Eccellenza d’Abruzzo n. 50 – Crognaleto (TE): il Santuario di Santa Maria della Tibia e la Valle delle Cento Cascate

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 50° Eccellenza, , quella del comune di Crognaleto in provincia di Teramo, con la Chiesa Santuario di Santa Maria della Tibia e la Valle delle Cento Cascate.  Per festeggiare il raggiungimento della 50° Eccellenza, andiamo in deroga al nostro regolamento e invece di indicare una sola eccellenza per questo piccolo comune, ne segnaliamo ben due. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 255, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“C’è una piccola e graziosa chiesetta rupestre, in bella posizione isolata a 1187 di quota e collocata all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga che sorge su di una rupe e che si raggiunge con breve e ripida salita dall’abitato di Crognaleto, è il Santuario diocesano della chiesa di Santa Maria della Tibia o Madonna della Tibia. La singolare e apparentemente macabra denominazione del santuario è attribuita dalla tradizione popolare per una grazia ricevuta quattro secoli fa, nel 1617 e nasce quindi come ex voto di un ricco commerciante proveniente da Amatrice, che, trovandosi a passare da quelle parti, cadde in un burrone, invocò la Vergine e avendo riportato solo la frattura di una tibia e quindi salva la vita, fece erigere il tempio, ma anche più prosaicamente deriverebbe dalla fatica necessaria per raggiungere il luogo.”

“La chiesa possiede una copertura a capanna e una facciata a coronamento orizzontale da cui si erge un campaniletto a vela con due fornici che accolgono altrettante campane di diversa grandezza. La più grande reca l’invocazione “Liberaci o Signore dal fulmine e dalla tempesta” e fu proprio un fulmine che nel 2005 distrusse il campanile che venne sistemato pochi mesi dopo dall’Ente Parco. Al di sopra dell’architrave c’è una finestra rotonda incorniciata in pietra, sopra la quale compare in un cartiglio su travertino l’anno di erezione della chiesa e la scritta in latino: “Inginocchiati e venera la Madonna, o viaggiatore, affinché guidi i tuoi passi fuori dai pericoli“.”

“Sulla sinistra si trova una piccola struttura adibita a ristoro dei pellegrini ed oggi riportata all’uso originario.  L’interno è ad unica navata e nella zona presbiterale si trova l’altare ligneo d’orato di fattura barocca con al centro la statua in legno della Madonna della Tibia, a cui vengono attribuiti poteri di protezione dalle calamità, guarigioni miracolose e poteri di protezione dalle calamità. Dal 1619, per concessione del Vescovo aprutino Giovanni Battista Visconti, confermata nel 2006 con Decreto della Penitenziaria Apostolica, viene accordata un’indulgenza di cento giorni all’anno per ogni visita alla chiesa nel giorno del 9 agosto. La devozione per la Madonna della Tibia, inoltre, rientra nel culto popolare mariano delle “Sette Madonne Sorelle“, molto diffuso nelle zone rurali. Il luogo è silenzioso e suggestivo, il panorama magnifico e riposante. La chiesa risulta sia stata edificata nel 1617, ma le sue fattezze fanno pensare a origini più antiche, infatti fonti storiche riportano che già nel XII secolo in quel luogo vi fosse una chiesetta conosciuta con il nome di “Tibbla” da cui potrebbe dunque derivare la curiosa denominazione tramandata fino a oggi.”

 

“Prima di descrivere la seconda eccellenza di Crognaleto, è bene da sapere che il piccolo paesino, di poco più di mille anime, è suddiviso in quattro borghi + uno (la borgata centrale). La parte più antica, ai piedi del paese, si chiama borgo “Combrello” (Colle Morello) in cui si ammirano le case costruite in arenaria, che rispecchiano la geologia del luogo, il paesaggio è mozzafiato e qui vi era un antico monastero di Gesuiti con la presenza del divino ancora tangibile testimoniato in quasi tutti gli architravi del 1600 delle case, con epigrafi in latino di monito di lode e motti, contenenti il monogramma gesuita con le lettere IHS e il più significativo, datato 1755, è posto sull’architrave di una porta in piazzetta “DESCENDANT IN INFERNUM VIVENTES, NE DESCENDANT MORIENTES” che significa “se si considerasse di più l’esistenza dell’inferno da vivi, non ci si andrebbe da morti”.
Nella parte più alta del paese c’è il borgo “Colle” che si caratterizza per i versetti e i motti incisi su porte e finestre degli edifici e che conserva tante case in pietra. Qui vi sono le sorgenti: l’acqua “d’ lu pirdir”“d’ li finticel”, oltre all’acqua “d’ la lagnett” che proprio per questa sue caratteristiche organolettiche è tra le migliori cinque acque in Italia, ottima soprattutto per il latte dei neonati. Il terzo è il borgo Mastresco dove sono stati trovati resti di insediamenti longobardi, come dimostrano proprio i balconi a forma del gafio longobardo e da racconti popolari si narra che il paese fu colpito da uno smottamento, scivolando verso il basso, solo il “Mastresco” rimase al suo posto, da ciò deriva il suo nome “rimasto ecco”La Villa è la borgata centrale con la grande piazza con la sua fontana, dove si trova la meravigliosa Chiesa di SS Pietro e Paolo che risale al XVII secolo, l’unica nella montagna teramana che conservò il patronato laico, ovvero il diritto dei residenti ad eleggere il proprio parroco.”

“Infine c’è il borgo di Cesacastina, il paese di terra, acqua e legno, con il suo nome che deriva dai termini “cesa: taglio” e “castina: castagni”.
adagiata ai piedi del Monte Gorzano che con i suoi 2.458 m. (la vetta più alta del massiccio dei monti della Laga), è circondata dal verde lussureggiante dei boschi, con la sua inconfondibile forma di croce che ad ogni estremità le corrisponde una borgata: Colle, Villa Mastresco e Combrello. Nel comprensorio di Cescacastina c’è un’altra perla di rara bellezza dello straordinario paesino di Crognaleto, un luogo incantevole divenuto famoso proprio per la sua posizione strategica, poiché in poco tempo è possibile raggiungere la Valle delle Cento Cascate, chiamata anche “Valle delle Cento Fonti, e questa località delle Cento Fonti forma un vero e proprio “anfiteatro”, di cui fanno parte anche le località “Pretaro” e “Le Iaccere”, e che scende fino a Cesacastina. Una vera e propria “Fabbrica dell’Acqua”, un angolo naturale particolarmente spettacolare e suggestivo del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga, che prende il nome dalle decine di cascate e cascatelle (circa 100) con cui il torrente Fosso dell’Acero, che ispira questo toponimo, ricchissimo di acque, tra fine primavera e inizio estate, da vita a un vero e proprio grandissimo bacino idrografico che in primavera è solcato da numerosi corsi d’acqua. soprattutto nel periodo tardo-primaverile, e nella sua vorticosa discesa esplode in cascate e forma piccoli laghi anche ravvicinati tra loro, snodandosi in un percorso rocambolesco tra rigogliosi boschi di faggi secolari, alimentando ricchi pascoli lussureggianti e modellando a proprio piacimento i giganteschi costoni d’arenaria che riempiono la zona, tutto sotto l’austero sguardo delle vette del Corno Grande (che con i suoi 2.912 m. è la cima più alta degli Appennini) e del Pizzo di Intermesoli (2.635 m.).  Questo meraviglio luogo lungo il percorso del torrente, che porta ai 1.759 m. dell’Anfiteatro delle Cento Fonti (ed anche più in alto per escursionisti più esperti), si decora di stupendi fiori selvatici d’altura, tra cui diverse specie di orchidee ed in questa area, molto frequentata dai lupi, non è rara la presenza del Cervo, delle Volpi e della famosa Aquila reale che proprio in questi posti nidifica da anni.”

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“Questo angolo particolarmente spettacolare e suggestivo è senza dubbio uno dei più belli e scenografici di tutto il massiccio dei Monti della Laga, che offre panorami mozzafiato ed un ambiente naturale unico. In questo caso, perché non è nostra abitudine, facciamo uno strappo alla regola e diamo alcune informazioni per gli interessati ad andare a visitare questo meraviglioso luogo naturale con partenza proprio da Cesacastina. Per raggiungerlo è necessario seguire rigorosamente il sentiero senza allontanarsene, attraversando il corso del Fosso dell’Acero e dei ruscelli suoi affluenti solamente nei guadi segnalati, senza mettere piede per alcun motivo sui lastroni di pietra a lato del corso d’acqua.  La sua frequentazione richiede una attenzione particolare in quanto gli spettacolari scivoli di arenaria percorsi dal torrente e dai suoi affluenti ai lati del sentiero sono molto pericolosi, in quanto resi estremamente scivolosi dall’acqua, anche quando la ridotta portata estivane riduce il flusso ad un velo sottile.  Il tempo di percorrenza è di circa 2.15 ore, il dislivello è di 620 m, è presente un segnavia parzialmente segnato (bianco-rosso) ed il periodo consigliato per l’escursione va da maggio a ottobre e si svolge su un percorso che non presenta difficoltà tecniche né pericoli purché si resti sempre nel sentiero facile e molto evidente.

Fonti

Foto by Abruzzomania

Foto cascate by Leonardo Pellegrini

https://abruzzoturismo.it/it/la-valle-delle-cento-cascate

Santa Maria della Tibia – Crognaleto (TE) – MoVing Teramo

Viaggio in Abruzzo.it/09-P1040676+

Crognaleto – Wikipedia

http://www.gransassolagapark.it/iti_dettaglio.php?id_iti=1646

http://www.imontagnini.it/valle-delle-cento-cascate

http://abruzzomountainswild.com/event/escursione-alla-valle-delle-cento-cascate/

https://www.abruzzowild.com/escursioni-parchi-abruzzo/lincantata-valle-delle-cento-fonti/

https://www.countryhouseabruzzo.com/valle-delle-cento-cascate-207/

http://6amico.com/crognaleto/cesacastina-home/

 

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 49 – Pescocostanzo (AQ): il borgo storico più bello d’Abruzzo

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 49° Eccellenza, , quella del comune di Pescocostanzo in provincia di L’Aquila, il borgo storico più bello d’Abruzzo. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 256, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Nella regione degli Altipiani Maggiori d’Abruzzo, tra immensi e silenziosi pascoli, a 1.400 d’altezza si trova il magnifico borgo di Pescocostanzo. Centro di antica origine e luogo di intensa civiltà, vanta una favorevole attività culturale, testimoniata dall’eccezionale patrimonio di monumenti rinascimentali e barocchi che hanno avuto origine dalla straordinaria vicenda artistica che sviluppò soprattutto tra il 1440 e 1700.

Il borgo è compreso nel Parco Nazionale della Maiella, la montagna dai grandi canyon, pareti di roccia e fitti boschi nei valloni e tra Pescocostanzo e Cansano si estende, tra i 1290 e i 1420 m di quota, il Bosco di S. Antonio, una delle più belle faggete d’Abruzzo. Protetto come Riserva Naturale dal 1985, il bosco, oltre ai faggi, custodisce nei suoi 550 ettari numerose piante secolari, aceri, peri selvatici, tassi, cerri e ciliegi. All’inizio dell’estate vi fioriscono la genziana, la peonia e una delle orchidee selvatiche più rare d’Italia, la pipactis purpurea. In inverno, è possibile praticare lo sci di fondo tra i faggi e nel pianoro sottostante, mentre l’estate si presta per passeggiate e picnic, habitat di rari uccelli, quali il picchio, il pettirosso, il fringuello e, tra i rapaci, lo sparviero e la poiana.

Pescocostanzo, non è solo natura, infatti la tradizione artigiana è riuscita a rimanere viva e a salvare il patrimonio di esperienza, capacità tecnica, stile e qualità. La lavorazione del merletto a tombolo, quella della filigrana e del ferro battuto, rappresentano un punto di forza della sua tradizione. Pescocostanzo interpreta egregiamente l’antico ruolo di meta di turismo, arte e cultura, di soggiorno estivo ed invernale in uno straordinario ambiente naturalistico, offrendo una vacanza, estiva ed invernale, integrata in un comprensorio che rappresenta con le infrastrutture e le ricettività delle vicine cugine Rivisondoli e Roccaraso, l’offerta montana più completa della montagna abruzzese.

Le prime notizie riguardanti il borgo derivano da un documento del 1108, in cui si legge della cessione di Pescocostanzo da parte del monastero di San Pietro Avellana, dipendenza di Montecassino, a un signore laico, Oddone, membro del ramo dei conti di Valva e residente a Pettorano, il quale lasciò però ai monaci la Chiesa di S. Maria del Colle. Ai conti di Pettorano succedettero, a partire dalla seconda metà del ‘200, i nuovi feudatari legati ai sovrani angioini e dal 1325 al 1464 signori di Pescocostanzo furono i Cantelmo, ed è in questo periodo (tra il 1300 e 1440) che la storia del borgo cambia grazie all’influenza derivata dall’insediamento di un nucleo di artigiani lombardi dediti ad attività edili.

L’afflusso di questi maestri lombardi, richiamati da una forte committenza della borghesia locale, dall’ubicazione del paese, vicino alla “via degli Abruzzi“”, luogo di transito per scambi commerciali e culturali, attraverso la dorsale appenninica, fra il Nord e il sud d’Italia, e passante per l’altopiano delle Cinquemiglia e dalla disponibilità di cave di pietra, costituì una presenza incisiva, le cui testimonianze sono ravvisabili nel gergo dei muratori, nell’ onomastica di alcuni cittadini, nel rito del battesimo per immersione (tipicamente ambrosiano), nella presenza di un secondo protettore del paese, di parte lombarda, S. Felice e, per il tramite di donne lombarde, nella lavorazione del merletto a tombolo, anche se, nonostante l’ausilio di informazioni ricavabili da sculture, pitture e vasi antichi, che confermano l’impiego di attrezzi di lavoro non dissimili da quelli in uso ancora oggi, e le testimonianze di storici e poeti dell’epoca, è difficile risalire alla fase di passaggio dalla lavorazione con l’ago a quella con i fuselli (“tammarieje“), verosimili eredi di ibridi evolutisi nel tempo. Da una prima testimonianza storica sulla predilezione per i merletti da parte di Caterina dei Medici, nel 1547, si passa alla leggenda tramandata dallo studioso francese Lefebure, il quale attribuisce a Venezia la primogenitura di un intreccio di fili che sarebbe stato eseguito con l’ausilio di piombini pendenti da una rete di pescatori, carica, oltre che di pesci, di un’alga con meravigliose ramificazioni pietrificate: l’antenato della trina a tombolo. I pochi scritti sull’argomento lasciano immaginare che la tecnica del fusello sia nata prima del Rinascimento e abbia raggiunto valori di vertice a Venezia, in anticipo rispetto alle altre zone che l’hanno adottata. Notizie sul merletto a tombolo si hanno anche da un documento della famiglia d’Este di Ferrara, nel 1476, e dal riferimento a una “striscia a dodici fusi” per lenzuolo, in un contratto stipulato a Milano.

Si può supporre che, data l’intraprendenza delle classi locali evolute, l’artigianato del tombolo abbia tratto giovamento a Pescocostanzo dai contatti con i principali centri di diffusione dell’epoca come Milano, per il determinante apporto delle maestranze lombarde, a partire dal secolo XV (come sostiene il famoso storico pescolano dr. Gaetano Sabatini) e Venezia, oltre che per i continui contatti con l’Aquila e l’influenza esercitata lungo le coste abruzzesi, ma forse anche per il rapporto di amicizia tra Caterina dei Medici e Vittoria Colonna. il cui contributo all’emancipazione pescolana potrebbe avere scavalcato la funzione politica in più di un caso. Lucilla Less Arciello, altra pescolana d’elezione, sostiene questa seconda ipotesi in un suo pregevole lavoro intitolato “Cristalli di neve in una trina”. Poi c’è anche Genova, che alcuni studiosi citano come patria del tombolo. Qualunque sia l’ipotesi più attendibile sulle origini del tombolo, resta il fatto che la scuola pescolana diventa un fenomeno specifico, un’industria e un patrimonio per l’intera collettività locale, in cui la famiglia si trasforma in laboratorio artigiano: ogni bambina, appena possibile, viene iniziata al tombolo mediante l’esecuzione graduale della “sceda“(scheda), che fissa le nozioni basilari di questa arte; ogni giovanetta in età da marito possiede un corredo principesco di tovaglie. tovaglioli, fazzoletti, lenzuola, centri, pizzi, merletti, che assumono nomi dialettali diversi a seconda del punto o della complessità della figura in cui la fantasia ha sempre la sua parte.

Tenendo anche presente che il merletto a tombolo coinvolge altri artigiani, come il sarto per la preparazione del “cuscino” (il tombolo) e per l’imbottitura con erba falasca; il falegname per la realizzazione dei fuselli (“tammarieje“) in legno di noce, pero o ulivo stagionato, e dell’apposito cavalletto di supporto del tombolo; il disegnatore per l’elaborazione dei modelli, che richiedono una profonda conoscenza delle tecniche di lavorazione. Chiese e cappelle private, che le ricevono in dono e palazzi patrizi e case sono arredati con “pezzi” di valore. Durante l’ultima guerra, i tedeschi, che ne fecero bottino, manifestarono apertamente la loro meraviglia per le ricchezze e la varietà di quel patrimonio, nel quale figuravano, oltre a merletti in seta, esecuzioni con fili d’oro e d’argento. I merletti di Pescocostanzo, la cui compattezza di tessitura non ha uguali in un vasto circondario (Marche incluse) e i cui disegni sono a volte autentiche rarità o esclusiva di qualche trinaia o famiglia, fanno oggi splendida figura nelle esposizioni di industrie tessili italiane ed estere. Buona parte del merito va assegnato alla specializzazione e all’inventiva dei disegnatori locali. L’odierno merletto a macchina, per quanto ineccepibile nella esecuzione, non potrà mai competere con la morbidezza e il calore della lavorazione a mano se non per motivi di costo di produzione, così che, non trattandosi di lavoro su base industriale ogni pezzo è da considerare un “unicum”. Da qualche anno sono visitabili la Scuola del Merletto a Tombolo e il relativo museo realizzati dal Comune nel , in piazza Municipio.

Oltre al tombolo Pescocostanzo vanta anche l’arte del ferro battuto che ha origini molto antiche e una tradizione particolare. Esistente qui fin dal Medioevo, questa arte ricevette un decisivo apporto anch’essa dall’arrivo delle “compagnie” dei Mastri lombardi: “scalpellini, intagliatori, fabbri”, che affluirono in Abruzzo a partire dalla metà del’400 e si insediarono numerosi a Pescocostanzo, facendone il centro di artigianato artistico di più alto livello nella regione. Il vertice dell’arte del ferro battuto si raggiunse a Pescocostanzo alla fine del “600”, quando il fabbro pescolano Sante Di Rocco (1663-1705) realizzò, tra il 1699 e il 1705, il grandioso cancello che chiude l’accesso alla Cappella del Sacramento nella Basilica di Santa Maria del Colle: una delle opere più originali di questo genere che esista in Italia. Altri lavori in ferro di grande maestria sono presenti nella stessa chiesa (l’altare maggiore in ferro, opera del maestro Nicodemo Donatelli) e in arredi delle facciate degli edifici del centro abitato: testimonianza di quanto tale arte fu apprezzata nella comunità cittadina, in cui alcune famiglie l’hanno tramandata di padre in figlio fino ad oggi. Alla Bottega Donatelli va conferito il merito di aver fatto tesoro di questa eredità culturale e di averla custodita intatta e viva nel tempo.

Un’altra delle peculiarità di questo incredibile borgo è l’Artigianato orafo della filigrana (o filograna), un genere di lavorazione dell’oro e dell’argento basata sull’intreccio e sulla saldatura, nei punti di collegamento, di sottili fili di metallo ritorto, o lamine, sagomati o spiralizzati per la formazione di arabeschi e disegni in genere disposti simmetricamente. La sua evoluzione artigianale risale presumibilmente all’artigianato greco. Partendo dal 2000/2500 a.C., la filigrana trova una definitiva tecnica di lavorazione presso gli Etruschi, in modo particolare con decorazioni di lamine in forma di fiori o profili geometrici inseriti simmetricamente, spirali ecc, specie nell’oreficeria religiosa, greca ed etrusca in un primo tempo, romana, barbara e musulmana successivamente. Per quanto riguarda Pescocostanzo, vi sono da segnalare interessanti monili in argento con motivi filigranati, rinvenuti durante gli scavi archeologici in località Colle Riina, dopo l’apertura delle tre tombe longobarde rimaste intatte, i quali potrebbero offrire spunto a nuove ipotesi sull’importazione locale del tipo di lavorazione. Dopo una decadenza (o fase poco documentata) di circa due secoli, la filigrana ha recuperato popolarità verso il XVI – XVII secolo a Genova e a Venezia (e forse Milano), per esplodere in realizzazioni folcloristiche verso il XIX secolo presso le popolazioni dell’Europa centrale e in Spagna. Dall’Italia settentrionale essa è stata sicuramente esportata nel meridione, passando probabilmente orafo per Napoli o Sulmona prima di arrivare a Pescostanzo. Il primo riferimento all’attività orafa da parte del catasto generale del comune di Pescocostanzo risale all’anno 1748 e coincide col superamento di una fase critica dell’economia locale. Di orafi in epoche precedenti ogni notizia è vaga.

Caratteristica della filigrana tradizionale sono la lavorazione e la saldatura a mano, le quali, come si verifica per il tombolo eseguito con cuscino e fuselli anzichè a macchina, conferiscono al prodotto una morbidezza e un respiro inimitabili; tuttavia, non essendo facile distinguere a prima vista la fattura industriale (fusione) da quella artigiana (saldatura a mano) è opportuno informarsi sulla tecnica di lavorazione di un oggetto prima dell’acquisto. Rientrano nella tradizione anche figure o simboli ottenuti con placchette sagomate in oro assiemati per mezzo di spiraline o altri motivi filigranati. Un esempio tipico è la “presentosa“, spilla filigranata in oro, in fase di rilancio da parte dell’oreficeria locale nelle varie versioni fin qui elaborate. Nella tradizione rientrano ancora: “la cannatora“, collana girocollo consistente in un’infilata di “vacura” in lamina stampata a sbalzo (semplice oppure arricchita con grani in oro detti “prescine“), di cui esiste anche una versione moderna; le “cecquaje“, in genere orecchini e spille (di origine turca), lavorati a traforo (impreziositi a volte con pietre, cammei, corallo ecc.), riproducenti oggetti, figure o amuleti di ispirazione apotropaica; altre varie lavorazioni (ricorrendo anche alla cera persa), tra le quali gli “attacci” per sorreggere il filo di lana di pecora utilizzato per ricavare calze e maglie.

L’uso dell’oro nella lavorazione di monili destinati all’ abbigliamento e alla commemorazione è legato all’importanza che esso assume sin dall’antichità nel culto del suo potere magico o divino e della sua durevolezza. Nessuna meraviglia che il suo culto abbia trasmigrato da aztechi, cinesi, egizi e greci alla nostra penisola e, progressivamente, alle sperdute lande degli Altopiani, quasi sicuramente per il tramite dei maestri lombardi e che un centro evoluto come Pescocostanzo ne abbia fatto tesoro raggiungendo nel campo livelli di tutto riguardo. Vi sono nomi di orafi famosi nel passato, forse insuperabili, a cominciare dai Del Monaco, Falconio, Del Sole, Pitassi, ecc., a valle dei quali gli unici superstiti sono, verso gli inizi del XX secolo, le famiglie Domenicano e Tollis, depositarie di un patrimonio secolare di conoscenze.

Concludiamo questo straordinario excursus con le fiabe, la favolistica e le credenze popolari che costituiscono un’altra notevole componente del patrimonio culturale di Pescocostanzo. Da alcune fiabe e superstizioni raccolte in loco e riportate da Gennaro Finamore nel suo volume “Novelle popolari abruzzesi”, si ha conferma della chiara radice pescolana della loro elaborazione, poiché il tessuto narrativo, è talmente puntuale nei riferimenti al comprensorio comunale da eliminare ogni dubbio in proposito. Qualche perplessità potrebbe nascere per la Madonna delle Grazie, nominata nella prima fiaba, la quale sembra non avere alcunché in comune con la stessa, ubicata attualmente al Colle di S. Maria, come anche per il “Ponte di Pietra”, un rudere in quel di Pizzo di Coda, ancora transitabile prima della distruttiva bonifica del bacino del torrente “La Vera”, e per il “Colle delle Sante Celle”, toponimo non riportato sulle carte dell’IGM ma ancora oggi adottato come riferimento inconfondibile al distrutto “Monastero”, il quale sorgeva grosso modo in prossimità delle attuali masserie Macino. Per il resto, comunque, fatto piuttosto insolito nella favolistica, i richiami all’ambiente cui si riferisce ogni storia, sono a portata delle esperienze e conoscenze locali, senza però l’uso di re, regine, principi, principesse ed altri ingredienti di routine, fatta eccezione per qualche fuggevole drago o strega. I testi, di cui molti anziani di “Pesco” serbano memoria, sono ripresi fedelmente dal volume del Finamore sopra citato.

“Il monumento religioso più rappresentativo di Pescocostanzo è la Basilica di Santa Maria del Colle, ricostruita nel 1456  dopo un terremoto. L’ampia aula quadrata dalla caratteristica spaziale unica in Abruzzo, è a cinque navate. L’ingresso laterale, che risale al 1580,  con imponente scalinata e portale tardo romanico con lunetta affrescata, è oggi quello principale. Di notevole interesse gli splendidi soffitti lignei, quello dell’ottavo decennio del XVII secolo di Carlo Sabatini e i due intermedi del 1742 dorati e intagliati, che incorniciano tele di pregio, l’altare maggiore e la cancellata in ferro battuto sono una sintesi dell’operato delle maestranze abruzzesi nell’oreficeria del barocco, il Cappellone del Sacramento, opera di Santo di Rocco e Norberto Cicco, del 1699-1705, opere d’arte come la statua lignea medievale della Madonna del Colle, gli stucchi di Giambattista Gianni e la pala d’altare di Santa Caterina di Tanzio da Varallo, che mostra la Madonna dell’incendio sedato (1614). Accanto alla Basilica si trova la Chiesa di Santa Maria del Suffragio dei Morti del XVI secolo, con la facciata che riproduce una tipologia molto diffusa nella Majella, il portale seicentesco con timpano triangolare sorretto da colonne poste su alte basi, con la decorazione barocca di due teschi affiancati dal retro. All’interno un pregevole altare in noce e il soffitto a cassettoni lignei è del 1637, realizzato dai pescolani Bernardino d’Alessandro e Falconio Falconi.”

“Di notevole pregio in ambito civile è il Palazzo Fanzago del XVII secolo, ricavato dall’ex convento di Santa Scolastica, progetto di Cosimo Fanzago che mostra i portali in pietra a tutto sesto, aperti nel corso del XIX secolo, per ospitare botteghe al pian terreno; le nicchie con le paraste ribattute da volute a mensole inginocchiate costituiscono un episodio chiave dell’opera di Fanzago, presentando analogie con l’altare della chiesa del Gesù e Maria e da visitare anche Palazzo Grilli edificazione del XVII secolo, Palazzo del Municipio del XVIII secolo che sull’architrave del portale ha scolpito riprodotto nel 1935, il motto SUI DOMINA, in ricordo della liberazione dal feudalesimo del paese da Ferdinando IV di Borbone, Palazzo Cocco dotato di eleganti finestre settecentesche, Palazzo Ricciardelli che deve il suo nome al patriota Nicola Ricciardelli e infine chiudiamo la rassegna delle bellezze architettoniche del borgo con le fontane di Pescocostanzo, la Fontana di Piazza Municipio del XVII secolo in ferro e pietra, con al centro uno stelo in ghisa contornato da tre putti seduti di scuola pescolana, dalle cui bocche esce l’acqua. Nel marchio impresso si legge di un restauro del Novecento, dove è stata aggiunta sulla cima una conca abruzzese sorretta da una figura umana, e la Fontana Maggiore del XV secolo, con quattro cannule che gettano l’acqua e un rilievo del Ciclo della Vita con figure umane e vegetali.”

Fonti:

Pescocostanzo – I Borghi più Belli d’Italia (borghipiubelliditalia.it)

Pescocostanzo (AQ), il borgo più bello d’Abruzzo! – YouTube

Visit Pescocostanzo | Home (visit-pescocostanzo.it)

Pesconline.it – Il Portale di Pescocostanzo – Pescocostanzo Hotel, B&B e Ristorante su Pesconline.it – Pescocostanzo è On Line

Pescocostanzo – Wikipedia

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 47 – Pietracamela (TE): il Borgo scavato nella roccia

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 47° Eccellenza, , quella del comune di Pietracamela in provincia di Teramo e il suo splendido Borgo scavato nella roccia. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 258, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Pietracamela, abbarbicato ed isolato sull’altura che domina il vasto panorama sulla valle del Rio Arno, prevalentemente costruito e restaurato in pietra locale, è un vero e proprio paese di montagna che si sviluppa in salita, isolato e circondato solo da monti e boschi, con le case tutte vicine e in pietra, con le finestre di legno, i balconi-fienili, i vicoli lastricati, le vecchie fontane e con le strade che non sono altro che strette salite o scalinate nelle quali passano appena due persone affiancate, con bandite macchine, motorini e addirittura inagibili alle bici.”

“Il piccolo borgo medioevale, dal nome originario Petra che deriva dalle case costruite su enormi macigni portati a valle dallo scioglimento dei ghiacciai di Campo Pericoli, fu definito da Monsignor Pensa un nido di Aquile. Pietracamela è arroccata sulle pendici del Corno Piccolo del massiccio del Gran Sasso nell’area protetta del Parco Nazionale omonimo, con il Corno Grande e le sue cime aguzze e le pareti verticali, i ghiacciai, tutte le meraviglie della montagna e i Monti della Laga, con foreste ricche di acque che scendono copiose a valle, in cui vivono il camoscio e dove nel 1991 fu istituita la Riserva naturale del Corno Grande di Pietracamela di 2.000 ettari che comprende il Corno Grande, il Ghiacciaio del Calderone, la Valle del Rio Arno, la Valle del Mavone, Campo Pericoli, il Pizzo d’Intermesoli ed il Bosco della Giuncheria, istituita al fine di reintegrare con un programma di ripopolamento proprio il camoscio d’Abruzzo da tempo estinto (che ne è il simbolo), l’orso bruno marsicano e il lupo appenninico, all’interno di uno scenario d’incomparabile bellezza, che si può godere solo da questo meraviglioso borgo.”

“Le vere ricchezze di questo borgo sono pertanto la natura, il silenzio, la pace ed un paesaggio mozzafiato, e così si presenta in tutta la sua maestosa bellezza al riparo dei roccioni calcarei che delimitano in basso a 1450 m di altitudine anche la località di Prati di Tivo, sede dell’omonima stazione sciistica, sita tra i boschi di faggio dell’Aschiero e delle Mandorle, che si eleva lungo le pendici del Corno Piccolo e il Corno Grande  e del Rio Arno, la più famosa stazione invernale del Gran Sasso d’Italia (1450-2000 m.), con impianti di risalita e dotata di buone attrezzature alberghiere.”

“In questo incantevole scenario, dal borgo partono bellissimi sentieri per passeggiate e trekking sui sentieri storici, mountain bike, ascensioni in quota, alpinismo e roccia (famosa la Palestra di roccia degli Aquilotti). Alcune ipotesi sulle origini del borgo attribuiscono la sua fondazione a popolazioni abruzzesi che vi si stabilirono tra i monti, intorno al XII secolo, considerandoli luoghi sicuri per sottrarsi alle invasioni nemiche, mentre altre ritengono che i primi residenti siano stati gruppi di pastori o di cardatori di lana giunti dalla Puglia, probabilmente di origine brindisina.”

“Gli scorci che vi si intravedono stupiscono per la bellezza e nel guardarli si percepisce la fatica degli antichi pretaroli che praticavano la pastorizia, l’agricoltura e la lavorazione della lana. Gli storici raccontano che verso la fine di settembre, terminate le semine, gli abitanti di Pietracamela si recavano in Maremma, in Umbria, nelle Marche e in Emilia Romagna per la cardatura della lana di cui erano veri specialisti. Le donne invece trascorrevano i lunghi e freddi inverni a filare la lana e a realizzare la tessitura dei carfagni, stoffe di lana che assumevano colori variegati, per mezzo della lavorazione con erbe e cortecce di alberi, utilizzati per proteggere dalle intemperie. Competenza delle donne era anche la tessitura della “tela bianca”, da cui si ricavavano i paponi, le calzature fatte di corda e di pezza che venivano usate dagli alpinisti locali, vista la loro resistenza. Purtroppo lo spopolamento ha causato l’abbandono di queste meravigliose attività artigianali un tempo legate alla pastorizia.”

Foto by webtiscali

“Quando si arriva in paese, il benvenuto è dato se si alza lo sguardo sullo sperone silvestre, dalla preta (che nel 1878 fu di gran lunga ridimensionata nella parte sporgente nel vuoto e che nel 1935 fu fatta sostenere per opera pubblica da un inutile pilastro), dalla chiesa matrice di S. Leucio, costruita nel 1780 e dalla Casa Torre anticamente utilizzata come torre di avvistamento. Il paesaggio che lo circonda è caratterizzato dalla presenza di pareti scoscese, ricoperte da folta e rigogliosa vegetazione costituita prevalentemente da secolari boschi di faggio dell’Aschiero.”

“Tra le strette viuzze, vicoli, stradine a gradinata, punteggiate da piccoli balconi e da terrazzine-belvedere, si trovano numerosi architravi fregiati con stemmi gentilizi e numerose epigrafi che contribuiscono alla narrazione della storia del borgo di , complete o frammentarie, presenti all’interno del paese. Oltre alle magnificenze naturalistiche, il borgo incastonato nella roccia ha una notevole preziosità architettonica testimoniata, procedendo dalla porta verso l’interno del paese, detta la Terra, in cui si possono ammirare le innumerevoli viuzze fiancheggiate da case erette con una tecnica costruttiva istintiva ma razionale e perfettamente rispondenti alle esigenze di coloro che ancora oggi vi abitano. Poi si ammirano il vecchio comune, edifici elevati, con ciottoli e pietre unite da legante, tra il XV e XVI secolo, che conservano peculiari caratteri di autenticità sui diversi monumenti storici di notevole importanza, come antiche iscrizioni spagnole, tracce lasciate nel corso dei secoli, che tramandano e testimoniano ancora oggi la memoria di date, vicende, eventi e personaggi che ebbero nella realtà del borgo, nei diversi periodi, un particolare rilievo.”

“Troviamo l’antico sacro edificio di San Giovanni Battista, del 1432 circondato da case i cui portali recano date dal 1471 al 1616, con l’epigrafe della chiave dell’arco, incisa in caratteri gotici, la più antica che si trova nel borgo che tramanda che la chiesa fu eretta nel mese di giugno dell’Anno del Signore 1432. Poi c’è la chiesa di San Rocco, del 1530, piccolo edificio sacro che si eleva al di fuori dell’incasato del borgo, dedicata al santo protettore degli appestati e dei piagati, eretta durante l’epidemia di peste che colpì il territorio tra il 1528 e il 1529. Oltre all’anno, sul soprassoglio, si trovano scolpiti anche il trigramma bernardiniano IHS e un versetto del Pange Lingua di Sant’Agostino che così recita: «SOA. FIDES. SVFFICIT», e ancora date scritte sulle architravi dei portali, altari lignei e l’acquasantiera cinquecentesca della chiesa parrocchiale di San Leucio, patrono e santo protettore di Pietracamela (lo storico teramano Niccola Palma la ricorda nominata nell’anno 1324 come la chiesa di «S. Leutii de Petra in Valle Siciliani»).  Lungo il caratteristico percorso si possono ammirare il lavatoio pubblico, i resti della chiesa della Madonna e del vecchio mulino comunale ad acqua (tra i ruderi sono ancora ben conservate le due bocche di uscita delle acque), costruito nel XVII secolo a circa 400 metri dal borgo, funzionante con la forza motrice delle acque del Rio Arno.”

“Non è finita, poi ammiriamo Casa Signoretti o Casa de Li Signuritte, con le due finestre bifore con colonnine tortili, sormontate da un architrave sul quale posto in rilievo il probabile simbolo dei cardatori di lana dimora privata ubicata al centro del paese la cui costruzione è databile tra la seconda metà del XIV secolo e l’inizio del XV, con i bassorilievi di una testa e di un paio di forbici (o forse cesoie da tosatore) con le lame aperte che potrebbero rappresentare il simbolo della Corporazione dei lanai, incisi sull’architrave della prima bifora e la Casa Torre, antico edificio che nei tempi passati, fu utilizzato dagli abitanti del paese come torre di avvistamento.”

“Oltre il borgo, c’è il Monte Calvario, rilievo roccioso che sovrasta il corso del Rio della Porta, alla cui sommità sono state disposte tre grandi croci, abbracciato a 1000 m al riparo dei roccioni che delimitano in basso i Prati retrivi (Prati di Tivo) e sopra il paese, tra rocce e fienili, dove resiste un ambiente montanaro molto singolare, più volte ritratto dal pittore Guido Montauti.”

“Pietracamela non è solo un incredibile palcoscenico naturale, ma il tempo ha lasciato in eredità anche, come i ravioli che sono forse il piatto più originale e nei ristoranti del territorio si gustano tutte le altre specialità, come i timballi, l’agnello alla brace, lo spezzatino di capra, lo squisito cacio marcetto e altri formaggi di pecora, i sorcetti (sorta di maccheroncini conditi con formaggio pecorino), le famose “scripelle ‘mbusse”, certi salumi e la pecora alla callara.”

Foto di Antica Locanda, Pietracamela – Tripadvisor

Fonti:

Foto by Abruzzomania ad eccezione di quelle segnalate

http://borghipiubelliditalia.it/project/pietracamela/#1480496816106-48a7f6ef-54ab

https://it.wikipedia.org/wiki/Pietracamela

http://www.comune.pietracamela.te.it/

https://www.stradadeiparchi.it/pietracamela-il-borgo-costruito-sulla-roccia/

 

 

 

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°3 – Madonna della Mazza a Pretoro

La Maiella non ospita solo eremi ricavati dalle numerose grotte sparse tra le cime delle sue montagne. Non è solo il suo ventre materno ad aver ispirato la “rinascita” spirituale degli eremiti che vi si sono recati. Esistono altrettanti luoghi, a volte tra i boschi, altre volte a ridosso di cascate o rupi scoscese, dove l’uomo è riuscito ad entrare, allo stesso modo, in stretto contatto con il Creatore. Libri di pietra scolpiti sulla roccia che nascondono racconti di una cultura millenaria a volte difficile da decifrare ma ancora visibile, almeno in parte, grazie alle espressioni della religiosità popolare tramandateci fino ad oggi. Questo è il caso del terzo eremo in cui ci siamo imbattuti e delle tradizioni a esso correlate, l’Eremo-Santuario della Madonna della Mazza a Pretoro.

Terza tappa dell’itinerario attorno alla Maiella
Portale d’ingresso dell’eremo (foto by David Giovannoli)

Il luogo di culto è stato eretto in onore di Santa Maria del Monte nel XIII secolo per opera dei Monaci Cistercensi della vicina Abbazia di Santa Maria Arabona a Manoppello. Fu in seguito soprannominato Madonna della Mazza per via dello scettro, o bastone, che la statua, risalente al XV secolo, regge nella mano destra come simbolo della Sua regalità. La funzione del romitorio non era soltanto quella di avere un modo per isolarsi e dedicarsi in completa solitudine alla preghiera e alla contemplazione ma anche quella di giocarsi un ruolo strategico nel controllo dei viandanti e dell’attività commerciale e pastorale che transitava sui loro territori. un po’ come si faceva, in realtà, con molti degli altri eremi posizionati sulle vie d’accesso ai pascoli gestiti dalle grandi abbazie. Esso, infatti, sorgeva sull’importante percorso viario, Passo Lanciano, tappa obbligata per coloro che volevano attraversare la Maiella ma noto anche per i suoi importanti pascoli d’altura. L’eremo, però, fungeva soprattutto anche come importante, e a volte fondamentale, ricovero per i passanti che venivano colti dalle improvvise e terribili tempeste e bufere di neve, spesso anche fuori stagione, permettendo di salvare vite e di concedere ospitalità, rifugio e salvezza, non solo spirituale.

Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)
Abbazia di Santa Maria d’Arabona (foto by terrepescaresi)

La struttura si presenta, esternamente, quasi nella sua originaria essenza di antica chiesa medioevale ed è stata realizzata nei pressi di un suggestivo bosco di alta quota. È ancora presente il romitorio dove viveva l’ultimo eremita e che oggi continua a ricevere chi vuole soggiornare in questo luogo.

Bestie, motivi floreali e colonne tortili scolpite con ornamenti, a distanza di mille anni, decorano ancora l’edificio e nascondono un significato che solo in pochi, ormai, possono essere in grado di decifrare. Simboli che aiutavano l’eremita, o chi vi accedeva, a meditare e a riflettere sul proprio cammino interiore, come l’uva decorata sulla parte alta della colonna del portale d’ingresso, che rimanda a diversi significati, in special modo alla festa a cui saranno chiamati tutti coloro che sceglieranno di condurre la propria strada verso Dio, o i due leoni sul portale laterale, ora murato, che ricordavano, a chi vi entrava, la regalità e la sacralità del luogo, nonché di dover rendere conto, un giorno, del coraggio che hanno avuto in vita nel seguire la strada appropriata. O la colomba che, probabilmente serviva a ricordare a tutti che, oltre al coraggio, per seguire la retta via c’è bisogno di umiltà e semplicità di cuore, oltre ai suoi altri innumerevoli significati.

Motivi floreali e tralci d’uva (foto by David Giovannoli)
Leoni rampanti, colomba e motivi floreali sul portale secondario, Eremo della Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)

Un suggestivo sentiero che parte nelle vicinanze dell’Eremo conduce ai suggestivi Mulini Rupestri nei pressi del paese di Pretoro scolpiti nella roccia e simili ai tanti altri eremi nelle circostanze dove, però, si elargiva pane materiale, anch’esso necessario per la sopravvivenza dell’uomo.

Mulino rupestre di Pretoro (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.2 (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.3 (foto by David Giovannoli)

Nell’eremo persiste ancora un’antica tradizione. Ogni ultima domenica di Aprile gli abitanti di Pretoro prelevano la statua della Madonna della Mazza, dando inizio ai suoi festeggiamenti, e la tengono nella propria chiesa parrocchiale fino alla prima Domenica di Luglio, giorno nel quale la riportano nella sede originaria. Questo perché la leggenda vuole che, il 2 Luglio di molti anni fa, quando i pretoresi ebbero l’idea di traslocare la Madonna in paese, nonostante una nevicata anomala che cadde su Pretoro, la statua fu miracolosamente ritrovata nel suo eremo. Nessuno l’aveva trasportata ma aveva autonomamente deciso di avviarsi da sola a piedi durante la notte. A testimonianza dello straordinario evento accaduto, sulla neve furono trovate le sue impronte. Non può mancare, come ogni eremo che si rispetti, il potere taumaturgico dell’acqua, durante il giorno di festa, che scaturisce dalla vicina fontana.

Dipinto di S. M. della Mazza all’interno della Chiesa madre di Pretoro, Sant’Andrea, dove in estate si ospita la statua dell’eremo (foto by David Giovannoli)
Fontana nei pressi dell’eremo (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 92-93
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 38-39

Eccellenza d’Abruzzo n. 46 – Navelli (AQ): il Borgo Medievale delle 14 Chiese

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 46° Eccellenza, , quella del comune di Navelli in provincia di L’Aquila e il suo antico Borgo Medievale delle 14 Chiese. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 259, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Il borgo di Navelli, uno dei castelli più antichi della diocesi Valvense, fu fondato dagli abitanti di vari villaggi, a causa del fenomeno dell’incastellamento e si sviluppò in epoca medievale (VIII-X sec.) per motivi strategici e difensivi, per riunire tutti i villaggi in un unico castello sito su di un colle, una fortezza con torre (trasformata in epoca rinascimentale in campanile della chiesa parrocchiale) dove potersi rifugiare in caso di pericolo, costruendo intorno ad essa le rispettive case. Da evidenziare alcune delle chiesette medievali che appartenevano ai citati villaggi, come la chiesa di S.Maria in Cerulis che anticamente faceva parte del “Vicus Incerulae” e al tempo dei Vestini era un tempio dedicato ad Ercole Giovio.

Navelli è storicamente un centro agricolo e pastorale conosciuto nel mondo per la produzione dello zafferano dell’Aquila DOP. L’”oro rosso” qui cresce sano e purissimo ma, anche se il più prezioso, non è l’unico prodotto che caratterizza il borgo, infatti sono da citare anche l’olio d’oliva, uno dei pochi extravergini della zona, le mandorle e i ceci, piccoli e saporiti, ma decisamente una delle cose più belle da vedere è lo storico borgo medievale con il suo centro antico che si aggrappa alla collina dove si erge in cime il palazzo baronale Santucci, ricavato dal castello predetto. La porzione est del borgo, attorno l’ex chiesa di San Giuseppe, è purtroppo in rovina per abbandono, anche se dopo il terremoto del 2009 si sono fatti progetti per il recupero, in parte andati in porto con il restauro delle chiese e di antiche case. Le case si caratterizzano per la muratura in pietra locale, attaccate le une alle altre, sfruttando l’orografia e le antiche mura medievali che sono state inglobate insieme alle porte, di cui rimangono i toponimi; caratteristici i supportici e gli angiporti, il tutto cinto da mura e rivolto ad oriente.

L’unica chiesa del centro era intitolata a S. Pelino, protettore del borgo, ma in seguito fu costruita la chiesa di San Sebastiano, sita al di sotto della fortezza, divenuto patrono in epoca rinascimentale, che godeva del titolo di arcipresbiterato (di cui godeva anche l’antica chiesa di S.Maria in Cerulis) . Le nuove abitazioni furono costruite all’altezza di una delle ville che concorsero alla fondazione del paese, la “Villa di Piceggia grande”, e in epoca rinascimentale si ampliarono fino alla “Villa di Piceggia piccola”. Ancora oggi il paese è suddiviso in due parti: una medievale chiamata “Spiagge grandi”, da Piceggia grande, e l’altra rinascimentale chiamata “Spiagge piccole”, da Piceggia piccola. Dopo il forte terremoto del 1456  il paese fu in parte ricostruito e sulle mura di cinta, spostate più a valle, nel seicento furono inglobati diversi palazzetti signorili che, restaurati dopo il terremoto del 1703, presero le tipiche caratteristiche del barocco, come il palazzo Onofri con annessa cappella gentilizia e una loggia, nella zona delle spiagge grandi al quale era annessa una delle cinque porte di accesso al paese “Porta Villotta” detta anche “Porta Sud”.

Secondo una tradizione, priva di un’attendibile documentazione, il nome del paese deriverebbe da Nava che vuol dire conca riflettendo la posizione geografica del paese, ma ancor più remota è la leggenda popolare secondo la quale il paese originariamente portava il nome di “Novelli“, poichè nato dall’unione di Nove ville: Villa del Plano, Villa della Piceggia (o Piaggia) Grande, Villa della Piceggia (o Piaggia) Piccola, Villa di S.Maria In Cerulis, Villa di Sant’Angelo, Villa di Turri, Villa dei Pagani, Villa del Colle e Villa di Santa Lucia. Secondo la leggenda gli abitanti dopo aver partecipato alle crociate in Terra Santa, per ricordarle, decisero di trasformare il nome del paese da Novelli a Navelli e di introdurre uno stemma civico per far rimanere duratura l’impresa nel tempo. Tale arma da principio era rappresentata da una “nave flottante sul mare, con un sinistrocherio di carnagione, uscente dalla prua della nave, impugnante l’asta di una croce latina movente dalla nave” con il motto “In Medio Mari Portum Teneo”  e in seguito fu rappresentata da  “una nave flottante sul mare, sostenente cinque banderuole, caricate di una croce in campo d’oro”  il tutto cimato da una corona Ducale con il motto “Navellorum Merito Coronata Fideltas”.  Questa leggenda è attendibile solo in parte perché nel 1092 in una Bolla del monastero di S.Benedetto in Perillis il paese è menzionato come “Navellum“, e non “Novellum”, e in quel periodo le crociate ancora non erano iniziate. Nel 1184 nel Catalogum Baronum viene citato Navellum, come castello di due Militi, che può far pensare che le prime abitazioni sul colle furono fatte erigere da due militi crociati. Infine negli antichi scritti rinvenuti le ville non risultano essere mai stati nove ma sei.

Altra eccellenza del borgo è la chiesa di Santa Maria in Cerulis edificata sulla zoccolatura del tempio romano dedicato ad Ercole, protettore dei pastori, che fa comprendere il ruolo primario della pastorizia nell’economia delle genti del territorio. Segni della dominazione longobarda si hanno nei nomi di alcuni luoghi, come ad esempio Civitaretenga, degenerazione di Civita di Ardenga. La conversione al cattolicesimo dei Longobardi, nel 680, permise la diffusione sul territorio delle Comunità monastiche, con l’Abruzzo cinto da monasteri che segnarono la storia dell’Italia Centrale e nel VI-VII sec. e la costruzione di chiese di campagna che ricoprirono un ruolo fondamentale per l’affermazione del potere monastico sul territorio e del potere ecclesiastico, essendo punto di contatto diretto con il popolo. Chiesa che con la sua diffusione capillare era diventata l’industria più importante del tempo, e con l’accentramento del potere economico nelle sue mani, ciò comportò la sottrazione di autorità ai signori e principi locali ai quali era demandato l’onere di garantire sicurezza e così attorno alle chiese di campagna si formarono piccoli insediamenti, dove si trasferirono le famiglie di contadini che prestavano la loro opera nei campi.

Il borgo di Navelli  inizia così a prendere forma nell’XI sec. con l’espansione di Piceggia Grande che si collocava sul sito oggi occupato dal Palazzo Baronale e dalla chiesa di San Sebastiano, scelta di questa villa non casuale perché era garantito l’approvvigionamento idrico, circostanza basilare in un territorio povero di acqua superficiale. Alla fondazione di Navelli concorsero determinate ville, ognuna delle quali aveva una chiesa al suo interno, i cui nomi si deducono dai Chronicon delle comunità monastiche del territorio, e, ad esempio, in quello Volturnense sono riportate: San Savino, attorno alla quale si è sviluppato Villa del Plano; San Pelino, appartenente a Villa di Piceggia (Piaggia) Grande; Santa Maria in Cerulis, arcipretale nella Villa omonima; San Angelo, Prepositura nella Villa omonima; Santa Maria di Lapide Vico, probabile chiesa di Santa Maria di Piedevico. L’abitato era cinto di mura sulle quali si aprivano due porte, la Porta di San Pelino che chiudeva la viabilità principale di accesso al borgo dalla piana, ed una porta ad occidente che doveva chiudere un percorso proveniente da Civitaretenga.

Il borgo tra l’XI e il XV sec. aveva un impianto urbano caratterizzato da case a schiera con la viabilità a pettine. I corpi di fabbrica, caratterizzati da una cellula base di matrice quasi quadrata delle dimensioni di 4/4,5 metri, erano a uno o due livelli con l’unità immobiliare ad un solo livello che poteva avere diverse funzioni, da bottega, stalla o abitazione. Altre importanti opere sono state la costruzione della chiesa di San Sebastiano sulle vestigia di San Pelino, infine sul tracciato murario si aprivano tre ingressi al borgo: Porta Santa Maria ad occidente, Porta Macello a sud-est e Porta Villotta, annessa al palazzo Onofri, ad oriente.

Numerose le chiese che si fa fatica anche ad elencare: iniziamo con la Chiesa della Madonna del Rosario, edificata nel settecento di forme barocche, la Chiesa cimiteriale di Santa Maria in Cerulis, in aperta campagna, simbolo dei tratturi abruzzesi, per la particolarità e la solennità dell’architettura. risalente al XI secolo sorta sulle rovine di un antico tempio dedicato a Hercules Iovius Cerere, in cui nel medioevo nei suoi sotterranei venivano sepolti i morti del paese e dove sono state trovate 45 mummie medievali in ottimo stato di conservazione; la Chiesa cimiteriale del Suffragio di epoca rinascimentale-barocco, l’Oratorio della confraternita del Gonfalon di epoca barocca, la Chiesa Parrocchiale di San Sebastiano del 1631 in stile tardo-barocco, la Chiesa della Madonna del Campo, dall’aspetto rinascimentale rurale esterno e interno neoclassico, la Chiesa di San Girolamo, piccolo lazzaretto per gli ammalati e ricovero di pellegrini che passavano lungo il Tratturo Magno, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del XV secolo in stile rinascimentale da non confondere con la chiesetta della Madonna delle Grazie in territorio di Civitaretenga. Tra le Chiese di Civitaretenga segnaliamo la Chiesa di Sant’Egidio del XII secolo, antica chiesa parrocchiale prima che fosse costruita l’attuale parrocchia di San Salvatore, la Chiesa di Sant’Antonio di Padova: in campagna, la Chiesa madre di San Salvatore del XII secolo, la Chiesa della Madonna dell’Arco in campagna verso la fonte vecchia, con gli altri altari dedicati alla Natività di Cristo e all’Annunziata e infine la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del XII secolo.

In questo straordinario borgo non potevano mancare innumerevoli architetture civili come il Palazzo Baronale Santucci fortificato del 1632, residenza dei feudatari di Navelli, il Palazzo Francesconi già Cappa già Mancini, palazzo seicentesco con annessa cappella gentilizia (San Pasquale), il Palazzo Piccioli già Marchi già Mancini di impianto seicentesco con annessa cappella gentilizia (San Gennaro e Rosario), il Palazzo Onofri del 1498 situato nella parte medievale del paese “Spiagge Grandi” ed annesso ad una delle cinque porte di accesso al paese, “Porta Villotta” detta anche “Porta Sud”, Villa Francesconi con cinque ingressi con cancelli in ferro battuto edificata nel 1752 il più grande e pregevole palazzo con pregevoli dipinti, lo scalone monumentale, la cappella gentilizia, un pregevole pozzo in pietra, un parco di quattro ettari, pregevoli decorazioni della facciata tra cui il cornicione monumentale e la finestra principale dove sono scolpiti i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria. Per le architetture militari si annoverano Porta San Pelino o Porta Nord, la più caratteristica delle porte di Navelli, medievale, con arco gotico ogivale; Porta Villotta o Porta Est, arco gotico attaccato alle mura; Porta Macello o Porta Sud; Porta Santa Maria o Porta Ovest e infine la Necropoli di Navelli del II-I secolo a.C., sita presso l’area cimiteriale di Santa Maria in Cerulis,

Molto interessante e da visitare il borgo di Civitaretenga, anticamente chiamata “Civitas Ardingae”, sita dove sorgeva l’antica città vestina di Cincilia distrutta dal console Giunio Bruto Sceva verso l’anno 430 di Roma, risorto intorno al IX secolo assieme a quello di Navelli, sopra un colle per evitare saccheggi di popolazioni barbare come i Saraceni e Ungheri, che per la sua posizione impervia, ha conservato il suo aspetto originale,  fiorendo nell’arte della marcatura grazie agli ebrei, che ebbero concessioni dai reali di Napoli Ladislao di Durazzo e Giovanna II di Napoli, beneficiando della coltivazione dello zafferano di Navelli. La struttura del paese è dominata dal borgo fortificato, chiamato castello, per differenziarlo dal sobborgo del Ghetto, che sorge attorno la chiesa madre. Nel centro storico riveste particolare interesse l’attuale Via Guidea.

Anticamente (dal 1200 D.C. fino al 1500) questa strada portava il nome di via Giudea a testimonianza della presenza di un ghetto ebraico, percorso coperto, realizzato con un’articolata sequenza di archi di sostegno delle abitazioni sovrastanti, che porta nel cuore dell’antico quartiere ebraico, fino alla Piazza Giudea, quello che dai civitaresi viene chiamato “ju buch” (il buco) o ru busc“per la sua conformazione angusta e stretta, con un’architettura originale e molto articolata. Il ghetto era piccolo e raccolto intorno alla Sinagoga, ancora oggi è un luogo intriso di fascino.

Il borgo ha un’interessante presenza ebraica già dal XII secolo nel quartiere della parrocchia di San Salvatore, con la sinagoga presso il palazzo Perelli, che la ingloba come cappella palatina, modificando simboli cabalistici con il Trigramma di Cristo, con il Ghetto ebraico in cui si trova il nucleo più storico distinto in due zone, quella del castello e l’altra del cosiddetto ghetto, caratterizzato da brevi e stretti vicoletti, risalente al periodo tra il XII ed il XV secolo, di cui molte tracce sono andate perse nei tentativi successivi di eliminarne la presenza, coprendo gli stipiti contraddistinti da simboli giudaici con simboli cristiani, in particolare con il simbolo di S. Bernardino da Siena, il cristogramma IHS.

Navelli, un borgo dotato di una bellezza rara e unica, incredibile e affascinante, paese dell’”oro rosso”, con una storia millenaria e straordinaria, forse il più ricco di chiese nell’intero panorama abruzzese e non solo. Appello agli abruzzesi, spero pochi, che non lo hanno ancora conosciuto, non indugiate perché deve essere scoperto e visitato immediatamente … prima che sia troppo tardi 😊.

Fonti:

Foto: by Abruzzomania

https://it.wikipedia.org/wiki/Navelli

https://comune.navelli.aq.it/

www.regione.abruzzo.it

http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/laquila/navelli.htm

www.storianavelli.it

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°2 – San Giovannino a Serramonacesca

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguiendo il cammino sulla montagna madre della Majella. Custodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, proprio per questo motivo, non sempre accessibili a tutti o visibili ad occhi superficiali.  Memoria della storia di un popolo e delle espressioni culturali con le quali si esprimevano gli abitanti dei vicini paesi.

Gole dell’Alento dove è situato l’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Il nostro secondo incontro alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari continua a Serramonacesca con quello che veniva chiamato Eremo di San Giovannino, “San Giuannelle” in dialetto locale, e le adiacenti Tombe Rupestri nei pressi dell’Abbazia di San Liberatore a Maiella

Scalini d’ingresso all’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Dedicato ad uno dei primi e più grandi anacoreti della storia, San Giovanni Battista, asceta del deserto che vestiva di soli pelli di cammello, grande profeta, predicatore e precursore di Gesù, modello per molti altri successivi eremiti della storia. L’evento più importante della sua vita fu l’episodio in cui battezzò il Messia lungo il Fiume Giordano. Per questo i luoghi di culto a lui dedicati, come molti altri eremi in suo nome presenti in Abruzzo, sono quasi sempre edificati lungo le sponde dei fiumi, dei torrenti, delle sorgenti o delle cascate.

Eremo di San Giovannino e Tombe Rupestri con l’evidente fisionomia di un teschio (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.1 (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.2 (foto by David Giovannoli)

Si ritiene che l’eremo sia stato fondato da alcuni anacoreti che hanno preceduto i Monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Nelle adiacenze del sito sono ancora visibili, sulla parete rocciosa, alcune Tombe Rupestri le quali, nel loro complesso, riproducono straordinariamente la fisionomia di un teschio, quasi a voler ricordare ai passanti che, alla fine, tutti dovremo fare i conti con il nostro limite temporale e, di conseguenza, sarebbe meglio cercare di condurre una vita esemplare.

Abbazia di San Liberatore (foto by David Giovannoli)

A colpire non è la struttura dell’eremo, costituito da una cappellina molto semplice ricavata nella roccia, ma lo straordinario e suggestivo scenario naturale nel quale è immerso, quello delle Gole dell’Alento.

Tratto del torrente Alento n.1 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.2 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.3 (foto by David Giovannoli)

Privo di mura esterne presenta, ai lati, una piccola vasca di raccoglimento dell’acqua che stilla dalla parete rocciosa, la quale aveva la funzione di acquasantiera, e una tomba che, con molta probabilità, sarà appartenuta alla guida spirituale degli eremiti che vi abitavano. Al centro un piccolo incavo nel quale erano stati realizzati affreschi, purtroppo perduti, e dove era riposta la statua raffigurante San Giovanni Battista con le sembianze giovanili, anch’essa scomparsa, motivo per cui i serresi soprannominavano il luogo “San Giuannelle”, San Giovannino.

Vasca acquasantiera e nicchia dove era riposta la statua di San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)
Tomba all’interno della cappella dedicata a San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)

Il sentiero percorribile per arrivare in questo luogo di culto rupestre conduce anche alle alla Torre di Polegra dove poter ammirare un panorama mozzafiato sulle Gole.

Vista della Valle dell’Alento dalla Torre di Polegra (foto by Valerio Abbonizio)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, non si ripetono più da diverso tempo. Si possono solo dedurre per ipotesi, osservando ciò che avviene in luoghi analoghi. Poco prima dello spuntare del sole del 24 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza di San Giovanni, gli abitanti dei paesini abruzzesi usano ancora recarsi presso i fiumi o al mare per bagnarsi con l’acqua che, dalla mezzanotte allo spuntare del sole, si ritiene assuma proprietà taumaturgiche e purificatrici.

Bagno nel torrente dell’Alento (foto by David Giovannoli)

Questo è anche il giorno del Solstizio d’Estate, giorno in cui il sole, giunto al punto massimo di declinazione, comincia la fase di decrescita e la luce solare delle giornate si avvia gradualmente ad attenuare fino all’arrivo del Natale, periodo in cui ricomincerà di nuovo a crescere. Momento dell’anno ritenuto sacro già precedentemente ma che con il cristianesimo raggiunse un valore profondo. L’azione del sole è facilmente assimilabile, infatti, a quella del Battista che, dopo aver battezzato Gesù, si “ritirò” per fargli spazio. La religiosità popolare ha da sempre creduto, quindi, che in questo giorno le acque riacquistassero le stesse valenze di quelle del battesimo con la capacità di curare e purificare, questa volta, non solo l’anima ma anche il corpo. È molto probabile che lo stesso rituale sia stato praticato, in passato, anche qui. Ciò che è certo, però, così come testimoniano ancora i più anziani, è che all’alba del 24 Giugno di ogni anno essi usavano recarsi sul pianoro dei monti che sovrasta il paese, e che si affaccia sull’Adriatico, per assistere allo strano fenomeno del sole che, nel sorgere, l’immaginario popolare vedeva “lavarsi nel mare”. Come se San Giovanni, ogni anno, battezzasse nuovamente Cristo, il sole per eccellenza. E nella cui sfera solare affermavano anche di vedere il profilo del volto del santo che li avrebbe aiutati a predire l’annata: se il suo volto nel sole, nell’uscire, era tendente al chiaro, l’anno sarebbe stato buono, tendente allo scuro avrebbe annunciato cattivo presagio.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 87-92
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 33-36
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 177-178
  • Finamore Gennaro, Credenze Usi e Costumi abruzzesi, Adelmo Polla editore, L’Aquila, 1998, ristampa anastatica del 1890, pp. 152-168

Eccellenza d’Abruzzo n. 45 – Lama dei Peligni (CH): le Grotte del Cavallone

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 45° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Lama dei Peligni in provincia di Chieti, le Grotte del Cavallone. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 260, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Lama dei Peligni è un piccolo borgo montano che sorge alle falde della Majella orientale. Ai suoi piedi scorre nell’omonima valle il fiume Aventino e nel suo territorio, nella Valle di Taranta, nel cuore del Parco nazionale della Majella, ricadono le famose Grotte del Cavallone, poste a quota 1475 metri s.l.m., situate al confine tra Lama dei PeligniTaranta Peligna che, oltre all’interesse speleologico e alle sue bellezze, hanno il primato di essere la grotta naturale di interesse turistico visitabile più alta d’Europa e perché il poeta Gabriele D’Annunzio vi ha ambientato la tragedia ”La figlia di Iorio”.”

“Il percorso nel loro interno si snoda nelle viscere della montagna per oltre un chilometro attraverso ambienti di straordinaria bellezza in grado di suscitare forti emozioni. E’ possibile ammirare un grande numero di stalattiti e stalagmiti ed intuire la potenza delle acque che ha prodotto la cavità. Le visite si effettuano con una guida, in gruppi ed hanno la durata di circa un’ora. La temperatura al suo interno è di 10° C ed è costante durante tutto l’anno e l’umidità raggiunge in alcuni punti il 90%. Muniti di scarpe chiuse e di una giacca impermeabile, la visita in Grotta dura circa un’ora. ”

“Le grotte del Cavallone sono note sin dal XVII secolo come testimoniato da alcune incisioni presenti sul “sasso dei nomi antichi”. La prima esplorazione documentata risale al 1704, ma bisognerà attendere il 1893 per l’avvio dei lavori finalizzati alla valorizzazione turistica della grotta. In quegli anni furono realizzate un’ardita rampa di accesso scavata nella roccia, scale in legno all’interno (ancora visibili) e organizzato un servizio guide. Le grotte si raggiungevano a piedi o con i muli e la discesa a volte veniva effettuata con le tregge (grandi slitte utilizzate per il trasporto della legna). Tra gli illustri visitatori si ricorda il pittore Francesco Paolo Michetti, che ispirandosi alla sala d’ingresso realizzò la scenografia del secondo atto della tragedia dannunziana “La figlia di Iorio”. Da allora fu chiamata anche Grotta della Figlia di Iorio, con le sue sale ed alcune concrezioni che portano ancora oggi i nomi dei personaggi della famosa tragedia. Durante l’ultima guerra mondiale fu utilizzata come rifugio dalle popolazioni locali.”

“Per godersi pienamente l’esperienza è necessario soffermarsi anche sul percorso e non solo sulla sua meta, che consente di vivere sensazioni che permettono di rendere questo viaggio unico e la funivia è parte fondamentale della scoperta delle Grotte del Cavallone e del mondo montano ad alta quota. Suggestivo è il lento avvicinamento all’entrata della Grotta. I tempi ed i sensi iniziano a dilatarsi lungo il tragitto e man mano che ci si avvicina alla montagna se ne iniziano ad assaporare i particolari. La stazione di partenza della funivia, in Località Pian di Valle, lungo la S.S. Frentana, è a 750 metri s.l.m ed arriva a quota 1300 s.l.m., viaggiando lentamente lungo il Vallone di Taranta Peligna. Il percorso durerà circa venti minuti e poi altri dieci a piedi per raggiungere l’entrata della Grotta. La funivia è una “cestovia“. Ne rimangono attive solo quaranta e nel giro di pochi anni scompariranno. Le cestovie son dei veri e propri cestini che, in coppia, ti permettono di attraversare il Vallone di Taranta e di fare ingresso, con riverente lentezza, ai piedi della salita alla Grotta, scavata nella roccia nel 1894.

Si resterà affascinati dalla potenza della Montagna Madre, dalla grandezza e della libertà dei rapaci che la sorvolano, dai colori del cielo e della forma delle nuvole. La cestovia fu costruita nel 1978, dopo un lungo dibattito sul suo impatto ambientale e per favorire lo sviluppo turistico della Grotta del Cavallone. Prima della sua costruzione si accompagnavano i visitatori lungo il vallone di Taranta grazie alla costante presenza dei muli ed all’uso della “treggia“, una speciale slitta che veniva usata principalmente per il trasporto di legname e che veniva portata a spalla fino al limite di vegetazione della grotta. Veniva usata poi per la discesa, in due, lungo la pista ghiaiosa che funge da linea di massima pendenza della Valle di Taranta fino alla Strada Frentana.”

“Scesi dalla cestovia ecco l’entrata della Grotta come un occhio di cavallo incastonato nella parete rocciosa dalle forme che ricordano il suo muso. Da questo richiamo sembra derivi il nome Cavallone, mentre altri sostengono che Cavallone derivi dal nome della Valle, un tempo chiamata Valle Cavallo. Il percorso visitabile è di 1360 metri restando esterrefatti vedendo “prosciutti appesi, la Torre di Pisa, la Foresta Incantata, il paesaggio lunare” e la forza e la magia delle creazioni alle quali l’acqua dona vita nuova. Per accedere al suggestivo atrio di entrata della Grotta ci sono circa 300 scalini, scavati nella roccia da abili scalpellini (prima del 1894 vi si accedeva tramite delle corde stese dall’alto!). Dal Belvedere, posto di fronte all’ingresso di questo suggestivo monumento sotterraneo nel cuore della Maiella, si può indirizzare lo sguardo lontano, alla valle, alle vette, ai giochi delle rocce e dei colori. La Grotta del Cavallone, di origine carsica, si sviluppa per più di due chilometri; si divide in una galleria principale e tre diramazioni secondarie.

“Inoltrandosi nella cavità, a pochi passi dall’atrio, ci si trova all’ingresso della Galleria della Devastazione, dove il caos del tempo ha il sopravvento sull’armonia delle forme e dell’immaginazione. Proseguendo per la strada principale si giunge alla Sala di Aligi, dove si ha la prima consapevolezza del lavoro costante dell’acqua, sintomo di creazione e di vita, una vera e propria cascata di pietra! È l’acqua la vera protagonista del viaggio all’interno di questo meraviglioso ed unico mondo sotterraneo, regista di forme, creatrice di pozzi, gallerie, laghetti sotterranei; acqua madre di stalattiti e stalagmiti. Alla fine della Sala di Aligi incontriamo le Sentinelle, formazioni di stalattiti e stalagmiti che ci introducono nella Galleria principale. Da qui è tutto un susseguirsi di formazioni calcaree e di giochi di fantasia sulle forme createsi dove troviamo la Sala di Budda, la Sala degli Elefanti, le Teste d’Indiani, la Sala delle Statue, la Sala dei Prosciutti e la Sala delle Campane, per poi scoprire pozzi, laghi e giochi di forme. Si presume che i primi a scoprire l’esistenza della Grotta del Cavallone siano stati i pastori che numerosi popolavano la Majella per gran parte dell’anno con i propri greggi. Purtroppo però non esistono testimonianze certe.”

“E’ datata 1666 la prima traccia di un’esplorazione, incisa nel Sasso dei nomi antichi, insieme ad altre iscrizioni, all’ingresso della Grotta. Nel 1704 il medico Jacinto de Simonibus e D.A. Franceschelli effettuarono una più accurata esplorazione delle Grotte del Cavallone e del Bove. Ne siamo a conoscenza grazie ai vari riferimenti degli esploratori successivi perché nel manoscritto originario e nel rilievo su pergamena se ne sono perse le tracce. Nel 1705 il fisico napoletano Felice Stocchetti la cita in una sua opera a stampa, come Francesco Cicconi (1759). Ma non fu la stampa il mezzo con il quale si diffuse la notizia dell’esistenza di questa meravigliosa grotta, bensì la tradizione orale della gente del posto ed i cantastorie. Si arriva al 1831 quando il naturalista napoletano Michele Tenore tentò l’esplorazione della Grotta ma fu scoraggiato dalla mancanza di scale per superare i tratti più ardui, ma visitò invece la Grotta del Bove, di più facile accesso. Nel 1865, per caso, un pastore tarantolese, Matteo Ciavarra, per recuperare una capra inerpicata sui monti, si ritrovò di fronte all’ingresso della grotta e questo fu l’inizio di una nuova era esplorativa che permise di riportare in auge l’interesse per la cavità. Il Dr. Egidio Rinaldi, successivamente, si spinse ad un’esplorazione più approfondita della cavità spingendosi sicuramente oltre l’angusta parete in discesa della Bolgia Dantesca. Nel 1893 il cancelliere di Pretura Alessandro De Lucia, grazie all’utilizzo di corde e scale ed all’aiuto di un coraggioso contadino e di due minatori, riuscì a scendere lungo il Pozzo senza fine e successivamente insieme a 46 cittadini di Lama dei Peligni e Taranta Peligna, diede vita alla Società delle Grotte del Cavallone e del Bove, con l’intento di valorizzarne il loro valore turistico.

La Società realizzò una scalinata di entrata nella cavità incisa nella roccia, inserì delle scale di legno per facilitare i passaggi più difficili al suo interno e organizzò un servizio di guide. Nel 1907 lo speleologo Vittorio Bertarelli effettuò una minuziosa ricognizione della cavità e ne stimò le dimensioni e al 1912 risale la prima ricerca esplorativa con intenti scientifici con il geologo e spelelologo De Gasperi che effettuò le prime ricerche geomorfologiche e produsse la reale, per dimensioni, planimetria della grotta. Nel 1913, l’archeologo Ugo Rellini effettuò diverse ricerche paleontologiche all’interno della cavità, fino ad arrivare al 1948 con le ricerche ferme, sia a causa delle due Guerre che di dispute interne alla Società delle Grotte. Da qui si susseguirono numerose campagne speleologiche e di studio geomorfologico della cavità. Nel 1949, nel corso del Congresso nazionale di Speleologia di Chieti, la Grotta del Cavallone fu fatta visitare  e ciò indusse a richiamare l’interesse anche di studiosi stranieri tra le quali la spedizione dell’Università di Oxford con F. H. Witehead, Michael Holland, David Russel e il giovane Mario Di Fabrizio scopritori della Galleria dei Laghi. Tra il 1950 e 1960 ci fu un nuovo impulso alle esplorazioni grazie al CAI Bolognese e CAI Chietino e tra il 1961 e 1962 il gruppo speleologico URRI di Roma rileva la cavità complementare e supera brillantemente alcuni ardui passaggi (lo pseudo sifone, dove si arrestarono le esplorazioni precedenti, un sifone ed il pozzo senza fine), inoltre, insieme a Domenico Di Marco, diede vita alla toponomastica ufficiale della Grotta. La storia delle ricerche finisce nel 1987 con Giovanni Piazza e Luigi Centobene, dello Speloclub di Chieti, che scoprirono la Galleria dei Laghi, superando il sifone fino ad allora inviolato.”

“Le Grotte del Cavallone e del Bove furono utilizzate come rifugio dagli abitanti di Taranta Peligna durante la II Guerra mondiale. Nell’autunno del 1943 il fronte bellico si era immobilizzato lungo la linea Gustav. Le truppe tedesche, per rappresaglia, si insinuarono nei piccoli paesini dell’area minando sistematicamente l’abitato. Taranta Peligna fu completamente distrutta e molte famiglie furono costrette a cercar rifugio e nascondiglio altrove, con molti che si rifugiarono nelle grotte e vi rimasero per oltre un mese (novembre 1943–febbraio 1944). I racconti degli anziani rifugiati ci permettono di riportare in luce qualche particolare in più: la grotta, avendo una temperatura costante di 10 gradi, fu preziosa per sopravvivere alle temperature rigide dell’inverno imminente in alta quota; gli sfollati portarono con loro alcuni animali, in maggioranza pecore, con i quali si cibarono; le donne ed i bambini si rifugiarono all’interno, nella Sala di Aligi, che ancora porta i segni di quel lungo mese, mentre gli uomini, in maggioranza, si rifugiarono nella Grotta del Bove, a pochi passi da quella del Cavallone”

“Grazie alla costituzione della Società delle Grotte del Cavallone e del Bue nel 1894, iniziò la valorizzazione della cavità sul piano turistico. Si cercò di facilitarne l’accesso, che precedentemente avveniva con delle corde stese dall’alto, scavando un sentiero di accesso dal basso nella roccia; in seguito, all’interno della Grotta, vennero costruite delle scale di legno, oggi ancora visibili, che permise di superare i punti di camminamento più difficili. Si organizzò anche un servizio di guide. La prima guida riconosciuta fu Giuseppe Rinaldi che con grande passione accompagnò i visitatori e gli esploratori fino al 1938. Si istituì un servizio di cavalcature e tregge per facilitare la salita da Pian di Valle lungo la Valle di Taranta fino all’accesso della Grotta.”

Le guide

“Il 1923 segnò l’inizio di un periodo di disinteresse ed abbandono del processo in crescita di valorizzazione turistica. La Società delle Grotte del Cavallone e del Bue, al termine del suo mandato, si sciolse ed iniziarono forti contrasti proprietari tra il Comune di Taranta Peligna e quello di Lama dei Peligni. Nel 1937, il Comitato Regionale per il Turismo e l’Istituto Nazionale di Speleologia produssero vari documenti per suggerire la strada verso la valorizzazione turistica della grotta. Per circa due anni, iniziarono, così, a rimettersi in moto delle gite organizzate con servizi di autobus per incentivare le visite. Purtroppo la Guerra e la difficoltà di salita alla grotta misero un repentino punto allo sviluppo crescente.”

“Le varie esplorazioni del dopoguerra e le nuove scoperte scientifiche riportarono in auge l’interesse per questa meraviglia della natura. Iniziarono ad essere presentati dei progetti per facilitare la salita lungo la Valle di Taranta, sia stradali, sia con impianti a fune. Molte furono le controversie ed i dibattiti sull’impatto ambientale e paesaggistico sino ad arrivare, nel 1978, alla costruzione di una comoda funivia (come recita il depliant del tempo) che conduce dalla Località Pian di Valle, fino a quota 1388 s.l.m. percorrendo il lungo Vallone. La costruzione della funivia fu fondamentale per la crescita turistica della Grotta del Cavallone. Oggi, i Comuni di Taranta Peligna e Lama dei Peligni collaborano assiduamente per la valorizzazione e la conservazione della grotta e l’accoglienza turistica. Sempre più esteso è diventato il periodo in cui la grotta è visitabile (oltre i 100 giorni all’anno) e molti dei giovani di Taranta e Lama contribuiscono al funzionamento della funivia, alla gestione delle visite guidate in grotta ed all’erogazione del servizio di ristorazione.”

Noi di Abruzzomania abbiamo attribuito la Grotta del Cavallone a Lama dei Peligni, pur consapevoli del fatto che è sita anche sul territorio del comune di Taranta Peligna su cui ricadono gli impianti di risalita e l’ingresso, ma la nostra missione ci obbliga ad attribuire un’eccellenza ad ognuno dei 305 comuni d’Abruzzo e quindi abbiamo optato per assegnare quella delle grotte a Lama dei Peligni semplicemente perché queste ricadono fisicamente nel suo territorio comunale, ma state pur certi che quando parleremo dell’eccellenza del comune di Taranta Peligna, sicuramente non dimenticheremo di citare l’appartenenza di questo comune alla gestione e diciamo così alla “comproprietà” di questa meraviglia della natura.

Fonti:

Foto by Abruzzomania

http://www.comunelamadeipeligni.it/turismo/

http://www.grottedelcavallone.it/

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°1 – Sant’Onofrio a Serramonacesca

L’Abruzzo è la regione con la concentrazione di Eremi, per densità sul territorio, più alta del mondo, preceduto solo dal Tibet e dalla Cappadocia. Questo grazie alla conformazione e all’energia spirituale che trasmettono i luoghi naturali incontaminati tra le sue montagne. Porte del Silenzio in cui poter ancora oggi entrare. Tracce di una storia plurimillenaria che, a volte, trae le sue origini molto prima dell’arrivo del cristianesimo e che è ancora possibile leggere tra le sue mura. Custodi di gesti e riti che si ripetono, ormai da millenni, dagli abitanti dei vicini paesi.

Il nostro primo viaggio alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari comincia con l’Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca situato sui monti della Maiella.

Ingresso dell’Eremo di Sant’Onofrio

Dedicato all’anacoreta Sant’Onofrio, il cui nome significa “Colui che è sempre felice”, il quale nonostante fosse figlio del re di Persia decise di vivere in eremitaggio come monaco copto nel deserto d’Egitto. Secondo la leggenda egli sarebbe sopravvissuto grazie al latte di una capra, e alla sua morte sarebbe stato sepolto tra le rocce dal suo discepolo Panunzio, il quale mise per iscritto la sua biografia, che si fece aiutare da due leoni. Sant’Onofrio suscita subito grande curiosità, agli occhi di chi lo guarda, perché rappresentato nudo, senza vestiti e unicamente ricoperto dalla lunghissima barba e dai capelli che scendono fino alle ginocchia. A ricordo, della vita semplice e di assoluta povertà che aveva scelto di seguire.

Interno dell’Eremo e statua di Sant’Onofrio (foto by David Giovannoli)

L’eremo fu fondato dai monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Pare abbastanza improbabile che il Santo fosse potuto arrivare fino all’Abruzzo. Vi si recavano a vivere in solitudine per il periodo di tempo necessario alla loro ascesi spirituale, nel quale era imprescindibile privarsi di ogni bene materiale e rimanere in assoluta compagnia del Silenzio.

Abbazia di San Liberatore a Maiella (foto by pescaranews.net)

Inizialmente la struttura era costituita da una semplice grotta ma, con i secoli, e grazie alla forte devozione popolare degli abitanti di Serramonacesca, probabilmente per uno degli eremiti che la abitava, si è evoluta in ciò che vediamo oggi: una piccola chiesetta, semplice ma di grande suggestione, incastonata al di sotto di un’imponente rupe.

La rupe sovrastante l’eremo di Sant’Onofrio, vista dal basso (foto by David Giovannoli)

Le sue mura sono state erette come se volesse conservare dalle intemperie il ricovero nel quale si rifugiavano i suoi primi eremiti. All’interno sono situate una piccola cappellina, dove poter celebrare le funzioni religiose, e la statua del Santo. Il romitorio produce una grande suggestività ma a renderlo unico è un’altra particolarità. Ai lati dell’altare, infatti, appoggiato alla parete rocciosa, due entrate permettono l’accesso all’interno delle viscere della montagna. Nella parte più esterna si trova una stanza modellata nella roccia da cui è stata ricavata una celletta composta da un giaciglio dove riposavano gli eremiti, la cosiddetta “Culla di Sant’Onofrio“.

Culla di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

Dalla stanza si procede a dei profondi cunicoli ancora da esplorare, di cui si riesce a scrutare l’ingresso, e che gli anziani del paese affermano siano in grado di condurre al vicino Castel Menardo, la rocca di cui ancora si possono ammirare i resti.

Castel Menardo (foto by icastelli.it)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo continuano a perpetrarsi a distanza di secoli. La sera della vigilia del 12 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza del Santo anacoreta, i serresi accendono in suo onore le luci di una croce posta sulla cima del monte nei pressi dell’eremo, il cosiddetto “Fuoco di Sant’Onofrio“, visibile da tutto il paese. In passato venivano aizzati fuochi reali a ridosso della grotta. La mattina a seguire si dirama la processione dei devoti che dalle case muovono verso il romitorio per celebrare la messa, passando per il sentiero dove lo stesso Onofrio, secondo la tradizione popolare, avrebbe lasciato le sue impronte ancora oggi visibilmente impresse sulla pietra. A seguito, i fedeli si mettono in coda per eseguire il rituale dello strofinamento sulla “Culla di Sant’Onofrio“, nel quale la religiosità popolare vuole abbia dormito il santo e sul quale ancora oggi ci si sdraia per ottenere benefici contro i dolori lombari, i dolori alla pancia e le febbri ostinate.

Strofinamento Rituale (foto by Paolo D’Intino)

Non può mancare l’approvvigionamento all’acqua della “Fontana di Sant’Onofrio” che scaturisce nei pressi dell’eremo, anch’essa, con proprietà taumaturgiche. Prima di riscendere in paese per la processione di un’altra statua del santo conservata, stavolta, nella chiesa madre, è solito concludere con una conviviale colazione. In questo giorno è di rito anche la vendita, in paese, del formaggio dei pastori.

Fontana di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 174-175

Eccellenza d’Abruzzo n. 44 – Città Sant’Angelo (PE): antico Borgo dell’Angelo

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 44° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara, il Borgo dell’Angelo. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 261, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Posta sul suo belvedere naturale di dolci colline Città Sant’Angelo è un lascito dei Longobardi da cui viene il culto dell’angelo. Le sue origini sono incerte ed hanno costituito sempre motivo di discussione storica: probabilmente i primi a creare un insediamento sul colle furono i Vestini, ma il primo atto ufficiale reperito, dove si parla del comune, menziona di una concessione da parte dell’imperatore Ludovico II che accorda un privilegio al Monastero di Casauria sul luogo chiamato “CIVITATE S. ANGELI” dove si trovavano un castello ed un porto ed è datato 13 ottobre 875. I numerosi ritrovamenti archeologici, decisamente più antichi, tra la foce del Piomba e quella del Saline, e la presenza di piccoli aggregati urbani in corrispondenza della località oggi denominata Marina di Città Sant’Angelo fanno risalire le origini della città al periodo romano, quando Angulum (gli abitanti conservano ancora il nome di “angolani”) viene nominata da Plinio il Vecchio nella sua descrizione delle terre vestine nel libro Naturalis Historia (libro II 12.106), ma non è da escludere l’ipotesi di qualche storico che la Angulum citata fosse invece la vicina Spoltore.

È da ipotizzare che la prima isola abitativa, edificata tra il secolo VIII ed il IX nella parte più alta del colle (l’attuale rione Casale) sia stata consolidata ad opera di una colonia longobarda, che realizzò una efficace fortificazione del luogo, munendolo di una cinta muraria ed emancipandolo così, da semplice borgo (Casale) che doveva essere, a Castrum (configurazione urbanistica perimetrata da mura difensive), come risulta da successivi rimandi documentali. Ad avvalorare una simile supposizione intervengono l’esame delle superstiti cortine murarie che ancora cingono una parte del vecchio convento di Sant’Agostino, la devozione all’Arcangelo Michele, protettore ab antiquo della nostra città, culto introdotto e diffuso nell’Italia meridionale proprio dai Longobardi, infine la persistenza del toponimo Grottone che ancor oggi denomina la via d’accesso al Casale ed induce la congettura sulla probabile esistenza in loco di una grotta ed è noto come i Longobardi, pur convertiti al cristianesimo, per un residuo dei loro rituali pagani, connettessero la devozione per l’Arcangelo Guerriero alle grotte naturali ed alle acque sorgive. Si può quindi affermare che il culto dell’angelo, che sarebbe stato portato dai Longobardi, ha dato nome al luogo.

Possiamo affermare che l’origine dell’odierna Città Sant’Angelo si fa risalire al periodo compreso tra il 1240 e il 1300, come appare dall’impianto medievale del tessuto urbano, e come si evidenzia dalle fonti che riferiscono della distruzione di Civita Sancti Angeli nel 1239 per mano di Boemondo Pissono, il “giustiziere d’Abruzzo”. Punita dall’imperatore Federico II di Svevia per essersi alleata con la nemica chiesa, ottiene dallo stesso, l’anno dopo, di essere ricostruita, cosa che avviene nel nucleo fortificato a semicerchio, delimitato dalle attuali strade Castello e Minerva e dalle vie del Ghetto e del Grottone. L’attuale impianto “a fuso” di Città Sant’Angelo deriva dalla successiva espansione che si ottiene nel 1600 e 1700, con la costruzione dei palazzi gentilizi della borghesia agraria e con l’aggregazione dei nuclei abitativi preesistenti. Si determina così l’attuale centro storico, attraversato da un lungo corso, a sua volta intersecato, a destra e a sinistra, da una serie di stradine e vicoli racchiusi entro la cinta muraria e le porte parzialmente conservate. La struttura urbanistica con pianta a spina di pesce è chiaramente medievale, come appare dalla serie di stradine (chiamate “ruve”, rue) intersecanti il lungo corso che taglia in due il centro storico.

Città Sant’Angelo, dove si conserva una magia altrove perduta e dove il culto dell’angelo potrebbe avere qualcosa del poeta e scrittore Rilke per il quale l’angelo non ha nulla a che vedere con la figura tradizionale cristiana del medesimo, ma ne trae solamente gli attributi come Bellezza e Grandezza, che intende come superiorità e positività. Risonanze angeliche intravediamo nel colore dorato dei mattoni in controcanto alla pietra bianca, nella calda tonalità bruna che le facciate di chiese e palazzi assumono al tramonto, negli ombrosi vicoletti dove si spinge l’aria di mare. La prima emergenza architettonica che si incontra all’ingresso del nucleo antico, sullo sfondo dei giardini comunali, è la chiesa di Sant’Antonio, a navata unica con pareti ornate da stucchi barocchi. Uscendo nella villa Comunale, si nota una cisterna del 1886, che regge gran parte del giardino e si arriva alla chiesa di San Michele Arcangelo, uno dei più importanti monumenti dell’architettura abruzzese, edificata su un precedente edificio del IX secolo nel 1200 nella zona iniziale del centro storico, elevata al rango di Collegiata dal 1353, il monumento simbolo di Città Sant’Angelo è costituita da due navate e completata da un pregevole porticato, diviso in due atri coperti tra i quali si innesta l’ampia gradinata di accesso che conduce all’artistico portale, realizzato nel 1326 dallo scultore di Atri Raimondo di Poggio.

L’interno è di stile barocco, con soffitto a cassettoni lignei del 1911 e affreschi trecenteschi di ottima fattura, attribuiti al Maestro di Offida. Vi sono ammirabili pregevoli tesori come l’imponente statua in legno policromo di San Michele del XIV secolo, la statua in terracotta policroma della Madonna delle Grazie del XIV secolo del Maestro di Fossa, il sarcofago quattrocentesco del Vescovo Amico Buonamicizia del 1457 e un prezioso coro ligneo intagliato con leggio dell’ebanista angolano Giuseppe Monti nel XVII secolo. Tra le varie tele presenti da citare la restaurata “Madonna della Purità e Santi” (2,10 x 3,10 mt) del 1611 del pittore ortonese Tommaso Alessandrino (1570 c.a. – Ortona 1640). Simbolo del primato della chiesa sul civile si innalza per 47 metri la grande torre campanaria, datata 1425 e costruita ad opera di maestranze napoletane.

Meritano poi attenzione i palazzi Di Giampietro, con cortile medievale ad ordini sovrapposti, Colamico, Sozj, Ursini, con elegante facciata, e Coppa Zuccari, la chiesa di San Francesco, inserita in un più vasto complesso architettonico, il cui adiacente convento di San Francesco dei padri Basiliani dal 1327 fu invece fondato nella seconda metà del XIII secolo, in seguito alla ricostruzione della città avvenuta nel 1240 e dopo la sua soppressione, nel 1809 divenne sede comunale dal 1809 e racchiude il prezioso chiostro restaurato con il meraviglioso portale trecentesco, opera di Raimondo di Poggio. La torre campanaria, a pianta quadrata, del Quattrocento; il pavimento a mosaico del 1845; la tela raffigurante la Madonna del Rosario e San Domenico, opera di Paolo De Cecco. Il rifacimento barocco dell’interno è del 1741, ma l’impianto primitivo della chiesa è del XIII secolo. I cospicui resti di affreschi rinascimentali sono stati scoperti da poco dietro una muratura. Si scende quindi per uno dei suggestivi vicoletti alla chiesa di Santa Chiara del XVIII secolo in stile barocco, annessa all’antico convento oggi adibito a centro culturale, unico esempio in Abruzzo e tra le poche in Italia a pianta trilobata (triangolare) con magnificenti stucchi e dorature, e con un pregevole pavimento a mosaico, con il parlatorio-cappella del convento delle Clarisse e la ruota degli esposti, il Museolaboratorio d’arte contemporanea, il “Luogo della Memoria“ che durante il fascismo fu campo d’internamento e il Giardino delle Clarisse, spazio adibito per spettacoli teatrali e musicali all’aperto. Sul colle di Santa Chiara, fuori le mura e dalla terra ed escluso dalla protezione della cerchia muraria della Civitas, era sorto verso la fine del XIII secolo un precedente monastero ricovero di Clarisse e già nel 1314 la piccola comunità di religiose si segnalava per la sua consolidata presenza.Apprezziamo ancora il palazzo Baronale, la dimora gentilizia più antica della città, e i palazzi Crognale, Colella, Maury e Castagna.

La chiesa di Sant’Agostino, con retrostante convento, opera di Alessandro Terzani da Como con una facciata di notevole effetto e la chiesa di San Salvatore, oggi Museo Civico con facciata classicheggiante, il palazzo Coppa, antico convento della chiesa di San Bernardo, costruita su una struttura del XIV secolo di cui restano alcune arcate e la cripta affrescata, palazzo Basile, attraverso Porta Sant’Egidio, edificata insieme a Porta Sant’Antonio (oggi Porta Nuova) tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo, mentre gli altri due ingressi, Porta Casale e Porta Licinia, risalgono forse al XIV secolo.

Sotto il Piano degli Zoccolanti, quello che oggi è il Giardino Comunale  si trova la grossa cisterna pubblica (detta cisternone) adibita a raccolta d’acqua piovana per fornire le fontane del paese, che ha richiesto otto anni di lavoro per costruirla. All’epoca l’acqua non arrivava in tutte le case ed il Cisternone consentiva l’alimentazione di tutte le fontane pubbliche del paese. Grazie a dati raccolti da osservatori meteorologici muniti di pluviometro si studiò la portata che era di 700 millimetri/mq di superficie e utilizzando le coperture prive di canali dei fabbricati Teatro, Chiesa dì San Francesco, Comune, Chiesa di Sant’Angelo, Asilo Scuola, Convento, si ottenne una superficie di 5.000 mq, che moltiplicati per i 700 mm/mq, produceva 3.500.000 litri di acqua che defluiva con buona pendenza tramite una condotta in terracotta.

Nel più antico nucleo abitativo di Città Sant’Angelo, il Casale, troviamo una via denominata Strada del Ghetto. Diverse le ipotesi sul toponimo di questa via tra cui un’alterazione di Borghetto per via della sua modesta estensione, ma recenti studi evidenziano documenti che attestano la presenza di una comunità ebraica a Città Sant’Angelo e in Abruzzo. Ghetto che probabilmente si costituì a causa dell’editto del 1427 della Regina Giovanna II che ordinò la segregazione degli ebrei in un’unica strada.  Città Sant’Angelo, come molti altri Comuni abruzzesi, ospitò, in quel lasso di tempo che va dal Basso Medioevo a tutto il Rinascimento, una folta comunità ebraica. Da testimonianze storiche e documenti d’archivio, sappiamo che i figli d’Israele erano presenti ad Aterno, nei pressi di Pescara, fin dal lontano 1062, tant’è che l’antica Chiesa di Santa Gerusalemme, i cui resti si trovano nelle vicinanze dell’attuale Cattedrale di San Cetteo, fu originariamente una Sinagoga. Un altro nucleo molto più importante risiedeva a Lanciano già dal 1156, così come vi erano comunità giudaiche nelle città dell’Aquila, Sulmona, a Pianella. Queste presenze erano giustificate dalle opportunità lavorative che l’Abruzzo dell’epoca offriva ai “giudei”. A norma di legge essi non potevano in alcun modo esercitare nessuna professione al di fuori di quella di tessitore, conciatore e medico e non potevano, in ossequio alla vecchia norma di Tedosio II (438 d.C.) accedere a qualsiasi carica pubblica, ivi compresa quella di fare il soldato o diventare proprietari di immobili, pertanto, non restavano loro che poche attività, tra queste vi era quella di prestare il denaro ad interesse: l’usura, pratica, quest’ultima, tassativamente proibita ai cristiani. A tal riguardo è da considerare che, durante tutto il periodo storico della transumanza, Città Sant’Angelo, per la propria posizione geografica, è stata sempre luogo di grandi scambi commerciali e di conseguenza anche terra di grandi possibilità economiche che la fecero divenire “terra” fertile per cambiavalute e chiunque altro potesse offrire servizi finanziari.

Le porte d’accesso al borgo che prevedevano ingressi alla cinta muraria di Città Sant’Angelo sono numerosi ma solo alcuni sono relativi alle mura risalenti alla ricostruzione del XIV secolo. Le porte, tutte in laterizio e attualmente visibili, sono 4: Porta Casale e Porta Licinia (o Borea) risalenti alla cinta muraria più antica, del XIV secolo e Porta Sant’Egidio e Porta Sant’Antonio (o Nuova) costruite tra il 1700 e il 1800. Fino al XIX secolo nei pressi dellIstituto Magistrale era presente una quinta porta, architettonicamente più imponente delle altre, quella di San Michele che era l’accesso principale al borgo. Le porte storicamente sono servite anche per difendere il paese dagli attacchi dei briganti che all’epoca imperversavano nei paesi e nella zona. Si aprivano all’alba e si chiudevano all’imbrunire. Con le epidemie di colera che colpirono Città Sant’Angelo, soprattutto quella del 1861, si dispose la costruzione di tre nuove porte, in legno di rovere, con le quali chiudere i punti d’accesso al paese, rimasti sguarniti “…da moltissimi anni addietro…”, Porta Sant’Egidio, Porta Borea e Porta Sant’Antonio. La Torre dell’Orologio, situata nell’ex palazzo Pachetti nel cuore del borgo di Città Sant’Angelo, anticamente torre d’avvistamento e sede del deposito delle armi della “Civitas” che solo intorno al 1750 fu trasformata in orologio.

Il 10 giugno 1940 il Governo Italiano istituì in diverse regioni 43 campi di concentramento per confinati o internati, di cui quindici in Abruzzo e per la provincia di Pescara fu scelto il Comune di Città Sant’Angelo che accolse dal febbraio 1941 centocinquanta persone. Vi erano rinchiusi comunisti e socialisti, liguri e triestini, un anarchico toscano, numerosi ebrei originari di Fiume, molti nazionalisti croati, sloveni e monarchici serbi della Dalmazia. Da dire che si creò una perfetta osmosi tra l’ambiente paesano e gli internati all’insegna del rispetto reciproco tanto che Città Sant’Angelo nel codice degli agenti segreti alleati durante la seconda guerra mondiale era definita “il paese della gente buona”. E fu l’antico edificio dell’ex convento delle Clarisse, nel periodo 1941/1944, fu utilizzato dal fascismo come campo d’internamento per oppositori politici e per perseguitati a causa della propria nazionalità o fede religiosa, ma la popolazione angolana si distinse esponendosi alle ritorsioni delle truppe nazifasciste accogliendo sfollati, ex internati e fuggiaschi, nelle proprie case e dando loro aiuto.

Gli internati nelle ore di libera circolazione in paese, frequentavano regolarmente soprattutto le famiglie colte di Città Sant’Angelo e numerose sono le testimonianze dirette di tanta natura ospitale e generosa, con l’ambiente umano e culturale di Città Sant’Angelo in quel periodo che viene descritto “privo di alcuna coscienza politica, ma ricco di un grande senso di solidarietà”.  Scriveva John Sommer, ebreo rifugiato in quegli anni: “Città Sant’Angelo accolse sfollati, stranieri, ex internati (tedeschi, inglesi, jugoslavi,polacchi ed altri) senza denunziarli, incarcerarli. Questo è ammirevole perché altri paesi europei e regioni italiane non avevano uguale grado di civiltà e di tolleranza negli anni di guerra”, per la qual cosa  e per le vittime del bombardamento del 22 maggio 1944, le fu conferita nel 2012 dal Presidente della Repubblica Napolitano la Medaglia d’argento al Merito Civile al Gonfalone del Comune di Città Sant’Angelo.

La strada del Castello allude all’esistenza nella zona di un edificio fortificato che oltre mille anni fa era sede dell’antico castello e dal 1314 trasformatosi in convento degli Eremitani di Sant’Agostino. Alle estremità della collina troviamo: l’Abbazia di San Pietro (anteriore al mille) e il Castello.  Infine, dai libri di scuola si apprende che i primi moti carbonari si ebbero a Napoli nel 1820 seguiti da quelli piemontesi del 1821. I Moti Carbonari del 1814 e i Martiri Angolani, ma pochi sanno (tranne gli angolani) che la prima ribellione alla tirannide straniera partì proprio da Città Sant’Angelo nel 1814 contro il regime di Gioacchino Murat, re di Napoli ed anche sovrano dei nostri concittadini di allora che facevano parte del suo reame. La reazione di Gioacchino Murat non si fece attendere ed il giorno di Pasqua, 10 aprile 1814, fece marciare verso Città Sant’Angelo un esercito di 5.000 uomini, provenienti dalle guarnigioni delle città vicine, con tanto di cavalleria e numerosi cannoni e purtroppo le conseguenze per gli insorti furono gravose.

Foto by Abruzzomania

Fonti:
Dai moti carbonari del 1814 all’Unità d’Italia – Il Risorgimento a Città Sant’Angelo.
A cura di Giancarlo Pelagatti – Soc. Cooperativa “Archivi e Cultura”
Quaderni dell’Amministrazione Comunale di Città Sant’Angelo

“Città Sant’Angelo, ipotesi di un racconto per immagini” di Massimo D’Arpizio e Graziano Gabriele – 1991

https://it.wikipedia.org/wiki/Collegiata_di_San_Michele_Arcangelo_(Citt%C3%A0_Sant%27Angelo)

 

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 43 – Castelli (TE): la Cappella Sistina della Maiolica

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 43° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Castelli, in provincia di Teramo, la Cappella Sistina della Maiolica. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 262, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

L’antico borgo di Castelli, straordinario gioiello che si erige tra i monti perfetti e protettivi dell’Abruzzo teramano, situato nella valle del Mavone, arroccato tra i torrenti Rio e Leomogna, sotto il  Monte Camicia, ai piedi del massiccio del  Gran Sasso, patrimonio della cultura nazionale, capitale della Maiolica” e sede e custode della Cappella Sistina della maiolica, costituisce una delle perle più preziose della provincia di Teramo non solo per l’amenità del luogo, per i suoi monumenti e memorie storiche, ma anche e soprattutto per il suo ricco patrimonio artistico che vive e prospera  grazie all’operosità di molti artigiani che da secoli si tramandano, di padre in figlio, la maestria e i segreti della ceramica. Un paese ricco di un bene prezioso: la ceramica, famoso nel mondo per la produzione di ceramiche di straordinaria qualità e raffinatezza, che detiene un ruolo nella storia della maiolica italiana di primissimo piano, riconducibile al periodo che va dal XVI al XVIII secolo.

La ceramica (dal greco antico κέραμος, ‘kéramos’, che significa “argilla”, “terra da vasaio”) è un materiale inorganico e molto duttile allo stato naturale, rigido dopo la fase di cottura con cui si producono diversi oggetti, come stoviglie, oggetti decorativi, materiali edili (mattoni, piastrelle e tegole), rivestimenti per muri e pavimenti di abitazioni. Il colore del materiale ceramico varia a seconda degli ossidi cromofori contenuti nelle argille (ossidi di ferro, da giallo, arancio, rosso a bruno; ossidi di titanio, da bianco a giallo) e può essere smaltato e decorato.

L’arte ceramica di Castelli, in Abruzzo, ha origini antichissime, ma è divenuta celebre nel Cinquecento. Furono la buona fattura delle maioliche, le decorazioni vivaci, ma anche l’economicità dei prodotti, dovuta a innovativi sistemi produttivi, che fecero di Castelli uno dei centri più apprezzati per quest’arte, soprattutto nel Seicento. Vari gruppi familiari abruzzesi produssero ceramiche di Castelli, a partire dal Cinquecento fino all’inizio dell’Ottocento e si sono succedute nei secoli nell’intento di far splendere ogni angolo di arte e storia, le famose Famiglie di Ceramisti tra cui ricordiamo la Famiglia De Dominicis, la Famiglia Fuina, la Famiglia Gentili (conosciuta anche come Gentile), la Famiglia Grue, la Famiglia Paolini e la Famiglia Pompei.

In questo contesto di straordinarie meraviglie, brilla una luce, la chiesa cinquecentesca di San Donato (non è nota l’epoca in cui essa fu stata dedicata al santo), che sorge poco fuori lo splendido borgo abruzzese, monumento che rappresenta un unicum nell’ambito del patrimonio ceramico italiano ed un bene culturale di impareggiabile valenza,  di cui l’intero Abruzzo dovrebbe andare fiero e che purtroppo in pochi conoscono. La Chiesa fu eretta nel XVI secolo e nacque anticamente come cona che significa chiesetta di campagna, una cappella monumentale agreste dotata di uno straordinario pezzo raro di soffitto a maiolica, che costituisce, assieme al coevo vasellame farmaceutico denominato Orsini-Colonna, il punto di partenza ideale di una produzione successiva che godette di grandissima fama, in Italia e all’estero, tanto che una delle raccolte più importanti di ceramiche di Castelli è oggi conservata al museo dell’Ermitage, a San Pietroburgo.

L’edificio venne dedicato alla Madonna del Rosario nel XV secolo, fu ampliato agli inizi del Seicento, fino a prendere la forma attuale e nel 1963 questa chiesa fu definita dallo scrittore Carlo Levi con l’incredibile appellativo di Cappella Sistina della Maiolica, per via del suo splendido soffitto maiolicato, unico in Italia e dallo studioso di Oxford, Timothy Wilson, “una delle imprese più ambiziose della maiolica italiana sul finire del Rinascimento”. E’ un’impresa decorativa di vaste proporzioni, interamente costituita di tavelle decorate a maiolica, di dimensioni 20×40 cm, in circa 1000 (attualmente 800) esemplari, risalenti al 1615-1617 circa 400 anni fa che diedero vita al cosiddetto stile San Donato che ha alimentato per secoli la operosità delle botteghe castellane che hanno prodotto in notevole quantità pezzi di rara bellezza e originalità per motivi devozionali o commerciali, facendone una delle tematiche tipiche dell’artigianato locale, assieme al “paesaggio” e al “fioraccio“.

Per la realizzazione dei mattoni del soffitto spiovente, anche se quelle attuali sono copie degli originali trasferiti nel Museo civico di Ceramiche, la chiesa è considerata un caso unico di eccezionalità artistica nel panorama mondiale. Opera unica nel suo genere, è in parte esposta al Museo della Ceramica di Castelli che conserva le tavelle rotte o deteriorate. La realizzazione viene attribuita ai ceramisti della famiglia Pompei, in particolare ad Orazio Pompei, anche se l’opera di decorazione della chiesa fu un lavoro che coinvolse tutti i decoratori del paese, mentre il risanamento e il restauro furono realizzati a cura delle Antiche Fornaci Giorgi, attorno al 1972.

I temi raffigurati sulle mattonelle sono vari: simboli araldici, animali apotropaici, scritte religiose e modi di dire, decorazioni floreali, disegni geometrici semplici. Il soffitto si deve nella sua realizzazione all’opera degli abitanti castellani, che lo realizzarono per devozione come ex voto alla Vergine Maria, e i maiolicari castellani riuniti in una apposita confraternita, attuarono questo progetto per produrre un opera che tramandasse ai posteri una testimonianza dell’alta qualificazione raggiunta dalla loro categoria. Pertanto fecero realizzare questi 800 sacri mattoni tra il 1615 e il 1617, con scene di santi, beati, scene di vita di Cristo e Maria e dell’Antico Testamento, come attesta una scritta latina dipinta su una sequenza di mattoni, che dice: “le genti della terra di castelli fecero questo soffitto ad onore di Dio ed allo stesso tempo a perpetua memoria della Beata Vergine Maria”. Le capriate spioventi sono divise in comparti con allineamento di cinque mattoni in fila, trattenuti da travicelli.

In origine nella Chiesa vi erano più di mille mattoni che durante i secoli hanno subito diverse traversie: quando gli inverni erano rigidi e sul tetto della Chiesa si accumulava molta neve, dal momento che le tegole gravavano il loro peso direttamente su detti mattoni, alcuni di essi si rompevano; certuni cadendo si frantumavano, altri spaccati a metà e rimasti in bilico, venivano tolti e sostituiti con altri integri e con decorazioni generiche. Il nuovo soffitto degli anni sessanta ha sostituito quello vecchio risalente al cinquecento, costituito sempre da maioliche copie dei mattoni originali, che nel frattempo erano stati impiegati per il pavimento, subendo il degrado dei piedi dei fedeli che li calpestavano e nel secolo scorso furono prelevati dalla chiesa e trasferiti nel Museo delle Ceramiche di Castelli, dove sono attualmente custoditi ed esposti al pubblico. Il soffitto, a causa delle deformazioni intervenute nelle travature, dovette perdere diversi mattoni, ma è stato oggetto di un radicale restauro nel 1968, con il consolidamento e la sostituzione delle strutture lignee. In tale occasione sono stati anche sostituiti i mattoni perduti o deteriorati, ma alcuni esemplari originali furono depositati nella locale Raccolta Civica.

La illustrazione del soffitto, raro monumento, fu un’impresa decorativa di rilevanti proporzioni, storicamente connotabile quale l’espressione d’un preciso clima culturale, quello controriformistico e delle predilezioni e delle esigenze celebrative di una classe sociale, quale appunto baronale ed alto prelatizia dei committenti. La decorazione del soffitto in legno adornato con mattoni maiolicati con raffigurazioni, su fondo blu, di profili di uomini e di donne, scritte con preghiere, segni zodiacali ed ornati vari, nei colori giallo, arancio e verde ramina, ha come caratteristica la presenza di temi geometrici e stereometrici, dal ricercato effetto di trompe l’oeil, a triangoli, a rombi, a lacunari e rosoni, con motivi radiali, e poi ornati, girali, foglie d’acanto, festoni floreali e frutti dal sapore cinquecentesco, e decorazione anche di fauna, di volatili, cani da caccia, levrieri, cavalli da corsa, piccoli cervi, serpenti e lepri. Tra gli episodi tratti dalla Bibbia abbondano i motivi cari al repertorio decorativo dei ceramisti come il nodo di re Salomone, il sole a raggi taglienti e serpentiformi, il raro partito ornamentale a treccia, e ancora stemmi delle famiglie nobiliari che ebbero in feudo Castelli: i De Sangro, i D’Aquino, i Brancaccio. Suggestiva e di rara forza espressiva è la decorazione “contemporanea” figurata molto particolareggiata con una ricchissima serie di immagini degli abiti alto borghesi maschili e femminili ritratti dal vero, dovuti a ceramisti dal forte talento di caratterizzatori, veri e propri pittori di fisionomie che costellano il soffitto.

Castelli non è solo “il soffitto della Sistina” ma è depositaria anche di altri straordinari luoghi della cultura, come il Museo delle Ceramiche di Castelli istituito nel 1984 per promuovere la cultura e l’arte della maiolica e per salvaguardare la storia e le tradizioni locali ed è ospitato nell’antico convento dei Frati Minori Osservanti del XVI secolo e la scuola artistica “Francesco Antonio Grue” fondata nel 1906 presso l’ex convento degli Osservanti di Castelli (XVI secolo) per volontà di Beniamino Olivieri e Felice Bernabei, sindaco del paese e direttore generale di Belle Arti, trasformatasi nel 1961 in Istituto Statale d’Arte per la Ceramica e nel 2009 in liceo artistico per il Design, che ha lo scopo di ripercorrere il lavoro e l’arte delle storiche botteghe castellane, attraverso la preparazione culturale, tecnico-pratica ed espressiva dei giovani castellani. La scuola conserva una parte della prestigiosa collezione di documenti storici, incisioni, spolveri e disegni del maestri ceramisti di Castelli, in gran parte provenienti dalla bottega Gentili, oltre a una raccolta di Ceramica Contemporanea, istituita come museo nel 1986 insieme al Museo delle Ceramiche, raccolta nata in occasione di partecipazioni a mostre, concorsi, viaggi di istruzione, comprende opere di oltre 300 artisti mondiali. Infine nel borgo troviamo il Museo dell’Artigianato, i luoghi di culto e le botteghe storiche e da non dimenticare che esemplari splendidi di ceramiche castellane sono raccolti in importanti collezioni private ed esposti nei più grandi musei del mondo come il British Museum, l’Hermitage, il Louvre e il Metropolitan Museum of Art.

Fonti:

Foto by Abruzzomania

https://www.comune.castelli.te.it/scopricitta/sezione.aspx?ID=5

https://it.wikipedia.org/wiki/Maiolica_di_Castelli

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Donato_(Castelli)

https://abruzzoturismo.it/it/castelli-e-la-cappella-sistina-della-maiolica

https://iduepunti.it/18_novembre_2016/adottiamo-la-cappella-sistina-della-maiolica

https://www.ilmartino.it/2019/06/a-castelli-la-bellezza-senza-tempo-del-soffitto-maiolicato-della-chiesa-di-san-donato-carlo-levi-la-defini-la-cappella-sistina-dabruzzo/