Eccellenza d’Abruzzo n. 39 – Atri (TE): Duomo di Atri – TERZA E ULTIMA PARTE

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo ed eccoci arrivati alla TERZA E ULTIMA PARTE della 39° Eccellenza, quella del comune di Atri, il meraviglioso duomo di Atri, basilica concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo. Ricordo che nella prima abbiamo descritto le caratteristiche generali del Duomo di Atri  presentando alcune opere presenti all’interno di grande valore; nella seconda parte abbiamo mostrato tutta la sua magnifica bellezza,  i 101 affreschi del pittore abruzzese Andrea Di LItio ed in questa ultima parte presenteremo le ulteriori meraviglie che si possono ammirare all’interno del Duomo.

Iniziamo da una scena raffigurante una danza macabra è dipinta sul muro di fondo della navata sinistra e proseguiamo ammirando sulle colonne vari affreschi del Trecento-Quattrocento, tra i quali una Trinità a tre volti (XIV secolo), una Madonna adorante il Bimbo (1460-70) sempre di de Litio e del suo allievo Ugolino da Milano e una Madonna di Loreto (1450) dello stesso de Litio. Alla destra del portale si ammirano dei pochissimi resti di un affresco gigantesco raffigurante San Cristoforo (XIII secolo): nel Medioevo in molte chiese era uso apporre immagini gigantesche di questo santo, patrono dei viaggiatori e dei pellegrini, credendo che vedere una sua immagine anche da lontano assicurasse protezione durante il viaggio o pellegrinaggio.

Nella navata destra si possono ammirare una serie di affreschi che vanno dal Duecento al Quattrocento, opera di artisti locali come Luca d’Atri, Giovanni di Cristoforo e Giacomo d’Atri. Nella navata sinistra, vi è una serie di affreschi di vari artisti, tra cui Giacomo d’Atri, il Maestro di Offida, Andrea de Litio, del Trecento-Quattrocento tra i quali spicca l’affresco del trasporto della Santa Casa, del 1460, anch’esso opera del de Litio. Passiamo poi alle Storie di Cristo del 1340, di Luca d’Atri, antichi affreschi scoperti nel 1905, raffigurano scene della vita di Gesù separate ognuno dalla figura di uno o più santi. La matrice degli affreschi è giottesca, ed è probabile un apprendistato presso Giotto (a cui Luca viene paragonato dai contemporanei) o più probabilmente da Simone Martini a Napoli. Un dipinto su tela di scuola napoletana del Seicento, raffigura L’Incoronazione di Maria con uno stuolo di angeli e lo Spirito santo illumina la figura della Madonna che viene incoronata dal Figlio e dal Padre. San Nicola e San Giacomo, resti di affresco, tra la cappella Arlini e il campanile, che doveva raffigurare le storie della vita dei due santi. Madonna d’Alto Mare, affresco eseguito da De Litio intorno al 1460 rappresenta la Madonna di Loreto, la Traslazione della Santa Casa da Nazaret a Loreto, chiamata popolarmente Madonna d’Alto Mare, nome con cui è nota universalmente, per via del lungo viaggio in mare aperto, alto mare appunto che fece la Casa prima di arrivare in Italia.

Nei pressi del coro è presente il noto affresco del XIII secolo rappresentante la leggenda francese de “L’incontro dei vivi e dei mortie gli affreschi del Duecento, il più antico della chiesa di probabile pittore francese (1260) che non è una danza macabra, ma è un episodio che si ritrova frequentemente nella letteratura francese e anche in quella italiana. Si può dividere in due parti, la parte terrena con i cavalli, i paggi e i tre cavalieri, vestiti con abiti molto preziosi, spaventati e atterriti alla vista di vedere i morti che si risvegliano e quella con i morti, tre scheletri, con un sottile strato di pelle, che stanno sghignazzando;.. Sopra i tre cavalieri, c’è una scritta in caratteri gotici, solo la prima parte conservata leggibile perfettamente: Nox (?) quae liquescit gloria sublimis mundi … (E la notte svanisce: la gloria del mondo…), evidente allusione alla vittoria della morte sulla vita, tema principale dell’affresco, con i tre cavalieri, atterriti alla vista dei morti, ma che non potranno fuggire da essa. Interessante anche un affresco staccato dalla chiesa di san Liberatore ad Atri raffigurante la Madonna con Bambino in trono tra angeli del Duecento.

A destra si trova uno dei tre ingressi del Museo Capitolare, il cosiddetto ingresso invernale, perché aperto durante il periodo invernale, ma anche d’estate, la sagrestia dove sono custoditi  paramenti e oggetti liturgici che ha forma di una cappella od oratorio. Tutta decorata da affreschi del XIX secolo di artisti teramani e atriani, con un’interessante cupola, dove con angeli musicanti e festanti e l’altare del XVII secolo di un artista locale che riprende in più punti i soggetti dello scultore Carlo Riccione, il maggior scultore abruzzese del Seicento che dimorò ad Atri dal 1677 al 1692. Anche qui alcune tele, un San Michele Arcangelo del XVIII secolo, copia della più celebre tela di Guido Reni a Roma; San Carlo Borromeo, di fine Seicento; Maria Maddalena del Settecento. Madonna del Latte tra i santi Antonio Abate, Reparata (?) e Berardo (?), affresco realizzato a fine Trecento dal Maestro di Offida, identificabile in Luca d’Atri in stile prettamente giottesco, di cui è pervenuta la parte centrale, raffigurante la Madonna che allatta il bambino (la Madonna del Latte) fra tre santi: Antonio Abate, molto venerato in Abruzzo a cui sono dedicate molte celebrazioni anche ad Atri e altri due che potrebbero essere Reparata e Berardo. Affreschi del XIV-XV secolo, di inizi Trecento e prima metà Quattrocento, alcuni ottimamente conservati, altri solo in parte. San Giacomo Maggiore e Santa Caterina da Siena realizzato molto probabilmente intorno al 1360 da Andrea da Bologna (1335-1370).

Sant’Ambrogio? forse perché vi sono alcuni attributi che fanno risalire al vescovo di Milano: le stelle a 6 punte sulla mitria e la Bibbia nella mano sinistra, affresco della prima metà del Quattrocento, realizzato molto probabilmente da pittore locale o comunque abruzzese. 4 santi, 4 piccoli affreschi, realizzati agli inizi del Quattrocento da ignoto pittore, forse locale, con una certa maestria. Santa Monaca Francescana, affresco di ignoto pittore dei primi anni del Quattrocento raffigurante una santa monaca francescana dell’ordine delle Clarisse, la cui presenza ad Atri risale al 1250-1260 che potrebbe raffigurare proprio santa Chiara. Resti di affreschi: sopra l’affresco della santa francescana si trovano i resti di un unico affresco, forse del Quattrocento. Lo splendido affresco della Madonna del Cardellino ottimamente conservato attribuito al Maestro di Offida, di fine Trecento per la ricca e vivace cromia (blu chiaro, blu scuro, giallo, rosso….) e la delicatezza dei volti dei personaggi che rappresenta la Madonna con bambino e i santi Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e santo vescovo. Il piccolo Gesù offre al cugino Giovanni il Battista un piccolo uccello, il cardellino, simbolo del suo martirio, da cui il nome dell’affresco. A destra della Vergine a osservare la scena c’è san Giovanni Evangelista, con la boccetta per l’inchiostro e il Vangelo di Giovanni tra le mani aperto al primo capitolo: In principio era il Verbo e il Verbo era…. Sulla parete di fondo della navata destra si trova un affresco della prima metà del XVI secolo, con caratteri tipici della pittura umbra e abruzzese raffigurante un Cristo benedicente, con candide vesti.

In sequenza ecco gli affreschi del XIII-XIV secolo: Frammento di affresco del Trecento raffigurante un santo o una santa in cui si nota una capigliatura sormontata da un’aureola. San Michele Arcangelo: affresco staccato e qui portato, dalla chiesa di san Liberatore (o Cappella dei Caduti) durante i lavori di ristrutturazione di questa tra il 1918 e il 1920, risale alla seconda metà del Duecento fa vedere San Michele, alato, è raffigurato con la tipica armatura bizantina e con una lancia uccide un serpente verde simbolo del demonio. Santa (Santa Liberata?): anch’esso staccato e portato su un pannello nella concattedrale dalla chiesa di san Liberatore. Alcuni esperti riconoscono, senza un preciso fondamento, nella figura quella di santa Liberata. Affresco della Madonna della Misericordia, del XV secolo di pittore abruzzese, con in basso un’acquasantiera medioevale. Affreschi vari del XV-XVI secolo accanto a varie lapidi che ricordano vari eventi, con  borgo, tuniche e vesti di santi. Un affresco raffigurante san Bernardino da Siena del 1451 di un pittore locale (secondo alcuni il misterioso Giovanni di Cristoforo) molto importante perché è una delle prime raffigurazioni del santo, canonizzato nel 1450, inoltre, il postulatore del processo di canonizzazione fu lo stesso vescovo di Atri, Giovanni da Palena. Segue quindi una raffigurazione della Vergine prudente, con una candela accesa, realizzata nel Quattrocento da un ignoto pittore.

 

Nella navata centrale si trovano le acquasantiere e le 8 colonne (4 sul lato destro e 4 sul lato sinistro) decorate da pregevolissimi affreschi datati tra il Trecento e il Cinquecento. Delle Acquasantiere la più caratteristica quella sul lato destro, curiosità della chiesa perché presenta una scultura in pietra calcarea del Cinquecento raffigurante una donna negli abiti tradizionali di Atri ed assume particolare importanza perché fa capire come l’abito tradizionale di Atri sia esistito fin dal Rinascimento. Sopra la testa lu sparone (pronuncia lu sparon), il tipico pezzo di stoffa che viene arrotolato sulla testa per attutire il peso del cesto o della conca (in questo caso della bacinella). Gli atriani gli hanno affibbiato un nome particolare, la trucculette (la trucculett), dal significato simile a quello di “nana”. Secondo la tradizione atriana, nel periodo in cui fu scolpita fu oggetto di dissidi all’interno del clero atriano perché molti consideravano quella scultura troppo sensuale per un luogo sacro a causa delle gambe scoperte e di una scollatura ampia, e inoltre qualcuno, forse su ordine del vescovo, le cancellò il viso. Sempre secondo la tradizione locale, la donna aveva in mano un fiore di loto nella mano destra, che poi fu eliminato perché secondo il vescovo del tempo rendeva la scultura ancora più sensuale.

Affreschi delle colonne: nella prima colonna di sinistra resti di affreschi più ampi del XIV-XV secolo, nella seconda colonna di sinistra Sant’Antonio Abate: affresco della prima metà del Quattrocento di scuola umbro- toscana. Santo monaco: affresco della seconda metà del Trecento raffigurante un santo monaco (benedettino o celestino?) con lo sguardo è rivolto allo spettatore. San Lorenzo: opera forse di un pittore abruzzese della seconda metà del Trecento che mostra un interessante sguardo del santo, severo e rivolto verso il fedele. Nella terza colonna di sinistra, Madonna di Loreto: affresco realizzato intorno al 1460 da Andrea De Litio, chiamato così perché secondo alcuni la Madonna non è ritratta ma il fiore presente è uno dei simboli della Madonna di Loreto. Cristo in pietà: l’affresco della seconda metà del Trecento con influssi di scuola giottesca rappresenta il Cristo in Pietà, con il Cristo in piedi sulla tomba che ha su mani, piedi e sul fianco i segni della Passione. Detto anche “I Simboli della Passione” perché ai lati vi sono tutti i Simboli della Passione, come la Croce, il sacchetto con i trenta denari e la lancia. Nella quarta colonna di sinistra. Madonna in trono con Bambino, affresco, opera di Antonio Martini di Atri, detto Antonio d’Atri, il massimo pittore abruzzese della seconda metà del Trecento. La Madonna seduta sotto un elegante baldacchino gotico, tra le braccia tiene il piccolo Gesù. Frammento di affresco rappresentante molto probabilmente un santo, del XIV-XV secolo. San Sebastiano, affresco abbastanza ben conservato realizzato nella metà del XV secolo, molto probabilmente da un artista marchigiano, mostra il martire dentro un’edicola gotica in marmo che subisce il martirio, con le mani legate sul soffitto dell’edicola trafitto da molte frecce e un angelo porge al santo la palma, simbolo del martirio.

Santa Caterina, affresco “indipendente”, che non fa parte di un ciclo, della seconda metà del XV secolo e raffigura una santa dentro un ricco baldacchino. Seppur senza attributi, è sempre stata identificata con santa Caterina, anche se non è specificata quale, di Alessandria, martire o di Siena, suora domenicana? Molti i rimandi all’arte di Andrea De Litio con alcuni che hanno ipotizzato che possa essere opera di questo artista o della sua scuola ed in oltre il panneggio della Santa è un richiamo a quello della Madonna di Loreto realizzata in questa chiesa. Secondo alcuni sarebbe proprio una Madonna, anche se appare strano che la Vergine non abbia il Bambino in braccia ma le mani giunte in preghiera. Sant’Antonio Abate, affresco della prima metà del Quattrocento di scuola umbro-abruzzese, con rimandi all’arte di Ottaviano Nelli. Santo Vescovo con macina da mulino, affresco della seconda metà del Quattrocento che raffigura un santo Vescovo che tra le mani regge una macina da mulino. Il santo, barbuto, volge lo sguardo verso lo spettatore. 1ª colonna di destra con un frammento di affresco del XIV secolo e con influssi giotteschi (forse del Maestro di Offida o di Luca d’Atri), raffigura una santa con volto sorridente.  Sulla 2ª colonna di destra è raffigurata una Santa martire ignota: l’affresco risale al Trecento e mostra influenze giottesche, sicuramente una martire perchè porta in mano la palma. Santo Vescovo (San Clemente?), affresco della seconda metà del Quattrocento che raffigura un vescovo aureolato, quindi santo, seduto su un seggio che con una mano benedice in cui troviamo punti di contatto con l’arte del De Litio. Sulla 3ª colonna di destra affresco Madonna adorante il Bambino del 1465 di Andrea De Litio insieme all’allievo Giovanni di Varese che riprende la tipologia della Madonna abruzzese (diffusissima nella scultura regionale) con la Madonna seduta mentre in preghiera adora il bambino sulla ginocchia.

San Cristoforo affresco di pittore ignoto del XVI secolo che raffigura un santo con capelli biondi lunghi fino alle spalle e indossa abiti tipici dei viaggiatori del Cinquecento. Nel santo raffigurato (l’uomo è aureolato) gli atriani vedono san Cristoforo, secondo altri è il beato Nicola, la cui venerazione però cominciò a diffondersi qualche secolo dopo. Santa Palazia (?), affresco di fine Trecento ed è opera di un raffinato pittore tardogotico, con influssi francesi e soprattutto senesi. La testa della santa con l’aureola presenta una corona che indica forse la sua nobiltà o vuol significare il martirio. La presenza del turibolo ha fatto ipotizzare che la martire raffigurata sia santa Palazia (morta nel III secolo), che ha come attributo anche il turibolo o la navicella. Madonna con Bambino: affresco della seconda metà del Trecento opera del Maestro di Offida, con i suoi soliti influssi giotteschi. La Vergine è seduta su un trono e volge il suo sguardo ieratico verso il fedele, mentre quello del Bimbo si perde in direzione del manto della Madre Il bambino, serio, è seduto sulle ginocchia della Madre ed è abbastanza robusto; la sua aureola, ben conservata, ha nel mezzo la croce rossa simbolo della redenzione. San Giovanni Battista: realizzato da Antonio Martini di Atri tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, Il Santo è raffigurato, penitente, seduto lungo le rive rocciose del Giordano, che dopo una breve cascata va a formare un piccolo lago (simboleggiante il Lago di Tiberiade). Giovanni Battista, vestito con una veste di cammello e un mantello verde mela, regge tra le mani scheletriche una scodella con l’acqua del Giordano di cui si serviva per battezzare e un rotolo con un passo sacro poco leggibile. Con l’indice della mano destra indica l’Agnus Dei (Agnello di Dio) che simboleggia Cristo, sulla sfondo. Attorno all’Agnus Dei vi sono alcuni alti alberi a formare una foresta.

I santi Nicola e Caterina d’Alessandria, affresco molto pregevole che risale alla fine del Trecento splendida opera del Tardo Gotico. È ormai considerata erronea l’attribuzione a Luca d’Atri, viste anche le differenze di stile, mentre tutti oggi assegnano l’affresco ad ambito senese, precisamente alla scuola di Simone Martini. Molti sono infatti, in questo affresco, i riferimenti al pittore di Siena allievo di Duccio di Buoninsegna: le figure dei santi e le architetture sembrano essere riprese dagli affreschi da lui realizzati ad Assisi. In questa chiesa, inoltre, alla fine del Trecento operarono molti artisti di scuola senese (i cui affreschi però sono andati perduti o comunque limitati a pochissimi lacerti), e secondo alcuni (ma senza fondamento) lo stesso Bartolo di Fredi e Paolo di Giovanni Fei.San Biagio che con la destra prende per i capelli un omino, il giovane Adeodato, l’oste ucciso dai suoi clienti che il santo fece resuscitare. Santa Caterina d’Alessandria raffigurata bella, giovane e vestita con un abito principesco all’ultima moda circondata dalle quattro ruote dentate con cui subì il martirio. San Sebastiano, affresco realizzato intorno al 1470 dalla scuola di Andrea De Litio. Dal soffitto pende la colonna marmorea con capitello corinzio dove è legato il santo, trafitto da molte frecce.  

4ª colonna di destra con gli affreschi rispetto a quelli delle altre colonne che sono di autori ed epoche diverse, qui di un unico pittore, Antonio Martini di Atri, e della sua bottega. San Michele Arcangelo, curiosa l’iconografia del santo: infatti di solito san Michele indossa un’armatura e trafigge il diavolo con una spada o una lancia, mentre qui veste abiti preziosi, mentre fa capitolare il diavolo schiacciandolo semplicemente con il piede. San Giovanni Evangelista (?) il santo, giovane, con lo sguardo rivolto all’infinito, tiene con la mano sinistra un libro (molto probabilmente un vangelo) e con la destra un pennino. San Cristoforo, affresco, perfettamente conservato, raffigura il santo che regge con la mano destra il Bambino Gesù sulle sue spalle e con la sinistra regge il bastone fiorito immerso nell’acqua fino alle ginocchia. La leggenda vuole che il santo, poi martirizzato, abbia trasportato senza saperlo il Bambino Gesù sulle spalle da una sponda all’altra del fiume. Solo dopo Cristo si rivelò e fece fiorire il bastone del santo.

La Trinità con tre volti: preziosissimo affresco, opera certa di Antonio Martini interessante per l’Iconogrofia della Trinità, con il Cristo benedicente e con tre volti rappresentanti il Padre e lo Spirito Santo (le altre tre persone della Trinità dopo Cristo, il Figlio). Anticamente veniva rappresentata con tre volti, ma siccome derisa dai protestanti (la chiamavano “il Cerbero cattolico”), il Papa nel Cinquecento aveva fatto modificare l’iconografia della Trinità. Ma soprattutto nelle località più sperdute, come quelle montane del nord Italia, l’iconografia antica della Trinità continuò ad esistere e così alla fine del Seicento papa Innocenzo XII abolì quell’immagine e le fece distruggere, sostituendole con l’attuale e classica iconografia della Trinità. L’affresco di Atri riuscì a sopravvivere, perché gli affreschi della chiesa erano coperti dal 1656 da intonaco, per evitare il contagio della peste che provocò molti morti in quell’anno soprattutto nel Regno di Napoli. Sant’Onofrio in cui si può vedere un santo con lunghi capelli e con una lunga barba. San Lazzaro che lo raffigura nel momento della sua resurrezione, operata da Gesù. San Nicola da Tolentino raffigurato con l’abito tipico degli agostiniani che prega davanti ad un calice con un’ostia.

Gli affreschi medievali. Il coro ha 4 colonne, 2 a destra e altrettante a sinistra. Le seconde colonne di destra e sinistra hanno, nella parte rivolta verso le navate, affreschi medievali del XIV e XV secolo: essi un tempo ornavano anche la parte di colonne rivolte verso il coro, ma esse furono coperte o distrutte quando Andrea De Litio vi appose i suoi affreschi. Nella seconda colonna di destra possiamo trovare una Santa martire, un San Giovanni da Capestrano (questo raffigurato con un’iconografia molto curiosa, con tanto di armatura e vessillo crocifero) e una delicata Madonna con Bambino, tutti realizzati tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, opera della bottega di Antonio d’Atri. Sulla seconda colonna di sinistra ci sono un affresco raffigurante due santi in colloquio (di cui uno che appoggia il suo braccio sulla spalla dell’altro santo) della seconda metà del Trecento e del Maestro di Offida, oltre a resti di affreschi del Trecento.

Si conclude qui il meraviglioso viaggio spirituale, artistico e culturale all’interno di questo straordinario monumento. L’invito che Abruzzomania è che sia visitato da tante persone, soprattutto dagli abruzzesi!

FONTI

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 39 – Atri (TE): Duomo di Atri – SECONDA PARTE

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo ed eccoci arrivati alla SECONDA PARTE della 39° Eccellenza, quella del comune di Atri, il meraviglioso duomo di Atri, basilica concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo. Ricordo che nella prima abbiamo descritto le caratteristiche generali del Duomo di Atri  presentando alcune opere presenti all’interno di grande valore;con questa seconda parte intendiamo mettere in mostra tutta la sua magnifica bellezza, illustrando i 101 affreschi del pittore abruzzese Andrea Di LItio. 

Infatti la cosa più stupefacente del Duomo di Atri è l’impressionante numero di affreschi quattrocenteschi a tema religioso conservati al suo interno realizzati tra il XIV e il XV secolo ed attribuiti ad Andrea De Litio, il massimo esponente del Rinascimento in Abruzzo e uno dei più importanti del Rinascimento italiano. Si tratta di ben 101 affreschi che ornano le pareti, le colonne e la volta del coro, l’opera più famosa della concattedrale, che attrae tanti turisti e studiosi, noti come gli affreschi del coro o appunto come gli affreschi di Andrea De Litio, grande opera e capolavoro di questo pittore catalogabili tra le principali espressioni artistiche dell’Italia centrale e meridionale, oltre ad essere tra i cicli di affreschi più grandi dell’Abruzzo. Dopo aver conosciuto il loro momento di gloria, gli affreschi del coro caddero nell’oblio e di essi non si conoscevano più l’autore e la datazione. Questa situazione durò fino al 1897, anno in cui lo storico atriano Luigi Sorricchio attribuì per la prima volta questa grande opera ad Andrea De Litio, facendo tornare l’interesse su questi affreschi, già restaurati nel 1824 ad opera del vescovo Ricciardone che li salvò dalle infiltrazioni d’acqua.

Sono articolati in più parti: sulle tre pareti del coro troviamo il capolavoro di de Litio con le scene della Vita di Maria, che racconta la vita della Madonna e Cristo (1480-81); sulle colonne e sull’arco trionfale alcune raffigurazioni di santi e martiri; sulla volta i 4 Evangelisti, i 4 Dottori della Chiesa e le Virtù Cardinali e Teologali realizzati tra il 1460 e il 1470. Specialmente quelli della Vita di Maria, non sono un semplice racconto sacro, ma un “libro” della società e della cultura atriana e abruzzese del tempo: infatti le varie scene presentano spesso alcuni riferimenti alla tradizione abruzzese (come il camino nella Nascita della Vergine) e lo stesso paesaggio ricorda quello marsicano, area di provenienza del pittore, quello piatto padano (zona dove si pensa che il pittore abbia visitato) e quello atriano con i tipici calanchi.

Vediamoli in successione: la Vita di Maria, con affreschi che si sviluppano sulle tre pareti del coro con 22 episodi in cui sono ritratti personaggi eminenti dell’Atri del Quattrocento (tra cui lo stesso giovane duca Andrea Matteo III Acquaviva, che fu assieme al vescovo Antonio Probi il committente degli affreschi).

La Cacciata di Gioacchino dal Tempio da cui inizia il ciclo con la vita della Madonna, che raffigura il padre della Madonna, accompagnato dalla moglie Anna, che si reca al tempio per offrire dei doni. L’anziana coppia non aveva figli e secondo la legge ebraica essi non potevano entrare nel tempio: il sacerdote scacciò allora Gioacchino dal tempio alla presenza di tutti con “l’aiuto” di una specie di “esecutore materiale” che lo afferra per il collo e il petto e Anna per la vergogna si nasconde dietro una tenda.

Gioacchino fra i pastori, cacciato dal tempio, con un angelo che lo avvisa nel deserto che avrà una bimba di cui parlerà tutto il mondo; angelo che ripete l’annuncio ad Anna, chiusa sconsolata in casa. Poi l’Incontro di Gioacchino ed Anna alla Porta Aurea. Lo stesso Angelo porta lo stesso annuncio ad Anna che esce di casa e cerca di andare incontro al marito che lei crede che sia ancora ignaro della notizia. I due si incontrano presso la Porta Aurea, una delle porte di accesso a Gerusalemme e si scambiano un casto bacio e secondo la tradizione è questo il momento del concepimento di Maria.

Nascita della Vergine, forse la scena meglio riuscita per la commistione tra racconto sacro e vita quotidiana, che presenta la nascita della Madonna e quello che avveniva durante un parto in una casa del Quattrocento. Sul sedile in legno è seduta la strega, fantomatica figura della tradizione abruzzese, rappresentata da una vecchietta che liscia un gatto e pronuncia il suo “malaugurio“. Indi la Presentazione di Maria al Tempio, con Gioacchino ed Anna che promisero a Dio che se avessero avuto un figlio, al compimento dei tre anni lo avrebbero offerto al tempio: così Maria a soli tre anni fu portata, “presentata” ai sacerdoti del tempio (raffigurata come una ragazza adolescente e non come piccola bimba).

Il Lavoro di Maria nel Tempio, scena forse unica visto che nei cicli di affreschi che raccontano il lavoro della Vergine durante la sua permanenza al tempio che svolge due attività lavorative diverse, ricamando al telaio (arte del ricamo tipica dell’Abruzzo e all’epoca Stato di Atri specialità delle donne atriane) e il lavoro preghiera, visto anche che quel ricamo sarà poi offerto a Dio. Sposalizio della Vergine, secondi i vangeli apocrifi dopo il tempo passato al tempio Maria fu costretta a prender marito e una leggenda popolare vuole che lei avesse solo 12 anni al momento del matrimonio, mentre Giuseppe ben 98. I pretendenti erano molti, ma il Gran Sacerdote stabilì una sorta di “gara” per scegliere il futuro sposo: ognuno avrebbe dovuto portare un bastone al tempio, e colui a cui la verga avrebbe fiorito nottetempo sarebbe stato lo sposo della Vergine. Il prescelto fu Giuseppe, giusto e timoroso di Dio e dopo un anno gli fu data in sposa, ma la tradizione racconta che il matrimonio avvenne dopo la fioritura del bastone.

L’Annunciazione, Maria è la prescelta per la nascita del Salvatore dell’umanità, Gesù, il Cristo e per nove mesi porterà in grembo il Figlio di Dio, e ne sarà madre. L’annuncio avviene tramite l’arcangelo Gabriele: l’Annunciazione appunto. La mano sinistra regge un giglio, simbolo di purezza, che l’Angelo poi offrirà a Maria. La Vergine inginocchiata ha le mani in posizione orante: abbassa la testa quasi a simboleggiare la sottomissione a Dio e alla sua volontà e risponde all’Angelo: Avvenga di me, come tu hai detto .... Le parole, dorate, sono scritte come un fumetto ed escono dalla bocca di Maria e davanti la sua bocca si trova la colomba dello Spirito Santo, che entra dentro Maria al momento dell’annuncio.

La Visitazione, durante l’Annunciazione, l’Angelo dice a Maria che sua cugina Elisabetta è già incinta da sei mesi per opera del Signore e la Vergine parte con Giuseppe per andare a trovare la cugina che abita nei pressi di Gerusalemme. La Nascita di Gesù, Maria concepisce il Figlio di Dio secondo il Vangelo di Luca, in una capanna e secondo gli apocrifi in una grotta. Da notare appoggiata sulla tettoia una civetta, uccello di cattivo auspicio, che il pittore ha collocato forse per sfatare questa diceria, facendolo diventare un segno augurale. L’Adorazione dei Magi, con le figure dei re Baldassarre, Gaspare e Melchiorre che non è raffigurato nero, rappresentazione questa che comincerà a circolare a partire dal Cinquecento. La Fuga in Egitto per sfuggire ad Erode, con la Sacra Famiglia sullo sfondo in fuga guidata dall’Angelo con due leoni che al passaggio del piccolo Gesù si inginocchiano.

La Strage degli Innocenti, l’affresco più crudele e sanguinario di tutto il ciclo, che descrive il piano per uccidere Gesù, con Erode che ordina di uccidere tutti i bambini maschi di età inferiore ai due anni della zona di Betlemme. Una delle opere più note che raffigurano questo episodio. con lance, altri soldati che prendono i bambini e li trapassano con la spada; mamme disperate che piangono i loro figli, altre che cercano di vendicarsi graffiando e menando i soldati. Gesù tra i dottori del tempio, quando compì 12 anni, Maria e Giuseppe decisero di portarlo con loro al Tempio di Gerusalemme durante la Pasqua. Al ritorno, però, Gesù non era più con loro: tornarono indietro a Gerusalemme a cercarlo, e lo trovarono dentro il tempio a discutere con i “dottori” del Tempio, che la tradizione vuole che fossero dodici.

Le Nozze di Cana, con Gesù invitato assieme alla Madre al matrimonio di un ricco signore di Cana che portò con lui i discepoli, che in quel periodo erano sei, in cui diede il primo segno miracoloso: il vino finito e lui che trasformò l’acqua in vino. Il Battesimo di Gesù, con il pittore che colloca questo importante episodio della vita di Cristo, erroneamente, dopo le nozze di Cana. Gesù che a 30 anni circa, andò nelle sponde del fiume Giordano dove suo cugino, Giovanni Battista, battezzava annunciando la venuta del Messia, con il cielo che si aprì e scese lo Spirito Santo. L’Annuncio della morte a Maria che fa parte dei testi apocrifi che raccontano gli ultimi giorni di vita terrena della Madonna; è scritto che Maria avrebbe pregato il Figlio di annunziarle la sua morte due giorni prima che tutto ciò accadesse, e così fu. Nell’affresco la Vergine, vestita di azzurro e bianco, è anziana, con il volto rugoso. Ai piedi della Madonna c’è un gatto sta per mangiare un topo. Il Commiato di Maria dagli Apostoli, affresco, tra i più belli e noti del ciclo, rappresenta l’episodio raccontato dagli apocrifi con cui la Vergine diede anche agli Apostoli la notizia della sua morte e si accomiata da loro, offrendo la palma datale dall’angelo all’apostolo Giovanni. Maria è raffigurata come una giovane donna, prossima a morire, che sorride ed è felice, perché potrà ricongiungersi al Figlio in anima e corpo (l’Assunzione).

La Sepoltura della Vergine con Maria, distesa sul letto che muore e la sua anima sale al cielo con gli Apostoli che trasportano il corpo della Vergine fino alla Valle di Giosafat, dove viene sepolta. L’affresco della Resurrezione di Cristo con Gesù che si alza e dalle piaghe esce copioso sangue, che regge con la mano destra l’ostia sacra e con la sinistra un calice dorato e sullo sfondo il cielo diviso a metà: quello “terreno” azzurro, quello “divino” in alto di colore blu. L’Incoronazione della Vergine, affresco che chiude il ciclo dedicato alla Vita di Maria, che qui viene deposta dagli Apostoli nel sepolcro, con i Dodici che vedono una sfolgorante luce alzarsi verso il cielo: è il corpo della Madonna, che va a riunirsi all’anima in cielo; qui Gesù la incorona come Regina dei Cieli e di tutti i Santi. Avviene così l’Assunzione, ricordata ogni anno il 15 agosto e festeggiata anche ad Atri con grande solennità. Accanto al trono quattro angeli festeggiano suonando vari strumenti.

Gli affreschi della volta del periodo tra il 1480 e il 1481, che raffigurano gli Evangelisti, i Dottori della Chiesa e le Virtù Cardinali e Teologali separati tra loro da ricchi festoni con decorazioni floreali, vegetali ed umane, inframezzati da alcuni medaglioni. Ogni evangelista ha accanto i propri simboli ed è affiancato da un dottore della Chiesa, ognuno con i propri attributi principali. Negli angoli in basso si trovano spazi dove sono raffigurate le Virtù. In successione: San Giovanni evangelista giovane ragazzo che si avvia all’età matura, mentre nei vangeli era tra gli apostoli il più giovane, doveva avere tra i 15 e i 20 anni e come tutti gli altri evangelisti e dottori della Chiesa, legge un libro sacro, molto probabilmente il suo Vangelo e accanto un’aquila, suo simbolo con ali spiegati apre un libro con una zampa. Sant’Agostino vescovo di Ippona seduto su una ricca panca lignea con schienale con decorazioni rinascimentali che ascolta quello che dice Giovanni. San Tommaso d’Aquino seduto su una semplice panca che sembra stia dormendo. Le virtù della Fede  giovane donna che prega su un calice con l’ostia sacra e la Speranza, ragazza in preghiera, con lo sguardo rivolto verso l’alto dove si trova una luce dorata che rappresenta la grazia divina, a cui tende l’uomo. San Luca e Sant’Ambrogio, con san Luca evangelista patrono dei pittori, il pittore che per primo ritrasse la Vergine, raffigurato seduto mentre da l’ultimo tocco ad un quadro raffigurante la Madonna con Bambino (quadro nel quadro). Ai suoi piedi il suo simbolo, il toro, che ha tra le zampe il vangelo di Luca. A destra Sant’Ambrogio seduto su una panca mentre scrive con calamaio e astuccetto. Le virtù della Prudenza, donna che con la mano destra regge un piatto con un compasso  e con l’indice della mano sinistra si tocca la bocca a indicare il silenzio e la Pazienza: virtù delle anime grandi, giovane donna, che regge sulle spalle il giogo, che sorride, quasi a voler indicare il dolce peso. Nel medaglione un uomo che ride: ride bene chi ride ultimo il messaggio che vuole esprimere. In prossimità dell’arco trionfale troviamo un barbuto San Marco  che su una panca scrive e ai suoi piedi c’è il leone alato, suo simbolo, che ghermisce il libro con il vangelo secondo Marco e San Gregorio Magno nei ricchi paramenti papali, volto paffuto, seduto su una sontuosa sedia di legno. Le virtù della Fortezza, donna con lunghi capelli biondi che spezza una colonna, mentre guarda diritto davanti a sé e la Temperanza , donna che versa dell’acqua in un calice. San Matteo  bel giovane, intento a scrivere il suo Vangelo su un tavolino di legno, seduto su una ricca panca lignea decorata che guarda l’Angelo, suo simbolo, che sostiene il libro in modo che Matteo possa leggerlo e quindi ricopiarlo che tiene in mano un rotolo di carta e il libro del Vangelo secondo Matteo aperto. Accanto san Girolamo, che passò quasi tutta la sua vita nel deserto in preghiera intento a leggere un libro. La Carità, donna dai capelli biondi che ha in braccio due bambini e la Giustizia, donna solenne, che con regge una spada e la bilancia.

Infine i Santi delle colonne, semicolonne e delle campate con lo stemma dei duchi di Atri, gli Acquaviva  del XVI secolo, San Lorenzo con palma, graticola del martirio e libro; San Leonardo, con il Vangelo e il ceppo; San Sebastiano vestito come un ricco principe, con la freccia del martirio; San Silvestro papa, con in capo il triregno sormontato da una colomba e il Vangelo semiaperto, Santo Stefano con la testa sanguinante che regge il Vangelo; San Celestino V, in abiti papali, con una croce nella mano sinistra e con la destra in atto di benedire, San Biagio con in mano una pietra tonda dove sono poggiati un tau e il Vangelo; San Vito, vestito da ricco paggio, con due cani al guinzaglio. Raffigurati anche quasi 50 santi, tutti con i loro attributi e spesso con didascalia con il nome, tra cui Santa Reparata, vestita da regina con la palma del martirio e il modellino della città di Atri in mano; Santa Maria Maddalena, vestita di rosso; Sant’Agnese, con una croce in mano e un agnello ai piedi; Santa Margherita di Antiochia, con croce e drago ai piedi; Santa Barbara, con il modellino della torre dove fu rinchiusa; Sant’Onofrio, con in mano un rosario e infine santi di difficile identificazione.”

Arrivederci alla terza e ultima parte che sarà pubblicata prossimamente, sempre su Abruzzomania!

FONTI

http://www.comune.atri.te.gov.it/pagina2238_monumenti-e-chiese.html        –    wikipedia

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Eccellenza d’Abruzzo n. 39 – Atri (TE): Duomo di Atri – PRIMA PARTE

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 39° Eccellenza, quella del comune di Atri, in provincia di Teramo, il meraviglioso duomo di Atri, basilica concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e ricordo che di queste ultime ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 266 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Per la prima volta nella storia del nostro blog, a causa della immensa quantità e qualità di fatti da raccontare su questa magnificenza, ci vediamo costretti a spezzare l’articolo in 3 sezioni. Pur ben sapendo che non si devono scrivere articoli così lunghi su un blog, ci dispiace affermare che con questa eccellenza abruzzese così straordinaria, quest’obiettivo è stato praticamente non perseguibile!!!!!! Le 3 sezioni saranno suddivise nel seguente modo: la prima descriverà le caratteristiche generali del Duomo di Atri e presenterà alcune opere presenti all’interno di grande valore; la seconda presenterà la sua magnifica bellezza, i 101 affreschi del pittore abruzzese Andrea Di Litio; la terza presenterà le ulteriori meraviglie ivi contenute. Si parte!

Atri, trimillenaria città d’arte dell’Abruzzo adriatico, fu fondata intorno al XII-XI secolo a.C. e al tempo nella zona della concattedrale sorgevano delle mura ciclopiche, che cingevano la città e quando i Romani la conquistarono nel 290 a.C., fecero la fortuna della città, ingrandendola, abbatterono le mura e nell’area occupata oggi dalla concattedrale, costruirono un tempio dedicato ad Ercole. Successivamente, vi fu costruita una domus e, tra il I e il II secolo d.C., le terme, sotto il quale furono costruite le cisterne ancora oggi visitabili (le cd “cripta” che si trovano sotto la chiesa). Intanto ad Atri si era diffuso il Cristianesimo e c’era bisogno di un luogo di culto, che fu costruito sulle rovine delle terme romane, utilizzando i materiali di questo per la costruzione: nacque così l’Ecclesia de Hatria, chiesa, eretta probabilmente nel IX secolo, piuttosto piccola e se ne ha menzione per la prima volta in un documento di Ottone I (958) ed è abbastanza facile pensare che occupasse l’area dell’attuale duomo. La comunità crebbe e nell’XI secolo, demolita quella precedente, fu costruita una chiesa grande come l’attuale duomo, ma più bassa e a cinque navate (i resti della suddetta chiesa si ammirano ancor’oggi all’interno della concattedrale) che si arricchì di opere d’arte, andate però perdute (tranne un frammento di ambone oggi al Museo Capitolare di Atri e l’altare).

Riepilogando, la costruzione della chiesa fu avviata prima del 1100 e costruita o ricostruita a partire dal 1260 circa e finita nel 1305 sull’Ecclesia de Sancta Maria de Hatria (IX secolo), ad essa consacrata (Santa Maria di Atri) e poi a Santa Maria Assunta, a sua volta costruita su una cisterna romana che ne divenne cripta, costruita a sua volta su un tempio di Ercole poggiante su antichissime mura ciclopiche tuttora visibili nella cripta. Questa è la genesi della basilica concattedrale di Santa Maria Assunta della diocesi di Teramo-Atri (in dialetto la cattdral), che con la sua maestosa ed imponente facciata, oltre che essere uno dei monumenti-simbolo dell’Abruzzo, è monumento nazionale dal 1899, concattedrale e duomo di Atri, uno degli esempi più belli di architettura medievale in Abruzzo.

La nuova chiesa, citata nella bolla di papa Innocenzo II fu affidata ai monaci cistercensi che costruirono il convento. Nel 1335, sul lato sud, fu edificata anche la chiesa di Santa Reparata, modificata nel Cinquecento. Ancora oggi, al di sotto della chiesa si trova una grande cisterna romana quadrata risalente alla prima metà del III secolo a.C.. Nel II secolo d.C. al di sopra della cisterna venne costruito un edificio termale articolato in due sale, una delle quali contenente una vasca esagonale. Di questa costruzione restano tracce di pavimento a mosaico in tessere bianche e nere raffiguranti pesci ed animali marini. Si può supporre che in età altomedievale venne realizzato su di essa un edificio di culto al cui interno la vasca assunse la funzione di fonte battesimale seppure in un’insolita posizione, vicino al presbiterio.

Questo nuovo organismo inglobò e sfruttò le strutture romane ancora esistenti attraverso opere di restauro e rifacimento ed a sostegno di quest’ipotesi restano numerose tracce come i piani di calpestio, resti di tombe altomedievali nell’area del chiostro, frammenti di scultura dell’epoca, oggi conservati presso il Museo Diocesano ed un’antica tradizione ariana che indica la cisterna romana con il nome di “Santa Maria Vecchia” che era il nome di un antico luogo di culto. Per tutto il medioevo fu utilizzata come luogo di celebrazione delle funzioni, come cripta annessa alla chiesa sovrastante alla quale era collegata mediante una scala realizzata in epoca imprecisata ed oggi non più esistente. Da un documento del XV secolo si può dedurre che essa veniva sfruttata come cimitero dei canonici e si desume ciò dalla presenza all’inizio del Novecento di un piccolo vano adibito ad ossario.

La concattedrale di Atri è una delle sette chiese al mondo ad avere una Porta Santa e la correlata indulgenza plenaria. Non si sa quale papa concesse questo privilegio, forse Celestino V (la cui madre era di Atri) o Bonifacio VIII, ma ancora oggi la Porta Santa viene solennemente aperta alla presenza di migliaia di persone il 14 agosto e chiusa 8 giorni dopo, il 22 agosto, sempre alla presenza del vescovo. Il Gavini (Gavini, 1980) avanza un’ipotesi su questa costruzione: nel corso del XI secolo venne edificata una grande chiesa benedettina, a tre navate, portata a termine nei secoli successivi, un’opera mista di mattoni e pietra concia su cui si aprono un portale e quattro finestre, che presenta caratteri stilistici vicini quelli di San Liberatore a Maiella, tra cui spicca il motivo delle palmette a pannocchia, tipico della scuola liberatoriana. Per cui si può presumere che la fondazione della chiesa è legata alle maestranze discendenti da San Liberatore e limitata alla muraglia presbiteriale e alla cripta sottostante. A concorrere alla grande opera intervennero anche le maestranze di Casauria che hanno lasciato la loro firma nella eleganza delle decorazioni e nei bellissimi capitelli a foglie di palma. I due stili, quello borgognone, che sulla fine del XII secolo trovava espressione nell’abbazia di San Giovanni in Venere, e quello casauriense, si avvicendano e si alternano nella zona presbiteriale senza mai confondersi o mescolarsi e mantenendo distinti i loro rispettivi caratteri. Alla stessa epoca risale il monastero costruito dietro la chiesa di cui si conserva il chiostro, che è il più antico della regione.

Ma quante meraviglie al suo interno: l’intera costruzione è realizzata in blocchi squadrati di pietra, arenaria e puddinga e con il riutilizzo di qualche frammento antico. Il portale, datato 1305 e fu realizzato da Rainaldo d’Atri. La chiesa contiene anche molte opere scultoree come l’acquasantiera di fine XV secolo, molto originale per la figura femminile, una popolana, che sostiene la vasca dell’acqua, scultura, che era stata concepita per una fontana pubblica e poi trasferita in chiesa. Di epoca romanica è la conca con quattro leoncini a bassorilievo collocata all’interno del fonte battesimale. Al di sotto degli strati di pavimentazione seicentesca è stato rinvenuto un pavimento in cotto a sua volta costruito su un pavimento in mosaico romano che copriva la zona corrispondente alla navata centrale datato al II secolo d. C., probabilmente appartenente all’impianto termale romano come rivela anche il soggetto prevalentemente marino. Questi resti antichi sono in mostra al di sotto di una pavimentazione trasparente. Il 12 settembre 1964 la cattedrale fu elevata a basilica minore da papa Paolo VI, il 30 giugno 1985 ha avuto la visita di Papa Giovanni Paolo II che celebrò messa alla presenza di migliaia di persone provenienti da tutto l’Abruzzo e il 30 settembre 1986 la chiesa di Santa Maria Assunta cessò di essere cattedrale per divenire concattedrale.

La facciata presenta un grande portale, un grande rosone e una nicchia con una statua della Madonna con Bambino di Raimondo del Poggio e Rainaldo d’Atri (capostipiti della florida scuola di scultura e pittura detta “Atriana”); sul lato sud si aprono tre portali del XIV secolo, importanti esempi di gotico in Abruzzo: il primo ricco di colonne, capitelli e con la raffigurazione di due fiere, con sopra un magnifico rosone a ruota di 12 raggi, uno dei più pregiati d’Abruzzo d’autore ignoto, la Porta Santa, e il terzo di Raimondo del Poggio, il secondo di Rainaldo d’Atri. Un’altra eccellenza è il campanile, il più alto d’Abruzzo (ben 57 metri), visibile da più punti, dai centri della costa adriatica a quelli delle vallate circostanti, che fu iniziato forse nel 1264. Ha un’ interessante decorazione della parte superiore, fatta soprattutto di formelle di ceramica dipinta provenienti dalle prime botteghe ceramiche di Castelli. La cella campanaria ha ben 7 campane, ognuna con nome diverso e con un’iscrizione che le contraddistinguono: il campanone, la mare, la sole, la vure, le cincipà (due campane chiamate precisamente la cima e la cinciarella), la parrocchiale. Si può salire sul campanile dall’interno della chiesa (con autorizzazione) tramite una serie di 147 gradini e affacciandosi sulle varie aperture e finestre, durante giornate limpide e con un buon cannocchiale, si possono arrivare a vedere le Alpi Dinariche (distese tra Bosnia, Montenegro e Albania). Il campanile ha la particolarità di avere quasi tutta la base, all’interno e non all’esterno per consentire di suonare le campane ed evitare all’addetto di uscire. Anche la base del campanile fu decorata da una serie di affreschi, di cui oggi rimangono alcune tracce di una Santa Lucia del XV-XVI secolo; due Sante Monache della fine del Quattrocento e dentro nicchie dipinte rinascimentali, opera di artisti abruzzesi; Santa con palma, un pezzo di affresco con il busto di una santa (mancante di testa) del Trecento. In prossimità vi è anche un pregevole battistero rinascimentale  del 1503, in marmo con struttura a baldacchino, decorata da fiori, elementi vegetali e vasi tipici dello stile rinascimentale lombardo costruito nel 1503 da Paolo de Garviis di Bissone, scultore lombardo-svizzero sceso in Abruzzo dove aveva fatto fortuna e la Cappella Arlini (1618), con una tela di scuola napoletana dello stesso periodo, luogo di preghiera della famiglia Arlini, potente famiglia di commercianti lombardi trasferitasi ad Atri, unico altare in stile barocco primitivo in legno rivestito d’oro, eretto nel 1618 con rimandi all’arte rinascimentale, ancora rimasto integro, purtroppo gli altri si rovinarono e furono demoliti durante i lavori di restauro del 1954-1964: solo l’altare dell’Assunta fu distrutto perché ostruiva la visione delle finestre romaniche. Il fonte battesimale, splendido, in stile rinascimentale, contiene la bacinella con l’acqua santa realizzata nel Duecento da artisti atriani. Resti della primitiva chiesa di Sancta Maria de Hatria, che aveva le stesse dimensioni dell’attuale, sorgeva nello stesso punto ma era più bassa e a 5 navate e si riferiscono alle due abisidiole delle due navate sinistra. Si conservano una vasca esagonale, che apparteneva forse ad un macellum, altri resti inerenti alle terme e alcuni mosaici a tessere nere datati al II secolo d.C.. Il presbiterio o il coro dei canonici, così chiamato o più semplicemente coro, perché qui prendevano posto i canonici del capitolo del Duomo, è una struttura rialzata tramite alcuni gradini dal piano delle navate in cui è collocato l’altare, su cui viene celebrata la Messa che fu costruito nella seconda metà del XII secolo in marmo, interessante esempio di scultura romanica, che rimanda alle decorazioni più note della chiesa di San Clemente al Vomano. L’autore è un certo ‘Raulino’, che si firma: Raulino me fecit.

La Cappella del Santissimo Sacramento è l’unica cappella presente nel Duomo, semplice e così piccola da ospitare solo l’altare (con le panche fuori) che ospita il prezioso tabernacolo con il Sacramento eseguito da artisti di Rivisondoli nel Settecento. L’organo antico e porticina, realizzato da artisti delle Marche nelle 1547, fu distrutto durante i restauri degli anni cinquanta-sessanta e sostituito con uno delle stesse dimensioni del precedente ma di qualità inferiore, con le sue 6000 canne, è sempre stato l’organo più grande dell’Abruzzo. Vi è anche una serie di cappelle rinascimentali (in realtà sono solo altari chiamati tutti cappelle): la Cappella de Corviisn (1503, Paolo de Garviis), altare minuto e semplice della famiglia de Corviis,o (italianizzando) dei Corvi, nobile famiglia atriana che nel 1577 ebbe il privilegio di costruire la loro “cappella”/altare. La Cappella di San Nicola dei Sarti; la Cappella degli Acquaviva, eretta nel 1503 dal Duca Andrea Matteo III Acquaviva, impreziosita da una tela di scuola fiorentina del XVII secolo, ora al Museo Capitolare. Abbiamo poi la navata destra o Cappella Acquaviva (Altare di Sant’Anna), (l’altare odierno è in mattoni ed è una copia dell’originale) della famiglia Acquaviva, la famiglia più potente di Atri e di tutto il suo vasto ducato (che occupava buona parte dell’Abruzzo e della Calabria, oltre a un piccolo territorio nelle Marche e le città di Popoli, Caserta e Conversano), costruito in marmo tra il 1502 e il 1503 da Paolo de Garviis per volere di Isabella Piccolomini, moglie del duca di Atri Andrea Matteo III Acquaviva (l’esponente principale di questa famiglia): in quegli anni il duca era in prigione per aver parteggiato gli spagnoli durante la guerra per il trono di Napoli in cui vinsero i francesi e la moglie Isabella fece erigere un altare di famiglia in duomo come voto alla Madonna e a sant’Anna per liberare il marito. Gli atriani però, che avevano sempre mal sopportato il governo degli Acquaviva che li avevano privati dell’antica libertà comunale, non tollerarono che il duca facesse erigere un altare di famiglia proprio in duomo e così entrarono nella chiesa armati e distrussero buona parte dell’altare. Nel 1505, il duca Andrea Matteo III, liberato tornò a capo del ducato di Atri e venuto a sapere dell’accaduto, punì severamente tutta la popolazione, dal più povero al più ricco, facendo pagare la somma necessaria per la ricostruzione dell’altare che fu affidata di nuovo a Paolo de Garviis. Notevoli anche l’antisacrestia e sacrestia con varie opere d’arte con raffigurazioni di santi, i 3 grandi cassettoni lignei e intagliati del Settecento, un lavabo da sacrestia della fine del XIX secolo, 4 tele del Cinquecento-Seicento, San RoccoL’Adorazione dei Pastori, Madonna con Bambino e santi (molto deteriorata); l’Immacolata Concezione del 1780 circa eseguita secondo molti critici da Giuseppe Prepositi.

L’altare (Cappella succitata) di san Nicola dei Sarti eretto nel Cinquecento, in stile rinascimentale in pietra calcarea apparteneva alla confraternita di san Nicola dei Sarti. La tradizione vuole che un mercante arabo, nella seconda metà del XV secolo, doveva venire dall’Oriente per affari ad Atri e durante il viaggio si imbatté in una forte tempesta e nonostante fosse musulmano, fece voto a san Nicola che se lo avesse fatto arrivare sano e salvo al porto si sarebbe convertito e avrebbe eretto un altare in suo onore. Arrivato sano e salvo al porto di Cerrano (l’antico Porto di Atri), chiese di essere battezzato nella chiesa di san Nicola accanto al porto; salito ad Atri, dopo aver fatto fortuna, spese i soldi guadagnati per far costruire un altare in onore di san Nicola nella concattedrale di Atri. L’altare fu affidato ai sarti della città, che si associarono dando vita alla confraternita di san Nicola dei Sarti che poi ricostruì l’altare nel Cinquecento e che si estinse tra Seicento e Settecento. La parte centrale dell’altare presenta una tela della Madonna con Bambino tra angeli e i santi Nicola vescovo e Omobono patrono dei sarti e con il classico abbigliamento dei sarti dell’epoca (detta Madonna delle Grazie) di un abile pittore romano di fine Settecento in stile neoclassico. In basso si trova una veduta della città di Atri, con i campanili della chiesa di sant’Agostino e santa Maria Assunta e la cupola di santa Reparata. L’interno della chiesa è a tre navate con una serie di colonne medievali con splendidi capitelli medievali.

FINE PRIMA PARTE.

FONTI

http://www.comune.atri.te.gov.it/pagina2238_monumenti-e-chiese.html        –    wikipedia

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Eccellenza d’Abruzzo n. 38 – Scafa (PE): Parco Lavino

Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 38° Eccellenza, quella del comune di Scafa, in provincia di Pescara, che con l’eccellenza del gioiello naturalistico del Parco Lavino ci affascina enormemente e ricordo che di queste ultime ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 267 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Parco Lavino, un gioiello in una cornice di fiumi, fiori, piante, ponti …e mulini! Un posto magico che assomiglia a un bosco incantato. Alle porte di Pescara, nel comune di Scafa, paese fondato nel 1948 quale stazione principale pescarese, assieme a Manoppello, di escavazione nelle cave, si erige maestoso il parco attrezzato delle sorgenti sulfuree del fiume Lavino con le sue meravigliose acque caratteristici colori e le sfumature di turchese, verde e azzurro conferite a queste acque dai solfati disciolti nell’acqua, un vero e proprio tesoro naturale nascosto da scoprire in Abruzzo che con suoi laghetti con acque che sembrano incantate, crea un’atmosfera magica poco distante dal caos cittadino.

Il Parco Lavino si estende su un’area complessiva di 40 ettari e dal 1987 è un’area naturale protetta d’Abruzzo. Prende il nome dal fiume Lavino, le cui acque sulfuree sono di un colore mistico a metà tra l’azzurro e il turchese.

Queste acque che è possibile visitare lungo il percorso, in passato sono state impiegate per azionare le pale di un mulino del 16° secolo, il mulino Farnese, dedicato in passato alla frantumazione dei cereali, acque che hanno azionato anche la turbina di una centrale idroelettrica e attraverso la costruzione di canali e barriere, sono state utili per irrigare i campi agricoli circostanti.

Parco Lavino è tra le migliori oasi naturali abruzzesi dove rifugiarsi dalla calura estiva e poter apprezzare la bellezza delle azzurre acque sorgive. Il fiume Lavino nasce dal Vallone di Santo Spirito, la zona settentrionale del massiccio montuoso della Majella e, dopo aver passato Scafa, si va a gettare nelle acque del fiume Pescara.  Il parco è un complesso suggestivo, una tavolozza di colori grazie ai laghetti che sfumano da un bel colore azzurro al turchese per la presenza di particolari alghe e solfati disciolti con una vegetazione varia e ricca. L’intera area acquisisce un’atmosfera surreale grazie alla vegetazione che cosparge le zone intorno alle polle sorgive ed ai ruscelletti crescendo davvero rigogliosa.

Il territorio del parco ha caratteristiche naturali e ambientali che sono in grado di soddisfare e conciliare il tempo libero con il rispetto del patrimonio naturalistico. Il parco, è caratterizzata da una variegata flora, ricco di macchie spontanee, e numerose piante a fusto tra le quali possiamo ammirare boschi di Pioppi Nero e Bianco e l’Acerosalici bianchi e sambuco coprono la maggior parte del parco, con estese zone di ginestre, biancospini, la roverella, la tifa, la robinia, la ginestra, e la coronilla e piante palustri come la canna o il giunco, in prossimità del corso d’acqua, mentre tra i fiori spiccano il ciclamino, la ginestra e la pervinca. Anche le molteplici specie faunistiche terrestri che acquatiche contribuiscono a “colorare” l’area protetta con il martin pescatore, le ballerine gialle, le gallinelle d’acqua, i cardellini e gli usignoli di fiume insieme a ricci, il tasso, la donnola, volpi e faine, anch’esse presenti nella zona.

Un meraviglioso posto naturale dove è veramente piacevole passeggiare tra fiumi, ponti, alberi e fiori immersi completamente nella natura e dove l’uomo è intervenuto al minimo per mantenere intatte le peculiarità naturali. Si tratta di una passeggiata in piano su un sentiero nel bosco, davvero alla portata di tutti, gradevole anche in estate e senza calcolare le varie soste, camminando al massimo per trenta o quaranta minuti.

Al parco del fiume Lavino si accede tramite un viottolo di un centinaio di metri, percorribile con facilità che prende avvio dalla strada provinciale che da Scafa conduce alla frazione di Decontra. L’intera zona, priva di recinzione, è percorribile facilmente a piedi tramite la fitta rete di sentieri adatti a tutti, facilmente accessibile in un minuto dall’ampio parcheggio in qualsiasi orario. All’ingresso del parco si trova un’area attrezzata con strutture e giochi per bambini e con tavoli e panche in legno per un picnic all’aperto dove si può anche utilizzare il barbecue. Per le visite guidate sono disponibili i volontari del locale circolo di Legambiente ed il punto di partenza consigliato è l’abitato di Scafa. Parco Lavino, un tesoro nascosto da scoprire in Abruzzo!

Guarda il video:

https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=zyYw_lkJKxg

Fonti:

http://www.stradadeiparchi.it/parco-dalle-verdi-azzurre-acque-del-lavino/

https://www.ilmartino.it/2019/05/abruzzo-nascosto-le-acque-turchesi-del-fiume-lavino/

http://abruzzando.com/parco-attrezzato-delle-sorgenti-sulfuree-del-fiume-lavino/

Eccellenza d’Abruzzo n. 37 – Fara San Martino (CH): Abbazia Medievale e gole di San Martino in Valle

Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 37° Eccellenza, quella del comune di Fara San Martino, in provincia di Chieti, che con l’affascinante Abbazia Medievale e le splendide Gole di San Martino in Valle, è rappresentata sicuramente in modo egregio grazie a questa una coppia di gioielli di grande rilievo nel panorama delle eccellenze abruzzesi e ricordo che di queste ultime ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 268 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

” Fara San Martino, le cui prime notizie relative all’abitato sono rintracciabili nel IX e nel X secolo, periodo in cui il territorio fu colonizzato dai monaci benedettini, è un paese conosciuto soprattutto per essere una delle capitali mondiali della pasta, ma ciò che lo rende borgo misterioso e affascinante è dovuto alla presenza degli straordinari resti del Monastero di San Martino in Valle raggiungibili dopo aver attraversato le Gole di Fara San Martino, una sorta di forra formata dall’erosione del torrente Verde. Da qui si arriva alla meraviglia del Monastero di San Martino in Valle, gioiello benedettino incastonato nella roccia, recentemente riportato alla luce e celato dalle Gole di Fara San Martino, impressionante spaccatura nella montagna che dà accesso alla spettacolare splendida cornice naturale del vallone di Santo Spirito, lungo 14 km su un dislivello di ben 2400 m, che scende dalla sommità della Maiella fin sotto al paese.”

“Si accede a questo misterioso monastero tramite un sentiero accessibile a tutti, impressionante da attraversare, si supera infatti un ‘varco’ tra due montagne rocciose largo poco meno di due metri, per arrivare alla visione magica del monastero. Secondo antiche leggende sarebbe stato fondato dallo stesso San Benedetto, ma certo è che divenne un luogo di rifugio e spiritualità per monaci ed eremiti, e a questo punto aggiungiamo leggenda a leggenda affinché si sappia che secondo alcuni, sorge sulle ceneri dell’antico cenobio di San Martino Eremita, e fu proprio lui a creare questo varco con una leggendaria impresa che gli consentì di aprire la roccia con la forza dei gomiti per favorire l’accesso alla montagna dei faresi e per costruirvi poi la Chiesa di San Martino in Valle. La prova? I solchi dei gomiti ancora visibili sulle rocce, due profondi incavi nella montagna livellata, lasciati dal santo. Il passaggio è lungo circa 50 m e percorrerlo si ha l’impressione di penetrare dentro la montagna.”

“Si, dirà qualcuno, parliamo di rovine, ma che conservano uno spettacolare fascino, un’emozione unica che solo andando in quel luogo si può percepire. Dopo aver attraversato queste magiche gole simili a canyon, ci si trova di fronte allo spettacolo dei resti di un eremo in mezzo al nulla! Questo antico monastero nascosto tra le gole della Maiella e ancor ben tenuto nonostante siano trascorsi tanti secoli, divenne così un luogo di rifugio e spiritualità per monaci ed eremiti. Antiche rovine di un monastero che nel pieno del suo splendore sarà stato incredibilmente suggestivo.

“Un luogo magico e mozzafiato, nel meraviglioso Parco Nazionale della Majella, dove le pietre sembrano raccontare la storia di popoli vissuti migliaia e migliaia di anni fa, che trattiene secoli di storia, di arte e di natura incontaminata, in un contesto che emana uno splendore indescrivibile. Scopriamolo un po’ più da vicino: il monastero ha una storia molto antica,  era un’abbazia benedettina, ma la sua esistenza sarebbe già documentata da un diploma dell’imperatore Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, che riporta la data del 20 giugno 839 anche se le prime fonti storiche sulla Chiesa, che si ritiene posta all’interno del Castello di Rocca S. Martino, risalgono al 829 e la elencano tra i possedimenti del monastero di Santo Stefano in Lucania di Tornareccio, al quale era stato donato da Pipino il Breve. Certamente allora si parlava di una “cella” o ripari abitati da qualche eremita, con i secoli il cenobio si ingrandì e ottenne proprie rendite passando di proprietario in proprietario. Nel XII secolo passò sotto l’influenza del vescovo di Chieti diventando una Badia.   Nel 844 passa sotto il controllo del vescovo di Spoleto e successivamente tra i possedimenti dell’abbazia di San Liberatore a Majella. La sua erezione fu determinata per atto di liberazione dal conte di Chieti Credindeo, che nel 1044 in punto di morte e per redenzione dell’anima sua e dei suoi cari dona la chiesa al venerabile sacerdote Isberto affinché la doti di un Monastero benedettino ed indipendente. Le principali testimonianze del passato sono rappresentate dai vari frammenti architettonici e scultorei del portale duecentesco e degli affreschi trecenteschi rinvenuti nell’abbazia, oltre che da una tela del XVII secolo realizzata da Tanzio da Varallo, conservata nella chiesa parrocchiale.”

Il monastero viene soppresso nel 1452 da papa Niccolò V e unito al Capitolo Vaticano, per tornare nel 1789 all’arcidiocesi di Chieti. L’abbandono definitivo  avvenne l’8 settembre 1818 a causa di un’alluvione che ricoprì di detriti e ghiaie l’intero sito del Monastero e della Chiesa di San Martino in Valle, facendo sì che il luogo, abbandonato dalla civiltà, tornasse in balia delle forze della natura. Il Monastero quando è stato riportato alla luce, soltanto qualche anno fa, con grandissima fatica e non poche difficoltà, era sepolto sotto ben 12 metri di detrito alluvionale. Fu solo grazie, nel 1891, grazie agli scavi archeologici promossi dall’iniziativa popolare degli abitanti di Fara e presieduti da una commissione conservatrice dei Monumenti Nazionali della Provincia, che i resti della Chiesa riapparvero, nel loro magnifico splendore, ma purtroppo successive alluvioni nuovamente invasero il sito archeologico fino al più recente intervento per riportarlo alla luce, iniziato nel 2005 e conclusosi nel 2009 e chi lo visitava negli anni ’90 vedeva dalla ghiaia spuntare solo un muro del campanile della chiesa. I resti della struttura sono stati finalmente riportati interamente alla luce e quello che emerso è uno spettacolo magico da non perdere, dove storia, arte e architettura si incastrano alla perfezione in un vero museo a cielo aperto, e dove il Vallone di Santo Spirito si inerpica per raggiungere la cima più alta della Maiella che culmina nel Monte Amaro a 2793 metri e le Gole di San Martino, per costituire la cornice perfetta atta a mettere in scena lo straordinario splendore del monastero.

I resti dell’abbazia mostrano un cancello verso un cortile interno delimitato da un portico a tre arcate, sul lato nord del quale si trova un campanile a vela. L’interno della chiesa doveva essere su tre navate con una pavimentazione a lastre di pietra. Un muro a tre arcate separa la navata centrale da quella settentrionale, da dove di accede a quello che doveva essere il nucleo iniziale della chiesa, scavato nella roccia, che fa ipotizzare la nascita del luogo di culto come eremo. Il campanile a vela, ristrutturato nel Settecento, è sul lato nord del portico, mentre il portale della chiesa è del XIII sec.. Diviso in tre navate dalla planimetria irregolare, l’interno ha la pavimentazione a lastre di pietra nella zona presbiteriale, dove si trovano anche dei sedili in muratura che dovevano formare il coro.  Dalla navata centrale si passa a quella settentrionale attraverso un muro a tre arcate sul quale sono presenti tracce di affreschi e da questo lato si accede all’ambiente più antico della chiesa, interamente scavato nella roccia, dove sono conservate due colonnine datate 1411.

La sua storia è ancora quasi tutta ancora da scrivere. Infatti i pochi documenti ritrovati sono da completare, le intuizioni e prime verifiche degli storici da confermare. Molte risposte sono da ricercare presso il prestigioso Archivio Vaticano dove sono custoditi numerosi manoscritti sulla “Abbazia di San Martino della Fara”, ma purtroppo questi documenti non sono facilmente accessibili. Quello che si sa è che le prime notizie storiche conosciute sul Monastero si intrecciano con quelle di un altro e più importante centro benedettino, l’Abbazia di Montecassino. Il 1100 coincide con un inesorabile declino degli ordini monastici. Il monastero di San Martino in Valle che aveva rappresentato un suggestivo luogo religioso ed un importante centro di economia monastica, si svuota pian piano di vita e di operosità.” Un consiglio? Andatelo a vedere!

Fonti:

https://www.visitterredeitrabocchi.it/le-gole-e-il-monastero-di-san-martino-in-valle-tra-fascino-e-mistero/

https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Martino_in_Valle

Bibliografia
Luigi Mammarella, San Martino in Marrucina e S. Martino in Valle, in Abbazie e monasteri benedettini in Abruzzo, Cerchio (AQ), Adelmo Polla Editore, 1989, pp. 132-133, ISBN 88-7407-026-8.

http://farasanmartino.comunitaospitali.it/abbazia_san_martino_in_valle

https://www.fondoambiente.it/luoghi/gole-di-san-martino-e-abbazia-di-san-martino-in-valle?ldc

http://www.maiellawalking.it/monastero-di-san-martino-in-valle/

https://www.tripsinitaly.it/home/paesi-e-luoghi/san-martino-in-valle/

 

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 36 – Collepietro (AQ): Borgo e Castello medievale

Eccellenze d’Abruzzo, dopo le Eccellenze “da antologia” n. 33 e 35 rispettivamente del Volto Santo e di San Gabriele, ritorna con i piedi per terra e presenta la sua 36° Eccellenza, quella del comune di Collepietro (chissà in quanti lo conoscono e lo avranno mai visitato … noi di Abruzzomania, sì!), in provincia di L’Aquila, che con il suo borgo  e il suo castello medievale rappresenta sicuramente un’eccellenza minore, ma che deve comunque essere segnalata e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 269 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, come appunto Collepietro, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Collepietro in provincia de L’Aquila, uno dei più piccoli comuni dell’Abruzzo che conta solo 236 abitanti è situato nella parte meridionale della suggestiva Piana di Navelli, sul valico che fa da spartiacque tra l’altopiano a la vallata del fiume Tirino. Di origini preromane, il borgo si sviluppò soprattutto in epoca medievale ed oggi il paese conserva ancora la tipica struttura feudale di un tempo con i suoi monumenti e suggestive viuzze e un centro storico che ha conservato la sua originaria struttura feudale.

 

La forma ellittica del nucleo abitato più antico mostra chiaramente l’impianto originale di borgo medievale fortificato, con una rete di vicoli che convergono sulla piazza centrale, dove si erge la chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, monumento principale del paese, impreziosita da un bel portale rinascimentale. Caratteristiche sono alcune case-torri, abitazioni che si sviluppano in altezza con poche e piccole finestre.

Nota saliente è il paesaggio che lo circonda, arricchito dalla presenza di splendidi ed estesi mandorleti che nel periodo della fioritura donano al paesaggio colori spettacolari e un aspetto lussureggiante e nelle vicinanze del paese sono ancora visibili tracce dell’antico tratturo L’Aquila-Foggia. Meta ideale per coloro che sono alla ricerca di una vacanza all’insegna della pace e della tranquillità, il piccolo borgo medievale si presenta molto suggestivo con scorci panoramici straordinari, interessanti e suggestivi che si affacciano sul variopinto altopiano di Navelli e sulla conca peligna.

Uno dei piccoli gioielli di Collepietro è il castello sorto per proteggere i monasteri di San Benedetto in Perillis e Picciano, con la sua slanciata Torre rettangolare che risale al XI secolo, nata come presidio di avvistamento e difesa perimetrale e inglobata nel tracciato murario del borgo fortificato di Collepietro  situata nel punto più settentrionale del sito, che misura 6×4 m. ca. di base e 10 m. ca. in altezza, realizzata con conci in pietra calcarea locale piuttosto irregolari e blocchi squadrati di rinforzo agli spigoli.

Le origini del Castello di Collepietro vanno ricercate nella discesa in Italia di Ugo da Provenza nel 926 in occasione della sua incoronazione a Pavia a Re d’Italia, con un ramo dei Conti di Valva che si stabilì a Collepietro con un Teodino dando origine all’omonima signoria dei Collepetrani.

L’attuale insediamento del borgo, che prese il nome di Collis Petri cioè “Colle di Pietro” oggi Collepietro, risale alla fine del 900, quando i feudatari del luogo, per difendersi dalle scorribande dei Saraceni, decisero di riunire in un unico borgo fortificato villa S. Salvatore e villa S. Pietro fondate nella piana da coloni Longobardi. Secondo alcuni storici, alle predette ville si aggiunse “villa accanto alla terra“, da identificarsi probabilmente, nel gruppo di case detto “La Salera” ma se così fu questa rimase fuori dalla fortificazione. ”

Fonti: http://www.comune.collepietro.aq.it

Foto by Centro Turistico TREe

Wikipedia

www.regione.abruzzo.it

Bibliografia Fulvio Giustizia “Prolegomena etc”

Eccellenza d’Abruzzo n. 35 – Isola del Gran Sasso (TE): San Gabriele dell’Addolorata

Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua straordinaria 35° Eccellenza di Isola del Gran SassoSan Gabriele dell’Addolorata … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 270 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento

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Isola Del Gran Sasso, antico borgo che sorge nella splendida vallata denominata “Valle Siciliana” ai piedi del Gran Sasso d’Italia, era anticamente un’isola circondata dai fiumi Ruzzo e Mavone e da questo ha origine il suo nome. Terra di santi come la dolce Colomba, sorella di San Berardo che visse nelle foreste che circondano l’abitato; Frà Nicola, qui eremita in una grotta oggi chiamata Frattagrande per diversi di anni, amato da tutti i paesani; infine diversi religiosi hanno vissuto per anni in modo ascetico in grotte di fortuna sotto la montagna. Ma il più importante fu sicuramente San Gabriele dell’Addolorata con il santuario a lui dedicato tra i 15 più visitati al mondo!

“Ma torniamo al lontano 1215, con San Francesco d’Assisi, che qui fondò un convento per il suo ordine francescano, in cui rimase fino al tempo delle soppressioni napoleoniche, trasformatosi nell’attuale Santuario di San Gabriele, oggi meta di pellegrinaggio molto cara ai giovani. Si racconta che il santo di Assisi trovò alle falde del Gran Sasso un’edicola dedicata alla Madonna Annunziata da cui, probabilmente nel 1216, iniziò la costruzione del convento e di una chiesa dedicata all’Immacolata. Nel 1809 il convento, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi del periodo napoleonico, fu abbandonato dai suoi seguaci, per essere definitivamente riaperto nel 1894 e al loro posto si insediarono, nel 1847, i Passionisti. Restano oggi, dell’originario edificio, il “Pozzo di San Francesco” e, al piano terra di quello che un tempo era il convento, il refettorio e il chiostro con i portali in pietra del XVI secolo e con una serie di affreschi del XVII secolo che raffigurano scene della vita di San Francesco.

L’urna con i resti mortali di San Gabriele dell’Addolorata, un tempo conservata nella vecchia chiesa, è stata traslata nel nuovo santuario. Tra i celebri visitatori del santuario, l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, oggi Papa Emerito e Papa Giovanni Paolo II, oggi santo anche lui,che il 30 giugno 1985 inaugurò la cripta con la tomba, confermando che “la gioia cristiana è la nota caratteristica di san Gabriele“, una gioia che continuamente gli germogliava dentro, gli profumava la vita e che lui seminava a piene mani. Infatti una gioia incontenibile occhieggiava da ogni suo gesto, sgusciava da ogni atteggiamento, sbalordiva, affascinava, contagiava. Gabriele ne era diventato anche il cantore. “La contentezza e la gioia che io provo è quasi indicibile; la mia vita è una continua gioia. I giorni, anzi i mesi mi passano rapidissimi. La mia vita è una vita dolce, una vita di pace. Sto contentissimo“. Gioia e sorriso che non si sono spenti neppure davanti alla morte. Anzi sulla morte hanno ottenuto la loro vittoria più bella, tanto che un giorno lo chiameranno il “Santo del Sorriso“.


La chiesina diventò però subito troppo piccola. Fu dunque ampliata e consacrata nel 1908, pochi giorni prima della beatificazione di Gabriele. Nello stesso anno il papa Pio XI elevò il santuario alla dignità di basilica. Nel 1920 fu inaugurata la cappella del santo, centro della devozione, meta preferita dei milioni di pellegrini che ogni anno accorrono al santuario, gioiello a pianta ottagonale e cupola decorata, situata sul lato destro di chi entra nel vecchio santuario, con l’altare in marmi pregiati, i rivestimenti e le colonne di graniglia policroma. Ma ben presto Gabriele sforava di nuovo. Le folle dimostravano che la bella chiesa a la splendida cappella erano troppo anguste per il santo del sorriso. Così, senza distruggere il vecchio, nel 1970 ebbe inizio la costruzione dell’enorme nuovo santuario di ispirazione ecumenica che si protende ai quattro punti cardinali e nella sezione richiama la sagoma di una grande nave con quattro vele pandirezionali. La nuovissima basilica, della lunghezza di 90 metri e della larghezza di 30, è una grandiosa struttura di cemento bianco e acciaio, capace di contenere fino a 10-12.000 persone!  Due sono i famosi appuntamenti principali che accoglie: nel 1980 è inaugurata l’ormai consolidata “tendopoli”, che in uno scenario incantato offre a migliaia di giovani una settimana indimenticabile intorno a Gabriele, eletto primo tendopolista. La manifestazione culmina con la festa popolare l’ultima domenica di agosto. Un altro evento, non meno suggestivo, c’è nell’ultima settimana di agosto, durante la quale centinaia di giovani (ma anche meno giovani) si accampano per cinque giorni, dando vita ad un meeting religioso: si tratta  della ormai famosa celebrazione dei “cento giorni dagli esami di stato”, che nel mese di marzo fanno arrivare al santuario, provenienti dall’Abruzzo e dalle Marche, allegre schiere di studenti delle scuole superiori che arrivano per pregare per un buon esito dell’esame e nel quale vengono benedette le penne.”

Ma oltre gli eventi c’è il culto inarrestabile, infatti è già all’inizio del 1893 che padre Germano trovava la chiesina piena zeppa di popolo che piange e canta intorno alla tomba di Gabriele. E’ uno spettacolo che può paragonarsi a Lourdes e Pompei. Una pietra di mezzo metro quadrato bucata come una forma di emmenthal, è l’oggetto che maggiormente incuriosisce e polarizza l’attenzione del visitatore che indugia tra i cimeli custoditi nel piccolo museo attiguo alla cameretta del transito. Si tratta della lastra tombale che chiudeva il sepolcro di Gabriele, raschiata e traforata dai devoti con ferri, trapani e temperini per portarsi a casa almeno una scheggia di reliquia. Se i passionisti non si fossero affrettati prima a proteggerla con vetro, nel 1908, e poi a rimuoverla del tutto a quest’ora non ne sarebbe rimasta traccia alcuna. Altro luogo chiave della devozione popolare, testimone principale di innumerevoli miracoli, è il sepolcro dove il santo ha riposato per trent’anni, dalla morte nel 1862 fino alla ricognizione del 1892 all’interno della chiesa. Rimossa la pietra, la botola fu recintata con una cornice di marmo che incastonava una lastra di vetro protetta da inferriata. Per tanti coricarsi sulla sua tomba è il sogno più lungamente accarezzato. L’aggiunta di un piccolo recinto con quattro colonnine mirava infatti a impedire che i devoti vi dormissero sopra, ma mentre i custodi continuano a proibire, i devoti continuano a disobbedire adagiandovi di nascosto soprattutto bambini e malati, e Gabriele continua ad operare prodigi.

Pietra che chiudeva la tomba del santo raschiata e traforata.

Qui è custodita e venerata l’urna con i resti di uno dei santi che hanno compiuto più miracoli sino ad oggi. Il corpo del santo, racchiuso nella statua giacente in metallo argentato, riposa nella preziosa urna di bronzo dorato collocata sotto l’altare. San Gabriele dell’Addolorata, santo unico, uno dei santi più popolari del mondo, che condusse una vita parallela a quella di San Francesco, stesso luogo di nascita, stesso nome, stesse strade condivise e che oggi gode di popolarità anche all’estero, in special modo tra gli emigrati. Si contano a migliaia gli ex voto portati dai devoti al santuario in segno di riconoscenza.

Suggestive le feste patronali promosse dalle associazioni degli emigrati abruzzesi in Belgio, Canada, Australia, Stati Uniti e in tutta l’America latina. Per mantenere il collegamento con i devoti sparsi in tutto il mondo, dal 1913 esce la rivista “L’eco di San Gabriele”, un mensile che conta oltre mezzo milione di lettori. La sua è la storia di una santità che non conosce tramonto, che chiama, attira ed accoglie innumerevoli pellegrini. Nel mondo oltre mille chiese sono dedicate a lui! Sul suo sepolcro germogliano grazie a non finire e sbocciano miracoli stupendi. Per molti malati Gabriele è l’ultima speranza, per altri è l’unica speranza. Lui è definito in molti modi, il santo Patrono degli studenti, dei giovani e dei chierici, il santo dei giovani, il santo dei miracoli perché invocato in ogni parte del mondo come potente intercessore presso Dio, il santo del sorriso perché seppe vivere sempre con gioia ed entusiasmo la sua esistenza e perché il sorriso sulle labbra rimase pur nella morte. Né le varie sofferenze della sua vita, né la morte in giovane età riuscirono a spegnere il suo sorriso. Con questi tre appellativi è conosciuto San Gabriele dell’Addolorata. La scelta della vita religiosa per lui fu radicale fin dall’inizio. Aveva trovato finalmente la sua felicità. Scriveva ai familiari: “La mia vita è una continua gioia. Non cambierei un quarto d’ora di questa vita“.

Qualcuno potrebbe obiettare, ma quale eccellenza d’Abruzzo se San Gabriele non è nato in Abruzzo e al novanta per cento non vi è neanche vissuto. Ma se qualcuno si azzarda ad avanzare altre rivendicazioni rischia di diventare malconcio. Si racconta che quando nel 1892 a trent’anni dalla sua morte i padri passionisti provarono a trasferire le sue spoglie nei pressi della natia Assisi videro sbucare da ogni anfratto contadini e montanari che intimarono l’altolà: fermi tutti, Gabriele è nostro e guai a chi lo tocca e per evidenziare che non si andava troppo per il sottile, fecero roteare in aria zappe, forconi, roncole e altri arnesi atti a sistemare le ossa.

Ma veniamo un po’ alla sua storia: San Gabriele, nato ad Assisi il 1° marzo 1838 e conosciuto nel mondo come Francesco Possenti e come Checchino per familiari e amici, era figlio d’alto funzionario dello Stato pontificio. Da giovane era bello e la sua personalità forte e aperta. Era un leader che sapeva trascinare, coinvolgere, studente brillante, benestante, ottimo ballerino, abile con le armi da fuoco, amante della recitazione (il teatro lo affascina e vi si reca spesso con il papà e la sorella, era attore nato e nelle recite gli affidavano sempre il ruolo di protagonista) e delle belle ragazze, amico raffinato, con una eccellente carriera davanti. I compagni lo seguivano come stregati nei giochi e nelle frequenti scampagnate, negli schiamazzi e nelle scorribande, con lui che rideva di gusto, scherzando, giocando volentieri a carte, leggendo romanzi con avidità, ma anche capace di restare al verde per mettere nelle mani di un barbone tutto il suo marsupio scucito al padre. Frequentò la nobiltà di Spoleto distinguendosi per bon ton ed eleganza. Compose poesie anche in latino; le recite scolastiche lo vedono protagonista indiscusso ed applaudito. Esuberante, vivace ed arguto diventa un punto di attrazione per la sua festosità a volte eccentrica. Segue la moda, veste a puntino e una spruzzata di profumo non manca mai. Ama l’allegria e dove c’è festa, lui è presente. “Era nato per l’amicizia“, diranno. Vuole primeggiare in tutto, ed a tutti i costi; “la bella vita non gli dispiace“. L’appellativo di “ballerino”, o il damerino elegante che indica non tanto l’amore per il ballo quanto il suo portamento elegante e spigliato, non è immeritato. Ma è anche buono, generoso, sensibile alle sofferenze dei poveri; ama la preghiera. Sprizza vita da tutti i pori. La caccia è il suo sport preferito. Frequenta salotti, teatro e jet set sempre attillato all’ultima moda. Non scende mai a compromessi morali, non tollera intrallazzi o scostumatezze, di fronte alle avances di un balordo fa roteare per aria un coltellaccio a serramanico. Sotto l’elegante abbigliamento qualche volta cinge il cilicio ed è capace di passare dal teatro alla chiesa in modo repentino.

Ma sul più bello, sentendo interiormente la chiamata alla vita religiosa, si trasformò ben presto da uomo di talento a uomo alla ricerca dei talenti che Dio gli aveva donato perché sentiva che nella sua vita mancava ancora qualcosa e si rivolse a Gesù e alla sua Madre Addolorata, rinunciando a tutto per gioire della frugalità conventuale tra i passionisti e come Passionista crebbe di giorno in giorno nell’amore di Nostro Signore e di Maria, da lui venerata sotto il titolo di Addolorata, bruciando le tappe della santità e raggiungendo in poco tempo la perfezione della virtù cristiana, consacrandosi a una vita semplice, senza grandi gesta, contrassegnata dall’eroicità del quotidiano, che viveva da innamorato del Crocifisso e della Madonna Addolorata per cui nutriva una struggente devozione.

San Gabriele che così rapidamente da una vita mondana conformò indissolubilmente la sua vita alla Passione di Nostro Signore, ci mostra che chiunque, con un pizzico di coraggio, può aspirare alle più alte vette della santità. A rompere gli indugi si incarica la Madonna stessa durante la processione della sacra icona per le vie di Spoleto. E’ il 22 agosto 1856 e Gabriele, in ginocchio tra la folla, avverte che l’immagine si anima, gli occhi della Madonna diventano lame scintillanti e una voce risuona chiarissima nel cuore: “Ancora non capisci che questa vita non è fatta per te? Segui la tua vocazione“. Colpo fatale che mette fine a tutti i tentennamenti. Superando inenarrabili difficoltà, quindici giorni dopo è già nel noviziato dei passionisti a Morrovalle, in provincia di Macerata. Nessuno riuscì a trattenerlo. E da quell’istante fu tutta una corsa, una volata da internauta verso la meta. Aveva diciotto anni e mezzo. La scelta della vita religiosa è radicale e irrevocabile. Bacia piangendo di commozione la nuova veste scura e ruvida, uno schiaffo al look del damerino che si pavoneggiava per le vie di Spoleto. Ha trovato finalmente la sua felicità. Ne informa ripetutamente i familiari: “La mia vita è una continua gioia; la contentezza che provo dentro queste sacre mura è quasi indicibile; le 24 ore della giornata mi sembrano 24 brevi istanti; davvero la mia vita è piena di gioia“.

Si innamorò così della ricerca continua della perfezione, che mutò in spontaneità, normalità, gioia per ogni sacrificio che lo avvicinasse ad essa. Una vita, la sua, lontana dal mondo. S’innamorò, altresì, di quella madre, Maria Vergine, che se ne prese cura diventandone protettrice e guida e visse come egli voleva vivere: immacolato!

Passa gli ultimi due anni e mezzo sempre ritirato nel conventino sperduto ai piedi del Gran Sasso tra ascensioni spirituali e lavorio interiore le cui profondità sono note unicamente a Dio. Solo qualche sortita all’aria aperta tanto per illudere i polmoni già minati dalla tubercolosi, il male sottile che presto lo condurrà alla tomba. Ma per lui è una festa e si lancia verso il rush finale invocando la Madonna: “Mamma mia, fa’ presto“.

Il 21 settembre 1856 vestiva l’abito passionista scegliendosi un nome nuovo: Gabriele dell’Addolorata che gli richiamava continuamente la Madonna. Il 25 maggio 1861 nella cattedrale di Penne (Pescara) riceve la tonsura e gli ordini minori. Subito dopo si ammalò e ogni cura risultò vana. Non raggiunse neppure il sacerdozio. Così la mattina del  27 febbraio 1862 alla giovane età di 24 anni, “al sorgere del sole” muore confortato dalla visione dolcissima della Madonna, con il volto trasognato e gli occhi sfavillanti, senza agonia sorride alla Madonna che viene a incontrarlo, morendo di tubercolosi. Ancora non sono passati sei anni dal suo ingresso tra i Passionisti. I confratelli restano lì attorno al letto a guardarlo nutrendosi di soavissimi ricordi.

Sulla sua tomba continuano ad accadere numerosi prodigi e sono tanti coloro che raccontano grazie e guarigioni da lui ottenute. La sua fama cominciò nel 1892 quando a trent’anni dalla morte si verificarono i primi strepitosi miracoli tra la gente accorsa in massa alla ricognizione delle spoglie. Il mistero di San Gabriele dopo la morte, per tanti anni rimase sconosciuto a molti, ma per intervento soprannaturale, alla riesumazione del corpo, scatta, per forza di cose, una volontà superiore che produce 7 prodigi miracolosi, 7 guarigioni nello stesso giorno dopo trent’anni di tomba e poi, successivamente le altre, fino a non poterle contare più. La guarigione di Maria Mazzarelli segna l’inizio ufficiale dei miracoli e dei pellegrinaggi a piedi. Miracoli che Dio continua a far fiorire sulla tomba di Gabriele e pellegrinaggi che via via hanno assunto dimensioni d’epopea. Il papa Leone XIII lo definisce il san Luigi Gonzaga dei tempi moderni, mentre il cammino verso la gloria degli altari procede a gonfie vele.

Durante la ricognizione del 1892 un fatto inaspettato suscita lo stupore generale. Cielo tersissimo, una nuvoletta parte dalla cima occidentale del Gran Sasso e in picchiata, coprendo a ombrello la chiesa e la folla festante, si scioglie in fitta pioggia unicamente su quella piccola area circoscritta. L’intuito popolare l’interpreta subito come risposta beneaugurate del cielo. Da quel preciso momento inizia infatti la pioggia di grazie che non si è più interrotta. Solo in quella giornata si verificano almeno otto prodigi accertati. Uno per tutti, riconosciuto poi ufficialmente per la benedizione, quello di Maria Mazzarelli, 20 anni, figlia dell’orefice di Isola, che era divorata dalla tisi che in tre anni l’aveva condotta sull’orlo della tomba. Era data per spacciata dalla scienza medica. All’entusiasmo che circonda Gabriele il padre di Maria disperato oppone una sfida degna di San Tommaso: crederà alla sua santità solo se farà grazia alla figlia. La quale intanto afferma che in sogno la Madonna l’ha invitata a rivolgersi al “santo penitente del convento”. Guarisce istantaneamente al termine di un triduo di preghiera. Il prodigio fu paragonato alla risurrezione di Lazzaro. Ebbe enorme risonanza anche perché quel giorno era domenica e ricorreva la fiera paesana. Il pellegrinaggio a piedi scalzi per il ringraziamento, capeggiato dalla stessa graziata, riversò sulla tomba un popolo che cantava: “Gabriele è veramente santo, ha guarito la figlia dell’orefice Angelo.

Ma è proprio morto Gabriele? Sembra dormire sereno.  Fanno sì i funerali, celebrano le esequie. Ma più che pregare per Gabriele, pregano Gabriele: tutti sono convinti di deporre nel sepolcro, ricavato nella cripta della chiesa, non un cadavere ma un seme destinato a fiorire. I tempi li conosce solo Dio. Nel 1891 iniziano i processi di beatificazione; nel 1892 vi sarà l’esumazione delle spoglie mortali di Gabriele accompagnata da una pioggia di prodigi strepitosi. Nel 1894 i Passionisti tornano a Isola richiamati da quel giovane studente che non ne vuole sapere di essere morto. Beatificato da san Pio X nel 1908, fu proclamato santo da Benedetto XV nel 1920 alla presenza di oltre quaranta cardinali, trecento vescovi e un’incalcolabile moltitudine convenuta da ogni parte del mondo. Nel 1926 Pio XI lo dichiara compatrono della gioventù cattolica italiana, nel 1929 Isola del Gran Sasso, parrocchia su cui insiste il santuario, lo proclamava suo compatrono, ma già nel 1922 la gioventù cattolicamarchigiana e umbra lo aveva scelto come loro patrono speciale, nel 1953 Gabriele veniva affiancato a San Berardo e a santa Reparata come patrono della diocesi di Teramo–Atri e mentre nel 1959 al santuario si celebrava il primo centenario dell’arrivo di Gabriele in Abruzzo, Giovanni XXIII volle coronare i festeggiamenti dichiarandolo solennemente patrono principale d’Abruzzo.

Ma Gabriele è vivo, sorride ancora e ancora oggi regala grazie e miracoli. Il soggiorno di Gabriele a Isola va dal 10 luglio 1859 al 27 febbraio 1862, s’intende da vivo. Gabriele afferma che i dolori di Maria sono il suo paradiso. Quando è ancora in vita la gente dei dintorni lo chiama il fraticello santo. Per altri è il fraticello bello, la sensibilità per i poveri, la sua composta signorilità, la delicatezza d’animo. Oggi la sua fama non conosce confini. Sono almeno un migliaio le chiese a lui dedicate nei vari continenti. Ponti, viadotti e piazze portano il suo nome soprattutto nell’Abruzzo e nelle regioni limitrofe. Monte San Gabriele (m 2117) si chiama oggi una vetta centrale della catena del Gran Sasso, che fu per lui meta di scarpinate e costante invito ad ascensioni spirituali. E per finire, per gli amanti dei musical, segnaliamo la Fondazione Leo Amici, che ha promosso “Il silenzioso sospiro d’amore”, lo spettacolo musicale su San Gabriele dell’Addolorata.

FONTI:

https://sangabriele.wordpress.com/

http://www.isoladelgransasso.it/il-paese/il-territorio/il-paese-dei-motti/

https://isoladelgransasso.gov.it/turismo/turismo.aspx?t=1

(biografia tratta tratta da San Gabriele dell’Addolorata Pierino Di Eugenio ED. San Paolo, 1997

Eccellenza d’Abruzzo n. 34 – Civitella Messer Raimondo (CH): la prima banda dei Patrioti della Majella e il Castello Baglioni

Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 34° coppia di Eccellenze di Civitella Messer Raimondo, la prima banda dei Patrioti della Majella e il Castello Baglioni … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 271 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

Civitella Messer Raimondo, terra di luoghi culturali e storici dimenticati, patrimonio della collettività nazionale ed internazionale, perché sita nelle aree ove era posta la Linea Gustav, e all’interno del territorio del borgo, con zone che vissero la liberazione del paese alla fine della tragica II° Guerra Mondiale, la formazione della Brigata Majella, gli esordi della lotta partigiana, culla dove nasceva la futura Italia e la Repubblica.

“Bel borgo di montagna pedemontano dal triplice nome, posto su uno sperone naturale a oltre 600 metri di altezza tra due valloni ai piedi della Majella con fiumi e laghi che lo circondano, Aventino, Verde e Sant’Angelo, caratterizzato da bellezza, natura e cultura e di certa particolare valenza storica. Il borgo costruito con le pietre su una cresta rocciosa collinare all’ombra della Majella, sulla cui sommità domina il Castello dei Baglioni. Dalle numerose balconate si ammira un panorama esclusivo costituito dalle vallate dei fiumi e da quella più ampia del basso Sangro fino al mare e alle colline frentane. Di fronte, imponente, si eleva il massiccio della Majella che, declinando sui monti dell’alto Aventino, crea un naturale vasto meraviglioso anfiteatro.”

“Il contesto ambientale in cui è collocata, la pone di fronte al vallone Santo Spirito e questo la fa aprire ad ogni stagione immersa in modo differente circondata da scenari naturalistici multicolore e affascinanti. Il centro storico del borgo è di impronta medievale con stradine e viottoli stretti e tortuosi e fin dalle origini è stato sempre rappresentato dal castello, chiamato anche il palazzo, il Castello storico o Palazzo dei conti Baglioni, della bella e incantevole Civitella Messer Raimondo, di evidente origine medievale, che si affaccia sulla spettacolare Majella, sito sulla parte più elevata del paese attualmente utilizzato come residenza.”

“Nonostante numerosi rimaneggiamenti e la mancanza di documenti che parlano della fondazione del castello pare essere fondato al XVIII secolo quando i conti Baglioni si instaurarono a Civitella Messer Raimondo. Sullo spigolo destro del prospetto principale è situata una torretta angolare, realizzata in laterizio su mensole lapidee, utilizzata per scopi difensivi. I due restanti prospetti con bastioni sono realizzati in pietrame.”

Il portale d’accesso, d’interessante fattura, in pietra della Majella, è sovrastato da un balcone su mensole in pietra su cui sono disposte tre aperture. Attraverso l’androne, la cui volta a botte affrescata che ospita lo stemma araldico della famiglia nobiliare, si accede ad una corte interna del palazzo ove, parallela a quella della facciata, si erge un’altra torre (forse torre di avvistamento).

“L’Abruzzo con diversi suoi comuni ed in particolare il comune di Civitella Messer Raimondo, si sono contraddistinti per il sacrificio subito durante la II° Guerra Mondiale e lungo la Linea Gustav per il suo ruolo importante e degno di nota è riservato alle valorose azioni militari della Banda dei patrioti di Civitella Messer Raimondo, “guerriglieri” della Maiella capitanati dal loro capo, Luigi D’Orazio, comandante, sarto, ex emigrato a Filadelfia, reduce ferito nella prima guerra mondiale nella presa di Gorizia, antifascista proposto a 5 anni di confino. Storica banda di patrioti della Balla di Civitella, nata in seguito all’occupazione tedesca del paese, nei primi giorni di ottobre sino alla fine di novembre 1943, data che coincide con lo scioglimento e la confluenza nel corpo dei volontari della Majella. Eccellenza intangibile, non visibile, ma sicuramente da raccontare e documentata per il grande valore che possiede.”

“Insieme ad altri comuni, all’indomani dell’armistizio del 8 settembre 1943, quando sembrava che la guerra dovesse finire, in questi luoghi si consumò una delle pagine più feroci della seconda guerra mondiale, concretizzata nella “strategia della terra bruciata” voluta dai tedeschi per punire l’Italia del tradimento che cambiò le alleanze di guerra. Come non dimenticare gli ultimi giorni di novembre, quando i tedeschi incominciarono a incendiare e distruggere interi paesi nella vallata seminando ovunque terrore e morte. Ma le notizie delle imprese dei patrioti di Civitella si diffusero in tutto l’Aventino, facendo da detonare perché la rivolta contro la tracotanza nazista dilagasse in tutto i paesi della vallata.”

“Civitella infatti si trovava al centro della linea difensiva della Wehermacht dislocata su due estremità: ad ovest Castel di Sangro, Roccaraso, Palena e ad est Guardiagrele, Orsogna, Ortona. La sua importanza strategica sulla linea del fronte, fu evidenziata alla fine di dicembre quando, al Comando del battaglione alleato di stanza a Casoli, arrivarono i maggiori Denis Formann e Lionel Wigram che diedero vita alla Wigforce, la formazione mista che, superando pregiudizi, diffidenze o addirittura ostilità da parte delle truppe alleate nei confronti degli italiani, accolse nella propria compagnia i primi partigiani e tra i primi ci furono 30 valorosi, generosi ed altruisti uomini del paese, eroi inconsapevoli rimasti ai piedi della Majella, gente abruzzese, fiera e motivata, che diedero vita in modo spontaneo al primo nucleo dei patrioti di Civitella.”

“Ma non furono i soli, perché In quei giorni di pericolo, tutti gli abitanti di Civitella si erano trasformati in sentinelle che spiavano, scrutavano e riferivano ai patrioti ogni mossa dei tedeschi, a turno di 4 famiglie al giorno, provvidero al sostentamento dei guerrieri col vitto che si riusciva a mettere insieme. Gli uomini un po’ più anziani, non impegnati in battaglia, si improvvisarono genieri e riattivarono la viabilità tra Casoli, Fara, Civitella per consentire il transito degli automezzi alleati, rimossero le macerie, liberarono strade, riparano con mezzi di fortuna i ponti resi intransitabili con la dinamite, costruirono passerelle sul fiume per il transito pedonale, e quando gli alleati lo chiesero, aiutarono a costruire le linee telefoniche da campo, liberarono le strade ostruite dalla neve, fecero servizio di approvvigionamento e di guida agli alleati e ai patrioti in prima linea.”

“A Civitella quantunque si vivesse ristretti al limite della capienza fisica, ogni stamberga, ogni buco di casa fu messo a disposizione di asilo per gli sfollati che arrivavano dai paesi vicini rasi al suolo, terrorizzati e spogli di tutto. I Civitellesi condivisero con loro il poco cibo che riuscivano a raggranellare e l’inadeguata provvista di legna per quel lungo inverno di freddo e di gelo. Civitella fu il paese dove i nazisti furono costretti a cessare l’opera di distruzione della terra bruciata già iniziata, grazie a un gruppo di giovani armati che si ribellarono e, diventati più numerosi e più forti, li scacciarono oltre i confini del proprio territorio.”

Onore quindi non solo alla Banda di Patrioti, ma a tutti i Cittadini di Civitella che in quei giorni divennero eroi inconsapevoli, baluardo della libertà e costruttori della futura democrazia! Civitella Messer Raimondo, un piccolo paese con due grandi Eccellenze, una ancora tangibile il Castello, una invisibile, la Banda dei Patrioti, ma la più importante, perché spesso ciò che non si vede, come l’anima, possiede un valore enorme, borgo dal cuore grande, memoria storica da conservare gelosamente e soprattutto da divulgare perché questi straordinari fatti non corrano il rischio di cadere nell’oblio della dimenticanza per le future generazioni.

Foto by Centro Turistico TREe

Ringraziamenti:

  • si ringrazia l’Ing. Danilo D’Orazio sindaco di Civitella Messer Raimondo per il materiale informativo e documentale messoci a disposizione.
  • Martine Vogrig e Carla D’Orazio, cittadine di Civitella Messer Raimondo, per la collaborazione nel reperimento delle fonti.

Fonti:

  • La prima banda patrioti della Maiella di Guido D’Orazio
  • RELAZIONE DESCRITTIVA DELLE MOTIVAZIONI LEGITTIMANTI L’ISTANZA DI RICHIESTA DI CONCESSIONE DI RICOMPENSA AL MERITO E AL VALOR CIVILE IN FAVORE DEL COMUNE DI CIVITELLA MESSER RAIMONDO
  • Civitella Messer Raimondo di Lorena Martelli
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Baglioni
  • http://www.civitellamesserraimondo.net/c069024/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/24

Eccellenza d’Abruzzo n. 33 – Manoppello (PE): il Volto Santo

Eccellenze d’Abruzzo arriva in uno dei luoghi più sacri al mondo,  Manoppello, per raccontare la sua 33° Eccellenza (numero non scelto a caso), quella che noi di Abruzzomania riteniamo essere l’Eccellenza Regina, l’Eccellenza più importante d’Abruzzo e del Cristianesimo, il Volto Santo … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 272 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

Foto Centro Turistico TREe

“Pietro corse al sepolcro e, chinatosi, vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto” (Lc, 24,12).  Perché Giovanni – l’apostolo e l’evangelista – fu il primo che credette nella risurrezione di Gesù? Che cosa “vide” per avere “creduto” (come dichiara al versetto 8 del capitolo 20 del suo vangelo), dopo essere entrato nel sepolcro, al seguito di Pietro, in quell”’ottavo giorno” che divenne la prima domenica della storia? Il suda­rio, il grande fazzoletto che avvolge il capo, al contrario delle bende, era avvolto in una posizione UNICA, nel senso di singolare, eccezionale, irripetibile. Infatti, mentre avrebbe dovuto essere disteso sulla pietra sepolcrale con le fasce, era invece rialzato e avvolto. La posizione del sudario appare unica per eccellenza agli occhi di Pietro e di Giovanni, perché è una sfida alla forza di gra­vità”. “Che cosa ha voluto comunicarci Giovanni, ripetendo tre volte in tre versetti successivi quel suo keìmena tà othònia, quel linteamina posita come traduce la Vulgata latina?  il Telo di Cristo, Volto di Cristo, “splendente come mille soli”, straordinaria sorgente d’energia. nella luce e, più propriamente, in una fiamma incandescente che se guardato con amore può riuscire ad annientare completamente le nostre forze!”

“Gesù, primo fotografo della storia, perché questa sua Immagine è simile ad una fotografia! Come autore della sua creazione e utilizzando liberamente le sue regole e i suoi mezzi, Gesù ci ha lasciato, molto prima che gli uomini intervenissero con la fotografia, uno splendido capolavoro di questa “arte”, non come opera delle sue mani, bensì, come ultima traccia della sua presenza reale nella nostra vita mortale.”

Foto Centro Turistico TREe

“Nel Santuario di Manoppello (Chieti) vicino Pescara, in Abruzzo, si conserva una delle reliquie più preziose della cristianità: il Volto Santo del Signore che inonda tutti con il suo splendore. È l’immagine di un uomo con i capelli lunghi e la barba divisa a bande” che qualcuno ha definito il più grande capolavoro di tutti i tempi, se fosse stato fatto da mano d’uomo (ma l’immagine è acherotipa, cioè non dipinta da mano d’uomo), c’è chi lo ritiene essere l’espressione personale di Dio.” “Si tratta della “Veronica Romana” detta, in Abruzzo, “Volto Santo”. Caso unico al mondo in cui l’immagine è visibile identicamente da ambedue le parti, con le tonalità del colore che sono sul marrone e le labbra, leggermente colorate rosso chiaro, che sembrano annullare ogni aspetto materiale. Un velo tenue di bisso, tanto che ponendo un giornale dietro il panno, lo si può facilmente leggere anche ad una certa distanza. I fili orizzontali del tessuto sono alquanto ondeggianti, il tessuto stesso è di semplice struttura, cosicché l’ordito e la trama si intrecciano nella forma più semplice come in una normale tessitura e le misure del panno sono 17,5 di base x 24 cm. di altezza. Una reliquia tanto piccola, quanto immensa per il suo valore religioso, storico e culturale.”

Foto Centro Turistico TREe

E’ per noi di Abruzzomania senza dubbio l’immagine di Cristo ed ognuno di coloro che leggerà, tragga le conclusioni che preferisce, noi siamo di questa idea! “E’ impressa, senza i pigmenti tipici della pittura, su un piccolo fazzoletto di bisso marino, tessuto preziosissimo, conosciuto da migliaia di anni, che si ricava dalla Pinna Nobilis, gigantesca cozza alta più di un metro che rimane attaccata alla terra sotto il fondale marino grazie a una peluria da essa prodotta, che viene utilizzata per ottenere un filo sottilissimo, filo con cui è tessuto il telo del Volto Santo.” “Porta impressa l’immagine del Volto di Nostro Signore con chiari segni di ferite e di ematomi e possiede alcune proprietà straordinarie come il fatto che essa è visibile alla stessa maniera da entrambi i lati, essendo il telo molto trasparente, inoltre l’immagine risplende e si modifica a seconda della posizione e dell’intensità della luce (ciò che sarebbe una proprietà del bisso marino). Il velo è conservato in una preziosa cornice posta sull’altare maggiore della chiesa dei cappuccini della cittadina. A differenza della Sindone di Torino, che raffigura la sagoma di un uomo torturato e ormai deceduto, quindi con gli occhi chiusi, il Santo Volto di Manoppello rappresenta il volto di un uomo terribilmente torturato e sofferente, ma vivo e con gli occhi aperti.”

Foto Centro Turistico TREe

“Ciò può significare una delle due cose: o l’immagine si è formata prima del decesso durante il supplizio della Via Crucis (si tratterebbe del racconto della Veronica che asciuga il Volto martoriato del Signore sulla via del Calvario, storia a noi pervenuta piuttosto tardi (VI-VII secolo) tramite l’apocrifo Atti di Pilato, oppure si tratta del secondo Sudario, posto nel sepolcro del Signore sopra la Sindone,  diverso da quello della deposizione di Oviedo. Se questa seconda ipotesi fosse quella giusta, il Volto Santo starebbe a testimoniare la resurrezione dell’Uomo che rappresenta. Su queste tre santissime reliquie la scienza ha voluto fare le sue indagini, soprattutto sulla Sindone, dichiarandole tutte e tre un mistero, cioè non spiegabili con alcuna delle scienze umane. Non si tratta quindi di opere artificiali, perché, tra l’altro, manca qualsiasi traccia di colore sui tre tessuti. Molte ricerche sono state fatte da diverse branche della scienza: dalla medicina alla storia della tessitura, dalla chimica e fisica all’ottica e alla botanica (ricerca dei pollini impigliati nel tessuto della Sindone). Nessuno ha potuto trovare spiegazioni scientifiche e razionali su come le immagini si siano potute formare. L’unico test negativo, è quello  del carbonio 14 realizzato sulla Sindone, che però, asseriscono taluni scienziati, sarebbe stato fatto con metodologie inadeguate che non tenevano conto delle condizioni chimico-fisiche delle varie vicende cui fu sottoposta la reliquia e del calore sprigionato dal fuoco nella cappella di Chambéry.”

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Tre immagini dunque che qualcuno ha provato a sovrapporre, nonostante le loro differenze oggettive e che danno origine ad un unico volto di Uomo. I sudari per ora riconosciuti come reliquie di Cristo sono tre. Il più importante è il lino della Sacra Sindone di Torino in cui fu avvolto il corpo del Signore nel sepolcro e vi è rimasta impressa l’immagine su tutta la sua lunghezza sia di faccia che di spalle. Sono visibili i segni delle torture subite: fuoruscite di sangue e di siero, flagellazione, coronazione di spine, perforazione di mani e piedi dovuti alla crocefissione, tutta la narrazione evangelica della Passione.  Poi abbiamo il Sudario di Oviedo, un drappo di lino utilizzato probabilmente da Giuseppe d’Arimatea, dopo la morte del Nazareno, per far uscire dalla bocca e dal naso di Gesù il sangue accumulato che non mostra i lineamenti ben tracciati del Volto e del Capo del suppliziato, con estese chiazze del preziosissimo sangue soprattutto in corrispondenza del naso e della bocca, conservato nella Cattedrale del capoluogo delle Asturie. Infine abbiamo il Volto Santo di Manoppello. Secondo uno studio scientifico, la sovrapposizione di queste tre reliquie fatta in modo cronologico darebbe vita ad unico Volto. Se sopra il volto raffigurato nella Sindone, quindi, sovrapponiamo il lino di Oviedo e infine il Volto Santo, tutto sembra coincidere: ferite, parti anatomiche, proporzioni del viso, segni della passione. A parte il gruppo AB sanguigno coincidente con la Sacra Sindone, le macchie ematiche combaciano perfettamente con quelle del Sudario di Oviedo e con le tracce che troviamo nel Volto Santo.

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Ma andiamo per ordine: raccontare come il Volto Santo sia giunto a Manoppello è come raccontare la trama di un romanzo giallo. Iniziamo dal 705 quando compare a Roma con il nome di Veronica e nello stesso anno scompare da Costantinopoli l’immagine di Camulia (si tratta della stessa “cosa” che nei diversi posti e in tempi diversi cambia nome). Si arriva al 1204 quando l’impero Romano d’Oriente, detto Bizantino, era ancora potente, con il Papa restio a mostrare questa immagine che successivamente inizia a essere venerata ufficialmente. Poi scompare per un certo periodo da Roma per riapparire quando correva l’anno del Signore 1638, con i frati cappuccini di Manoppello che entrano in possesso di questa importante reliquia. Un pellegrino, si dice proveniente dalla Palestina, consegna a Donat’Antonio Leonelli un velo. A questo velo, il VOLTO SANTO, sarà per sempre legato il nome di questo paese, MANOPPELLO. P. Donato da Bomba, nel 1640, scrive la famosa “Relazione Istorica”, conservata nell’archivio provinciale di cappuccini de L’Aquila. In essa viene narrato come il Volto Santo sia giunto a Manoppello portato da un misterioso pellegrino, restato in casa Leonelli fino al 1608, preso con forza da Pancrazio Petrucci, venduto a Giacom’Antonio De Fabritiis e da questi donato ai cappuccini.  La chiesa in cui viene esposto alla venerazione del popolo il Volto Santo il 6 Aprile 1646, fu dedicata a S. Michele Arcangelo e per circa quarant’anni non fu oggetto di culto pubblico, ma custodito quasi privatamente in una nicchia a lato destro dell’altare maggiore. Solo nel 1686 viene costruita nel lato sinistro della chiesa una piccola cappella con un altare ove si trasloca la sacra reliquia e viene introdotta la festa liturgica del 6 agosto, giorno della Trasfigurazione del Signore.

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“L’immagine del Volto Santo per il modo in cui  si è impressa sul velo si colloca al di fuori della spiegazione scientifica. E’ come una diapositiva che ha un davanti e un rovescio. Il rovescio è l’immagine vista in uno specchio. Ponendo il velo contro la luce l’immagine sparisce, rimane solo stoffa bianca ma nella parte in alto fuori dalla figura si nota un diverso tipo di tessuto. Si può addirittura leggere un libro attraverso l’immagine!  La stoffa è molto antica, con una superficie ruvida, ma da un momento all’altro la stessa stoffa appare con una tessitura finissima, trasparente, splendente.  Il volto umano che si vede può essere con un colorito intensissimo e delineato con molta precisione nel disegno dei capelli (immagine che appare compatta in una tonalità scura di un ocra a tratti verdeggiante come nelle icone russe) o si può vedere un tessuto trasparente tanto è sottile. Gli occhi sono di un bianco intenso, con uno sguardo gentile, c’è come un sorriso nell’espressione.  Questo Volto diventa ancora  più  vivo  sotto  i raggi ultravioletti o quando la luce passa dietro e assume un aspetto fluorescente, si vedono delle macchie che sembrano graffi sulla pelle, sulla fronte, sulle guance. Anche il bianco degli occhi, normalmente chiarissimo, e le palpebre, sotto una tale illuminazione, mostrano delle macchie strane.  Guardando i capelli si nota che l’intensità del colore è la stessa vista da entrambe le parti.”

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“Allora vien da chiedersi perché Manoppello sia relegato ai margini dei grandi itinerari storici dei pellegrinaggi cristiani? Probabilmente perché il Volto Santo di Manoppello ha avuto una storia contrastata e misteriosa, per così dire, in secondo piano rispetto alla più famosa Veronica custodita per secoli in San Pietro in Vaticano? Forse perché è superfluo e insostenibile qualsiasi confronto tra la metropoli Torino, già capitale del Regno ed un piccolo e sconosciuto paesino abruzzese, che sconta secoli di distanza e di indifferenza da parte della sua ex capitale (Napoli); per non parlare dell’improponibile coinvolgimento di studiosi della già allora prestigiosa Sorbona di Parigi, con il Volto Santo, studiato in modo approfondito solo negli ultimi anni?”

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“Per fortuna ci sono state le ricerche della tanto piccola quanto immensa Suor Blandina Paschalis Schlömer, donna molto meticolosa, icona del Volto Santo, che ha dedicato la sua vita al Volto Santo, tanto che da alcuni anni ha trasferito la sua residenza come eremita a Manoppello e della sua sensazionale idea sulla sovrapposizione dei due volti, Volto Santo e Sindone di Torino, con la definizione dei famosi punti di concordanza. che ha sviluppato in campo artistico un nuovo metodo di sovrapposizione a cui lavora da vent’anni, che hanno fatto da cassa di risonanza a quella, che se tutto dovesse essere confermato, può essere a giusto titolo definita come la più importante reliquia della cristianità, addirittura più importante per valore religioso alla Sacra Sindone! Da sottolineare che nuove tesi emerse dai lavori di Padre Pfeiffer e di Suor Blandina potrebbero essere di notevole sostegno anche alla rivelazione della effettiva autenticità della Sindone stessa.”

Foto Centro Turistico TREe

Questo lavoro straordinario sulla coincidenza dei Volti non è una teoria o una leggenda, ma è un metodo empirico, scientifico, matematico, fisico, seguito passo dopo passo per dimostrare la concordanza di questi punti sulle due reliquie, fenomeno inspiegabile, ma a livello scientifico, invece, la spiegazione esiste ed la concordanza al 100% tra i due volti! A ciò bisogna aggiungere l’altro elemento di straordinario interesse che è la concordanza del volto sul velo di Manoppello con quello rappresentato sulle icone. Con l’aiuto del computer si è potuto dimostrare che sovrapponendo il velo di Manoppello alle immagini delle icone giunte fino a noi esiste una concordanza che statisticamente si attesta tra il 95 e il 100%. Trattasi di percentuale altissima a livello scientifico, e prova inconfutabile che non ci riferiamo ad un fenomeno casuale, verificatosi contro ogni legge della probabilità.

Foto Centro Turistico TREe

“La coincidenza tra i volti di Manoppello e di Torino è oramai acclamato che sia un fatto oggettivo, mentre è più difficile fornire una spiegazione scientifica della loro perfetta sovrapponibilità, con l’unica spiegazione possibile è che i due teli debbano essersi trovati nello stesso posto! Potremmo dire che le due reliquie siano state collocate insieme sul volto di Cristo, con il sudario sopra la Sindone, come sostiene il Prof. Pfeiffer. A sostegno di questa tesi inoltre c’è la tecnica fotografica, in base alla quale i due teli devono essere stati uno sull’altro, altrimenti la concordanza al centesimo di millimetro sarebbe impensabile. Inoltre sul Volto Santo è riscontrabile il fenomeno dell’oscillazione dei colori e sul tessuto di bisso marino non si può dipingere, di qui la caratterizzazione dell’essere immagine acherotipa, cioè non dipinta da mano d’uomo.”

Foto Centro Turistico TREe

“Qualcuno sostiene che sia il dipinto che ha copiato la Sindone, ma se uno dipinge con la massima perfezione da due parti di un telo (perché ricordiamo che è possibile vedere l’immagine su entrambi i lati), non risulta mai la totale trasparenza come nel Volto Santo di Manoppello ed essendo stata dimostrata la perfetta sovrapponibilità con la Sindone di Torino, il presunto pittore, avrebbe dovuto prima porre il suo telo sopra la Sindone e copiarne esattamente le fattezze dal negativo, tenendo conto che la Sindone si può vedere solo ad una distanza di almeno un metro e cinquanta, per cui impossibile pensare che siano stati copiati tutti i dettagli così che corrispondano elemento per elemento. Difatti nessun copista ha potuto fare fino ad oggi una perfetta copia della Sindone con mezzi puramente artistici. Infine il presunto pittore avrebbe dovuto girare il tessuto e dipingere dall’altra parte con altrettanta perfezione. Si vede chiaramente che questo procedere non fu possibile per nessun artista, quantomeno per uno del primo o secondo decennio del Cinquecento.”

Foto Sudariumchristi.com

“Altri fenomeni inspiegabili sono che se uno si guarda il Volto e ci si muove a destra e a sinistra, ad un certo momento si vedono le labbra rosa, poi sparisce questo rossore e le labbra diventano brune. Se si illumina diagonalmente dal di dietro, si vede solo un chiaro bruno in diverse tonalità e il rosa sparisce del tutto. Se si illumina dal davanti, viene fuori un bruno più intenso ed anche il rosso delle piaghe della corona di spine alle tempia. Se si toglie del tutto questa illuminazione artificiale, i colori spariscono e viene fuori nella figura un leggero grigio. Tutti questi cambiamenti si possono osservare meglio durante la solenne processione di maggio, con la luce del giorno all’aria aperta. Per cui come spiegare questi colori che cambiano? Se sono colori, come all’occhio appare, di che natura sono? Tale oscillazione di colori infatti si riscontra solo nella natura stessa. Un esempio di colorazione naturale che cambia è nei pesci del Mar Caraibico o nelle ali di farfalle in zone tropicali che oscillano, secondo l’angolatura, tra l’azzurro e il grigio, ma si deve sapere che nella natura non esistono colori, ma qualsiasi oggetto colpito dalla luce bianca, assorbe una parte della luce e riflette il colore complementare, per esempio assorbe il verde e riflette il rosso. Il fenomeno dell’oscillazione è dato così che la superficie dell’oggetto ha diverse angolature e secondo queste angolature, riflette a volte uno e a volte un altro colore. Quindi i fili del tessuto del Volto Santo devono essere cambiati o in superficie o dentro per permettere lo stesso fenomeno. Nessun artista con alcuna tecnica, conosciuta e non conosciuta, può cambiare un tessuto in questa maniera da permettere il fenomeno. in altre parole.”

Foto Centro Turistico TREe

“Possiamo pertanto affermare che mentre il tessuto finissimo è opera umana, l’immagine che si vede in esso e si comporta come un fenomeno che si riscontra nella natura non lo è. Questa combinazione inseparabile tra opera umana (tessuto) e fenomeno naturale (immagine), al momento possiamo  chiamarla con l’unica parola che il dizionario ci mette a disposizione; “miracolo” che perdura finché il tessuto non si corrompe, tessuto così fine, dichiarato come bisso marino da Chiara Vigo, l’unica tessitrice conosciuta di questo materiale, che si riscontra solo nell’antichità. Ma un bisso marino si può “tingere”, per esempio metterlo a bagno di porpora, ma non vi si può “dipingere” sopra perché il sale rimanente tra i fili farà prima o poi staccare dai fili qualsiasi colore.”

Foto Centro Turistico TREe

Se il primo studio sulla Sindone risale al Febbraio del 1965,  la prima conoscenza del Volto Santo di Manoppello è del 1977 che nel 1984 viene a contatto con Werner Bulst ed Heinrich Pfeiffer, già esperti della Sacra Sindone. In questo periodo inizia lo studio del confronto Sindone/Volto, ottenendo, nel 1991, la prima “sovrapposizione”. Nel 1998 in occasione del convegno intitolato il “Volto dei Volti” tenutosi a Roma, sono esposti i 27 pannelli che dimostrano la piena convergenza della due immagini; pannelli che formano attualmente la nota “Mostra Penuel” di Manoppello.

Foto Centro Turistico TREe

“Dipinto a olio? No, perché dovrebbe esserci almeno un po’ di deposito di colore tra un filo e l’altro. Acquerello? No, perché i contorni dell’immagine sono così netti nell’occhio, nella bocca e questa tecnica avrebbe sicuramente intriso in maniera non precisa il filo e quindi avrebbe determinato sbavature nei dettagli. Una stampa? No, perché il velo l’immagine è perfettamente visibile su entrambi i lati. E se, come qualcuno ipotizza, fosse un’opera del 1500,facciamo notare che in questo periodo le tecniche utilizzate non erano così sofisticate. E’ un mistero? E’ sicuramente tutto molto misterioso e questo mistero affascina chiunque entri in contatto con esso ma con un cuore puro, per noi di Abruzzomania è invece e semplicemente il Volto di Gesù resuscitato!”.

Fonti: Albino Gobbi del Centro Studi San Claudio

Badde Paul, La seconda Sindone

Gaeta S., L’enigma del volto di Gesù

Pfeiffer Heinrich   Il Volto Santo di Manoppello

Breve storia di tre simboli della cristianità e rispettivi itinerari di Felice Maggia

https://www.voltosanto.net/

https://it.wikipedia.org/wiki/Volto_Santo_di_Manoppello

http://www.comune.manoppello.pe.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Manoppello

Puntata di “Indagine ai Confini del Sacro” andata in onda il 14 giugno 2016 su Tv2000 (Canale 28) https://www.youtube.com/watch?v=0AQp-XmXFp0

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=dNGvAAbIIt4

https://www.youtube.com/watch?v=49XVKvTmsuM

https://www.youtube.com/watch?v=k-ReMVLKThY

https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=JObplz5JZGI

https://www.youtube.com/watch?v=–Laxb1Nzhc

Eccellenza d’Abruzzo n. 32 – Caporciano (AQ): Oratorio di San Pellegrino in Bominaco

Eccellenze d’Abruzzo oggi incorona regina d’Abruzzo  Caporciano e la sua eccellenza, l’Oratorio di San Pellegrino di Bominaco … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 273 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

Chiedo scusa per la lunghezza, ma una delle più importanti meraviglie d’Abruzzo non meritava di essere descritta in poche righe!

L’Oratorio di San Pellegrino, dichiarato nel 1902 monumento nazionale, e considerato uno dei capolavori dell’Abruzzo romanico-gotico, si trova nello splendido borgo medievale di Bominaco del comune di Caporciano, in località Mamenacus (antico nome di Bominaco) in provincia dell’Aquila, ed è dedicato a San Pellegrino, monaco e martire Cristiano che, intorno al IV secolo, venne dalla Siria in queste zone dove era venerato e trovò la morte e sulla cui tomba venne costruita questa chiesa intorno all’VIII secolo, in seguito appartenuta ad un complesso monastico benedettino del quale fa parte la vicina chiesa di Santa Maria Assunta.

 

Definito a ragione, la “Cappella Sistina d’Abruzzo”, meraviglioso gioiello ed esempio di arte romanica, è la più grande testimonianza ed uno dei tesori più straordinari di pittura medioevale abruzzese. E’ chiamato anche la “Cappella degli Scrovegni di campagna”, perché chi varca la soglia del piccolo edificio può solo restare incantato dinanzi alla ricchezza della decorazione, della luce emanata dalle singole scene che si susseguono in un disordine solo apparente ed anche “la Bibbia dei poveri” perché gli affreschi di Bominaco ci restituiscono oggi i toni, le atmosfere e i linguaggi di una società medioevale e rurale per lo più analfabeta, dove la superstizione e la religione dettavano i tempi, le regole e gli stili di vita. Una vita precaria, fatta di paura, di fame e soprusi, di insicurezza, dove le speranze erano riposte nella preghiera e nella devozione e chi non aveva la bibbia qui poteva “leggerla”.

“E’ difficile immaginare quanta bellezza e ricchezza pittorica sono ammirabili in questo Oratorio che all’apparenza sembra una delle tante piccole chiesette di campagna. Al suo interno si resta incantati ad osservare lo spettacolo di questo luogo “magico”… “un luogo dove magia e Fede si incontrano e si congiungono” ed il ciclo di affreschi ci apre una finestra sul passato riuscendo a comunicare attraverso il tempo in modo straordinariamente efficace.”

Ricostruito nella seconda metà del XIII secolo per opera dell’abate Teodino (data certa della riconsacrazione è il 1263, come dimostra l’iscrizione sotto il piccolo rosone sulla parete di fondo dell’oratorio che recita: “H DOMUS A REGE CARULO FUIT EDIFICATA ADQ P ABATEM TEODINUM START RENOVATA CURREBA…..NNI DNI TUNC MILLE CC ET SEXAGINTA TRES LECTO…….DICITO GENT….”.), si pensa che sia stato eretto per ordine di Carlo Magno (o di Carlo il Calvo)  a cui San Pellegrino gli sarebbe apparso in una visione in seguito alla quale avrebbe rinvenuto, non lontano dal monastero, il corpo del martire, decidendo così di erigere una chiesa a lui dedicata poiché sull’architrave del rosone si legge un’iscrizione che lo riguarda e perché fornì alla chiesa dei terreni e la donò all’Abbazia di Farfa, dalla quale alcuni monaci vennero per fondare una comunità monastica.

L’oratorio, 110 m2 di semplicità, perché quasi grezzo, che visto dall’esterno sembra una piccola chiesetta, come tante, è armonioso e movimentato solo dalla presenza di due rosoni, il primo posto sulla sua facciata frontale ed il secondo su quella posteriore. In un secondo momento la parte anteriore è stata arricchita della presenza di un porticato. Il piccolo ambiente dispone di un’unica navata senza abside è lungo 18,70 metri per 5,60 metri di larghezza, sormontata da una volta a botte ogivale, coperto da volte a cielo di carrozza. Le pareti interne della chiesa sono interamente coperte da affreschi e, insieme a quelli della vicina chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa, rappresentano una testimonianza importante della pittura medioevale abruzzese.

Liberato dai rifacimenti ottocenteschi nel corso del restauro, terminato nel 1938, l’altare custodiva al suo interno il corpo del santo, sicuramente motivo di grande orgoglio per l’abbazia, secondo un uso attestato già dal V secolo circa, volto, attraverso la deposizione di reliquie, ad identificare l’altare con la tomba stessa di Cristo, assimilandolo così al sepolcro.

Nel mezzo della chiesa due plutei sono rappresentati da un drago e un grifo, probabilmente sono di riporto da Peltuinum. L’intero corpo dell’edificio è ricoperto di affreschi, stride il contrasto tra l’esterno ed interno, quasi sembra dirci “di guardare oltre le apparenze” e che la vera ricchezza la troviamo nella “semplicità” e probabilmente dove non immaginiamo.

Il culmine della volta, in ogni campata, presenta decorazioni sempre diverse che si stendono come preziosi tessuti ricamati. Sulla prima un cielo blu notte ricoperto di grandi stelle che, regolari e disposte su file, lo illuminano. Tra queste, a sinistra, tre misteriosi uccelli, due bianchi e uno nero, si appoggiano sulla cornice. La campata successiva è un tripudio di colore: due nastri bruni si intrecciano dando luogo ad anelli continui riempiti all’interno da rossi fiori, da ottagoni bicromi, losanghe decorate, tutto a ricoprire un cielo azzurro sul quale, tra gli anelli, compaiono le stelle. Curiosa la presenza della figura di un leone, simbolo dell’Evangelista Marco, apparentemente inserito senza uno scopo preciso all’interno della decorazione. Sulla terza campata è invece una fascia che spartisce geometricamente lo spazio, nei toni sfumati del rosso e dell’azzurro, ripiegandosi rigida e tridimensionale. Nell’ultima campata un più regolare, dal punto di vista coloristico, modulo geometrico, crea, tra grandi stelle a otto punte, motivi cruciformi rossi e verdi. Ovunque quindi torna la stella, anche se in forme diverse e il cielo quale elemento unificatore dell’insieme, accompagnato ai tralci vegetali che, più rigogliosi e naturalistici in alcuni punti, più stilizzati e rigidi in altri, incorniciano scene, spartiscono spazi, celano ed annullano le strutture portanti.

Lo straordinario ciclo di affreschi pittorici istoriati intrecciati tra loro, in modo complesso e a tratti disordinato, rappresenta episodi tratti dal Vangelo, la Deesis (dal greco δέησις, “supplica”, “intercessione”), tema iconografico cristiano di matrice culturale bizantina molto diffuso nel mondo ortodosso, uno dei più antichi calendari monastici con le personificazioni dei mesi, i segni zodiacali e le fasi lunari, e per avere più chiara la disposizione delle scene è bene tener conto che queste vedono nella controfacciata il loro inizio o la loro fine, disponendosi secondo un principio circolare, che si sviluppa da sinistra a destra, per cui l’apparente senso di disordine è in realtà frutto di una logica compositiva atta a trascendere lo spazio architettonico, favorendo il coinvolgimento del fedele in uno spazio spirituale, puramente cristiano.

Pertanto è seguito un filo logico e discorsivo sulla vita di Cristo e sono intitolati,  rappresentati sulle pareti interne del modesto edificio e dipinti da maestri differenti, “Il Maestro dell’Infanzia”, “Il Maestro della Passione”, “Il Maestro Miniaturista” e “Il Calendario Bominacense”. Il primo ciclo dedicato alle Storie dell’Infanzia che comprende Annunciazione, Visitazione, Natività, Annuncio dei pastori, l’Adorazione dei Magi e la Strage degli Innocenti; poi i due cicli forti dell’Anno liturgico, il ciclo del Triduo pasquale della Passione di Cristo, con l’entrata a Gerusalemme, la lavanda dei piedi, l’Ultima cena, il tradimento di Giuda, l’arresto, il processo, Pilato che si lava le mani, la Flagellazione, la Deposizione dalla croce, la Deposizione nel Sepolcro, indi l’Incontro e l’apparizione ad Emmaus, la Vita di Maria, direttamente sulla porta d’ingresso due Profeti del Vecchio Testamento, Zaccaria in alto ed Isaia in basso e scene del Giudizio Universale, diviso nelle scene della Pesa delle anime, i 3 patriarchi con le anime in grembo dei beati dopo la morte e S. Michele che pesa le anime, poi Adamo, Daniele, Samuele, Salomone ed Elia, San Pietro che apre le porte del paradiso, Cristo assiso Benedicente tra i 4 Apostoli, poi cinque figure di Profeti, Mosè, Giobbe, Giona, Isaia Abdia, scene dell’Inferno con i dannati torturati dai demoni, cui seguono, il ciclo del Natalizio più gli apostoli e i vari santi che la comunità onorava nelle proprie chiese, tra cui 6 storie dedicate a San Pellegrino e sotto il suo affresco gigantesco è visibile il gruppo dei 4 Santi, San Cristoforo (presenza giustificata dalla credenza, non solo abruzzese, che, se guardato giornalmente, avrebbe preservato da una morte improvvisa, come si legge anche dall’iscrizione posta tra le sue gambe), Sant’Onofrio, San Martino (che divide il mantello con il povero), e San Francesco d’Assisi (rivolto a destra con il busto, il suo gesto con la mano sinistra si può mettere in relazione con la scena corrispondente sul lato opposto, l’Ingresso a Gerusalemme, inerente la Passione, fungendo così da tramite tra il fedele e l’avvenimento della storia santa), come indicato nell’interessantissimo e raro Calendario liturgico cristiano Bominacese ivi dipinto, tra i pochi e meglio conservati, di cui restano leggibili soltanto i primi sei mesi raffigurati tramite i segni zodiacali, le attività dell’uomo e le festività della diocesi di Valva (Corfinio), al quale apparteneva l’oratorio, con il mese di Gennaio rappresentato da un uomo che beve vino, Febbraio da un uomo che pota un albero, Marzo da un uomo dormiente, Aprile da un uomo che tiene due fiori, Maggio da un uomo a cavallo con un fiore e infine Giugno da un uomo che coglie il frutto. Il tempo del lavoro dell’uomo si identifica così con il tempo di Dio, l’Ora et Labora della regola di S. Benedetto, con lo spazio architettonico della chiesa che scandisce il tempo della chiesa stessa. Per finire, al culmine della controfacciata si osserva un medaglione con l’Agnus Dei, simbolo per eccellenza del sacrificio di Cristo anche se le scene della Crocifissione e della Resurrezione non compaiono poiché gli affreschi in San Pellegrino celebrano i contenuti essenziali della fede cristiana.

Tali cicli si mostrano lineari, ma spesso alcuni riquadri sono più grandi degli altri, occupando tutto lo spazio, con distinzioni appena visibili nella separazione delle sequenze da cornici esili. Dipinti, quando si osservano meritano un religioso silenzio, perché è l’energia del luogo “che parla”. Gli storici hanno evidenziato la mano di tre artisti per via delle differenze tra i cicli, per questo si ritiene plausibile che gli affreschi furono concepiti come emanazione della stessa liturgia che i monaci celebravano nel coro conventuale e che pertanto gli autori dei vari affreschi furono gli stessi monaci. Infatti “L’insieme pittorico esprime una simbiosi culturale che soltanto la comune educazione teologica e la medesima sensibilità monastica potevano produrre.

Un bassorilievo con due angeli intorno ad un piccolo foro e un’iscrizione che recita “CREDITE QUOD HIC EST CORPUS BEATI PELLEGRINI”, si trova in una cavità a destra del blocco d’altare, nella quale, secondo la tradizione locale, era possibile inserire il capo appoggiando l’orecchio in corrispondenza del foro e così ascoltare il battito del cuore del santo. Probabile reviviscenza dell’antico rito dello “strofinamento” con la terra nella quale trasferire il proprio male, connesso, in epoca cristiana, generalmente a quei santi che avevano un particolare legame con le grotte. Quest’uso si ritrova anche in altri luoghi sacri d’Abruzzo, ad esempio nell’Eremo di S. Venanzio a Raiano o a Santa Colomba ad Isola del Gran Sasso.

Gli spazi interni dell’oratorio sono divisi in due da due plutei decorati da un simurgh sasanide, una sorta di drago e un grifone, animale mitologico della cultura mesopotamica, che servivano per separare gli spazi dedicati ai fedeli da quelli riservati ai catecumeni.

Vari sono i riferimenti, da quelli della tradizione iconografica bizantina delle scene, desunta soprattutto dai modelli offerti dalla miniatura orientale, sulla quale si innestano elementi tipici della cultura occidentale, specialmente locale abruzzese. Ad esempio l’abito indossato da Maria Vergine nella scena della Visitazione, composto dal “maphorion” sotto il quale si vede spuntare la veste a rombi, desunta dal vestiario locale, e in molte scene si nota il superamento dell’immobilismo bizantino-romanico, infatti alcuni brani fanno capolino elementi iconografici d’ispirazione francese.

I riquadri volgono alla ricerca del particolare con spunti di vita quotidiana, e gesti dei personaggi fortemente espressivi. Manca nel ciclo la Crocifissione, sostituita dalla Deposizione, episodio non troppo frequente nella tradizione occidentale. Il particolarismo è presente soprattutto nella scena di Emmaus, con la corta veste e il bastone, descrittivismo autentico degli affreschi di Bominaco. L’uso disinvolto del colore e il disinteresse per gli effetti plastici e spaziali portano il maestro della Passione verso la ricerca di una resa popolaresca bidimensionale della realtà.

Il ciclo di affreschi si denota una certa uniformità di linguaggio che è caratterizzato dal naturalismo gotico sul quale si innestano richiami benedettini e bizantini la cui personale reinterpretazione fanno del ciclo di affreschi di Bominaco una testimonianza preziosa, anticipatrice della stagione pittorica duecentesca, prima della pittura giottesca, che con l’introduzione della tridimensionalità cambierà per sempre l’arte italiana ed europea.

Ciò che rimane misteriosa è l’identità del santo che l’iscrizione nel primo riquadro indica proveniente dalla Siria: “DE SIRIA S(an) C(tu)S PEREGRINU (s) VE(n) IT AD URBE(m)”. Il Pellegrino qui citato che il Calendario dipinto indica celebrato il 18 Novembre e le storie rappresentate, non coincidono con nessun S. Pellegrino conosciuto. Si escludono così il S. Pellegrino venerato sull’Appenino Tosco-Emiliano, il S. Cetteo vescovo di Amiterno venerato sulle coste dalmate con il nome Pellegrino, annegato nel 590 dai Longobardi nelle acque del fiume Pescara e festeggiato il 13 Giugno, il S. Pellegrino, le cui reliquie sono conservate ad Ancona ed il santo vescovo di Terni festeggiato il 16 Maggio.

Ricollegandosi alla presunta fondazione carolingia citata nel Chronicon Vulturnense, lo stesso imperatore Carlo Magno, dopo la visione, dovette chiedere agli abitanti del luogo notizie sulla vita del santo a lui apparso. Si potrebbe allora ipotizzare l’esistenza di un culto locale di origine popolare che trasforma un santo pellegrino in San Pellegrino, protettore dei viaggiatori, visto che nella prima scena il santo indossa un copricapo tipico del pellegrino?

Per finire? Una sola parola: “IMMENSO”!

Foto by Centro Turistico TREe

Fonti: Wikipedia – Serafino Lo Iacono,  “Bominaco, insonne desiderio di Dio” – Rossella Tirimaccohttp://abruzzoforteegentile.altervista.org/la-cappella-sistina-dabruzzo-loratorio-di-san-pellegrino-a-bominaco/

http://abruzzando.com/oratorio-di-san-pellegrino-bominaco/ http://www.storiadellarte.com/articoli/guida/AFFRESCHI%20ORATORIO%20DI%20SAN%20PELLEGRINO.html

http://www.iluoghidelsilenzio.it/oratorio-di-san-pellegrino-caporciano-aq/

http://www.comunecaporciano.aq.it/c066022/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/9

https://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=150510&pagename=57http://www.camminareinabruzzo.it/2017/03/07/il-meraviglioso-ciclo-di-affreschi-di-san-pellegrino-a-bominaco/http://discoveryabruzzomagazine.altervista.org/caporciano-aq-il-borgo-medievale-di-bominaco-a-cavallo-fra-leggenda-e-storia-mitologia-e-religione/