Eccellenza d’Abruzzo n. 34 – Civitella Messer Raimondo (CH): la prima banda dei Patrioti della Majella e il Castello Baglioni

Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 34° coppia di Eccellenze di Civitella Messer Raimondo, la prima banda dei Patrioti della Majella e il Castello Baglioni … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 271 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

Civitella Messer Raimondo, terra di luoghi culturali e storici dimenticati, patrimonio della collettività nazionale ed internazionale, perché sita nelle aree ove era posta la Linea Gustav, e all’interno del territorio del borgo, con zone che vissero la liberazione del paese alla fine della tragica II° Guerra Mondiale, la formazione della Brigata Majella, gli esordi della lotta partigiana, culla dove nasceva la futura Italia e la Repubblica.

“Bel borgo di montagna pedemontano dal triplice nome, posto su uno sperone naturale a oltre 600 metri di altezza tra due valloni ai piedi della Majella con fiumi e laghi che lo circondano, Aventino, Verde e Sant’Angelo, caratterizzato da bellezza, natura e cultura e di certa particolare valenza storica. Il borgo costruito con le pietre su una cresta rocciosa collinare all’ombra della Majella, sulla cui sommità domina il Castello dei Baglioni. Dalle numerose balconate si ammira un panorama esclusivo costituito dalle vallate dei fiumi e da quella più ampia del basso Sangro fino al mare e alle colline frentane. Di fronte, imponente, si eleva il massiccio della Majella che, declinando sui monti dell’alto Aventino, crea un naturale vasto meraviglioso anfiteatro.”

“Il contesto ambientale in cui è collocata, la pone di fronte al vallone Santo Spirito e questo la fa aprire ad ogni stagione immersa in modo differente circondata da scenari naturalistici multicolore e affascinanti. Il centro storico del borgo è di impronta medievale con stradine e viottoli stretti e tortuosi e fin dalle origini è stato sempre rappresentato dal castello, chiamato anche il palazzo, il Castello storico o Palazzo dei conti Baglioni, della bella e incantevole Civitella Messer Raimondo, di evidente origine medievale, che si affaccia sulla spettacolare Majella, sito sulla parte più elevata del paese attualmente utilizzato come residenza.”

“Nonostante numerosi rimaneggiamenti e la mancanza di documenti che parlano della fondazione del castello pare essere fondato al XVIII secolo quando i conti Baglioni si instaurarono a Civitella Messer Raimondo. Sullo spigolo destro del prospetto principale è situata una torretta angolare, realizzata in laterizio su mensole lapidee, utilizzata per scopi difensivi. I due restanti prospetti con bastioni sono realizzati in pietrame.”

Il portale d’accesso, d’interessante fattura, in pietra della Majella, è sovrastato da un balcone su mensole in pietra su cui sono disposte tre aperture. Attraverso l’androne, la cui volta a botte affrescata che ospita lo stemma araldico della famiglia nobiliare, si accede ad una corte interna del palazzo ove, parallela a quella della facciata, si erge un’altra torre (forse torre di avvistamento).

“L’Abruzzo con diversi suoi comuni ed in particolare il comune di Civitella Messer Raimondo, si sono contraddistinti per il sacrificio subito durante la II° Guerra Mondiale e lungo la Linea Gustav per il suo ruolo importante e degno di nota è riservato alle valorose azioni militari della Banda dei patrioti di Civitella Messer Raimondo, “guerriglieri” della Maiella capitanati dal loro capo, Luigi D’Orazio, comandante, sarto, ex emigrato a Filadelfia, reduce ferito nella prima guerra mondiale nella presa di Gorizia, antifascista proposto a 5 anni di confino. Storica banda di patrioti della Balla di Civitella, nata in seguito all’occupazione tedesca del paese, nei primi giorni di ottobre sino alla fine di novembre 1943, data che coincide con lo scioglimento e la confluenza nel corpo dei volontari della Majella. Eccellenza intangibile, non visibile, ma sicuramente da raccontare e documentata per il grande valore che possiede.”

“Insieme ad altri comuni, all’indomani dell’armistizio del 8 settembre 1943, quando sembrava che la guerra dovesse finire, in questi luoghi si consumò una delle pagine più feroci della seconda guerra mondiale, concretizzata nella “strategia della terra bruciata” voluta dai tedeschi per punire l’Italia del tradimento che cambiò le alleanze di guerra. Come non dimenticare gli ultimi giorni di novembre, quando i tedeschi incominciarono a incendiare e distruggere interi paesi nella vallata seminando ovunque terrore e morte. Ma le notizie delle imprese dei patrioti di Civitella si diffusero in tutto l’Aventino, facendo da detonare perché la rivolta contro la tracotanza nazista dilagasse in tutto i paesi della vallata.”

“Civitella infatti si trovava al centro della linea difensiva della Wehermacht dislocata su due estremità: ad ovest Castel di Sangro, Roccaraso, Palena e ad est Guardiagrele, Orsogna, Ortona. La sua importanza strategica sulla linea del fronte, fu evidenziata alla fine di dicembre quando, al Comando del battaglione alleato di stanza a Casoli, arrivarono i maggiori Denis Formann e Lionel Wigram che diedero vita alla Wigforce, la formazione mista che, superando pregiudizi, diffidenze o addirittura ostilità da parte delle truppe alleate nei confronti degli italiani, accolse nella propria compagnia i primi partigiani e tra i primi ci furono 30 valorosi, generosi ed altruisti uomini del paese, eroi inconsapevoli rimasti ai piedi della Majella, gente abruzzese, fiera e motivata, che diedero vita in modo spontaneo al primo nucleo dei patrioti di Civitella.”

“Ma non furono i soli, perché In quei giorni di pericolo, tutti gli abitanti di Civitella si erano trasformati in sentinelle che spiavano, scrutavano e riferivano ai patrioti ogni mossa dei tedeschi, a turno di 4 famiglie al giorno, provvidero al sostentamento dei guerrieri col vitto che si riusciva a mettere insieme. Gli uomini un po’ più anziani, non impegnati in battaglia, si improvvisarono genieri e riattivarono la viabilità tra Casoli, Fara, Civitella per consentire il transito degli automezzi alleati, rimossero le macerie, liberarono strade, riparano con mezzi di fortuna i ponti resi intransitabili con la dinamite, costruirono passerelle sul fiume per il transito pedonale, e quando gli alleati lo chiesero, aiutarono a costruire le linee telefoniche da campo, liberarono le strade ostruite dalla neve, fecero servizio di approvvigionamento e di guida agli alleati e ai patrioti in prima linea.”

“A Civitella quantunque si vivesse ristretti al limite della capienza fisica, ogni stamberga, ogni buco di casa fu messo a disposizione di asilo per gli sfollati che arrivavano dai paesi vicini rasi al suolo, terrorizzati e spogli di tutto. I Civitellesi condivisero con loro il poco cibo che riuscivano a raggranellare e l’inadeguata provvista di legna per quel lungo inverno di freddo e di gelo. Civitella fu il paese dove i nazisti furono costretti a cessare l’opera di distruzione della terra bruciata già iniziata, grazie a un gruppo di giovani armati che si ribellarono e, diventati più numerosi e più forti, li scacciarono oltre i confini del proprio territorio.”

Onore quindi non solo alla Banda di Patrioti, ma a tutti i Cittadini di Civitella che in quei giorni divennero eroi inconsapevoli, baluardo della libertà e costruttori della futura democrazia! Civitella Messer Raimondo, un piccolo paese con due grandi Eccellenze, una ancora tangibile il Castello, una invisibile, la Banda dei Patrioti, ma la più importante, perché spesso ciò che non si vede, come l’anima, possiede un valore enorme, borgo dal cuore grande, memoria storica da conservare gelosamente e soprattutto da divulgare perché questi straordinari fatti non corrano il rischio di cadere nell’oblio della dimenticanza per le future generazioni.

Foto by Centro Turistico TREe

Ringraziamenti:

  • si ringrazia l’Ing. Danilo D’Orazio sindaco di Civitella Messer Raimondo per il materiale informativo e documentale messoci a disposizione.
  • Martine Vogrig e Carla D’Orazio, cittadine di Civitella Messer Raimondo, per la collaborazione nel reperimento delle fonti.

Fonti:

  • La prima banda patrioti della Maiella di Guido D’Orazio
  • RELAZIONE DESCRITTIVA DELLE MOTIVAZIONI LEGITTIMANTI L’ISTANZA DI RICHIESTA DI CONCESSIONE DI RICOMPENSA AL MERITO E AL VALOR CIVILE IN FAVORE DEL COMUNE DI CIVITELLA MESSER RAIMONDO
  • Civitella Messer Raimondo di Lorena Martelli
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Baglioni
  • http://www.civitellamesserraimondo.net/c069024/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/24

Eccellenza d’Abruzzo n. 33 – Manoppello (PE): il Volto Santo

Eccellenze d’Abruzzo arriva in uno dei luoghi più sacri al mondo,  Manoppello, per raccontare la sua 33° Eccellenza (numero non scelto a caso), quella che noi di Abruzzomania riteniamo essere l’Eccellenza Regina, l’Eccellenza più importante d’Abruzzo e del Cristianesimo, il Volto Santo … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 272 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

Foto Centro Turistico TREe

“Pietro corse al sepolcro e, chinatosi, vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto” (Lc, 24,12).  Perché Giovanni – l’apostolo e l’evangelista – fu il primo che credette nella risurrezione di Gesù? Che cosa “vide” per avere “creduto” (come dichiara al versetto 8 del capitolo 20 del suo vangelo), dopo essere entrato nel sepolcro, al seguito di Pietro, in quell”’ottavo giorno” che divenne la prima domenica della storia? Il suda­rio, il grande fazzoletto che avvolge il capo, al contrario delle bende, era avvolto in una posizione UNICA, nel senso di singolare, eccezionale, irripetibile. Infatti, mentre avrebbe dovuto essere disteso sulla pietra sepolcrale con le fasce, era invece rialzato e avvolto. La posizione del sudario appare unica per eccellenza agli occhi di Pietro e di Giovanni, perché è una sfida alla forza di gra­vità”. “Che cosa ha voluto comunicarci Giovanni, ripetendo tre volte in tre versetti successivi quel suo keìmena tà othònia, quel linteamina posita come traduce la Vulgata latina?  il Telo di Cristo, Volto di Cristo, “splendente come mille soli”, straordinaria sorgente d’energia. nella luce e, più propriamente, in una fiamma incandescente che se guardato con amore può riuscire ad annientare completamente le nostre forze!”

“Gesù, primo fotografo della storia, perché questa sua Immagine è simile ad una fotografia! Come autore della sua creazione e utilizzando liberamente le sue regole e i suoi mezzi, Gesù ci ha lasciato, molto prima che gli uomini intervenissero con la fotografia, uno splendido capolavoro di questa “arte”, non come opera delle sue mani, bensì, come ultima traccia della sua presenza reale nella nostra vita mortale.”

Foto Centro Turistico TREe

“Nel Santuario di Manoppello (Chieti) vicino Pescara, in Abruzzo, si conserva una delle reliquie più preziose della cristianità: il Volto Santo del Signore che inonda tutti con il suo splendore. È l’immagine di un uomo con i capelli lunghi e la barba divisa a bande” che qualcuno ha definito il più grande capolavoro di tutti i tempi, se fosse stato fatto da mano d’uomo (ma l’immagine è acherotipa, cioè non dipinta da mano d’uomo), c’è chi lo ritiene essere l’espressione personale di Dio.” “Si tratta della “Veronica Romana” detta, in Abruzzo, “Volto Santo”. Caso unico al mondo in cui l’immagine è visibile identicamente da ambedue le parti, con le tonalità del colore che sono sul marrone e le labbra, leggermente colorate rosso chiaro, che sembrano annullare ogni aspetto materiale. Un velo tenue di bisso, tanto che ponendo un giornale dietro il panno, lo si può facilmente leggere anche ad una certa distanza. I fili orizzontali del tessuto sono alquanto ondeggianti, il tessuto stesso è di semplice struttura, cosicché l’ordito e la trama si intrecciano nella forma più semplice come in una normale tessitura e le misure del panno sono 17,5 di base x 24 cm. di altezza. Una reliquia tanto piccola, quanto immensa per il suo valore religioso, storico e culturale.”

Foto Centro Turistico TREe

E’ per noi di Abruzzomania senza dubbio l’immagine di Cristo ed ognuno di coloro che leggerà, tragga le conclusioni che preferisce, noi siamo di questa idea! “E’ impressa, senza i pigmenti tipici della pittura, su un piccolo fazzoletto di bisso marino, tessuto preziosissimo, conosciuto da migliaia di anni, che si ricava dalla Pinna Nobilis, gigantesca cozza alta più di un metro che rimane attaccata alla terra sotto il fondale marino grazie a una peluria da essa prodotta, che viene utilizzata per ottenere un filo sottilissimo, filo con cui è tessuto il telo del Volto Santo.” “Porta impressa l’immagine del Volto di Nostro Signore con chiari segni di ferite e di ematomi e possiede alcune proprietà straordinarie come il fatto che essa è visibile alla stessa maniera da entrambi i lati, essendo il telo molto trasparente, inoltre l’immagine risplende e si modifica a seconda della posizione e dell’intensità della luce (ciò che sarebbe una proprietà del bisso marino). Il velo è conservato in una preziosa cornice posta sull’altare maggiore della chiesa dei cappuccini della cittadina. A differenza della Sindone di Torino, che raffigura la sagoma di un uomo torturato e ormai deceduto, quindi con gli occhi chiusi, il Santo Volto di Manoppello rappresenta il volto di un uomo terribilmente torturato e sofferente, ma vivo e con gli occhi aperti.”

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“Ciò può significare una delle due cose: o l’immagine si è formata prima del decesso durante il supplizio della Via Crucis (si tratterebbe del racconto della Veronica che asciuga il Volto martoriato del Signore sulla via del Calvario, storia a noi pervenuta piuttosto tardi (VI-VII secolo) tramite l’apocrifo Atti di Pilato, oppure si tratta del secondo Sudario, posto nel sepolcro del Signore sopra la Sindone,  diverso da quello della deposizione di Oviedo. Se questa seconda ipotesi fosse quella giusta, il Volto Santo starebbe a testimoniare la resurrezione dell’Uomo che rappresenta. Su queste tre santissime reliquie la scienza ha voluto fare le sue indagini, soprattutto sulla Sindone, dichiarandole tutte e tre un mistero, cioè non spiegabili con alcuna delle scienze umane. Non si tratta quindi di opere artificiali, perché, tra l’altro, manca qualsiasi traccia di colore sui tre tessuti. Molte ricerche sono state fatte da diverse branche della scienza: dalla medicina alla storia della tessitura, dalla chimica e fisica all’ottica e alla botanica (ricerca dei pollini impigliati nel tessuto della Sindone). Nessuno ha potuto trovare spiegazioni scientifiche e razionali su come le immagini si siano potute formare. L’unico test negativo, è quello  del carbonio 14 realizzato sulla Sindone, che però, asseriscono taluni scienziati, sarebbe stato fatto con metodologie inadeguate che non tenevano conto delle condizioni chimico-fisiche delle varie vicende cui fu sottoposta la reliquia e del calore sprigionato dal fuoco nella cappella di Chambéry.”

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Tre immagini dunque che qualcuno ha provato a sovrapporre, nonostante le loro differenze oggettive e che danno origine ad un unico volto di Uomo. I sudari per ora riconosciuti come reliquie di Cristo sono tre. Il più importante è il lino della Sacra Sindone di Torino in cui fu avvolto il corpo del Signore nel sepolcro e vi è rimasta impressa l’immagine su tutta la sua lunghezza sia di faccia che di spalle. Sono visibili i segni delle torture subite: fuoruscite di sangue e di siero, flagellazione, coronazione di spine, perforazione di mani e piedi dovuti alla crocefissione, tutta la narrazione evangelica della Passione.  Poi abbiamo il Sudario di Oviedo, un drappo di lino utilizzato probabilmente da Giuseppe d’Arimatea, dopo la morte del Nazareno, per far uscire dalla bocca e dal naso di Gesù il sangue accumulato che non mostra i lineamenti ben tracciati del Volto e del Capo del suppliziato, con estese chiazze del preziosissimo sangue soprattutto in corrispondenza del naso e della bocca, conservato nella Cattedrale del capoluogo delle Asturie. Infine abbiamo il Volto Santo di Manoppello. Secondo uno studio scientifico, la sovrapposizione di queste tre reliquie fatta in modo cronologico darebbe vita ad unico Volto. Se sopra il volto raffigurato nella Sindone, quindi, sovrapponiamo il lino di Oviedo e infine il Volto Santo, tutto sembra coincidere: ferite, parti anatomiche, proporzioni del viso, segni della passione. A parte il gruppo AB sanguigno coincidente con la Sacra Sindone, le macchie ematiche combaciano perfettamente con quelle del Sudario di Oviedo e con le tracce che troviamo nel Volto Santo.

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Ma andiamo per ordine: raccontare come il Volto Santo sia giunto a Manoppello è come raccontare la trama di un romanzo giallo. Iniziamo dal 705 quando compare a Roma con il nome di Veronica e nello stesso anno scompare da Costantinopoli l’immagine di Camulia (si tratta della stessa “cosa” che nei diversi posti e in tempi diversi cambia nome). Si arriva al 1204 quando l’impero Romano d’Oriente, detto Bizantino, era ancora potente, con il Papa restio a mostrare questa immagine che successivamente inizia a essere venerata ufficialmente. Poi scompare per un certo periodo da Roma per riapparire quando correva l’anno del Signore 1638, con i frati cappuccini di Manoppello che entrano in possesso di questa importante reliquia. Un pellegrino, si dice proveniente dalla Palestina, consegna a Donat’Antonio Leonelli un velo. A questo velo, il VOLTO SANTO, sarà per sempre legato il nome di questo paese, MANOPPELLO. P. Donato da Bomba, nel 1640, scrive la famosa “Relazione Istorica”, conservata nell’archivio provinciale di cappuccini de L’Aquila. In essa viene narrato come il Volto Santo sia giunto a Manoppello portato da un misterioso pellegrino, restato in casa Leonelli fino al 1608, preso con forza da Pancrazio Petrucci, venduto a Giacom’Antonio De Fabritiis e da questi donato ai cappuccini.  La chiesa in cui viene esposto alla venerazione del popolo il Volto Santo il 6 Aprile 1646, fu dedicata a S. Michele Arcangelo e per circa quarant’anni non fu oggetto di culto pubblico, ma custodito quasi privatamente in una nicchia a lato destro dell’altare maggiore. Solo nel 1686 viene costruita nel lato sinistro della chiesa una piccola cappella con un altare ove si trasloca la sacra reliquia e viene introdotta la festa liturgica del 6 agosto, giorno della Trasfigurazione del Signore.

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“L’immagine del Volto Santo per il modo in cui  si è impressa sul velo si colloca al di fuori della spiegazione scientifica. E’ come una diapositiva che ha un davanti e un rovescio. Il rovescio è l’immagine vista in uno specchio. Ponendo il velo contro la luce l’immagine sparisce, rimane solo stoffa bianca ma nella parte in alto fuori dalla figura si nota un diverso tipo di tessuto. Si può addirittura leggere un libro attraverso l’immagine!  La stoffa è molto antica, con una superficie ruvida, ma da un momento all’altro la stessa stoffa appare con una tessitura finissima, trasparente, splendente.  Il volto umano che si vede può essere con un colorito intensissimo e delineato con molta precisione nel disegno dei capelli (immagine che appare compatta in una tonalità scura di un ocra a tratti verdeggiante come nelle icone russe) o si può vedere un tessuto trasparente tanto è sottile. Gli occhi sono di un bianco intenso, con uno sguardo gentile, c’è come un sorriso nell’espressione.  Questo Volto diventa ancora  più  vivo  sotto  i raggi ultravioletti o quando la luce passa dietro e assume un aspetto fluorescente, si vedono delle macchie che sembrano graffi sulla pelle, sulla fronte, sulle guance. Anche il bianco degli occhi, normalmente chiarissimo, e le palpebre, sotto una tale illuminazione, mostrano delle macchie strane.  Guardando i capelli si nota che l’intensità del colore è la stessa vista da entrambe le parti.”

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“Allora vien da chiedersi perché Manoppello sia relegato ai margini dei grandi itinerari storici dei pellegrinaggi cristiani? Probabilmente perché il Volto Santo di Manoppello ha avuto una storia contrastata e misteriosa, per così dire, in secondo piano rispetto alla più famosa Veronica custodita per secoli in San Pietro in Vaticano? Forse perché è superfluo e insostenibile qualsiasi confronto tra la metropoli Torino, già capitale del Regno ed un piccolo e sconosciuto paesino abruzzese, che sconta secoli di distanza e di indifferenza da parte della sua ex capitale (Napoli); per non parlare dell’improponibile coinvolgimento di studiosi della già allora prestigiosa Sorbona di Parigi, con il Volto Santo, studiato in modo approfondito solo negli ultimi anni?”

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“Per fortuna ci sono state le ricerche della tanto piccola quanto immensa Suor Blandina Paschalis Schlömer, donna molto meticolosa, icona del Volto Santo, che ha dedicato la sua vita al Volto Santo, tanto che da alcuni anni ha trasferito la sua residenza come eremita a Manoppello e della sua sensazionale idea sulla sovrapposizione dei due volti, Volto Santo e Sindone di Torino, con la definizione dei famosi punti di concordanza. che ha sviluppato in campo artistico un nuovo metodo di sovrapposizione a cui lavora da vent’anni, che hanno fatto da cassa di risonanza a quella, che se tutto dovesse essere confermato, può essere a giusto titolo definita come la più importante reliquia della cristianità, addirittura più importante per valore religioso alla Sacra Sindone! Da sottolineare che nuove tesi emerse dai lavori di Padre Pfeiffer e di Suor Blandina potrebbero essere di notevole sostegno anche alla rivelazione della effettiva autenticità della Sindone stessa.”

Foto Centro Turistico TREe

Questo lavoro straordinario sulla coincidenza dei Volti non è una teoria o una leggenda, ma è un metodo empirico, scientifico, matematico, fisico, seguito passo dopo passo per dimostrare la concordanza di questi punti sulle due reliquie, fenomeno inspiegabile, ma a livello scientifico, invece, la spiegazione esiste ed la concordanza al 100% tra i due volti! A ciò bisogna aggiungere l’altro elemento di straordinario interesse che è la concordanza del volto sul velo di Manoppello con quello rappresentato sulle icone. Con l’aiuto del computer si è potuto dimostrare che sovrapponendo il velo di Manoppello alle immagini delle icone giunte fino a noi esiste una concordanza che statisticamente si attesta tra il 95 e il 100%. Trattasi di percentuale altissima a livello scientifico, e prova inconfutabile che non ci riferiamo ad un fenomeno casuale, verificatosi contro ogni legge della probabilità.

Foto Centro Turistico TREe

“La coincidenza tra i volti di Manoppello e di Torino è oramai acclamato che sia un fatto oggettivo, mentre è più difficile fornire una spiegazione scientifica della loro perfetta sovrapponibilità, con l’unica spiegazione possibile è che i due teli debbano essersi trovati nello stesso posto! Potremmo dire che le due reliquie siano state collocate insieme sul volto di Cristo, con il sudario sopra la Sindone, come sostiene il Prof. Pfeiffer. A sostegno di questa tesi inoltre c’è la tecnica fotografica, in base alla quale i due teli devono essere stati uno sull’altro, altrimenti la concordanza al centesimo di millimetro sarebbe impensabile. Inoltre sul Volto Santo è riscontrabile il fenomeno dell’oscillazione dei colori e sul tessuto di bisso marino non si può dipingere, di qui la caratterizzazione dell’essere immagine acherotipa, cioè non dipinta da mano d’uomo.”

Foto Centro Turistico TREe

“Qualcuno sostiene che sia il dipinto che ha copiato la Sindone, ma se uno dipinge con la massima perfezione da due parti di un telo (perché ricordiamo che è possibile vedere l’immagine su entrambi i lati), non risulta mai la totale trasparenza come nel Volto Santo di Manoppello ed essendo stata dimostrata la perfetta sovrapponibilità con la Sindone di Torino, il presunto pittore, avrebbe dovuto prima porre il suo telo sopra la Sindone e copiarne esattamente le fattezze dal negativo, tenendo conto che la Sindone si può vedere solo ad una distanza di almeno un metro e cinquanta, per cui impossibile pensare che siano stati copiati tutti i dettagli così che corrispondano elemento per elemento. Difatti nessun copista ha potuto fare fino ad oggi una perfetta copia della Sindone con mezzi puramente artistici. Infine il presunto pittore avrebbe dovuto girare il tessuto e dipingere dall’altra parte con altrettanta perfezione. Si vede chiaramente che questo procedere non fu possibile per nessun artista, quantomeno per uno del primo o secondo decennio del Cinquecento.”

Foto Sudariumchristi.com

“Altri fenomeni inspiegabili sono che se uno si guarda il Volto e ci si muove a destra e a sinistra, ad un certo momento si vedono le labbra rosa, poi sparisce questo rossore e le labbra diventano brune. Se si illumina diagonalmente dal di dietro, si vede solo un chiaro bruno in diverse tonalità e il rosa sparisce del tutto. Se si illumina dal davanti, viene fuori un bruno più intenso ed anche il rosso delle piaghe della corona di spine alle tempia. Se si toglie del tutto questa illuminazione artificiale, i colori spariscono e viene fuori nella figura un leggero grigio. Tutti questi cambiamenti si possono osservare meglio durante la solenne processione di maggio, con la luce del giorno all’aria aperta. Per cui come spiegare questi colori che cambiano? Se sono colori, come all’occhio appare, di che natura sono? Tale oscillazione di colori infatti si riscontra solo nella natura stessa. Un esempio di colorazione naturale che cambia è nei pesci del Mar Caraibico o nelle ali di farfalle in zone tropicali che oscillano, secondo l’angolatura, tra l’azzurro e il grigio, ma si deve sapere che nella natura non esistono colori, ma qualsiasi oggetto colpito dalla luce bianca, assorbe una parte della luce e riflette il colore complementare, per esempio assorbe il verde e riflette il rosso. Il fenomeno dell’oscillazione è dato così che la superficie dell’oggetto ha diverse angolature e secondo queste angolature, riflette a volte uno e a volte un altro colore. Quindi i fili del tessuto del Volto Santo devono essere cambiati o in superficie o dentro per permettere lo stesso fenomeno. Nessun artista con alcuna tecnica, conosciuta e non conosciuta, può cambiare un tessuto in questa maniera da permettere il fenomeno. in altre parole.”

Foto Centro Turistico TREe

“Possiamo pertanto affermare che mentre il tessuto finissimo è opera umana, l’immagine che si vede in esso e si comporta come un fenomeno che si riscontra nella natura non lo è. Questa combinazione inseparabile tra opera umana (tessuto) e fenomeno naturale (immagine), al momento possiamo  chiamarla con l’unica parola che il dizionario ci mette a disposizione; “miracolo” che perdura finché il tessuto non si corrompe, tessuto così fine, dichiarato come bisso marino da Chiara Vigo, l’unica tessitrice conosciuta di questo materiale, che si riscontra solo nell’antichità. Ma un bisso marino si può “tingere”, per esempio metterlo a bagno di porpora, ma non vi si può “dipingere” sopra perché il sale rimanente tra i fili farà prima o poi staccare dai fili qualsiasi colore.”

Foto Centro Turistico TREe

Se il primo studio sulla Sindone risale al Febbraio del 1965,  la prima conoscenza del Volto Santo di Manoppello è del 1977 che nel 1984 viene a contatto con Werner Bulst ed Heinrich Pfeiffer, già esperti della Sacra Sindone. In questo periodo inizia lo studio del confronto Sindone/Volto, ottenendo, nel 1991, la prima “sovrapposizione”. Nel 1998 in occasione del convegno intitolato il “Volto dei Volti” tenutosi a Roma, sono esposti i 27 pannelli che dimostrano la piena convergenza della due immagini; pannelli che formano attualmente la nota “Mostra Penuel” di Manoppello.

Foto Centro Turistico TREe

“Dipinto a olio? No, perché dovrebbe esserci almeno un po’ di deposito di colore tra un filo e l’altro. Acquerello? No, perché i contorni dell’immagine sono così netti nell’occhio, nella bocca e questa tecnica avrebbe sicuramente intriso in maniera non precisa il filo e quindi avrebbe determinato sbavature nei dettagli. Una stampa? No, perché il velo l’immagine è perfettamente visibile su entrambi i lati. E se, come qualcuno ipotizza, fosse un’opera del 1500,facciamo notare che in questo periodo le tecniche utilizzate non erano così sofisticate. E’ un mistero? E’ sicuramente tutto molto misterioso e questo mistero affascina chiunque entri in contatto con esso ma con un cuore puro, per noi di Abruzzomania è invece e semplicemente il Volto di Gesù resuscitato!”.

Fonti: Albino Gobbi del Centro Studi San Claudio

Badde Paul, La seconda Sindone

Gaeta S., L’enigma del volto di Gesù

Pfeiffer Heinrich   Il Volto Santo di Manoppello

Breve storia di tre simboli della cristianità e rispettivi itinerari di Felice Maggia

https://www.voltosanto.net/

https://it.wikipedia.org/wiki/Volto_Santo_di_Manoppello

http://www.comune.manoppello.pe.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Manoppello

Puntata di “Indagine ai Confini del Sacro” andata in onda il 14 giugno 2016 su Tv2000 (Canale 28) https://www.youtube.com/watch?v=0AQp-XmXFp0

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=dNGvAAbIIt4

https://www.youtube.com/watch?v=49XVKvTmsuM

https://www.youtube.com/watch?v=k-ReMVLKThY

https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=JObplz5JZGI

https://www.youtube.com/watch?v=–Laxb1Nzhc

Eccellenza d’Abruzzo n. 32 – Caporciano (AQ): Oratorio di San Pellegrino in Bominaco

Eccellenze d’Abruzzo oggi incorona regina d’Abruzzo  Caporciano e la sua eccellenza, l’Oratorio di San Pellegrino di Bominaco … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 273 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

Chiedo scusa per la lunghezza, ma una delle più importanti meraviglie d’Abruzzo non meritava di essere descritta in poche righe!

L’Oratorio di San Pellegrino, dichiarato nel 1902 monumento nazionale, e considerato uno dei capolavori dell’Abruzzo romanico-gotico, si trova nello splendido borgo medievale di Bominaco del comune di Caporciano, in località Mamenacus (antico nome di Bominaco) in provincia dell’Aquila, ed è dedicato a San Pellegrino, monaco e martire Cristiano che, intorno al IV secolo, venne dalla Siria in queste zone dove era venerato e trovò la morte e sulla cui tomba venne costruita questa chiesa intorno all’VIII secolo, in seguito appartenuta ad un complesso monastico benedettino del quale fa parte la vicina chiesa di Santa Maria Assunta.

 

Definito a ragione, la “Cappella Sistina d’Abruzzo”, meraviglioso gioiello ed esempio di arte romanica, è la più grande testimonianza ed uno dei tesori più straordinari di pittura medioevale abruzzese. E’ chiamato anche la “Cappella degli Scrovegni di campagna”, perché chi varca la soglia del piccolo edificio può solo restare incantato dinanzi alla ricchezza della decorazione, della luce emanata dalle singole scene che si susseguono in un disordine solo apparente ed anche “la Bibbia dei poveri” perché gli affreschi di Bominaco ci restituiscono oggi i toni, le atmosfere e i linguaggi di una società medioevale e rurale per lo più analfabeta, dove la superstizione e la religione dettavano i tempi, le regole e gli stili di vita. Una vita precaria, fatta di paura, di fame e soprusi, di insicurezza, dove le speranze erano riposte nella preghiera e nella devozione e chi non aveva la bibbia qui poteva “leggerla”.

“E’ difficile immaginare quanta bellezza e ricchezza pittorica sono ammirabili in questo Oratorio che all’apparenza sembra una delle tante piccole chiesette di campagna. Al suo interno si resta incantati ad osservare lo spettacolo di questo luogo “magico”… “un luogo dove magia e Fede si incontrano e si congiungono” ed il ciclo di affreschi ci apre una finestra sul passato riuscendo a comunicare attraverso il tempo in modo straordinariamente efficace.”

Ricostruito nella seconda metà del XIII secolo per opera dell’abate Teodino (data certa della riconsacrazione è il 1263, come dimostra l’iscrizione sotto il piccolo rosone sulla parete di fondo dell’oratorio che recita: “H DOMUS A REGE CARULO FUIT EDIFICATA ADQ P ABATEM TEODINUM START RENOVATA CURREBA…..NNI DNI TUNC MILLE CC ET SEXAGINTA TRES LECTO…….DICITO GENT….”.), si pensa che sia stato eretto per ordine di Carlo Magno (o di Carlo il Calvo)  a cui San Pellegrino gli sarebbe apparso in una visione in seguito alla quale avrebbe rinvenuto, non lontano dal monastero, il corpo del martire, decidendo così di erigere una chiesa a lui dedicata poiché sull’architrave del rosone si legge un’iscrizione che lo riguarda e perché fornì alla chiesa dei terreni e la donò all’Abbazia di Farfa, dalla quale alcuni monaci vennero per fondare una comunità monastica.

L’oratorio, 110 m2 di semplicità, perché quasi grezzo, che visto dall’esterno sembra una piccola chiesetta, come tante, è armonioso e movimentato solo dalla presenza di due rosoni, il primo posto sulla sua facciata frontale ed il secondo su quella posteriore. In un secondo momento la parte anteriore è stata arricchita della presenza di un porticato. Il piccolo ambiente dispone di un’unica navata senza abside è lungo 18,70 metri per 5,60 metri di larghezza, sormontata da una volta a botte ogivale, coperto da volte a cielo di carrozza. Le pareti interne della chiesa sono interamente coperte da affreschi e, insieme a quelli della vicina chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa, rappresentano una testimonianza importante della pittura medioevale abruzzese.

Liberato dai rifacimenti ottocenteschi nel corso del restauro, terminato nel 1938, l’altare custodiva al suo interno il corpo del santo, sicuramente motivo di grande orgoglio per l’abbazia, secondo un uso attestato già dal V secolo circa, volto, attraverso la deposizione di reliquie, ad identificare l’altare con la tomba stessa di Cristo, assimilandolo così al sepolcro.

Nel mezzo della chiesa due plutei sono rappresentati da un drago e un grifo, probabilmente sono di riporto da Peltuinum. L’intero corpo dell’edificio è ricoperto di affreschi, stride il contrasto tra l’esterno ed interno, quasi sembra dirci “di guardare oltre le apparenze” e che la vera ricchezza la troviamo nella “semplicità” e probabilmente dove non immaginiamo.

Il culmine della volta, in ogni campata, presenta decorazioni sempre diverse che si stendono come preziosi tessuti ricamati. Sulla prima un cielo blu notte ricoperto di grandi stelle che, regolari e disposte su file, lo illuminano. Tra queste, a sinistra, tre misteriosi uccelli, due bianchi e uno nero, si appoggiano sulla cornice. La campata successiva è un tripudio di colore: due nastri bruni si intrecciano dando luogo ad anelli continui riempiti all’interno da rossi fiori, da ottagoni bicromi, losanghe decorate, tutto a ricoprire un cielo azzurro sul quale, tra gli anelli, compaiono le stelle. Curiosa la presenza della figura di un leone, simbolo dell’Evangelista Marco, apparentemente inserito senza uno scopo preciso all’interno della decorazione. Sulla terza campata è invece una fascia che spartisce geometricamente lo spazio, nei toni sfumati del rosso e dell’azzurro, ripiegandosi rigida e tridimensionale. Nell’ultima campata un più regolare, dal punto di vista coloristico, modulo geometrico, crea, tra grandi stelle a otto punte, motivi cruciformi rossi e verdi. Ovunque quindi torna la stella, anche se in forme diverse e il cielo quale elemento unificatore dell’insieme, accompagnato ai tralci vegetali che, più rigogliosi e naturalistici in alcuni punti, più stilizzati e rigidi in altri, incorniciano scene, spartiscono spazi, celano ed annullano le strutture portanti.

Lo straordinario ciclo di affreschi pittorici istoriati intrecciati tra loro, in modo complesso e a tratti disordinato, rappresenta episodi tratti dal Vangelo, la Deesis (dal greco δέησις, “supplica”, “intercessione”), tema iconografico cristiano di matrice culturale bizantina molto diffuso nel mondo ortodosso, uno dei più antichi calendari monastici con le personificazioni dei mesi, i segni zodiacali e le fasi lunari, e per avere più chiara la disposizione delle scene è bene tener conto che queste vedono nella controfacciata il loro inizio o la loro fine, disponendosi secondo un principio circolare, che si sviluppa da sinistra a destra, per cui l’apparente senso di disordine è in realtà frutto di una logica compositiva atta a trascendere lo spazio architettonico, favorendo il coinvolgimento del fedele in uno spazio spirituale, puramente cristiano.

Pertanto è seguito un filo logico e discorsivo sulla vita di Cristo e sono intitolati,  rappresentati sulle pareti interne del modesto edificio e dipinti da maestri differenti, “Il Maestro dell’Infanzia”, “Il Maestro della Passione”, “Il Maestro Miniaturista” e “Il Calendario Bominacense”. Il primo ciclo dedicato alle Storie dell’Infanzia che comprende Annunciazione, Visitazione, Natività, Annuncio dei pastori, l’Adorazione dei Magi e la Strage degli Innocenti; poi i due cicli forti dell’Anno liturgico, il ciclo del Triduo pasquale della Passione di Cristo, con l’entrata a Gerusalemme, la lavanda dei piedi, l’Ultima cena, il tradimento di Giuda, l’arresto, il processo, Pilato che si lava le mani, la Flagellazione, la Deposizione dalla croce, la Deposizione nel Sepolcro, indi l’Incontro e l’apparizione ad Emmaus, la Vita di Maria, direttamente sulla porta d’ingresso due Profeti del Vecchio Testamento, Zaccaria in alto ed Isaia in basso e scene del Giudizio Universale, diviso nelle scene della Pesa delle anime, i 3 patriarchi con le anime in grembo dei beati dopo la morte e S. Michele che pesa le anime, poi Adamo, Daniele, Samuele, Salomone ed Elia, San Pietro che apre le porte del paradiso, Cristo assiso Benedicente tra i 4 Apostoli, poi cinque figure di Profeti, Mosè, Giobbe, Giona, Isaia Abdia, scene dell’Inferno con i dannati torturati dai demoni, cui seguono, il ciclo del Natalizio più gli apostoli e i vari santi che la comunità onorava nelle proprie chiese, tra cui 6 storie dedicate a San Pellegrino e sotto il suo affresco gigantesco è visibile il gruppo dei 4 Santi, San Cristoforo (presenza giustificata dalla credenza, non solo abruzzese, che, se guardato giornalmente, avrebbe preservato da una morte improvvisa, come si legge anche dall’iscrizione posta tra le sue gambe), Sant’Onofrio, San Martino (che divide il mantello con il povero), e San Francesco d’Assisi (rivolto a destra con il busto, il suo gesto con la mano sinistra si può mettere in relazione con la scena corrispondente sul lato opposto, l’Ingresso a Gerusalemme, inerente la Passione, fungendo così da tramite tra il fedele e l’avvenimento della storia santa), come indicato nell’interessantissimo e raro Calendario liturgico cristiano Bominacese ivi dipinto, tra i pochi e meglio conservati, di cui restano leggibili soltanto i primi sei mesi raffigurati tramite i segni zodiacali, le attività dell’uomo e le festività della diocesi di Valva (Corfinio), al quale apparteneva l’oratorio, con il mese di Gennaio rappresentato da un uomo che beve vino, Febbraio da un uomo che pota un albero, Marzo da un uomo dormiente, Aprile da un uomo che tiene due fiori, Maggio da un uomo a cavallo con un fiore e infine Giugno da un uomo che coglie il frutto. Il tempo del lavoro dell’uomo si identifica così con il tempo di Dio, l’Ora et Labora della regola di S. Benedetto, con lo spazio architettonico della chiesa che scandisce il tempo della chiesa stessa. Per finire, al culmine della controfacciata si osserva un medaglione con l’Agnus Dei, simbolo per eccellenza del sacrificio di Cristo anche se le scene della Crocifissione e della Resurrezione non compaiono poiché gli affreschi in San Pellegrino celebrano i contenuti essenziali della fede cristiana.

Tali cicli si mostrano lineari, ma spesso alcuni riquadri sono più grandi degli altri, occupando tutto lo spazio, con distinzioni appena visibili nella separazione delle sequenze da cornici esili. Dipinti, quando si osservano meritano un religioso silenzio, perché è l’energia del luogo “che parla”. Gli storici hanno evidenziato la mano di tre artisti per via delle differenze tra i cicli, per questo si ritiene plausibile che gli affreschi furono concepiti come emanazione della stessa liturgia che i monaci celebravano nel coro conventuale e che pertanto gli autori dei vari affreschi furono gli stessi monaci. Infatti “L’insieme pittorico esprime una simbiosi culturale che soltanto la comune educazione teologica e la medesima sensibilità monastica potevano produrre.

Un bassorilievo con due angeli intorno ad un piccolo foro e un’iscrizione che recita “CREDITE QUOD HIC EST CORPUS BEATI PELLEGRINI”, si trova in una cavità a destra del blocco d’altare, nella quale, secondo la tradizione locale, era possibile inserire il capo appoggiando l’orecchio in corrispondenza del foro e così ascoltare il battito del cuore del santo. Probabile reviviscenza dell’antico rito dello “strofinamento” con la terra nella quale trasferire il proprio male, connesso, in epoca cristiana, generalmente a quei santi che avevano un particolare legame con le grotte. Quest’uso si ritrova anche in altri luoghi sacri d’Abruzzo, ad esempio nell’Eremo di S. Venanzio a Raiano o a Santa Colomba ad Isola del Gran Sasso.

Gli spazi interni dell’oratorio sono divisi in due da due plutei decorati da un simurgh sasanide, una sorta di drago e un grifone, animale mitologico della cultura mesopotamica, che servivano per separare gli spazi dedicati ai fedeli da quelli riservati ai catecumeni.

Vari sono i riferimenti, da quelli della tradizione iconografica bizantina delle scene, desunta soprattutto dai modelli offerti dalla miniatura orientale, sulla quale si innestano elementi tipici della cultura occidentale, specialmente locale abruzzese. Ad esempio l’abito indossato da Maria Vergine nella scena della Visitazione, composto dal “maphorion” sotto il quale si vede spuntare la veste a rombi, desunta dal vestiario locale, e in molte scene si nota il superamento dell’immobilismo bizantino-romanico, infatti alcuni brani fanno capolino elementi iconografici d’ispirazione francese.

I riquadri volgono alla ricerca del particolare con spunti di vita quotidiana, e gesti dei personaggi fortemente espressivi. Manca nel ciclo la Crocifissione, sostituita dalla Deposizione, episodio non troppo frequente nella tradizione occidentale. Il particolarismo è presente soprattutto nella scena di Emmaus, con la corta veste e il bastone, descrittivismo autentico degli affreschi di Bominaco. L’uso disinvolto del colore e il disinteresse per gli effetti plastici e spaziali portano il maestro della Passione verso la ricerca di una resa popolaresca bidimensionale della realtà.

Il ciclo di affreschi si denota una certa uniformità di linguaggio che è caratterizzato dal naturalismo gotico sul quale si innestano richiami benedettini e bizantini la cui personale reinterpretazione fanno del ciclo di affreschi di Bominaco una testimonianza preziosa, anticipatrice della stagione pittorica duecentesca, prima della pittura giottesca, che con l’introduzione della tridimensionalità cambierà per sempre l’arte italiana ed europea.

Ciò che rimane misteriosa è l’identità del santo che l’iscrizione nel primo riquadro indica proveniente dalla Siria: “DE SIRIA S(an) C(tu)S PEREGRINU (s) VE(n) IT AD URBE(m)”. Il Pellegrino qui citato che il Calendario dipinto indica celebrato il 18 Novembre e le storie rappresentate, non coincidono con nessun S. Pellegrino conosciuto. Si escludono così il S. Pellegrino venerato sull’Appenino Tosco-Emiliano, il S. Cetteo vescovo di Amiterno venerato sulle coste dalmate con il nome Pellegrino, annegato nel 590 dai Longobardi nelle acque del fiume Pescara e festeggiato il 13 Giugno, il S. Pellegrino, le cui reliquie sono conservate ad Ancona ed il santo vescovo di Terni festeggiato il 16 Maggio.

Ricollegandosi alla presunta fondazione carolingia citata nel Chronicon Vulturnense, lo stesso imperatore Carlo Magno, dopo la visione, dovette chiedere agli abitanti del luogo notizie sulla vita del santo a lui apparso. Si potrebbe allora ipotizzare l’esistenza di un culto locale di origine popolare che trasforma un santo pellegrino in San Pellegrino, protettore dei viaggiatori, visto che nella prima scena il santo indossa un copricapo tipico del pellegrino?

Per finire? Una sola parola: “IMMENSO”!

Foto by Centro Turistico TREe

Fonti: Wikipedia – Serafino Lo Iacono,  “Bominaco, insonne desiderio di Dio” – Rossella Tirimaccohttp://abruzzoforteegentile.altervista.org/la-cappella-sistina-dabruzzo-loratorio-di-san-pellegrino-a-bominaco/

http://abruzzando.com/oratorio-di-san-pellegrino-bominaco/ http://www.storiadellarte.com/articoli/guida/AFFRESCHI%20ORATORIO%20DI%20SAN%20PELLEGRINO.html

http://www.iluoghidelsilenzio.it/oratorio-di-san-pellegrino-caporciano-aq/

http://www.comunecaporciano.aq.it/c066022/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/9

https://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=150510&pagename=57http://www.camminareinabruzzo.it/2017/03/07/il-meraviglioso-ciclo-di-affreschi-di-san-pellegrino-a-bominaco/http://discoveryabruzzomagazine.altervista.org/caporciano-aq-il-borgo-medievale-di-bominaco-a-cavallo-fra-leggenda-e-storia-mitologia-e-religione/

Eccellenza d’Abruzzo n. 31 – Castilenti: piccolo Borgo Ottocentesco

Eccellenze d’Abruzzo oggi accende i riflettori  su Castilenti e sulla sua eccellenza: il piccolo Borgo Ottocentesco … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 274 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

“Piccolo borgo di origine medioevale, Castilenti ha origini antichissime, come testimoniano le tracce di insediamenti rinvenute in località Casabianca dove è venuta alla luce una sepoltura attribuibile al periodo italico con corredo funerario costituito da spada in ferro, scodella e brocchetta con manico in bronzo.  Castilenti è sicuramente stata anche una città romana, non citata nel Catalogus baronum del XII secolo, ma il paese è documentato nel 1252 con l’insediamento di Case Egler, detto “Castilenti vecchio“, che corrisponderebbe all’abitato romano.

Castrum Lentuli, infatti, pare fosse un accampamento romano, poi costituitosi in agglomerato urbano. Una necropoli romana è stata scoperta sul vicino Colle San Pietro dove è stato rinvenuto anche un cippo miliario, databile tra il 367 ed il 375 d.C,  posto lungo la via che collegava Atri a Penne, recante una iscrizione in cui sono citati gli imperatori Valente, Valentiniano e Graziano. Altri ritrovamenti sono stati rinvenuti in altre località nei pressi del borgo, come la villa romana di Fonte Pisciarello e resti di costruzioni nelle lrazioni Fano, S. Savino, Colle Marciano, S. Croce e Colle Pulciano.

Oggi Castilenti è un borgo di stampo ottocentesco, raccolto intorno alla sua piazza principale, su cui si affacciano la sede comunale e la chiesa parrocchiale. I monumenti più prestigiosi del centro abitato sono il cinquecentesco palazzo dei marchesi de Sterlich e la Chiesa madre di Santa Vittoria, di cui si hanno tracce fin dal 1300, restaurata alla fine del settecento.

 

Fuori dell’abitato sorge il convento francescano di Santa Maria di Monte Oliveto edificato nel 1598 con fondi dei baroni di Castilenti per radicare il loro potere sul territorio con un’opera di grande prestigio segno della loro munificenza.

Ai margini dell’abitato è situata la “Fonte vecchia”, risalente al XVI secolo costruzione in laterizio ottocentesco con un mascherone centrale e due serpenti, in rilievo sulle pareti laterali, che si avvolgono ad un tridente simbolo della divinità di Poseidone. Poco distante anche la trecentesca Chiesa di San Pietro, restaurata recentemente, e quella di Santa Croce.” 

Foto by Centro Turistico TREe

Fonti: http://www.mondodelgusto.it e  Igino Addari

https://www.comunedicastilenti.gov.it/

 

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Musellaro

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – Musellaro

Frazione di Musellaro, Bolognano (foto by Wikipedia)

Il nostro sogno attraverso i Borghi d’Abruzzo che sfidano l’impossibile continua con la lettera “M” di Musellaro (PE), il “Paese della “Pietra Filosofale” dove la pietra si trasforma persino in “oro”.

Semplicemente guardando la foto, a primo acchito, riusciamo già a cogliere la trasformazione della pietra attraverso la superba immagine di una rupe rocciosa da dove emergono all’improvviso delle abitazioni. Le case, infatti, soprattutto quelle più in basso, sembrano prendere forma proprio dalla roccia sottostante. Sembra uno scherzo, ma i suoi abitanti sono riusciti, letteralmente, a tramutare le pietra in un villaggio.

Cantina Zaccagnini (foto by Signorvino)

La 2° trasformazione, invece, sempre per mano dell’uomo, è quella avvenuta dalla pietra al vino. Infatti, su questo terreno pietroso si riuscono a coltivare e produrre vini venduti e apprezzati in tutto il mondo, dal rosso Montepulciano d’Abruzzo al bianco Pecorino.

Anche la natura ha contribuito a trasformare la pietra di Musellaro, attraverso il lavoro incessante dell’acqua, in una “galleria d’arte all’aperto” che è possibile ammirare nella Valle dell’Orta. La 3° trasformazione riguarda, infatti, il passaggio dalla pietra alle Marmitte dei Giganti, maestose sculture naturali chiamate in questo modo per il suono impetuoso prodotto dalla forza del torrente che vi scorre all’interno.

Marmitte dell’Orta (foto by Gaspare Silverii, Paesaggi d’Abruzzo)

La 4° trasformazione riguarda il passaggio dalla pietra alle gemme preziose. Anche in questo caso è l’acqua che trasforma la pietra in una piscina naturale, la Cisterna di Bolognano, in un contenitore di verde smeraldo.

Cisterna di Bolognano

A Musellaro, però, così come affermavamo all’inizio, la pietra sono riusciti a farla diventare addirittura “oro”. La tradizione, infatti, narra che nel 1187, un conte, tale Del Balzo, durante una Crociata a Gerusalemme rinvenne, in un fosso, un crocifisso profanato dai Musulmani e decise di riportarlo con se, regalandolo ai baroni di queste terre. Da quel momento il paese fu testimone di numerosi miracoli da parte di questa reliquia, tra i quali anche il suo sanguinamento e divenne oggetto di grande venerazione per i suoi abitanti. Ancora oggi la croce è conservata nel Santuario di S. Maria del Balzo, situata al centro del borgo, ed è meta di pellegrinaggio, soprattutto il 19 Settembre, giorno della Festa del SS.mo Crocifisso.

Continua a scoprire i borghi impossibili d’Abruzzo: A- AlfedenaA – AltinoC – Castrovalva, M – Musellaro

Eccellenza d’Abruzzo n. 30 – Casoli (CH): il Castello Ducale o Castello Masciantonio

Eccellenze d’Abruzzo oggi accende i riflettori  su Casoli e sulla sua eccellenza: il Castello Ducale o Castello Masciantonio  … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 275 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

“Il castello di Casoli è posto in cima all’abitato, su di un colle alla destra del fiume Aventino da cui domina la sottostante valle fluviale con il grazioso lago S. Angelo e le colline circostanti. Tutto ha inizio da una torre, l’elemento più antico, realizzata presumibilmente tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo su un colle a 378 metri sul livello del mare come avamposto fortificato da opere difensive in muratura, che aveva dimensioni più ridotte e merlature alte almeno due metri per meglio controllare le valli dei fiumi Aventino e Sangro e contrastare gli attacchi dei popoli nemici, collegata visualmente con la “Torre di Prata”, posto di guardia situato più a valle e presidiato da due cavalieri con una piccola guarnigione.

Torre attorno alla quale, verosimilmente, fu edificato il nucleo originario del castello, quale ampliamento di una preesistente torretta di guardia di epoca longobarda, castello che fu  completato nel 1455 dagli Orsini, successivamente passò ai principi d’Aquino (a loro si deve la configurazione del “Palazzo”), che ne mantennero la proprietà fino ai primi dell’Ottocento e nel 1845 fu acquistato dalla famiglia Masciantonio che lo trasformò in residenza signorile e che lo cedette al Comune nel 1981. Attualmente il castello si articola attorno ad uno spazio centrale di cui il cortile è l’elemento principale.

La famosa torre corrisponde ad una torre normanna pentagonale, da cui è possibile ammirare a 360 gradi la Majella, i monti di Altino e Palombaro, i calanchi, e la zona industriale di Atessa, oltre al centro storico di Casoli, perfettamente inquadrabile, assieme alla torre campanaria della vicina chiesa di Santa Maria Maggiore.

Il Castello Ducale e la Torre nel corso della seconda guerra mondiale furono utilizzati sia dall’esercito tedesco che da quello alleato come punto di avvistamento ed attualmente entrambi sono stati dichiarati monumento nazionale.

Ai Principi Orsini, il cui dominio sul feudo di Casoli ha interessato il corso del XIV e XV secolo, è attribuibile la definizione di un primo assetto strutturale della fabbrica, Orsini che dotarono il castello anche di una cappella palatina che costituisce il nucleo originario della chiesa di Santa Maria Maggiore, ponendovi come ornamento esterno due leoni, attualmente decapitati ed inclusi nella muraglia dell’Arco del Purgatorio.

Pasquale Masciantonio, l’ultimo proprietario, fu un celebre avvocato e parlamentare e ospitò nel castello Gabriele d’Annunzio, di cui fu amico e finanziatore, gli amici del Cenacolo Abruzzese, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo Tosti, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao ed anche Guglielmo Marconi. D’Annunzio lasciò scritti sulle pareti della sua stanza numerosi pensieri. I Masciantonio vendettero il castello che recentemente è stato restaurato al comune di Casoli nel 1982.

All’interno, preceduto da un cortile con cisterna centrale, si accede mediante due entrate a una sala grande per i ricevimenti, oggi conservata nella matrice del XVII secolo (vi è esposta una sala museale); mentre la seconda entrata conduce alle camere del castello. Appena entrati si trova la pianta del chiostro con cisterna circolare, che ha pianta irregolare. Vi si trovano utensili agricoli come affilatrici.

Il Castello è famoso per le sue celebri sale, prima fra tutte  la Sala Wigram (intitolata al Maggiore Lionel Wigram dell’Esercito Inglese che nel corso della seconda guerra mondiale svolse un ruolo determinate nel consentire la costituzione della gloriosa formazione partigiana “Brigata Maiella”).La Sala Wigram oggi è usata come museo della seconda guerra mondiale combattuta a Casoli, punto di passaggio nella linea Gustav in cui vengono descritte le fasi della battaglia, nel novembre 1943, e alcuni personaggi chiave del combattimento, come Ettore Troilo. Invece nella prima sala adibita oggi a Sala del Gusto, si era insediato nell’inverno del 1943, il Comando inglese, ed è qui che il 5 dicembre 1943 ci fu l’incontro con l’avv. Ettore Troilo. L’incontro servì a gettare le basi per la formazione della Brigata Maiella.

Importante anche la Sala Pascal, come era affettuosamente chiamato l’On. Pasquale Masciantonio nell’ambito del “Cenacolo Abruzzese”, che fu ampliata da Pasquale Masciantonio come stanza di cerimonie, oggi è usata come museo dedicato all’ultimo importante proprietario del castello.

Tra queste vi è la stanza dove dimorò Gabriele D’Annunzio, sul cui muro scrisse in data IX Ottobre 1894, la celebre frase “La pazienza è l’immortal nepente che afforza i nervi e l’anima ristora!”, detta Sala del Silenzio e stanzetta di D’Annunzio, nella quale il celebre poeta soggiornava quando si trovava a Casoli, che contiene il busto originale di Masciantonio, quando fu eletto deputato, è raggiungibile dal secondo corpo dell’edificio, salendo una scalinata rinascimentale, costruita nella trasformazione del castello in palazzo gentilizio.

La grande sala usata al tempo anche come circolo culturale, ospita una mostra permanente sui protagonisti del “Cenacolo Abruzzese”, abituali ospiti dell’On. Pasquale Masciantonio, tra cui D’Annunzio, Michetti, Tosti, Barbella, Scarfoglio, De Titta, Serao ed altri, con l’esposizione di pannelli illustrativi delle singole personalità, una vera e propria collezione del carteggio originale tra Gabriele D’Annunzio, che si firmava anche “Ariel”, e Pasquale Masciantonio, definito “Pascal” dal poeta, era con personaggi come Francesco Paolo Michetti e Francesco Paolo Tosti.

Qui soleva essere ospitato d’Annunzio. Le mura di queste meravigliose sale sono ripiene di citazioni colte di autori del passato, come GoetheOscar Wilde e Leonardo Da Vinci, alcune scritte dallo stesso d’Annunzio, assieme al famoso ditirambo centrale.

Fonti: www.regioneabruzzo.it – http://www.comune.casoli.ch.it/ – http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/chieti/casoli.htm

Foto by Centro Turistico TREe

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 29 – Castel di Sangro (AQ): la Basilica di Santa Maria Assunta e la Civita

Eccellenze d’Abruzzo oggi accende i riflettori  su Castel di Sangro e sulle sue due speciali eccellenze: la Basilica di Santa Maria Assunta e la Civita  … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 276 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

La Basilica di Santa Maria Assunta, di origini medievali, principale edificio religioso di Castel di Sangro (AQ), è sita nella parte alta del paese, la Civita e nel 1902 è stata dichiarata monumento nazionale.

Riedificata in forme barocche tra il 1695 e il 1725, ha una molto bella facciata adornata da logge di santi e due campanili gemelli laterali. All’interno sono presenti tele di Francesco De Mura e Domenico Vaccaro, appartenenti alla scuola napoletana settecentesca.

Le sue origini risalgono alla seconda metà del X secolo, quando venne alzato un edificio religioso al posto della chiesa di Santa Maria ad duas Basilicas in località Valle Salice sin dal V secolo. Distrutta dal terremoto del 1456 (che lasciò in piedi soltanto 7 case), fu denominata “chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta in Cielo“.

Della prima costruzione non restano testimonianze, ad esclusione della donazione del Re delle Due Sicilie Ruggero delle chiese rurali di Sant’Ilario, San Lorenzo, Santa Lucia e San Valentino.

Subito ricostruita, su progetto di Francesco Ferradini, con la struttura tuttora esistente. Vi era usanza nei secoli scorsi, seppellire personalità di nobili e importanti famiglie  al suo interno, comequelle dai Panasca, Matta, Canofilo, Mancini, De Petra e Minotti-Maffei.

All’interno di questa meravigliosa basilica, l’arte la fa da padrona.

Infatti l’edificio gode dell’antico loggiato quattrocentesco e di un altorilievo trecentesco raffigurante la Pietà all’interno del porticato. Sulla parete del campanile destro c’è una monofora, mentre sulla facciata sono presenti, in apposite nicchie, le 8 statue  di Santa ConcordiaSan RufoSan RoccoSan SebastianoSant’EmidioSant’Antonio abateSan Gaetano e l’Assunta.

Impossibile non notare il maestoso orologio frontale e il grande portale, quest’ultimo circondato da volti scolpiti in pietra e, in altro, è visibile lo stemma di Castel di Sangro.

Nella parte interna si ammira il gruppo bronzeo del Battesimo del Cristo, attribuito alla scuola del Cellini, con splendidi intarsi marmorei che si trvano anche sull’altare di san Sebastiano e sull’altare maggiore. Chiudono il coro ligneo, l’antico leggio, un bassorilievo che nasconde in una nicchia il corpo di santa Concordia., il pulpito e il paliotto quattrocentesco lignei sulla vita di Gesù, che decorano l’altare dell’Addolorata.

Le tele presenti, di grande valore, la rendono un piccolo museo: la “Disputa fra i dottori” e la “Natività” del Vaccaro; la “Caduta di Gesù sotto la croce” e “Gesù mostrato al popolo da Pilato” del De Mura; la “Madonna che allatta il bambino tra i santi Apostoli Filippo, Giacomo Maggiore e i Santi Sebastiano e Rocco” e l'”Ultima cena” di Paolo De Matteis; il “Miracolo della manna” e infine il “Mosè con il serpente di bronzo” del Cirillo.

La Civita, dove si trova la Basilica di Santa Maria Assunta, è il quartiere più alto e antico della città. Costituita da case fortificate risalenti al XVI secolo, vi spicca il Palazzo De Petra, oggi adibito a Pinacoteca patiniana, che con arcate gotiche e una torretta merlata, ha mantenuto l’originario aspetto risalente al XV secolo.

Il castello che serviva da presidio militare, fu costruito nell’XI secolo sui resti di fortificazioni preesistenti, probabilmente di età antica, su Colle S. Giovanni. Infatti presso il forte si trova la cosiddetta Porta Osca, accesso alla cinta fortificata dei Sanniti, con le mura ciclopiche. Il restante borgo, invece, si sviluppò nel XIII secolo e nel passato fu conteso da varie famiglie Longobarde e Normanne. Appartenuto ai De Sangro, venne soprannominato il “castello del Re“. Conquistato da Jacopo Caldora, distrutto da Braccio da Montone verso i primi anni  del ‘400, fu abbandonato nel XVI secolo, quando il paese iniziò a svilupparsi  più a valle. Il terremoto del 1706 della Majella dette il colpo di grazia al castello, che crollò in molte parti.

Oggi rimane la pianta quadrata irregolare, delimitata dalle basi di tre torrioni circolari, di cui la maggiore e più antica è chiamata maschio, e veniva usata come presidio di guardia dai Sanniti e poi dai longobardi, testimoniando la tipica funzione del castello nel IX secolo, quando fungeva da cittadella di controllo e di riparo dagli assalti per la popolazione, con il torrione maggiore che era la residenza del barone.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Santa_Maria_Assunta_(Castel_di_Sangro) – www.parrocchiasantamariaassuntacds.it/category/avvisi-parrocchiali/

Eccellenza d’Abruzzo n. 28 – Bucchianico (CH): San Camillo de Lellis, il gigante del Cristianesimo

Eccellenze d’Abruzzo oggi presenta il Gigante del Cristianesimo, San Camillo De Lellis, che abbiamo la fortuna di annoverare tra i santi della nostra regione in quel di Bucchianico … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 277 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo e di avere il suo riconoscimento, anche il più piccolo!

Foto by Abruzzomania

Chiedo scusa per la lunghezza dell’articolo, ma non sono stato in grado di tagliare alcunché perché tutto ciò che ho trovato scritto di questo Gigante andrebbe non tagliato ma ingrandito a caratteri cubitali!

Una storia incredibile quella di San Camillo de Lellis! Da bravaccio involgarito pigro, rissoso e soldato di ventura a gigante del Cristianesimo e di forza, coraggio, carità e dolcezza! Da sfrenato giocatore di dadi a fondatore dell’Assistenza infermieristica! Da mendicante a donatore d’amore! Da ragazzo maleducato a precursore della Croce Rossa! Da piccolo ribelle a celeste patrono della sanità civile e militare, degli ospedali e delle case di cure, degli ammalati (insieme con san Giovanni di Dio) e della Regione Abruzzo (insieme a San Gabriele). Da uomo finito, incline ai vizi del mondo, a zelante servo i malati nell’ospedale degli incurabili come fossero Cristo stesso! Camillo, nome premonitore che significa “ministro del sacrificio”, colui che trasformò gli ospedali da luoghi di morte a luoghi d’Amore. Ecco perché il 25 maggio del 1550 data della sua nascita quest’importante evento connotò la vita di Bucchianico!

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Nel 1574, a ventiquattro anni d’età, Camillo de Lellis era un uomo finito. Nato da una madre molto anziana la domenica di Pentecoste dell’anno Santo 1550,  molto robusto e più alto del normale (da grande sopravanzerà quasi tutti dalla testa in su), ma la madre aveva anche il cuore rattristato a causa di qualche triste premonizione. Di fatto, nessuno riuscì ad educarlo. A solo tredici anni, piccolo ribelle irriducibile, iniziò ad accompagnare il padre da un presidio militare all’altro, assimilando da lui una passione distruttiva per il gioco dei dadi e delle carte e dall’ambiente un atteggiamento da bravaccio involgarito.

Per alcuni anni visse la vita del soldato di ventura, giocandosi la vita nelle battaglie, nelle risse, per potersi poi giocare i soldi così guadagnati. Nel 1574 scampò ad un naufragio e, sceso a terra a Napoli, fu preso da una tale frenesia per il gioco che il “perdersi anche la camicia” non fu un modo di dire. Finì randagio come un cane, vagabondando senza meta, con vergogna, elemosinando davanti alle chiese con “infinito rossore”. Alla fine dovette adattarsi a lavorare per la costruzione di un convento di cappuccini conducendo due giumenti carichi di pietre, calce e acqua per i muratori.

Ma la vicinanza di quei frati, appena riformati e ancora nel loro pieno fervore, non gli era indifferente. Durante un viaggio al convento di S. Giovanni Rotondo, era l’anno Santo 1575, incontrò un frate che se lo prese in disparte per dirgli: “Dio è tutto. Il resto è nulla. Bisogna salvare l’anima che non muore…”. Nel lungo viaggio di ritorno, tra gli anfratti del Gargano, Camillo meditava. Ad un tratto scese di sella, si buttò a terra piangendo: “Signore, ho peccato. Perdona a questo gran peccatore! Me infelice che per tanti anni non ti ho conosciuto e non ti ho amato. Signore, dammi tempo per piangere a lungo i miei peccati”. Chiese di diventare cappuccino, ma venne dimesso dal convento, per una piaga che non cessava di suppurare.

Con rinnovato spirito, Camillo tornò a quell’ospedale a cui la malattia sembrava incatenarlo, l’Ospedale romano di S. Giacomo, dove si trattavano le più orribili malattie e dove, nel passato, vi si era perfino impiegato per curare gli altri malati, guadagnandosi così di che vivere. All’ospedale degli “Incurabili” giungevano i malati più ripugnanti, i rifiuti della società, spesso orribili a vedersi, che venivano addirittura scaricati sulla porta dell’edificio.

Nel XVI secolo, i malati erano in mano a dei mercenari; alcuni, delinquenti costretti a quel lavoro con forza, altri, per non aver diversa possibilità di guadagno. Quando Camillo e i suoi cominceranno a lavorare nell’ospedale maggiore di Milano (la “Ca’ granda”) troveranno che i luoghi di degenza sono in tale stato che Camillo li considera “causa di morte”: “Iddio sa quanti ne morirono l’anno per questo andare a quelli sporchi, fetosi e fangosi lochi“. Di nuovo agli ” Incurabili “, Camillo era ormai noto per la sua conversione. Ben presto lo nominarono Maestro di Casa, cioè responsabile immediato dell’andamento economico ed organizzativo. Cominciò a mettere ordine. Notte e giorno, era solito comparire e quando nessuno se lo aspettava, richiamando, rimproverando e costringendo ognuno a fare il suo lavoro e a farlo bene. Controllava gli acquisti, litigava con i mercanti, rimandava indietro le partite di merce avariata. Senza sosta, esortava gli inservienti e spiegava loro che: “I poveri infermi sono pupilla et cuore di Dio et… quello che facevano alli detti poverelli era fatto allo stesso Dio“.

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Un pensiero fisso lo ossessionava: sostituire tutti i mercenari con persone disposte a stare coi malati solo per amore. Desiderava avere con sé gente che non per mercede, ma volontariamente e per amore d’Iddio gli servissero con quell’ amorevolezza che sogliono fare le madri verso i propri figli infermi. Reso manifesto il progetto, destò subito preoccupazione perché alcuni temevano che interessi e abitudini sarebbero stati messi in discussione e che Camillo avrebbe finito con l’impadronirsi dell’ospedale; altri ben ispirati, considerarono il progetto irrealizzabile. Osteggiato, Camillo ed i suoi compagni lasciarono l’ospedale degli “Incurabili” dove ormai non li volevano più e si ritrovarono in una poverissima casetta dove non avevano che due coperte in tre, e la notte dovevano fare a turno per coprirsi. Cominciarono così la loro libera attività nel grande ospedale romano di Santo Spirito, il glorioso Hospitium Apostolorum. Sisto IV, il Papa della Cappella Sistina, rinnovò l’ospedale con una tale magnificenza da riproporre almeno idealmente il valore originario: “Culto d’amore dovuto a Cristo, Dio e uomo, ammalato nei poveri. Purtroppo anche in questo ospedale era visibile la sua miseria terrena. Gli uomini si mostravano di fatto indegni di quella solenne struttura ed il problema dei mercenari era simile a quello degli altri ospedali, problemi igienici e sudiciume umiliavano quello splendore.

In quel luogo, per 30 anni lavoreranno Camillo e i suoi amici divenendo pian piano una nuova congregazione religiosa, l’Ordine dei Ministri degli Infermi, che diventeranno poi i Camilliani,stabilirono il seguente paradigma: il corpo prima dell’anima, il corpo per l’anima, l’uno e l’altra per Iddio eche ebbero il permesso ad ognuno di portare l’abito nero come i Chierici Regolari, ma con il privilegio di una croce di panno rosso sul petto, come espressione della Redenzione operata dal dono del Preziosissimo Sangue di Cristo.

Per essi l’ospedale era tutto, e nel servizio iniziarono a lasciare il segno del carisma che Camillo andava trasmettendo ai suoi: la tenerezza. Egli riuscì  ad esigere che le corsie fossero ben arieggiate, che ordine e pulizia fossero costanti, che i pazienti ricevessero pasti salutari e che i malati affetti da malattie contagiose fossero posti in quarantena. Aggiunse ai tre abituali voti di povertà, castità e obbedienza, il quarto, quello di “perpetua assistenza corporale e spirituale ai malati, ancorché appestati”. Non era infatti inusuale incontrarlo nelle corsie in atteggiamenti di vera e propria adorazione dei malati, tanto era il rispetto che ne aveva. Un testimone riferì di averlo visto “stare ingenocchiato vicino a un povero infermo ch’aveva un così pestifero e puzzolento canchero in bocca, che non era possibile tolerarsi tanto fetore, e con tutto ciò esso Camillo standogli appresso a fiato a flato, gli diceva parole di tanto affetto, che pareva fosse impazzito dell’amor suo, chiamandolo particolarmente: Signor mio, anima mia, che posso io fare per vostro servigio? pensando egli che fosse l’amato suo Signore Giesù Christo...” (dagli Atti di canonizzazione).

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Quando la sera tornava in convento, chiamava i suoi frati, metteva un letto in mezzo alla sala, ammucchiava materassi e coperte, chiedeva a uno di distendersi, e poi insegnava agli altri come si rifaceva un letto senza disturbare troppo il malato, come si cambiava la biancheria, come bisognava atteggiare il volto verso i sofferenti. Poi li faceva provare e riprovare. Ogni tanto gridava: ” Più cuore, voglio vedere più affetto materno ” Oppure: ” Più anima nelle mani “. Camillo, illetterato e capace di accedere all’Ordinazione sacerdotale solo per i meriti acquisiti “sul campo”, divenne, di fatto, il fondatore della assistenza infermieristica, la cui testimonianza ci è lasciata nelle “Regole per ben servire i malati” (Archivio di Stato di Milano), una preziosa testimonianza di tecniche infermieristiche finalizzate al benessere del malato.

Pian piano andavano aumentando i giovani che desideravano condividere la sua vita. Camillo ebbe così la possibilità di “occupare” altri ospedali. Giunse fino a Napoli, Genova, Milano, Mantova, Milano dove scoppiò la dura questione degli ospedali e dove senza consultarsi con nessuno, colse l’occasione propizia per farsi affidare tutto l’ospedale, per curare cioè non solo l’assistenza ai malati ma l’intera gestione materiale di tutto, perché per Camillo qualunque cosa riguardasse  i suoi poveri, gli ammalati, era sacra e da accogliere. Ormai prossimo al termine della sua vita, si ritrovò con 14 conventi, 8 ospedali (di cui 4 sotto la sua completa responsabilità) e con 80 novizi e 242 religiosi professi.

Morì a 64 anni dettando il suo testamento per lasciare in eredità la totale e minuziosa consegna di se stesso:
Io Camillo de Lellis… lascio il mio corpo di terra alla medesima terra di dove è stato prodotto Lascio al Demonio, tentatore iniquo, tutti i peccati e tutte le offese che ho commesso contro Dio e mi pento sin dentro l’anima… Item lascio al mondo tutte le vanità… Item lascio et dono l’anima mia e ciascheduna potestà di quella al mio amato Gesù e alla sua S, Madre… Finalmente lascio a Giesù Christo Crocefisso tutto me stesso in anima e corpo e confido che, per sua immensa bontà e misericordia, mi riceva e mi perdoni come perdonò alla Maddalena...”. Rappacificato con la vita, spirò il 14 luglio 1614 e i  suoi resti mortali restano sepolti nella piccola chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma.

Dalla demolizione della chiesa di San Cristoforo, eseguita dallo stesso Camillo si realizzò il convento e dai numerosi testimoni chiamati in causa nel processo di beatificazione del santo, sappiamo che, per l’edificazione, che terminò nel 1615, furono portati a Bucchianico 7 muratori da Roma. Camillo canonizzato nel 1746 è festeggiato il 14 e 15 luglio ed oggi i Camilliani sono presenti nei cinque continenti.  Nel tempo si sono formate comunità di religiose e sono sorti in varie parti del mondo gruppi di laici, uomini e donne, che hanno fatto proprio il carisma e la missione di San Camillo: tutti insieme, Ordine in testa, costituiscono “La Famiglia Camilliana”.

Foto by Abruzzomania

In ultimo come non raccontare uno dei suoi strepitosi miracoli, avvenuto nell‘anno della carestia del 1612 in contrada San Rocco sul terreno detto “il campo delle fave”, a memoria di un atto di carità di S. Camillo , dove oggi sorge il Centro di Spiritualità intitolato al giovane studente camilliano Servo di Dio “Nicola D’Onofrio”. I diversi testimoni che deposero al Processo di Canonizzazione narrano di un approvvigionamento generale e continuo, senza limiti, che seppe subito del miracoloso. Qualcuno ha dato anche la resa delle piante in quell’anno, e il clamore suscitato dal fatto fece accorrere personaggi illustri a vedere coi propri occhi il campo del miracolo.

Foto pozzo del miracolo by Abruzzomania

Fonti: www.comune.bucchianico.ch.gov.it/ – www.proloco-bucchianico.it/ – it.wikipedia.org/wiki/Bucchianico – it.wikipedia.org/wiki/Camillo_de_Lellis – www.parrocchiasancamillo.it/ – www.santiebeati.it/dettaglio/28250 – www.sancamillo.org/ – www.camilliani.org/i-primi-anni/

Eccellenza d’Abruzzo n. 27 – Arsita (TE): la trilogia di Arsita, Gole dell’Inferno Spaccato, “Coatto” & festival Etnomusicologico

Eccellenze d’Abruzzo oggi presenta il comune di Arsita e la sua trilogia, il suo potente tris d’assi a base di cucina, musica e natura: il Coatto,  il Festival Etnomusicologico e le gole Gole dell’Inferno Spaccato e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 278 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo e di avere il suo riconoscimento, anche il più piccolo!

Arsa, bruciata, castelletto, capanne frasche o un bel cucco?

“Le origini di Arsita risalgono al periodo preromano, come testimoniano i ritrovamenti archeologici effettuati nel 1985: tombe, corredi e monili vari. Singolare il precedente nome, infatti fino agli inizi del secolo Arsita era chiamata Bacucco, nome che secondo alcuni significa “castelletto” o “insediamento di capanne di frasche”, mentre secondo altre fonti deriva dalla sua forma ovale, “quasi un bel cucco”, oppure dal Dio Bacco. A partire dal XI secolo accanto a Bacucco comincia a comparire anche il nome di Arsita, che indica un luogo arso o bruciato.”

Una delle eccellenze di Arsita è sicuramente Il “Coatto di Arsita” (dal latino coactus, ossia ristretto), più famoso come “Pecora alla callara”, poverissima bontà e antichissimo piatto di tradizione squisitamente pastorale, tipico della zona di Arsita, pietanza di lunga cottura a base di carne di pecora che si celebra nel mese di Agosto con una particolarissima sagra a base di specialità di pecora e castrato, vino rosso molto molto corposo e canti popolari che ne ripercorrono la storia. Gli ottimi e immancabili  ingredienti di questa prelibatezza sono: il cosciotto di pecora, cipolla, aglio e mix di erbe aromatiche (pipirensis “la pipirella”, rosmarino, salvia, maggiorana, basilico, prezzemolo e bacche di ginepro) olio evo, pomodoro in bottiglia a pezzetti (o passata), buon vino bianco e peperoncino a volontà. A carne tenerissima il piatto, da servire caldissimo in ciotoline di coccio, è pronto!

Foto by eccellenzedabruzzo.it

Festival Etnomusicologico kermesse musicali tra le più importanti dell’entroterra teramano e non solo, intitolato ‘Valfino al Canto’ arrivato alla 24° edizione, che si svolge tutti gli anni nei giorni 9, 10 e 11 agosto nonostante le calamità naturali. 

Quello di Arsita si colloca tra i 20 migliori festival popolari in Europa, una festa musicale che nasce da modalità espressive di matrice contadina e pastorale e che, grazie alle sperimentazioni, negli anni si è arricchita di originali sonorità provenienti da contesti afferenti ad aree musicali e geografiche tra loro lontane. 

“‘Valfino al Canto’  è un laboratorio artistico, in cui ogni anno si sperimentano musiche e danze provenienti da tutto il mondo, cercando, da una parte, di avvicinare artisti e cultori della musica tradizionale nazionali e internazionali, dall’altra, di far conoscere l’entroterra abruzzese con tutte le sue meravigliose peculiarità”.

Concludiamo la trilogia di Arsita con le straordinarie Gole dell’Inferno Spaccato: itinerario poco conosciuto situato nella zona prossima ai versanti settentrionali dei monti Tremoggia, Coppe e Siella (Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga). La gola è lunga circa 100 metri ed è molto suggestiva. Tra pareti alte decine di metri il canyon a tratti è largo solo alcuni metri. Il sentiero è evidente, agevole e ben segnato e non distante dal punto di partenza si apre un bel panorama con i versanti dei monti Siella, Coppe, Tremogge e Camicia. Si parte da quota 682 m, con indicazioni evidenti al suo imbocco (sentiero n. 248) e l’itinerario ha come meta finale il nevaio del Gravone.

A 880 m si devia a sinistra per la sorgente di San Giovanni, che si raggiunge dopo circa 150 metri. La sorgente, non sempre attiva, forse alimentata dal Gravone, è molto considerata dagli abitanti di Arsita, qui infatti nel periodo del solstizio di Giugno, la ProLoco, in collaborazione con la locale sottosezione CAI, organizza una manifestazione dedicata proprio a questa fonte. In passato nella notte di San Giovanni, si svolgeva un rito pagano (giunto sino alla nostra epoca e poi mischiatosi con la tradizione cattolica) in cui venivano praticati riti tesi ad allontanare o distruggere gli influssi malefici. Questo perché l’acqua della sorgente veniva e viene definita dai notevoli poteri apotropaici.  Si raggiungono le sorgenti del fiume Fino che sgorga praticamente dalla terra, più o meno al di sotto di un faggio.

A quota 1080 m si incontra una struttura di roccia chiamata Mirrocina e dopo, a circa 1135 m, il sentiero prende una ripida breve discesa e dopo pochi minuti, si giunge in prossima di un’altra falesia dove finalmente si potrà scovare l’ingresso della Gola dell’Inferno Spaccato, provvisto di cartello indicatore. Occorre fare attenzione, in quanto la roccia nasconde bene l’ingresso della gola, per entrare nel quale occorre eseguire qualche contorsionismo.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Arsita

http://www.comune.arsita.te.it/hh/index.php?jvs=0&acc=1

http://www.auaa.it/articoli-escursionismo/912-gole-dell-inferno-spaccato-gran-sasso

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Alfedena

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – “A” di Alfedena

Il Ponte, Alfedena, M.C. Escher, 1937 (foto by Pinterest)

(Vedi Intro)

Forse non si ergerà a picco su di una roccia, forse non farà venire le vertigini come gli altri borghi di cui stiamo già parlando ma Alfedena aveva, comunque, il potere di colpire nel profondo gli occhi di chi la visitava. E, in un certo senso, lo ha ancora oggi. Soprattutto ai tempi in cui M. C. Escher decise di immortalarlo, ancora intatto prima della parziale distruzione subita durante la II Guerra Mondiale, Alfedena aveva qualcosa di magico che riusciva a superare la realtà e la percezione umana. Un luogo dove la cognizione dello spazio si faceva incerta e ambigua e dove il fulcro centrale era rappresentato dal “Ponte” che univa le abitazioni sospese tra una parte e l’altra del profondo fossato. Il paese in provincia dell’Aquila, situato nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, pareva un borgo impossibile più all’interno che al suo esterno.

Un disordine grandioso, il labirinto del borgo di Alfedena, che affascina l’artista olandese, così come, per quel che è rimasto, il visitatore del nostro secolo, seppur scoraggiato dal mettere piede in un mondo così incerto, ma attratto dalla sua stessa architettura caotica, costruttivamente impossibile e capace di portare in luce gli errori percettivi compiuti dai nostri sensi durante la sua osservazione. Errori che si prestano, da un lato, a diventare piacevoli visioni da scoprire e assaporare con gli occhi e, dall’altro, a denunciare il crollo della ragione che non riesce a capacitarsi dell’irrazionalità delle sue costruzioni.

Chiesa dei SS. Pietro e Paolo (foto by La Stampa)

Oggi il fulcro del borgo di Alfedena non è più il “Ponte” immortalato nell’opera di Escher ma, dopo la ricostruzione, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo da cui il “labirinto” di vicoli e stradine si propaga nei confronti di tutto l’abitato e che si protende verso la roccaforte del Castello dal quale, nel caso ci si fosse persi, è possibile affacciarsi per scorgere la via d’uscita dal paese.

Castello di Alfedena (foto by Wikipedia)

L’olandese, però, non fu suggestionato solo dall’interno del borgo ma anche dal contesto ambientale e dal paesaggio circostante. Ecco allora che decide di immortalarlo nuovamente, stavolta con un altro paese sullo sfondo, quello di Scontrone, divenuto anch’esso borgo dell’arte grazie anche ai numerosi murales sparsi tra i suoi vicoli.

La litografia non rappresenta, però, solo un contesto paesaggistico con le sue prospettive ma racconta anche di un curioso aneddoto legato alla storia e alla cultura di Alfedena.

M.C. Escher, Alfedena, 1930 (foto by Arthive)

Se si osserva attentamente l’immagine, si possono facilmente notare gli strani alberi in primo piano, alti e con un solo ciuffo di foglie sulla
cima. Sembrano piante che non fanno parte della natura abruzzese, invece, non sono altro che salici, olmi e in gran parte pioppi. Ma perché Escher avrebbe dovuto rappresentarli in questa maniera?

In realtà gli alberi erano realmente sistemati in questo modo dagli abitanti del paese, non per un puro fatto estetico ma per un motivo molto preciso. La popolazione di quel periodo era povera e basava il suo sostentamento quasi ed esclusivamente sulla pastorizia. Ecco, allora, che, durante i rigidissimi inverni, quando le loro capre non riuscivano più a nutrirsi con l’erba dei prati ricoperti da spesse coltri di neve, i pastori raccoglievano per loro le foglie dei rami più bassi, lasciando solo quelle delle cime dove non riuscivano ad arrivare.

Riuscirai a districarti anche tu una volta entrato nel labirinto del borgo di Alfedena?

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