Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°4 – Madonna della Grotta (o Grotta del Colle) di Rapino

La “montagna madre” della Maiella, così considerata, da intere generazioni, per la sua naturale capacità di accogliere un’incredibile varietà di vita e di specie vegetali e animali, ha da sempre offerto all’uomo la possibilità di ritirarsi e rigenerarsi per cercare risposte al suo cammino interiore. Luoghi talmente simili al grembo materno che infondevano la sensazione addirittura di ritornare, almeno per qualche istante, nell’utero dal quale si era stati concepiti e dove, avvolti nel suo buio più profondo, combattere con i propri limiti per riemergere, con maggiore consapevolezza, alla Luce.

L’effetto che si prova entrando nella Grotta del Colle di Rapino dove si trovano ancora i resti, seppur esigui, dell’Eremo della Madonna della Grotta (o di Santa Maria de Cryptis), eretto probabilmente tra l’XI e il XIV secolo dai Monaci Benedettini della vicina Abbazia di San Salvatore a Maiella, di cui anche in questo caso non è rimasto granché, è molto suggestivo.

Resti dell’Eremo della Madonna della Grotta (foto by David Giovannoli)
Resti archeologici dell’Eremo dalla Madonna della Grotta (foto by “In Abruzzo” – inabruzzo.it)

Ciò che cattura l’anima del visitatore non è la struttura del romitorio posto a ridosso dell’entrata della grotta, e che si fatica a ritrovare per via dei rovi che la sommergono, ma la cupola naturale che si estende per 45 metri di larghezza e 6 di profondità e che si prepara ad accogliere chi si accinge a visitarla. Essa ha da sempre attratto l’uomo che, fin dalla preistoria, ne è rimasto affascinato per la sua forte somiglianza simbolica all’utero materno e per la ricchezza di concrezioni calcaree da cui stilla continuamente acqua e dove in essa rivedeva l’immagine dell’allattamento, eleggendolo da sempre come luogo di culto per i riti in funzione della “Madre Terra”. Resti e frammenti ossei di quel periodo ne sono testimonianza ma i ritrovamenti più straordinari rinvenuti al suo interno risalgono ad una delle più importanti Popoli Italici che abitavano l’Abruzzo prima dei Romani, i Marrucini, i quali vi avevano istituito uno dei loro principali santuari.

Grotta del Colle (foto by David Giovannoli)
Ingresso della Grotta del Colle (foto by Paolo D’Intino)

Tra i manufatti più importanti rinvenuti vi è la statuetta in bronzo del VII-VI sec. a.C. soprannominata “Dea di Rapino“. L’idoletto femminile, alto poco più di 10cm e conservato presso il Museo della Civitella di Chieti, però, non rappresenta, così come si è voluto credere, una divinità ma una sacerdotessa in atto di offrire, probabilmente a scopo propiziatorio, i prodotti del raccolto alla dea Ceria Giovia, nume tutelare della terra e dell’agricoltura tra le più importanti del Pantheon Italico. La donna rappresentata, infatti, oltre ad essere rivestita in abiti da cerimonia, con una lunga tunica e i capelli raccolti in una elaborata acconciatura, nella mano destra porge delle spighe di grano.

Dea di Rapino (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

Altra scoperta sensazionale è la Tabula Rapinensis, una lastra in bronzo sulle quali iscrizioni incise in dialetto marrucino si riportano particolari sul culto del santuario. All’interno della grotta, o nei pressi, esisteva un collegio femminile che accoglieva fanciulle con eccelse qualità fisiche, morali o di lignaggio destinate a rituali. Per alcuni anni, sotto la guida della maestra sacerdotale, esse si offrivano, attraverso una prostituzione sacralizzata, per il compimento di riti rievocanti la forza creatrice suprema e la potenza generatrice di Ceria Giovia. Purtroppo, della “Tavola Rapinese”, portata al Museo di Berlino dall’archeologo Theodor Mommsen e scomparsa nel 1945, non si hanno più tracce. Si ritiene possa essere stata trafugata dalle truppe sovietiche che lo hanno portato nel Museo Puškin di Mosca ma ad oggi non vi sono ancora certezze.

Tabula Rapinensis (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

La religiosità popolare di Rapino sembra aver conservato al suo interno, attraverso una rifunzionalizzazione accettabile nella fede cristiana, alcuni elementi rituali e simbolici propri del santuario italico. L’8 Maggio di ogni anno, giorno in cui si festeggia la Madonna del Carpineto, almeno fino a qualche anno fa, invocata per propiziare il buon raccolto alla stregua di come ci si rivolgeva alle antiche divinità vegetative, la statua della Madonna viene portata in processione preceduta dalle “Verginelle di Rapino”. Di età compresa dai 6 ai dieci 10 anni, le bambine vengono rivestite di lunghe tuniche alla “greca” di colore bianco, rosa e celeste, coronate da fiori su capelli rigorosamente arricciati e ornate di monili dati in prestito dalla cerchia di familiari. Prestare l’oro, infatti, aveva un ruolo apotropaico e questo metallo prezioso ricorda simbolicamente la divinità a la perfezione di Maria. Alle “Verginelle” è affidato anche il compito, prima dell’inizio della cerimonia, di distribuire pagnotte benedette in cambio di dolci e di un compenso economico alla parrocchia. (Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141)

Vestiario delle Verginelle di Rapino (foto by David Giovannoli)
La Madonna del Carpino (foto by David Giovannoli)
Il carpino dove si afferma sia apparsa la Madonna (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • AA.VV., Rapino: guida storico-artistica alla città e alle sue tradizioni, CARSA Edizioni, Pescara 2003, pp. 88-92
  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 42-43

Eccellenza d’Abruzzo n. 51 – Pettorano sul Gizio (AQ): il Borgo Medievale

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 51° Eccellenza, , quella del comune di Pettorano sul Gizio in provincia di L’Aquila, con lo splendido Borgo Medievale. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 254, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Le origini dell’attuale abitato di Pettorano sul Gizio risalgono all’epoca medievale, ma il territorio circostante e le alture vicine al paese vennero frequentate dall’uomo fin dal paleolitico. Ricerche condotte lungo le pendici del Monte Genzana e in varie zone circostanti hanno fornito testimonianze antichissime, con ritrovamento di utensili appartenuti ai primi cacciatori che frequentavano e sporadicamente abitavano queste lande. Tra i numerosi reperti antichi rinvenuti nel territorio o riutilizzati nel paese sono da citare, oltre ad alcune epigrafi in dialetto peligno, un importantissimo frammento in greco dell’Edictum de pretiis rerum venalium, documento di carattere economico emanato nel 301 d.C. dagli imperatori Diocleziano e Galerio (in oriente) e Massimiano Erculeo e Costanzo (in occidente). Il frammento, l’unico in greco conosciuto in occidente, fu probabilmente portato a Pettorano nel corso del XIX secolo e si conserva in una casa gentilizia privata.
Al di là delle fabulae a sfondo storico rintracciabili in alcune pagine storico locali, spesso eccessivamente campanilisti, le origini del paese attuale sono da ricercare nel periodo medievale, nella fase in cui i pagi e i vici di tradizione tardoantica venivano uniti in un unico complesso urbanistico per motivi difensivi, politici ed economici. Uno storico pettoranese del XIX secolo Nicola Bonitatibus, ha così ben descritto la formazione di Pettorano: “Undeci, ed anche più si vuole che fussero le Ville, le quali, unitesi in società circa il decimo secolo, si determinarono ad eriggere Pettorano nel luogo dove al presente si vede. Lo circuirono di muri, e di torri, e lo munirono d’una fortezza, per far fronte a comuni inimici, ed agli invasori”. Per il Bonitatibus, quindi, le originarie vite, che avrebbero poi dato origine all’attuale abitato, potevano essere individuate nelle superstiti chiesette rurali, eredi degli antichi pagi e da lui recensite su tutto il territorio in numero superiore ad undici.”

Nel corso dell’XI secolo, grazie alle importanti trasformazioni economiche attuatesi tra la fine del X e l’inizio dell’XI, si verificò il fenomeno dell’incastellamento, ovvero della fortificazione di aggregati urbani esistenti o costruiti ex-novo, con delimitazione di un territorio giuridicamente soggetto ad un castello, inteso come concentrazione di uomini ed interessi Nel corso del XVII secolo si assistette ad un vero e proprio arricchimento della tipologia architettonica, con la costruzione o la ristrutturazione dei più imponenti palazzi nobiliari del paese, dal Palazzo Croce al Palazzo Gravina, dalla Castaldina al Palazzo Vitto-Massei. Nel XVI secolo vede la luce il sistema della cinta muraria con le sei porte di accesso, di cui rimangono notevoli resti, con un allargamento della superficie difesa e protetta dal castrum e la sua struttura urbana ha assunto la forma odierna nel tardo medioevo, quando fu costruita la cinta muraria con le sei porte, cinque delle quali sono ancora visibili, per cui vediamole in rapida successione: Porta San Nicola con l’affresco seicentesco di notevole interesse situato nella parte più alta dell’arco sopra l’arco raffigura Santa Margherita che sorregge il paese con la mano sinistra e con la destra una croce. in cui è raffigurata, tra due colonnine terminanti a fiaccola. L’opera potrebbe essere datata intorno al 1656, come suggerisce una targa recentemente riportata alla luce da lavori di restauro. Abbiamo poi Porta Cencia, Porta San Marco, Porta del Mulino e Porta Santa Margherita. La Port del Mulin, è il più modesto degli accessi al paese ma assai utile in passato e come suggerisce il nome, perché attraverso questo passaggio oggi si accede al parco di archeologia industriale, nel passatosi accedeva ai mulini sul fiume Gizio, fatti costruire dai Cantelmo ed attualmente la zona, assai suggestiva dal punto di vista naturalistico, conserva ancora i resti di queste antiche costruzioni (alcune risalenti al XVI secolo), e della ramiera ducale officina per la lavorazione del metallo. La Porta Cencio detta anche Reale o delle Manare deve queste diverse denominazioni a varie situazioni; il toponimo Cencia designava la piazzola antistante a forma circolare, come una cintura (dal latino cingula, cintura) realizzata su un dirupo. L’antica denominazione delle Manere o Manare si potrebbe collegare con la quasi omonima Porta Manaresca di Sulmona e spiegabile con l’espressione latina “mane arescit” ad indicare l’aridità del suolo per la lunga esposizione al sole (le porte sono esposte entrambe ad oriente) oppure derivante dal nome Manerio, conte di Valva e Signore di Pacentro. Solo dopo il 1832, quando il re Ferdinando II di Borbone entrò nel paese attraverso questa porta, assunse il nome di Porta Reale.  La Porta San Marco o delle Macchie era ed è tuttora l’accesso più vicino al castello. La statua che sovrasta l’arco rappresenta Sant’Antonio, posto tra due pinnacoli. Nelle vicinanze doveva trovarsi una chiesa dedicata a San Marco, ricordata in alcuni documenti, che dette il nome alla zona e alla porta. La denominazione secondaria si deve invece al fatto che da questa porta parte una strada, un tempo denominata via delle Macchie, che conduce alla Chiesa di San Rocco. Infine Porta S. Margherita o delle Frascare, con l’etimologia popolare che riconduce il nome secondario della porta al fatto che vi passassero i taglialegna per andare in montagna a fare le frasche.

 

“Da sottolineare che il centro storico di Pettorano ricade tutto all’interno dell’area protetta del “Monte Genzana Alto Gizio”, caso unico tra le riserve naturali regionali, per cui precisi vincoli tutelano così le bellezze della natura insieme a quelle edificate dall’uomo, con la Riserva che è un corridoio ecologico tra i due Parchi Nazionali d’Abruzzo e della Majella e racchiude numerosi ambienti naturali e specie animali e con un panorama tra i più belli d’Abruzzo che da vita a luoghi che avevano già affascinato Ovidio negli Amores.

Il borgo, come a testimoniare il ricordo di antiche usanze, espressioni di cultura ma anche di modelli organizzativi di vita sociale basata su regole di sapiente gestione del patrimonio culturale e naturale, è ancora ricco di feste e tradizioni come pochi altri paesi d’Italia, infatti restano vivi i costumi delle donne, il re Carnevale, i ceri sui davanzali delle finestre nei giorni dei Morti, i rituali primaverili di ispirazione pagana, i culti agrari, la pietra di cui è fatto il borgo, l’aria frizzante di montagna, l’acqua del fiume Gizio che da sempre scorre accanto.”

“A Pettorano eletto da Abruzzomania a eccellenza di borgo medievale, si respira ancora un forte senso di Medioevo che viene ingentilito dai portali e dagli arzigogoli barocchi sparsi qua e là. Il vuoto nel tessuto urbano lasciato dall’emigrazione viene sovrastato dalla bellezza delle antiche stradine o “rue” che scendono verso le mura snodandosi tra scalette, cortili, antichi edifici arricchiti da iscrizioni e stemmi incisi dal tempo. In ogni momento si può rimanere sorpresi e affascinati dagli scorci naturali che si creano verso la montagna che avvolge da sempre il borgo. All’interno delle mura molti sono gli edifici di pregio, per la maggior parte frutto di demolizioni e ricostruzioni, in epoca tardo-rinascimentale e barocca, di edifici antecedenti al XV secolo.”       A Pettorano sul Gizio si è circondati da veri tesori architettonici che siamo soliti   nelle famose città d’arte, diversi e pregevoli che testimoniano il suo antico periodo d’oro. In questo borgo d’arte dotato di una straordinaria eleganza architettonica si trovano palazzi signorili, castelli e torrioni, portali antichi, possenti archi, fontane monumentali, bifore fiorite, battenti e balconi in pietra lavorata.”

“Come il ristrutturato e imponente Castello dei Cantelmo, vera eccellenza del borgo che pur mancando fonti certe, dovrebbe essere stato costruito attorno al XI secolo, come evoluzione dell’ancora esistente torrione centrale di avvistamento, che faceva parte di un sistema di difesa composto dai castelli, oggi trasformato in una moderna struttura espositiva. Il palazzo Ducale, altro regno dei Cantelmo e loro residenza privata, detto La Castaldina e anche “Castellina“, sede degli amministratori Castaldi che facevano le veci dei Cantelmo con la facciata, del 1794, di gusto barocco.in cui nella corte interna (attuale piazza Zannelli) si ammira la bella fontana in pietra, decorata con motivi vegetali, fatta costruire da Fabrizio II Cantelmo nella prima metà del XVII secolo, come si legge nell’iscrizione ancora ben visibile sulla base. La facciata principale è visibile uno stemma inciso nella pietra e dipinta un’antica meridiana, arricchita da una cornice raffigurante i segni zodiacali ed altri elementi celesti.

 

Altre bellezze architettoniche sono la Fontana monumentale di Piazza Umberto del 1897,  sul fianco della chiesa madre, con una vasca in pietra con sopra una più piccola vasca in bronzo a forma di conchiglia che riceve l’acqua da due mascheroni. Su di essa vi sono due splendide statue in bronzo raffiguranti Nettuno ed Anfitrite. Più in alto ancora vi è lo stemma di Pettorano con un’armatura romana “pectoralis” da cui forse deriverebbe il nome del paese. A Pettorano è possibile ammirare anche altri meravigliosi Palazzi, come il palazzo De Stephanis, la cui facciata è un trionfo di gusto rococò, il palazzo Croce, che conserva al suo interno l’unico frammento rinvenuto in Occidente dell’Editto di Diocleziano (301 d.C.), il palazzo Giuliani, altro imponente edificio del XVIII sec., e palazzo Vitto-Massei. 

“Pettorano sul Gizio è non solo questo, come non ricordare anche le sue squisite eccellenze culinarie che annoverano la polenta rognosa cotta rigorosamente nel paiolo di rame con acqua del Gizio, farina di mais “otto file”, spuntature di maiale, olio evo, pecorino abruzzese. e tagliata a fette con un filo. Tipici anche i mugnoli e chezzerieje, gnocchetti lavorati con acqua e farina e conditi con la gustosa verdura degli ortolani–pastori. Le Crostele, speciali “Ciambelle fritte” a base di patate, le Pizzelle Dolci, i ceci ripieni, una sfoglia con ripieno di ceci, cacao, mosto cotto, zucchero, uvetta o canditi e la pizza di San Martino con noci, cioccolato fondente, cannella, mosto cotto e chiodi di garofano, tutto da leccarsi i baffi.”

Chiudiamo con una panoramica sul patrimonio religioso che annovera una quantità di edifici religiosi molto ampia rispetto alla grandezza del paese, ognuno con delle sue specificità come si potrà leggere. Il terremoto del 1706 obbligò a nuove ricostruzioni, come quella della Chiesa Madre, intitolata così dal 1589 in onore di San Dionisio, ma dal 1594 il titolo passa ad una non ben identificata S. Maria della Porta. La zona della Chiesa Madre veniva denominata “Prece“, da un’etimologia popolare dal latino “preces”, preghiere o si può ricondurre il toponimo alla parola latina “praeceps, – ipitis“, che significa precipizio, pendio, data la sua posizione a cavallo di due vallate. Sullo stesso lato della Chiesa Madre venne costruita nel 1897 una fontana ornamentale con due statue in bronzo raffiguranti le divinità Nettuno ed Anfitrite e teste zoomorfe da cui sgorga l’acqua.

Tra gli edifici religiosi, meritano una visita la piccola chiesa extramuraria di San Nicola, già esistente nel 1112, e la chiesa della Madonna della Libera, da cui si dipartono le caratteristiche stradine in discesa (“rue”) che conducono alla vallata del fiume Gizio attraverso interessanti stratificazioni architettoniche, mentre le altre chiese di San Rocco, San Giovanni e San Antonio conservano poco della struttura originaria. La Parrocchia della Beata Vergine Maria e di San Dionisio che risale al XV secolo voluta dalla famiglia Cantelmo e ricostruita sopra una precedente chiesa de XIII secolo, troppo piccola per gli abitanti, ma divenne la parrocchiale molto tardi, poiché nel 1594 aveva tale titolo la chiesa di Santa Maria della Porta.

La Chiesa di San Rocco fu costruita in seguito alla peste che falcidiò la popolazione nel 1656 in onore di San Rocco, protettore degli appestati, onorato in quasi tutti i paesi che conobbero la terribile malattia con la costruzione di una chiesa a lui dedicata. L’iscrizione sulla facciata della chiesa, un edificio dalle forme assai semplici databile alla fine del XVII secolo, esprime il terrore degli abitanti per il terribile male che li aveva colpiti e l’invocazione al Santo perché li liberi. Il piccolo santuario della Chiesa della Madonna della Libera, fatto costruire nel 1680 e che conserva all’interno un altare in marmo sormontato da un dipinto raffigurante la Madonna della Libera, culto, particolarmente sentito dai cittadini della vicina Pratola Peligna, che richiamava in quel luogo ogni anno molti pellegrini pettoranesi, per i quali si pensò di farla costruire.

La Chiesa di San Nicola è invece una delle più antiche chiese pettoranesi, tipica chiesetta rurale, con interno molto semplice. Una prima attestazione si trova in un documento pontificio di Pasquale II del 1112, confermata dai successivi documenti papali del XII secolo. Secondo la tradizione locale sarebbe stata costruita sulle fondamenta di un tempio pagano, del quale però non esistono prove certe.

La Chiesa di San Giovanni che gode dell’antica attestazione presente nel documento di Lucio III del 1183 e in uno successivo di Clemente III del 1188. L’edificio attuale, semplice e modesto nelle proporzioni, non conserva nulla di quello originario che nei documenti del XVIII secolo risulta adibito a magazzino. Chiudiamo questa carrellata sulle 7 chiese del borgo con la Chiesa di Sant’Antonio, che secondo lo storico locale Pietro De Stephanis doveva essere inizialmente dedicata a S. Maria della Vittoria. Annesso all’edificio sacro era un ospedale per il ricovero dei poveri e dei pellegrini, chiamato xenodochio, che nel 1719 fu dichiarato luogo profano e quindi chiuso dal vescovo Francesco Onofrio, come ricorda un’iscrizione ancora visibile sulla porta dell’originaria sacrestia.

Foto by Abruzzomania

Fonti:

Pettorano sul Gizio – I Borghi più Belli d’Italia (borghipiubelliditalia.it)

Pettorano sul Gizio – Wikipedia

Borghi da vedere in Abruzzo: a Pettorano sul Gizio tra palazzi signorili, torrioni e fontane monumentali (luoghidavedere.it)

Castello Cantelmo (Pettorano sul Gizio) – Wikipedia

Comune di Pettorano sul Gizio