondo ci invidia, siamo stati accolti dall’ideatore di questa preziosissima opera culinaria, Federico Faieta, nell’attività di ristorazione che ha deciso di avviare rilevando una delle tante storiche dimore del borgo poggiato sulla roccia sottostante, la “La Taberna di Rocca Calascio“. E qui, all’interno di questa antica dimora, si nasconde una delle grotte nelle quali avviene l’affinamento del grana d’Abruzzo Gran Sasso, scavata nella parete rocciosa che fa da fondamenta all’antico edificio. Luoghi, questi, dove i pastori della montagna del Gran Sasso, soprattutto nei periodi nei quali non erano via per la transumanza, grazie al microclima ideale, da secoli e secoli hanno imparato ad affinare la loro arte casearia con sapiente dovizia, e dove, grazie agli attuali proprietari, si continua a perpetrare questa antica pratica.

Il titolare Federico Faieta con le forme ancora intere di Gran Sasso (foto by Virtù Quotidiane)
Grotta di stagionatura del Gran Sasso (foto by David Giovannoli)
Gran Sasso e altri prodotti in vendita a “La Taberna di Rocca Calascio” (foto by David Giovannoli)

La storia del grana d’Abruzzo Gran Sasso è simile a quella del lieto fine raccontata nel film di Ladyhawke: così come una volta sventata la maledizione, il cavaliere che di notte si trasformava in lupo e la dama che di giorno si trasformava in falco riescono ad incontrarsi coronando la loro incantevole storia d’amore (Sempre insieme, eternamente divisi. Finché il sole sorgerà e tramonterà. Finché ci saranno il giorno e la notte”), una volta messi da parte i campanilismi che contraddistinguono la Sardegna e l’Abruzzo, i due più acerrimi rivali per quanto riguarda la produzione dei migliori pecorini d’Italia, le due tradizioni casearie finalmente si incontrano dando vita allo straordinario grana d’Abruzzo Gran Sasso.

Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 3 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 4 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 5 (foto by David Giovannoli)

Il grana d’Abruzzo Gran Sasso, infatti, viene fatto con latte di pecora razza sarda e affinato nelle grotte di Rocca Calascio in Abruzzo con particolari condizioni microclimatiche. Un proficuo connubio da cui prende vita un formaggio a pasta dura a stagionatura di almeno 30 mesi. 

Lo abbiamo assaggiato, dunque, e, seppure non siamo in grado di affermare se il grana d’Abruzzo Gran Sasso sia effettivamente uno dei 15 migliori formaggi del mondo, possiamo affermare con certezza di esserci imbattuti in uno dei prodotti caseari più buoni in assoluto!   

 

Scopri le Stelle della Via Lattea d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola2. Canestrato di Castel del Monte, 3. Cacio Marcetto di Castel del Monte, 4. Caciofiore aquilano, 5. grana d’Abruzzo Gran Sasso

 

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°4 – Madonna della Grotta (o Grotta del Colle) di Rapino

La “montagna madre” della Maiella, così considerata, da intere generazioni, per la sua naturale capacità di accogliere un’incredibile varietà di vita e di specie vegetali e animali, ha da sempre offerto all’uomo la possibilità di ritirarsi e rigenerarsi per cercare risposte al suo cammino interiore. Luoghi talmente simili al grembo materno che infondevano la sensazione addirittura di ritornare, almeno per qualche istante, nell’utero dal quale si era stati concepiti e dove, avvolti nel suo buio più profondo, combattere con i propri limiti per riemergere, con maggiore consapevolezza, alla Luce.

L’effetto che si prova entrando nella Grotta del Colle di Rapino dove si trovano ancora i resti, seppur esigui, dell’Eremo della Madonna della Grotta (o di Santa Maria de Cryptis), eretto probabilmente tra l’XI e il XIV secolo dai Monaci Benedettini della vicina Abbazia di San Salvatore a Maiella, di cui anche in questo caso non è rimasto granché, è molto suggestivo.

Resti dell’Eremo della Madonna della Grotta (foto by David Giovannoli)
Resti archeologici dell’Eremo dalla Madonna della Grotta (foto by “In Abruzzo” – inabruzzo.it)

Ciò che cattura l’anima del visitatore non è la struttura del romitorio posto a ridosso dell’entrata della grotta, e che si fatica a ritrovare per via dei rovi che la sommergono, ma la cupola naturale che si estende per 45 metri di larghezza e 6 di profondità e che si prepara ad accogliere chi si accinge a visitarla. Essa ha da sempre attratto l’uomo che, fin dalla preistoria, ne è rimasto affascinato per la sua forte somiglianza simbolica all’utero materno e per la ricchezza di concrezioni calcaree da cui stilla continuamente acqua e dove in essa rivedeva l’immagine dell’allattamento, eleggendolo da sempre come luogo di culto per i riti in funzione della “Madre Terra”. Resti e frammenti ossei di quel periodo ne sono testimonianza ma i ritrovamenti più straordinari rinvenuti al suo interno risalgono ad una delle più importanti Popoli Italici che abitavano l’Abruzzo prima dei Romani, i Marrucini, i quali vi avevano istituito uno dei loro principali santuari.

Grotta del Colle (foto by David Giovannoli)
Ingresso della Grotta del Colle (foto by Paolo D’Intino)

Tra i manufatti più importanti rinvenuti vi è la statuetta in bronzo del VII-VI sec. a.C. soprannominata “Dea di Rapino“. L’idoletto femminile, alto poco più di 10cm e conservato presso il Museo della Civitella di Chieti, però, non rappresenta, così come si è voluto credere, una divinità ma una sacerdotessa in atto di offrire, probabilmente a scopo propiziatorio, i prodotti del raccolto alla dea Ceria Giovia, nume tutelare della terra e dell’agricoltura tra le più importanti del Pantheon Italico. La donna rappresentata, infatti, oltre ad essere rivestita in abiti da cerimonia, con una lunga tunica e i capelli raccolti in una elaborata acconciatura, nella mano destra porge delle spighe di grano.

Dea di Rapino (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

Altra scoperta sensazionale è la Tabula Rapinensis, una lastra in bronzo sulle quali iscrizioni incise in dialetto marrucino si riportano particolari sul culto del santuario. All’interno della grotta, o nei pressi, esisteva un collegio femminile che accoglieva fanciulle con eccelse qualità fisiche, morali o di lignaggio destinate a rituali. Per alcuni anni, sotto la guida della maestra sacerdotale, esse si offrivano, attraverso una prostituzione sacralizzata, per il compimento di riti rievocanti la forza creatrice suprema e la potenza generatrice di Ceria Giovia. Purtroppo, della “Tavola Rapinese”, portata al Museo di Berlino dall’archeologo Theodor Mommsen e scomparsa nel 1945, non si hanno più tracce. Si ritiene possa essere stata trafugata dalle truppe sovietiche che lo hanno portato nel Museo Puškin di Mosca ma ad oggi non vi sono ancora certezze.

Tabula Rapinensis (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

La religiosità popolare di Rapino sembra aver conservato al suo interno, attraverso una rifunzionalizzazione accettabile nella fede cristiana, alcuni elementi rituali e simbolici propri del santuario italico. L’8 Maggio di ogni anno, giorno in cui si festeggia la Madonna del Carpineto, almeno fino a qualche anno fa, invocata per propiziare il buon raccolto alla stregua di come ci si rivolgeva alle antiche divinità vegetative, la statua della Madonna viene portata in processione preceduta dalle “Verginelle di Rapino”. Di età compresa dai 6 ai dieci 10 anni, le bambine vengono rivestite di lunghe tuniche alla “greca” di colore bianco, rosa e celeste, coronate da fiori su capelli rigorosamente arricciati e ornate di monili dati in prestito dalla cerchia di familiari. Prestare l’oro, infatti, aveva un ruolo apotropaico e questo metallo prezioso ricorda simbolicamente la divinità a la perfezione di Maria. Alle “Verginelle” è affidato anche il compito, prima dell’inizio della cerimonia, di distribuire pagnotte benedette in cambio di dolci e di un compenso economico alla parrocchia. (Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141)

Vestiario delle Verginelle di Rapino (foto by David Giovannoli)
La Madonna del Carpino (foto by David Giovannoli)
Il carpino dove si afferma sia apparsa la Madonna (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • AA.VV., Rapino: guida storico-artistica alla città e alle sue tradizioni, CARSA Edizioni, Pescara 2003, pp. 88-92
  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 42-43

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°3 – Madonna della Mazza a Pretoro

La Maiella non ospita solo eremi ricavati dalle numerose grotte sparse tra le cime delle sue montagne. Non è solo il suo ventre materno ad aver ispirato la “rinascita” spirituale degli eremiti che vi si sono recati. Esistono altrettanti luoghi, a volte tra i boschi, altre volte a ridosso di cascate o rupi scoscese, dove l’uomo è riuscito ad entrare, allo stesso modo, in stretto contatto con il Creatore. Libri di pietra scolpiti sulla roccia che nascondono racconti di una cultura millenaria a volte difficile da decifrare ma ancora visibile, almeno in parte, grazie alle espressioni della religiosità popolare tramandateci fino ad oggi. Questo è il caso del terzo eremo in cui ci siamo imbattuti e delle tradizioni a esso correlate, l’Eremo-Santuario della Madonna della Mazza a Pretoro.

Terza tappa dell’itinerario attorno alla Maiella
Portale d’ingresso dell’eremo (foto by David Giovannoli)

Il luogo di culto è stato eretto in onore di Santa Maria del Monte nel XIII secolo per opera dei Monaci Cistercensi della vicina Abbazia di Santa Maria Arabona a Manoppello. Fu in seguito soprannominato Madonna della Mazza per via dello scettro, o bastone, che la statua, risalente al XV secolo, regge nella mano destra come simbolo della Sua regalità. La funzione del romitorio non era soltanto quella di avere un modo per isolarsi e dedicarsi in completa solitudine alla preghiera e alla contemplazione ma anche quella di giocarsi un ruolo strategico nel controllo dei viandanti e dell’attività commerciale e pastorale che transitava sui loro territori. un po’ come si faceva, in realtà, con molti degli altri eremi posizionati sulle vie d’accesso ai pascoli gestiti dalle grandi abbazie. Esso, infatti, sorgeva sull’importante percorso viario, Passo Lanciano, tappa obbligata per coloro che volevano attraversare la Maiella ma noto anche per i suoi importanti pascoli d’altura. L’eremo, però, fungeva soprattutto anche come importante, e a volte fondamentale, ricovero per i passanti che venivano colti dalle improvvise e terribili tempeste e bufere di neve, spesso anche fuori stagione, permettendo di salvare vite e di concedere ospitalità, rifugio e salvezza, non solo spirituale.

Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)
Abbazia di Santa Maria d’Arabona (foto by terrepescaresi)

La struttura si presenta, esternamente, quasi nella sua originaria essenza di antica chiesa medioevale ed è stata realizzata nei pressi di un suggestivo bosco di alta quota. È ancora presente il romitorio dove viveva l’ultimo eremita e che oggi continua a ricevere chi vuole soggiornare in questo luogo.

Bestie, motivi floreali e colonne tortili scolpite con ornamenti, a distanza di mille anni, decorano ancora l’edificio e nascondono un significato che solo in pochi, ormai, possono essere in grado di decifrare. Simboli che aiutavano l’eremita, o chi vi accedeva, a meditare e a riflettere sul proprio cammino interiore, come l’uva decorata sulla parte alta della colonna del portale d’ingresso, che rimanda a diversi significati, in special modo alla festa a cui saranno chiamati tutti coloro che sceglieranno di condurre la propria strada verso Dio, o i due leoni sul portale laterale, ora murato, che ricordavano, a chi vi entrava, la regalità e la sacralità del luogo, nonché di dover rendere conto, un giorno, del coraggio che hanno avuto in vita nel seguire la strada appropriata. O la colomba che, probabilmente serviva a ricordare a tutti che, oltre al coraggio, per seguire la retta via c’è bisogno di umiltà e semplicità di cuore, oltre ai suoi altri innumerevoli significati.

Motivi floreali e tralci d’uva (foto by David Giovannoli)
Leoni rampanti, colomba e motivi floreali sul portale secondario, Eremo della Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)

Un suggestivo sentiero che parte nelle vicinanze dell’Eremo conduce ai suggestivi Mulini Rupestri nei pressi del paese di Pretoro scolpiti nella roccia e simili ai tanti altri eremi nelle circostanze dove, però, si elargiva pane materiale, anch’esso necessario per la sopravvivenza dell’uomo.

Mulino rupestre di Pretoro (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.2 (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.3 (foto by David Giovannoli)

Nell’eremo persiste ancora un’antica tradizione. Ogni ultima domenica di Aprile gli abitanti di Pretoro prelevano la statua della Madonna della Mazza, dando inizio ai suoi festeggiamenti, e la tengono nella propria chiesa parrocchiale fino alla prima Domenica di Luglio, giorno nel quale la riportano nella sede originaria. Questo perché la leggenda vuole che, il 2 Luglio di molti anni fa, quando i pretoresi ebbero l’idea di traslocare la Madonna in paese, nonostante una nevicata anomala che cadde su Pretoro, la statua fu miracolosamente ritrovata nel suo eremo. Nessuno l’aveva trasportata ma aveva autonomamente deciso di avviarsi da sola a piedi durante la notte. A testimonianza dello straordinario evento accaduto, sulla neve furono trovate le sue impronte. Non può mancare, come ogni eremo che si rispetti, il potere taumaturgico dell’acqua, durante il giorno di festa, che scaturisce dalla vicina fontana.

Dipinto di S. M. della Mazza all’interno della Chiesa madre di Pretoro, Sant’Andrea, dove in estate si ospita la statua dell’eremo (foto by David Giovannoli)
Fontana nei pressi dell’eremo (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 92-93
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 38-39

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°2 – San Giovannino a Serramonacesca

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguiendo il cammino sulla montagna madre della Majella. Custodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, proprio per questo motivo, non sempre accessibili a tutti o visibili ad occhi superficiali.  Memoria della storia di un popolo e delle espressioni culturali con le quali si esprimevano gli abitanti dei vicini paesi.

Gole dell’Alento dove è situato l’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Il nostro secondo incontro alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari continua a Serramonacesca con quello che veniva chiamato Eremo di San Giovannino, “San Giuannelle” in dialetto locale, e le adiacenti Tombe Rupestri nei pressi dell’Abbazia di San Liberatore a Maiella

Scalini d’ingresso all’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Dedicato ad uno dei primi e più grandi anacoreti della storia, San Giovanni Battista, asceta del deserto che vestiva di soli pelli di cammello, grande profeta, predicatore e precursore di Gesù, modello per molti altri successivi eremiti della storia. L’evento più importante della sua vita fu l’episodio in cui battezzò il Messia lungo il Fiume Giordano. Per questo i luoghi di culto a lui dedicati, come molti altri eremi in suo nome presenti in Abruzzo, sono quasi sempre edificati lungo le sponde dei fiumi, dei torrenti, delle sorgenti o delle cascate.

Eremo di San Giovannino e Tombe Rupestri con l’evidente fisionomia di un teschio (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.1 (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.2 (foto by David Giovannoli)

Si ritiene che l’eremo sia stato fondato da alcuni anacoreti che hanno preceduto i Monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Nelle adiacenze del sito sono ancora visibili, sulla parete rocciosa, alcune Tombe Rupestri le quali, nel loro complesso, riproducono straordinariamente la fisionomia di un teschio, quasi a voler ricordare ai passanti che, alla fine, tutti dovremo fare i conti con il nostro limite temporale e, di conseguenza, sarebbe meglio cercare di condurre una vita esemplare.

Abbazia di San Liberatore (foto by David Giovannoli)

A colpire non è la struttura dell’eremo, costituito da una cappellina molto semplice ricavata nella roccia, ma lo straordinario e suggestivo scenario naturale nel quale è immerso, quello delle Gole dell’Alento.

Tratto del torrente Alento n.1 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.2 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.3 (foto by David Giovannoli)

Privo di mura esterne presenta, ai lati, una piccola vasca di raccoglimento dell’acqua che stilla dalla parete rocciosa, la quale aveva la funzione di acquasantiera, e una tomba che, con molta probabilità, sarà appartenuta alla guida spirituale degli eremiti che vi abitavano. Al centro un piccolo incavo nel quale erano stati realizzati affreschi, purtroppo perduti, e dove era riposta la statua raffigurante San Giovanni Battista con le sembianze giovanili, anch’essa scomparsa, motivo per cui i serresi soprannominavano il luogo “San Giuannelle”, San Giovannino.

Vasca acquasantiera e nicchia dove era riposta la statua di San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)
Tomba all’interno della cappella dedicata a San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)

Il sentiero percorribile per arrivare in questo luogo di culto rupestre conduce anche alle alla Torre di Polegra dove poter ammirare un panorama mozzafiato sulle Gole.

Vista della Valle dell’Alento dalla Torre di Polegra (foto by Valerio Abbonizio)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, non si ripetono più da diverso tempo. Si possono solo dedurre per ipotesi, osservando ciò che avviene in luoghi analoghi. Poco prima dello spuntare del sole del 24 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza di San Giovanni, gli abitanti dei paesini abruzzesi usano ancora recarsi presso i fiumi o al mare per bagnarsi con l’acqua che, dalla mezzanotte allo spuntare del sole, si ritiene assuma proprietà taumaturgiche e purificatrici.

Bagno nel torrente dell’Alento (foto by David Giovannoli)

Questo è anche il giorno del Solstizio d’Estate, giorno in cui il sole, giunto al punto massimo di declinazione, comincia la fase di decrescita e la luce solare delle giornate si avvia gradualmente ad attenuare fino all’arrivo del Natale, periodo in cui ricomincerà di nuovo a crescere. Momento dell’anno ritenuto sacro già precedentemente ma che con il cristianesimo raggiunse un valore profondo. L’azione del sole è facilmente assimilabile, infatti, a quella del Battista che, dopo aver battezzato Gesù, si “ritirò” per fargli spazio. La religiosità popolare ha da sempre creduto, quindi, che in questo giorno le acque riacquistassero le stesse valenze di quelle del battesimo con la capacità di curare e purificare, questa volta, non solo l’anima ma anche il corpo. È molto probabile che lo stesso rituale sia stato praticato, in passato, anche qui. Ciò che è certo, però, così come testimoniano ancora i più anziani, è che all’alba del 24 Giugno di ogni anno essi usavano recarsi sul pianoro dei monti che sovrasta il paese, e che si affaccia sull’Adriatico, per assistere allo strano fenomeno del sole che, nel sorgere, l’immaginario popolare vedeva “lavarsi nel mare”. Come se San Giovanni, ogni anno, battezzasse nuovamente Cristo, il sole per eccellenza. E nella cui sfera solare affermavano anche di vedere il profilo del volto del santo che li avrebbe aiutati a predire l’annata: se il suo volto nel sole, nell’uscire, era tendente al chiaro, l’anno sarebbe stato buono, tendente allo scuro avrebbe annunciato cattivo presagio.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 87-92
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 33-36
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 177-178
  • Finamore Gennaro, Credenze Usi e Costumi abruzzesi, Adelmo Polla editore, L’Aquila, 1998, ristampa anastatica del 1890, pp. 152-168

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°1 – Sant’Onofrio a Serramonacesca

L’Abruzzo è la regione con la concentrazione di Eremi, per densità sul territorio, più alta del mondo, preceduto solo dal Tibet e dalla Cappadocia. Questo grazie alla conformazione e all’energia spirituale che trasmettono i luoghi naturali incontaminati tra le sue montagne. Porte del Silenzio in cui poter ancora oggi entrare. Tracce di una storia plurimillenaria che, a volte, trae le sue origini molto prima dell’arrivo del cristianesimo e che è ancora possibile leggere tra le sue mura. Custodi di gesti e riti che si ripetono, ormai da millenni, dagli abitanti dei vicini paesi.

Il nostro primo viaggio alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari comincia con l’Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca situato sui monti della Maiella.

Ingresso dell’Eremo di Sant’Onofrio

Dedicato all’anacoreta Sant’Onofrio, il cui nome significa “Colui che è sempre felice”, il quale nonostante fosse figlio del re di Persia decise di vivere in eremitaggio come monaco copto nel deserto d’Egitto. Secondo la leggenda egli sarebbe sopravvissuto grazie al latte di una capra, e alla sua morte sarebbe stato sepolto tra le rocce dal suo discepolo Panunzio, il quale mise per iscritto la sua biografia, che si fece aiutare da due leoni. Sant’Onofrio suscita subito grande curiosità, agli occhi di chi lo guarda, perché rappresentato nudo, senza vestiti e unicamente ricoperto dalla lunghissima barba e dai capelli che scendono fino alle ginocchia. A ricordo, della vita semplice e di assoluta povertà che aveva scelto di seguire.

Interno dell’Eremo e statua di Sant’Onofrio (foto by David Giovannoli)

L’eremo fu fondato dai monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Pare abbastanza improbabile che il Santo fosse potuto arrivare fino all’Abruzzo. Vi si recavano a vivere in solitudine per il periodo di tempo necessario alla loro ascesi spirituale, nel quale era imprescindibile privarsi di ogni bene materiale e rimanere in assoluta compagnia del Silenzio.

Abbazia di San Liberatore a Maiella (foto by pescaranews.net)

Inizialmente la struttura era costituita da una semplice grotta ma, con i secoli, e grazie alla forte devozione popolare degli abitanti di Serramonacesca, probabilmente per uno degli eremiti che la abitava, si è evoluta in ciò che vediamo oggi: una piccola chiesetta, semplice ma di grande suggestione, incastonata al di sotto di un’imponente rupe.

La rupe sovrastante l’eremo di Sant’Onofrio, vista dal basso (foto by David Giovannoli)

Le sue mura sono state erette come se volesse conservare dalle intemperie il ricovero nel quale si rifugiavano i suoi primi eremiti. All’interno sono situate una piccola cappellina, dove poter celebrare le funzioni religiose, e la statua del Santo. Il romitorio produce una grande suggestività ma a renderlo unico è un’altra particolarità. Ai lati dell’altare, infatti, appoggiato alla parete rocciosa, due entrate permettono l’accesso all’interno delle viscere della montagna. Nella parte più esterna si trova una stanza modellata nella roccia da cui è stata ricavata una celletta composta da un giaciglio dove riposavano gli eremiti, la cosiddetta “Culla di Sant’Onofrio“.

Culla di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

Dalla stanza si procede a dei profondi cunicoli ancora da esplorare, di cui si riesce a scrutare l’ingresso, e che gli anziani del paese affermano siano in grado di condurre al vicino Castel Menardo, la rocca di cui ancora si possono ammirare i resti.

Castel Menardo (foto by icastelli.it)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo continuano a perpetrarsi a distanza di secoli. La sera della vigilia del 12 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza del Santo anacoreta, i serresi accendono in suo onore le luci di una croce posta sulla cima del monte nei pressi dell’eremo, il cosiddetto “Fuoco di Sant’Onofrio“, visibile da tutto il paese. In passato venivano aizzati fuochi reali a ridosso della grotta. La mattina a seguire si dirama la processione dei devoti che dalle case muovono verso il romitorio per celebrare la messa, passando per il sentiero dove lo stesso Onofrio, secondo la tradizione popolare, avrebbe lasciato le sue impronte ancora oggi visibilmente impresse sulla pietra. A seguito, i fedeli si mettono in coda per eseguire il rituale dello strofinamento sulla “Culla di Sant’Onofrio“, nel quale la religiosità popolare vuole abbia dormito il santo e sul quale ancora oggi ci si sdraia per ottenere benefici contro i dolori lombari, i dolori alla pancia e le febbri ostinate.

Strofinamento Rituale (foto by Paolo D’Intino)

Non può mancare l’approvvigionamento all’acqua della “Fontana di Sant’Onofrio” che scaturisce nei pressi dell’eremo, anch’essa, con proprietà taumaturgiche. Prima di riscendere in paese per la processione di un’altra statua del santo conservata, stavolta, nella chiesa madre, è solito concludere con una conviviale colazione. In questo giorno è di rito anche la vendita, in paese, del formaggio dei pastori.

Fontana di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 174-175

La Via Lattea d’Abruzzo (n°4): Caciofiore Aquilano

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: Caciofiore aquilano PAT

(vedi Intro)

Quel ramo del lago di Campotosto, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti (il Gran Sasso e i Monti della Laga), tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, l’Aterno…

Scorcio del Lago di Campotosto (foto by David Giovannoli)

Comincia proprio in questo modo il nostro viaggio attraverso la Via Lattea d’Abruzzo alla scoperta della nostra quarta stella, che questa volta ci ha condotto nell’Alta Valle dell’Aterno sulle rive dell’incantevole Lago di Campotosto: il Caciofiore aquilano PAT. E, proprio come nel romanzo dei “Promessi Sposi“, che dopo lunghe peripezie si conclude con un matrimonio, anche questa storia si conclude con un sodalizio, stavolta non di Renzo e Lucia, quello tra il Cacio di pecora e il Fiore di carciofo selvatico (Carlina acaulis).

(foto by David Giovannoli)

 

Carlina Acaulis (foto by www.actaplantarum.org)

Immersi in un ambiente di surreale bellezza, siamo stati ospitati dall’azienda agricola “La Mascionara“, artigiani di salumi e prodotti caseari di straordinaria fattura, in una piccola bottega, dall’apparenza innocua, ma che al suo interno avrebbe rivelato l’incredibile. Così come tutto ciò che si incontra nell’Alta Valle Aterno, scrigno di inaspettati tesori. Lo stesso effetto che ci ha rivelato il Lago di Campotosto, un luogo quasi anonimo ma di incredibile suggestione. Non a caso, così come ci racconta una simpaticissima anziana signora proprietaria di un bar del posto, il lago sta diventando una meta che attrae fotografi da tutto il mondo, grazie a suoi splendidi scenari durante l’inverno e per l’effetto, quando diventa totalmente ghiacciato, del “Total White“.

Quando si entra nella bottega de “La Mascionara” non si può fare a meno che assistere ad un trionfo di opere d’arte culinarie, alcune che pendono dalla soffitta, altre esposte dietro il bancone, quasi fosse un forziere, a proteggere i tesori che vi sono esposti.  Opere dell’ingegno umano nati dalla semplicità delle popolazioni che vi abitavano, divenuti il tramite per gustarsi un momento di “paradiso” in una vita di stento e sacrifici.

Ci viene spiegato che il Caciofiore aquilano è uno dei primi formaggi completamente vegetali, che non prevede l’utilizzo di derivati animali salvo, ovviamente, il latte. Nato quando la parola “vegetariano” non era ancora stata coniata, menzionato fin dai tempi dei romani, è stato creato dai pastori del luogo che, invece del tradizionale caglio animale, per coagulare il latte munto dalle loro pecore utilizzarono il caglio prodotto dall’essiccamento del fiore di una pianta spontanea che fiorisce sui pascoli d’altura, il carciofo selvatico o cardo d’argento. Con calma proviamo questo formaggio così speciale, gelosamente custodito e avvolto da erbe selvatiche che lo proteggono e che ci fanno quasi dispiacere di doverlo aprire.

(foto by David Giovannoli)

Si presenta con varie tonalità di colore bianco, dal delicato all’intenso, dal chiaro allo scuro, a partire dalla sua crosta fino ad arrivare al suo interno. E’ un formaggio non molto stagionato, la sua pasta è molto cremosa, il suo gusto ha un sapore delicato ma che, quasi educatamente, riesce a travolgere chi decide di assaggiarlo. Si riesce a percepire la freschezza e la purezza dell’aria dei monti che la circondano, insieme al candido manto delle nevi che li ricoprono, quasi come se ci si immergesse in un viaggio nel “Total White“, simile a quello ammirato dal Lago di Campotosto ma che questa volta, oltre che con gli occhi, può essere effettuato anche con il gusto e con l’olfatto. Noi abbiamo rilevato, inoltre, anche un’impercettibile nota amara, ma delicata, di carciofo, forse perché semplicemente influenzati dal nome di questo formaggio, ma che assolutamente non ci dispiace immaginare mentre lo assaporiamo.

(foto by David Giovannoli)

Un’opera d’arte culinaria che rischiava di estinguersi se non fosse stato per un intervento “provvidenziale” e la pervicacia,  così come quella di fra Cristoforo nei “Promessi Sposi“, di alcuni pastori che continuarono a produrlo e permisero la sua continuazione fino ad oggi. Fortunatamente, anche questa una storia a lieto fine! 

Scopri le Stelle della Via Lattea d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola2. Canestrato di Castel del Monte, 3. Cacio Marcetto di Castel del Monte, 4. Caciofiore aquilano

 

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Musellaro

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – Musellaro

Frazione di Musellaro, Bolognano (foto by Wikipedia)

Il nostro sogno attraverso i Borghi d’Abruzzo che sfidano l’impossibile continua con la lettera “M” di Musellaro (PE), il “Paese della “Pietra Filosofale” dove la pietra si trasforma persino in “oro”.

Semplicemente guardando la foto, a primo acchito, riusciamo già a cogliere la trasformazione della pietra attraverso la superba immagine di una rupe rocciosa da dove emergono all’improvviso delle abitazioni. Le case, infatti, soprattutto quelle più in basso, sembrano prendere forma proprio dalla roccia sottostante. Sembra uno scherzo, ma i suoi abitanti sono riusciti, letteralmente, a tramutare le pietra in un villaggio.

Cantina Zaccagnini (foto by Signorvino)

La 2° trasformazione, invece, sempre per mano dell’uomo, è quella avvenuta dalla pietra al vino. Infatti, su questo terreno pietroso si riuscono a coltivare e produrre vini venduti e apprezzati in tutto il mondo, dal rosso Montepulciano d’Abruzzo al bianco Pecorino.

Anche la natura ha contribuito a trasformare la pietra di Musellaro, attraverso il lavoro incessante dell’acqua, in una “galleria d’arte all’aperto” che è possibile ammirare nella Valle dell’Orta. La 3° trasformazione riguarda, infatti, il passaggio dalla pietra alle Marmitte dei Giganti, maestose sculture naturali chiamate in questo modo per il suono impetuoso prodotto dalla forza del torrente che vi scorre all’interno.

Marmitte dell’Orta (foto by Gaspare Silverii, Paesaggi d’Abruzzo)

La 4° trasformazione riguarda il passaggio dalla pietra alle gemme preziose. Anche in questo caso è l’acqua che trasforma la pietra in una piscina naturale, la Cisterna di Bolognano, in un contenitore di verde smeraldo.

Cisterna di Bolognano

A Musellaro, però, così come affermavamo all’inizio, la pietra sono riusciti a farla diventare addirittura “oro”. La tradizione, infatti, narra che nel 1187, un conte, tale Del Balzo, durante una Crociata a Gerusalemme rinvenne, in un fosso, un crocifisso profanato dai Musulmani e decise di riportarlo con se, regalandolo ai baroni di queste terre. Da quel momento il paese fu testimone di numerosi miracoli da parte di questa reliquia, tra i quali anche il suo sanguinamento e divenne oggetto di grande venerazione per i suoi abitanti. Ancora oggi la croce è conservata nel Santuario di S. Maria del Balzo, situata al centro del borgo, ed è meta di pellegrinaggio, soprattutto il 19 Settembre, giorno della Festa del SS.mo Crocifisso.

Continua a scoprire i borghi impossibili d’Abruzzo: A- AlfedenaA – AltinoC – Castrovalva, M – Musellaro

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Alfedena

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – “A” di Alfedena

Il Ponte, Alfedena, M.C. Escher, 1937 (foto by Pinterest)

(Vedi Intro)

Forse non si ergerà a picco su di una roccia, forse non farà venire le vertigini come gli altri borghi di cui stiamo già parlando ma Alfedena aveva, comunque, il potere di colpire nel profondo gli occhi di chi la visitava. E, in un certo senso, lo ha ancora oggi. Soprattutto ai tempi in cui M. C. Escher decise di immortalarlo, ancora intatto prima della parziale distruzione subita durante la II Guerra Mondiale, Alfedena aveva qualcosa di magico che riusciva a superare la realtà e la percezione umana. Un luogo dove la cognizione dello spazio si faceva incerta e ambigua e dove il fulcro centrale era rappresentato dal “Ponte” che univa le abitazioni sospese tra una parte e l’altra del profondo fossato. Il paese in provincia dell’Aquila, situato nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, pareva un borgo impossibile più all’interno che al suo esterno.

Un disordine grandioso, il labirinto del borgo di Alfedena, che affascina l’artista olandese, così come, per quel che è rimasto, il visitatore del nostro secolo, seppur scoraggiato dal mettere piede in un mondo così incerto, ma attratto dalla sua stessa architettura caotica, costruttivamente impossibile e capace di portare in luce gli errori percettivi compiuti dai nostri sensi durante la sua osservazione. Errori che si prestano, da un lato, a diventare piacevoli visioni da scoprire e assaporare con gli occhi e, dall’altro, a denunciare il crollo della ragione che non riesce a capacitarsi dell’irrazionalità delle sue costruzioni.

Chiesa dei SS. Pietro e Paolo (foto by La Stampa)

Oggi il fulcro del borgo di Alfedena non è più il “Ponte” immortalato nell’opera di Escher ma, dopo la ricostruzione, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo da cui il “labirinto” di vicoli e stradine si propaga nei confronti di tutto l’abitato e che si protende verso la roccaforte del Castello dal quale, nel caso ci si fosse persi, è possibile affacciarsi per scorgere la via d’uscita dal paese.

Castello di Alfedena (foto by Wikipedia)

L’olandese, però, non fu suggestionato solo dall’interno del borgo ma anche dal contesto ambientale e dal paesaggio circostante. Ecco allora che decide di immortalarlo nuovamente, stavolta con un altro paese sullo sfondo, quello di Scontrone, divenuto anch’esso borgo dell’arte grazie anche ai numerosi murales sparsi tra i suoi vicoli.

La litografia non rappresenta, però, solo un contesto paesaggistico con le sue prospettive ma racconta anche di un curioso aneddoto legato alla storia e alla cultura di Alfedena.

M.C. Escher, Alfedena, 1930 (foto by Arthive)

Se si osserva attentamente l’immagine, si possono facilmente notare gli strani alberi in primo piano, alti e con un solo ciuffo di foglie sulla
cima. Sembrano piante che non fanno parte della natura abruzzese, invece, non sono altro che salici, olmi e in gran parte pioppi. Ma perché Escher avrebbe dovuto rappresentarli in questa maniera?

In realtà gli alberi erano realmente sistemati in questo modo dagli abitanti del paese, non per un puro fatto estetico ma per un motivo molto preciso. La popolazione di quel periodo era povera e basava il suo sostentamento quasi ed esclusivamente sulla pastorizia. Ecco, allora, che, durante i rigidissimi inverni, quando le loro capre non riuscivano più a nutrirsi con l’erba dei prati ricoperti da spesse coltri di neve, i pastori raccoglievano per loro le foglie dei rami più bassi, lasciando solo quelle delle cime dove non riuscivano ad arrivare.

Riuscirai a districarti anche tu una volta entrato nel labirinto del borgo di Alfedena?

Scopri i Borghi Impossibili d’Abruzzo: A – AlfedenaA – Altino, C – Castrovalva, M – Musellaro

La Via Lattea d’Abruzzo (n°3): Cacio Marcetto di Castel del Monte

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: Cacio Marcetto di Castel del Monte PAT

(vedi Intro)

Le mosche, a volte, si posano anche sul pulito.

È il caso del Cacio Marcetto di Castel del Monte, dove le uova di questi insetti trovano terreno fertile per schiudersi e prosperare. Succede quando le Mosche Casearie (piophilacasei) riescono ad infiltrarsi all’interno del luogo predisposto alla stagionatura del Pecorino fresco, preparato da poco, e posandosi sulla sua crosta ancora morbida e umida, riescono a trovare una sistemazione per far crescere i loro “piccoli”.

Marcetto fermentato (foto by formaggio.it)

Le loro larve, i cosiddetti Vermi Saltarelli, nome che rimanda quasi ironicamente al Saltarello abruzzese, il ballo tipico della nostra regione, mentre si sviluppano nel Pecorino, attraverso la loro “danza” permettono la formazione di crepe sulla crosta del formaggio che si indurisce ma non protegge il suo interno e, di conseguenza, invece di stagionarsi come nei normali processi di maturazione, si fermenta, trasformandosi in una pasta cremosa.

A questo punto non verrebbe altro in mente che di gettare la forma di formaggio in cui è avvenuto questo disastro. Ma a Castel del Monte, così come in altri paesi vicini che vivevano di pastorizia sul Gran Sasso, gli abitanti, spesso, erano così poveri che non potevano assolutamente permettersi di perdere una parte del loro, già esiguo, sostentamento. Nei secoli sono riusciti, così, a trasformare un formaggio che per altri può sembrare perduto, in uno dei prodotti caseari più buoni sulla faccia della terra. Diciamo che, di solito, per ottenere formaggi spalmabili vengono utilizzati prodotti o tecniche artificiali, mentre in Abruzzo siamo talmente bravi che per lasciare che il prodotto sia totalmente naturale ci facciamo aiutare dalle mosche!

Crema di Marcetto (foto: abruzzo with gusto)

Ovvio che tutto ciò potrebbe destare un po’ di sospetto, e fare pensare ad un prodotto adatto solo per i degustatori più “audaci”.

Ad oggi, però, è difficile trovare produttori che “assumino” ancora mosche casearie per fermentare il Cacio Marcetto e che, in ogni caso, non potrebbero far trovare sul formaggio (anche perché sono vietate per legge). Nella maggior parte dei casi, il Marcetto, viene fatto fermentare con l’ausilio di procedure simili ma che non prevedono più l’utilizzo di questi piccoli aiutanti. Il risultato ottenuto è, quindi, una Crema di Pecorino straordinaria, spalmabile, dall’odore particolarmente intenso e penetrante, dal retrogusto piccante e di un colore giallo oro. La crema viene quindi riposta in recipienti di terracotta o di vetro per essere consumata. Un altro fiore all’occhiello di cui andare fieri del nostro Abruzzo e che ci invidiano in tutto il mondo. Un prodotto dell’enogastronomia abruzzese per i palati “fini”.

Marcetto in vetro (foto: Fratelli Marronaro)

Per noi di Abruzzomania è anche uno dei 15 formaggi più buoni della nostra regione. Provare, per credere!

Il Cacio Marcetto rappresenta una delle tante storie in cui, nel nostro “bel  Paese”, da una situazione di povertà estrema è riuscito ad emergere qualcosa di straordinario. Un po’ come avvenuto, ad esempio, per i Sassi di Matera. Perché, quindi, non eleggere il Cacio Marcetto, e il paese di Castel del Monte, come Capitale Europea dei formaggi 2019? (senza dimenticare che in questo paese di produce anche il mitico Pecorino Canestrato di Castel del Monte, e tanti altri incredibili prodotti caseari).

Il Cacio Marcetto è anche il simbolo della “resilienza”, parola tanto di moda adesso nel nostro Abruzzo, dopo le numerose sciagure che ci sono capitate, dal terremoto dell’Aquila in poi, e che sta a significare la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, trovando alternative in modo da trasformarlo in un’opportunità. Proprio come avvenuto per questo formaggio o per altre circostanze a Castel del Monte, paese che, lo ricordiamo, è stato anch’esso colpito dal terremoto del 2009.

Castel del Monte (foto by italianways)

Come dimenticarsi, ad esempio, del suo pastore, Francesco Giuliani, uomo al quale il duro lavoro e la povertà nella quale viveva non gli hanno impedito di diventare un grande poeta. (per approfondire leggi anche questo articolo)

Un paese che, a volte, durante i secoli, non potendo offrire molto ai suoi abitanti in termini di lavoro, ha visto partire schiere di emigranti, soprattutto in America, ma che rimane ancora oggi un borgo di particolare bellezza e unico nel suo genere, incastonato all’interno di uno degli scenari più incantevoli sulla faccia della Terra, facendolo eleggere, proprio dal Cinema americano, soprattutto tra gli anni ’70 e ’90, come la “piccola Hollywood d’Abruzzo“. Castel del Monte, infatti, è divenuto lo scenario ideale dove girare molti dei film con attori del calibro di Michelle Pfeiffer, Richard Gere, Arnold Schwarzenegger, Sean Connery e, ultimo fra tutti, George Clooney con il suo “The American”, girato proprio poco dopo la distruzione subita dal terremoto aquilano.

E allora, cosa aspettiamo? Andiamo a scoprire questo fantastico borgo e, soprattutto il Cacio Marcetto!

Scopri le Stelle della Via Lattea d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola2. Canestrato di Castel del Monte, 3. Cacio Marcetto di Castel del Monte, 4. Caciofiore aquilano

The Abruzzese Dream – n°3

Gli abruzzesi che hanno “fatto” l’America – John Fante

(vedi Intro)

(foto by Turismo letterario)

A volte la polvere, quella che il vento trascina nel mondo, quella che attraversa il tempo senza mai scomparire, incrociando casualmente luoghi e generazioni, porta con se memorie di storie vissute che sono in grado di lasciare il segno nella vita di chiunque incontri per strada. E, se invece di esserne infastiditi, si rimanesse in silenzio ad ascoltare la sua voce, essa sarebbe in grado raccontarci ciò che di straordinario è stata in grado di vedere.

Così come ha provato a fare John Fante, “abruzzo-americano” di seconda generazione, nato negli Stati Uniti d’America (Denver, 8 aprile 1909 – Los Angeles, 8 maggio 1983), in grado di percepire le parole della polvere e riuscire a tradurle in un’opera letteraria fuori dal tempo. Diventando, così, una delle comete più luminose della letteratura americana e mondiale.

(Ascolta la puntata a lui dedicata de “il falco e il gabbiano” di E. Ruggeri)

(foto by Agenda Lugano)

Il suo romanzo più importante, “Chiedi alla Polvere“, non a caso, durante i primi anni della sua vita, fu snobbato dalla critica e dimenticato tra la polvere degli scaffali. E’ stato solo grazie all’intervento di un’altro grande scrittore, Charles Bukowski, che ritrovò per caso, in una biblioteca, una copia impolverata delle avventure di Arturo Bandini, l’alter ego del nostro abruzzese, innamorandosene e facendolo conoscere al mondo: “Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino“. Da quel momento in avanti i romanzi di John Fante sono stati pubblicati in tutto il mondo.

L’unica maniera di conoscere e comprendere un personaggio così controverso e irrequieto come questo scrittore, il narratore più maledetto del mondo, è proprio quello di “chiedere alla polvere“. La polvere calpestata dai migranti, capace di riportare indietro il tempo, giorno in cui in Abruzzo il padre, Nicola Fante, per sfuggire al freddo e alla miseria della sua terra, ha deciso di attraversare l’oceano per lasciare le montagne della Majella e raggiungere quelle quasi simili del Colorado.

Con la madre, Maria Campoluongo, fervente cattolica, John Fante è sempre riuscito a trovare rifugio e conforto per affrontare con coraggio la misera della sua esistenza:

La cucina: il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori…(La confraternita dell’uva)

Casa natale del padre a Torricella Peligna (foto by Avvenire)

Con il padre, invece, non è mai riuscito ad avere un rapporto sereno. Da sempre una figura assai difficile con cui confrontarsi, talmente amato da essere menzionato, nei suoi scritti, come “Il Dio di mio padre”, e allo stesso tempo odiato per la vita dissoluta che conduceva, uomo violento, aggressivo e autoritario che, un giorno, decise addirittura di abbandonarlo quando era solo un giovane ragazzo. Ecco come viene descritto, con il suo Alter Ego Svevo Bandini, in una delle sue opere:

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustoso. Si chiamava Svevo Bandini (…). Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava (…). Anche da ragazzo, in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado. (…). Le montagne c’erano anche in Italia, simili a bianchi monti a pochi chilometri di distanza verso occidente. Le montagne erano un gigantesco abito bianco caduto come piombo sulla terra.” (Aspetta primavera, Bandini)

E’ stupefacente vedere come, ancora oggi, i familiari rimasti in Italia che si possono incontrare passeggiando tra i vicoli del suo paese d’origine, Torricella Peligna, ricordano le minacce di morte che il padre fece nei suoi confronti se mai fosse tornato a casa (proprio come racconta il suo cugino carnale in questo video).

L’Abruzzo di John Fante è un luogo che, per quanto lontano e mai visitato realmente, è la garanzia di radici, di gente che a prescindere dal tuo ritorno, è rimasta ad aspettarti, come effettivamente è stato. Torricella Peligna è il luogo della sua mitologia familiare. Un mondo popolato da luoghi e personaggi leggendari che il padre gli raccontava quando era ancora bambino.

Torricella Peligna (foto by Abruzzo news)

Così come San Rinaldo di Fallascoso e il suo eremo,dove gli abitanti si recano ancora oggi con devozione e si racconta di incredibili guarigioni, o della Fonte delle Sese (o di Sant’Agata) dove le donne partorienti si vanno ad abbeverare e si lavano, attraverso riti millenari, per far si che ricevano la grazia di produrre il proprio latte materno in abbondanza. Luoghi ed eventi leggendari che in America, una società così moderna, nemmeno ci si sogna di avere.

Fonte delle Sese (foto by Sangro Aventino turismo)

Nel romanzo “Aspetta primavera Bandini“, l’Abruzzo diventa l’argomento di un divertente e divertito dialogo tra Svevo, l’Alter Ego del padre, e una ricca e colta vedova americana presso la quale doveva trovare lavoro:

“E così lui era italiano. Splendido. (…). Doveva sentirsi orgoglioso delle sue origini. Non sapeva anche lui che la culla della civiltà occidentale era proprio l’Italia? Aveva mai visto la cattedrale di San Pietro, gli affreschi di Michelangelo, l’azzurro del Mediterraneo. E la Riviera? No, non li aveva mai visti. Le disse con parole semplici che era abruzzese, e non si era mai spinto a nord, nemmeno a Roma. Aveva lavorato duro, fin da ragazzo. Non aveva avuto tempo per nient’altro. L’Abruzzo! La vedova sapeva tutto. Ma allora aveva sicuramente letto le opere di d’Annunzio, era abruzzese anche lui. No, non l’aveva letto, quel d’Annunzio. Ne aveva sentito parlare, ma non l’aveva mai letto. Sì, sapeva che quell’uomo importante era della sua provincia. La cosa gli faceva piacere, sentiva gratitudine per d’Annunzio. Finalmente aveva trovato un terreno comune, ma con suo grande sconforto s’accorse di non avere nient’altro da dire sull’argomento.”

Ma proprio come il padre, un idolo e allo stesso tempo una disgrazia, anche l’Abruzzo si presenta come un meraviglioso miraggio per cui essere fieri e, allo stesso tempo, come un ingombro di cui sbarazzarsi. Su John Fante, infatti, incombe tutto il peso del pregiudizio nei confronti degli Italiani, una polvere che difficilmente si riusciva a togliere dai propri vestiti, neppure quando li si lavava per bene: mangia spaghetti, selvaggi ubriaconi, violentatori e assassini, mafiosi, sporchi come maiali. È un tema caro a Fante, soprattutto trattato nella sua raccolta di racconti “Dago redUna vicenda umana che sembra attualissima in cui sta dentro tutta la speranza e il dolore dei migranti. L’odio del razzismo e la volontà di inclusione di quella misera comunità italiana, salpata con pochi stracci polverosi riposti nella valigia di cartone e che una volta sbarcata in America andava alla ricerca di sogni una vita migliore. La forza per la ricerca di un successo letterario, da parte dello scrittore abruzzese, probabilmente, proviene dalla voglia di un riscatto sociale in grado di sconfiggere il pregiudizio che su di lui incombe in quanto italiano.

Mediateca John Fante a Torricella Peligna (foto by qualche riga d’Abruzzo)

Un successo ottenuto con estrema fatica, quasi insperata. John Fante di polvere ne ha dovuta mangiare fin troppa, e ci si è dovuto sporcare persino le sue preziose mani di scrittore, prima ancora che i suoi capolavori venissero riconosciuti. Una vita miserabile che non sembra finire mai:

“Ho fatto un sacco di lavori al porto di Los Angeles perché la nostra famiglia era povera e mio padre era morto. Il mio primo lavoro, poco dopo la maturità, fu quello di spalatore di fossi. Di notte non potevo dormire per via del mal di schiena. Stavamo facendo uno scavo in un terreno, non c’era neanche un po’ d’ombra, il sole picchiava dall’alto di un cielo senza nuvole, e io giù in quella buca a scavare insieme con due cani da valanga che avevano una vera passione per lo scavo, sempre là a ridere e a raccontarsi barzellette, ridendo e fumando un tabacco puzzolente…” (La strada per Los Angeles)

Il riconoscimento dovuto a John Fante, però, arrivò molto tardi e quasi a ridosso della sua morte. In questi ultimi anni, però, il suo nome è stato affisso sulle pareti della Hall of Fame dei più grandi scrittori d’America. Una carriera riconosciuta anche nel Cinema hollywoodiano attraverso l’adattamento cinematografico di alcuni dei suoi romanzi più importanti, tra i quali il film cult “Chiedi alla Polvere” (di cui qui sotto è possibile vedere il trailer)

Il nostro VIP statunitense di origini abruzzesi, però, a Torricella Peligna non è mai tornato davvero, nonostante quando, la primavera di sessant’anni fa, sbarcato in Italia per un lavoro di sceneggiatore in un’opera cinematografica, ci arrivò vicino. Così come racconta il suo biografo Stephen Cooper «Fante parcheggiò nella piazza del paese, ma immediatamente obbligò l’autista a fare marcia indietro, preso dal panico di calpestare gli stessi posti in cui aveva camminato il padre». Un paese mitologico che desiderava vedere ma che, difronte alla realtà che poteva apparire davanti ai suoi occhi adulti, alla polvere dei passi lasciati dal passato del padre, avrebbe riaperto una dolorosa cicatrice mai rimarginata.

Da un po’ di tempo a questa parte, in compenso, i suoi concittadini abruzzesi lo fanno simbolicamente “tornare” ogni anno, durante il mese di Agosto, con il John Fante Festival

 

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