Eccellenza d’Abruzzo n. 46 – Navelli (AQ): il Borgo Medievale delle 14 Chiese

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 46° Eccellenza, , quella del comune di Navelli in provincia di L’Aquila e il suo antico Borgo Medievale delle 14 Chiese. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 259, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Il borgo di Navelli, uno dei castelli più antichi della diocesi Valvense, fu fondato dagli abitanti di vari villaggi, a causa del fenomeno dell’incastellamento e si sviluppò in epoca medievale (VIII-X sec.) per motivi strategici e difensivi, per riunire tutti i villaggi in un unico castello sito su di un colle, una fortezza con torre (trasformata in epoca rinascimentale in campanile della chiesa parrocchiale) dove potersi rifugiare in caso di pericolo, costruendo intorno ad essa le rispettive case. Da evidenziare alcune delle chiesette medievali che appartenevano ai citati villaggi, come la chiesa di S.Maria in Cerulis che anticamente faceva parte del “Vicus Incerulae” e al tempo dei Vestini era un tempio dedicato ad Ercole Giovio.

Navelli è storicamente un centro agricolo e pastorale conosciuto nel mondo per la produzione dello zafferano dell’Aquila DOP. L’”oro rosso” qui cresce sano e purissimo ma, anche se il più prezioso, non è l’unico prodotto che caratterizza il borgo, infatti sono da citare anche l’olio d’oliva, uno dei pochi extravergini della zona, le mandorle e i ceci, piccoli e saporiti, ma decisamente una delle cose più belle da vedere è lo storico borgo medievale con il suo centro antico che si aggrappa alla collina dove si erge in cime il palazzo baronale Santucci, ricavato dal castello predetto. La porzione est del borgo, attorno l’ex chiesa di San Giuseppe, è purtroppo in rovina per abbandono, anche se dopo il terremoto del 2009 si sono fatti progetti per il recupero, in parte andati in porto con il restauro delle chiese e di antiche case. Le case si caratterizzano per la muratura in pietra locale, attaccate le une alle altre, sfruttando l’orografia e le antiche mura medievali che sono state inglobate insieme alle porte, di cui rimangono i toponimi; caratteristici i supportici e gli angiporti, il tutto cinto da mura e rivolto ad oriente.

L’unica chiesa del centro era intitolata a S. Pelino, protettore del borgo, ma in seguito fu costruita la chiesa di San Sebastiano, sita al di sotto della fortezza, divenuto patrono in epoca rinascimentale, che godeva del titolo di arcipresbiterato (di cui godeva anche l’antica chiesa di S.Maria in Cerulis) . Le nuove abitazioni furono costruite all’altezza di una delle ville che concorsero alla fondazione del paese, la “Villa di Piceggia grande”, e in epoca rinascimentale si ampliarono fino alla “Villa di Piceggia piccola”. Ancora oggi il paese è suddiviso in due parti: una medievale chiamata “Spiagge grandi”, da Piceggia grande, e l’altra rinascimentale chiamata “Spiagge piccole”, da Piceggia piccola. Dopo il forte terremoto del 1456  il paese fu in parte ricostruito e sulle mura di cinta, spostate più a valle, nel seicento furono inglobati diversi palazzetti signorili che, restaurati dopo il terremoto del 1703, presero le tipiche caratteristiche del barocco, come il palazzo Onofri con annessa cappella gentilizia e una loggia, nella zona delle spiagge grandi al quale era annessa una delle cinque porte di accesso al paese “Porta Villotta” detta anche “Porta Sud”.

Secondo una tradizione, priva di un’attendibile documentazione, il nome del paese deriverebbe da Nava che vuol dire conca riflettendo la posizione geografica del paese, ma ancor più remota è la leggenda popolare secondo la quale il paese originariamente portava il nome di “Novelli“, poichè nato dall’unione di Nove ville: Villa del Plano, Villa della Piceggia (o Piaggia) Grande, Villa della Piceggia (o Piaggia) Piccola, Villa di S.Maria In Cerulis, Villa di Sant’Angelo, Villa di Turri, Villa dei Pagani, Villa del Colle e Villa di Santa Lucia. Secondo la leggenda gli abitanti dopo aver partecipato alle crociate in Terra Santa, per ricordarle, decisero di trasformare il nome del paese da Novelli a Navelli e di introdurre uno stemma civico per far rimanere duratura l’impresa nel tempo. Tale arma da principio era rappresentata da una “nave flottante sul mare, con un sinistrocherio di carnagione, uscente dalla prua della nave, impugnante l’asta di una croce latina movente dalla nave” con il motto “In Medio Mari Portum Teneo”  e in seguito fu rappresentata da  “una nave flottante sul mare, sostenente cinque banderuole, caricate di una croce in campo d’oro”  il tutto cimato da una corona Ducale con il motto “Navellorum Merito Coronata Fideltas”.  Questa leggenda è attendibile solo in parte perché nel 1092 in una Bolla del monastero di S.Benedetto in Perillis il paese è menzionato come “Navellum“, e non “Novellum”, e in quel periodo le crociate ancora non erano iniziate. Nel 1184 nel Catalogum Baronum viene citato Navellum, come castello di due Militi, che può far pensare che le prime abitazioni sul colle furono fatte erigere da due militi crociati. Infine negli antichi scritti rinvenuti le ville non risultano essere mai stati nove ma sei.

Altra eccellenza del borgo è la chiesa di Santa Maria in Cerulis edificata sulla zoccolatura del tempio romano dedicato ad Ercole, protettore dei pastori, che fa comprendere il ruolo primario della pastorizia nell’economia delle genti del territorio. Segni della dominazione longobarda si hanno nei nomi di alcuni luoghi, come ad esempio Civitaretenga, degenerazione di Civita di Ardenga. La conversione al cattolicesimo dei Longobardi, nel 680, permise la diffusione sul territorio delle Comunità monastiche, con l’Abruzzo cinto da monasteri che segnarono la storia dell’Italia Centrale e nel VI-VII sec. e la costruzione di chiese di campagna che ricoprirono un ruolo fondamentale per l’affermazione del potere monastico sul territorio e del potere ecclesiastico, essendo punto di contatto diretto con il popolo. Chiesa che con la sua diffusione capillare era diventata l’industria più importante del tempo, e con l’accentramento del potere economico nelle sue mani, ciò comportò la sottrazione di autorità ai signori e principi locali ai quali era demandato l’onere di garantire sicurezza e così attorno alle chiese di campagna si formarono piccoli insediamenti, dove si trasferirono le famiglie di contadini che prestavano la loro opera nei campi.

Il borgo di Navelli  inizia così a prendere forma nell’XI sec. con l’espansione di Piceggia Grande che si collocava sul sito oggi occupato dal Palazzo Baronale e dalla chiesa di San Sebastiano, scelta di questa villa non casuale perché era garantito l’approvvigionamento idrico, circostanza basilare in un territorio povero di acqua superficiale. Alla fondazione di Navelli concorsero determinate ville, ognuna delle quali aveva una chiesa al suo interno, i cui nomi si deducono dai Chronicon delle comunità monastiche del territorio, e, ad esempio, in quello Volturnense sono riportate: San Savino, attorno alla quale si è sviluppato Villa del Plano; San Pelino, appartenente a Villa di Piceggia (Piaggia) Grande; Santa Maria in Cerulis, arcipretale nella Villa omonima; San Angelo, Prepositura nella Villa omonima; Santa Maria di Lapide Vico, probabile chiesa di Santa Maria di Piedevico. L’abitato era cinto di mura sulle quali si aprivano due porte, la Porta di San Pelino che chiudeva la viabilità principale di accesso al borgo dalla piana, ed una porta ad occidente che doveva chiudere un percorso proveniente da Civitaretenga.

Il borgo tra l’XI e il XV sec. aveva un impianto urbano caratterizzato da case a schiera con la viabilità a pettine. I corpi di fabbrica, caratterizzati da una cellula base di matrice quasi quadrata delle dimensioni di 4/4,5 metri, erano a uno o due livelli con l’unità immobiliare ad un solo livello che poteva avere diverse funzioni, da bottega, stalla o abitazione. Altre importanti opere sono state la costruzione della chiesa di San Sebastiano sulle vestigia di San Pelino, infine sul tracciato murario si aprivano tre ingressi al borgo: Porta Santa Maria ad occidente, Porta Macello a sud-est e Porta Villotta, annessa al palazzo Onofri, ad oriente.

Numerose le chiese che si fa fatica anche ad elencare: iniziamo con la Chiesa della Madonna del Rosario, edificata nel settecento di forme barocche, la Chiesa cimiteriale di Santa Maria in Cerulis, in aperta campagna, simbolo dei tratturi abruzzesi, per la particolarità e la solennità dell’architettura. risalente al XI secolo sorta sulle rovine di un antico tempio dedicato a Hercules Iovius Cerere, in cui nel medioevo nei suoi sotterranei venivano sepolti i morti del paese e dove sono state trovate 45 mummie medievali in ottimo stato di conservazione; la Chiesa cimiteriale del Suffragio di epoca rinascimentale-barocco, l’Oratorio della confraternita del Gonfalon di epoca barocca, la Chiesa Parrocchiale di San Sebastiano del 1631 in stile tardo-barocco, la Chiesa della Madonna del Campo, dall’aspetto rinascimentale rurale esterno e interno neoclassico, la Chiesa di San Girolamo, piccolo lazzaretto per gli ammalati e ricovero di pellegrini che passavano lungo il Tratturo Magno, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del XV secolo in stile rinascimentale da non confondere con la chiesetta della Madonna delle Grazie in territorio di Civitaretenga. Tra le Chiese di Civitaretenga segnaliamo la Chiesa di Sant’Egidio del XII secolo, antica chiesa parrocchiale prima che fosse costruita l’attuale parrocchia di San Salvatore, la Chiesa di Sant’Antonio di Padova: in campagna, la Chiesa madre di San Salvatore del XII secolo, la Chiesa della Madonna dell’Arco in campagna verso la fonte vecchia, con gli altri altari dedicati alla Natività di Cristo e all’Annunziata e infine la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del XII secolo.

In questo straordinario borgo non potevano mancare innumerevoli architetture civili come il Palazzo Baronale Santucci fortificato del 1632, residenza dei feudatari di Navelli, il Palazzo Francesconi già Cappa già Mancini, palazzo seicentesco con annessa cappella gentilizia (San Pasquale), il Palazzo Piccioli già Marchi già Mancini di impianto seicentesco con annessa cappella gentilizia (San Gennaro e Rosario), il Palazzo Onofri del 1498 situato nella parte medievale del paese “Spiagge Grandi” ed annesso ad una delle cinque porte di accesso al paese, “Porta Villotta” detta anche “Porta Sud”, Villa Francesconi con cinque ingressi con cancelli in ferro battuto edificata nel 1752 il più grande e pregevole palazzo con pregevoli dipinti, lo scalone monumentale, la cappella gentilizia, un pregevole pozzo in pietra, un parco di quattro ettari, pregevoli decorazioni della facciata tra cui il cornicione monumentale e la finestra principale dove sono scolpiti i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria. Per le architetture militari si annoverano Porta San Pelino o Porta Nord, la più caratteristica delle porte di Navelli, medievale, con arco gotico ogivale; Porta Villotta o Porta Est, arco gotico attaccato alle mura; Porta Macello o Porta Sud; Porta Santa Maria o Porta Ovest e infine la Necropoli di Navelli del II-I secolo a.C., sita presso l’area cimiteriale di Santa Maria in Cerulis,

Molto interessante e da visitare il borgo di Civitaretenga, anticamente chiamata “Civitas Ardingae”, sita dove sorgeva l’antica città vestina di Cincilia distrutta dal console Giunio Bruto Sceva verso l’anno 430 di Roma, risorto intorno al IX secolo assieme a quello di Navelli, sopra un colle per evitare saccheggi di popolazioni barbare come i Saraceni e Ungheri, che per la sua posizione impervia, ha conservato il suo aspetto originale,  fiorendo nell’arte della marcatura grazie agli ebrei, che ebbero concessioni dai reali di Napoli Ladislao di Durazzo e Giovanna II di Napoli, beneficiando della coltivazione dello zafferano di Navelli. La struttura del paese è dominata dal borgo fortificato, chiamato castello, per differenziarlo dal sobborgo del Ghetto, che sorge attorno la chiesa madre. Nel centro storico riveste particolare interesse l’attuale Via Guidea.

Anticamente (dal 1200 D.C. fino al 1500) questa strada portava il nome di via Giudea a testimonianza della presenza di un ghetto ebraico, percorso coperto, realizzato con un’articolata sequenza di archi di sostegno delle abitazioni sovrastanti, che porta nel cuore dell’antico quartiere ebraico, fino alla Piazza Giudea, quello che dai civitaresi viene chiamato “ju buch” (il buco) o ru busc“per la sua conformazione angusta e stretta, con un’architettura originale e molto articolata. Il ghetto era piccolo e raccolto intorno alla Sinagoga, ancora oggi è un luogo intriso di fascino.

Il borgo ha un’interessante presenza ebraica già dal XII secolo nel quartiere della parrocchia di San Salvatore, con la sinagoga presso il palazzo Perelli, che la ingloba come cappella palatina, modificando simboli cabalistici con il Trigramma di Cristo, con il Ghetto ebraico in cui si trova il nucleo più storico distinto in due zone, quella del castello e l’altra del cosiddetto ghetto, caratterizzato da brevi e stretti vicoletti, risalente al periodo tra il XII ed il XV secolo, di cui molte tracce sono andate perse nei tentativi successivi di eliminarne la presenza, coprendo gli stipiti contraddistinti da simboli giudaici con simboli cristiani, in particolare con il simbolo di S. Bernardino da Siena, il cristogramma IHS.

Navelli, un borgo dotato di una bellezza rara e unica, incredibile e affascinante, paese dell’”oro rosso”, con una storia millenaria e straordinaria, forse il più ricco di chiese nell’intero panorama abruzzese e non solo. Appello agli abruzzesi, spero pochi, che non lo hanno ancora conosciuto, non indugiate perché deve essere scoperto e visitato immediatamente … prima che sia troppo tardi 😊.

Fonti:

Foto: by Abruzzomania

https://it.wikipedia.org/wiki/Navelli

https://comune.navelli.aq.it/

www.regione.abruzzo.it

http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/laquila/navelli.htm

www.storianavelli.it

Eccellenza d’Abruzzo n. 45 – Lama dei Peligni (CH): le Grotte del Cavallone

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 45° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Lama dei Peligni in provincia di Chieti, le Grotte del Cavallone. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 260, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Lama dei Peligni è un piccolo borgo montano che sorge alle falde della Majella orientale. Ai suoi piedi scorre nell’omonima valle il fiume Aventino e nel suo territorio, nella Valle di Taranta, nel cuore del Parco nazionale della Majella, ricadono le famose Grotte del Cavallone, poste a quota 1475 metri s.l.m., situate al confine tra Lama dei PeligniTaranta Peligna che, oltre all’interesse speleologico e alle sue bellezze, hanno il primato di essere la grotta naturale di interesse turistico visitabile più alta d’Europa e perché il poeta Gabriele D’Annunzio vi ha ambientato la tragedia ”La figlia di Iorio”.”

“Il percorso nel loro interno si snoda nelle viscere della montagna per oltre un chilometro attraverso ambienti di straordinaria bellezza in grado di suscitare forti emozioni. E’ possibile ammirare un grande numero di stalattiti e stalagmiti ed intuire la potenza delle acque che ha prodotto la cavità. Le visite si effettuano con una guida, in gruppi ed hanno la durata di circa un’ora. La temperatura al suo interno è di 10° C ed è costante durante tutto l’anno e l’umidità raggiunge in alcuni punti il 90%. Muniti di scarpe chiuse e di una giacca impermeabile, la visita in Grotta dura circa un’ora. ”

“Le grotte del Cavallone sono note sin dal XVII secolo come testimoniato da alcune incisioni presenti sul “sasso dei nomi antichi”. La prima esplorazione documentata risale al 1704, ma bisognerà attendere il 1893 per l’avvio dei lavori finalizzati alla valorizzazione turistica della grotta. In quegli anni furono realizzate un’ardita rampa di accesso scavata nella roccia, scale in legno all’interno (ancora visibili) e organizzato un servizio guide. Le grotte si raggiungevano a piedi o con i muli e la discesa a volte veniva effettuata con le tregge (grandi slitte utilizzate per il trasporto della legna). Tra gli illustri visitatori si ricorda il pittore Francesco Paolo Michetti, che ispirandosi alla sala d’ingresso realizzò la scenografia del secondo atto della tragedia dannunziana “La figlia di Iorio”. Da allora fu chiamata anche Grotta della Figlia di Iorio, con le sue sale ed alcune concrezioni che portano ancora oggi i nomi dei personaggi della famosa tragedia. Durante l’ultima guerra mondiale fu utilizzata come rifugio dalle popolazioni locali.”

“Per godersi pienamente l’esperienza è necessario soffermarsi anche sul percorso e non solo sulla sua meta, che consente di vivere sensazioni che permettono di rendere questo viaggio unico e la funivia è parte fondamentale della scoperta delle Grotte del Cavallone e del mondo montano ad alta quota. Suggestivo è il lento avvicinamento all’entrata della Grotta. I tempi ed i sensi iniziano a dilatarsi lungo il tragitto e man mano che ci si avvicina alla montagna se ne iniziano ad assaporare i particolari. La stazione di partenza della funivia, in Località Pian di Valle, lungo la S.S. Frentana, è a 750 metri s.l.m ed arriva a quota 1300 s.l.m., viaggiando lentamente lungo il Vallone di Taranta Peligna. Il percorso durerà circa venti minuti e poi altri dieci a piedi per raggiungere l’entrata della Grotta. La funivia è una “cestovia“. Ne rimangono attive solo quaranta e nel giro di pochi anni scompariranno. Le cestovie son dei veri e propri cestini che, in coppia, ti permettono di attraversare il Vallone di Taranta e di fare ingresso, con riverente lentezza, ai piedi della salita alla Grotta, scavata nella roccia nel 1894.

Si resterà affascinati dalla potenza della Montagna Madre, dalla grandezza e della libertà dei rapaci che la sorvolano, dai colori del cielo e della forma delle nuvole. La cestovia fu costruita nel 1978, dopo un lungo dibattito sul suo impatto ambientale e per favorire lo sviluppo turistico della Grotta del Cavallone. Prima della sua costruzione si accompagnavano i visitatori lungo il vallone di Taranta grazie alla costante presenza dei muli ed all’uso della “treggia“, una speciale slitta che veniva usata principalmente per il trasporto di legname e che veniva portata a spalla fino al limite di vegetazione della grotta. Veniva usata poi per la discesa, in due, lungo la pista ghiaiosa che funge da linea di massima pendenza della Valle di Taranta fino alla Strada Frentana.”

“Scesi dalla cestovia ecco l’entrata della Grotta come un occhio di cavallo incastonato nella parete rocciosa dalle forme che ricordano il suo muso. Da questo richiamo sembra derivi il nome Cavallone, mentre altri sostengono che Cavallone derivi dal nome della Valle, un tempo chiamata Valle Cavallo. Il percorso visitabile è di 1360 metri restando esterrefatti vedendo “prosciutti appesi, la Torre di Pisa, la Foresta Incantata, il paesaggio lunare” e la forza e la magia delle creazioni alle quali l’acqua dona vita nuova. Per accedere al suggestivo atrio di entrata della Grotta ci sono circa 300 scalini, scavati nella roccia da abili scalpellini (prima del 1894 vi si accedeva tramite delle corde stese dall’alto!). Dal Belvedere, posto di fronte all’ingresso di questo suggestivo monumento sotterraneo nel cuore della Maiella, si può indirizzare lo sguardo lontano, alla valle, alle vette, ai giochi delle rocce e dei colori. La Grotta del Cavallone, di origine carsica, si sviluppa per più di due chilometri; si divide in una galleria principale e tre diramazioni secondarie.

“Inoltrandosi nella cavità, a pochi passi dall’atrio, ci si trova all’ingresso della Galleria della Devastazione, dove il caos del tempo ha il sopravvento sull’armonia delle forme e dell’immaginazione. Proseguendo per la strada principale si giunge alla Sala di Aligi, dove si ha la prima consapevolezza del lavoro costante dell’acqua, sintomo di creazione e di vita, una vera e propria cascata di pietra! È l’acqua la vera protagonista del viaggio all’interno di questo meraviglioso ed unico mondo sotterraneo, regista di forme, creatrice di pozzi, gallerie, laghetti sotterranei; acqua madre di stalattiti e stalagmiti. Alla fine della Sala di Aligi incontriamo le Sentinelle, formazioni di stalattiti e stalagmiti che ci introducono nella Galleria principale. Da qui è tutto un susseguirsi di formazioni calcaree e di giochi di fantasia sulle forme createsi dove troviamo la Sala di Budda, la Sala degli Elefanti, le Teste d’Indiani, la Sala delle Statue, la Sala dei Prosciutti e la Sala delle Campane, per poi scoprire pozzi, laghi e giochi di forme. Si presume che i primi a scoprire l’esistenza della Grotta del Cavallone siano stati i pastori che numerosi popolavano la Majella per gran parte dell’anno con i propri greggi. Purtroppo però non esistono testimonianze certe.”

“E’ datata 1666 la prima traccia di un’esplorazione, incisa nel Sasso dei nomi antichi, insieme ad altre iscrizioni, all’ingresso della Grotta. Nel 1704 il medico Jacinto de Simonibus e D.A. Franceschelli effettuarono una più accurata esplorazione delle Grotte del Cavallone e del Bove. Ne siamo a conoscenza grazie ai vari riferimenti degli esploratori successivi perché nel manoscritto originario e nel rilievo su pergamena se ne sono perse le tracce. Nel 1705 il fisico napoletano Felice Stocchetti la cita in una sua opera a stampa, come Francesco Cicconi (1759). Ma non fu la stampa il mezzo con il quale si diffuse la notizia dell’esistenza di questa meravigliosa grotta, bensì la tradizione orale della gente del posto ed i cantastorie. Si arriva al 1831 quando il naturalista napoletano Michele Tenore tentò l’esplorazione della Grotta ma fu scoraggiato dalla mancanza di scale per superare i tratti più ardui, ma visitò invece la Grotta del Bove, di più facile accesso. Nel 1865, per caso, un pastore tarantolese, Matteo Ciavarra, per recuperare una capra inerpicata sui monti, si ritrovò di fronte all’ingresso della grotta e questo fu l’inizio di una nuova era esplorativa che permise di riportare in auge l’interesse per la cavità. Il Dr. Egidio Rinaldi, successivamente, si spinse ad un’esplorazione più approfondita della cavità spingendosi sicuramente oltre l’angusta parete in discesa della Bolgia Dantesca. Nel 1893 il cancelliere di Pretura Alessandro De Lucia, grazie all’utilizzo di corde e scale ed all’aiuto di un coraggioso contadino e di due minatori, riuscì a scendere lungo il Pozzo senza fine e successivamente insieme a 46 cittadini di Lama dei Peligni e Taranta Peligna, diede vita alla Società delle Grotte del Cavallone e del Bove, con l’intento di valorizzarne il loro valore turistico.

La Società realizzò una scalinata di entrata nella cavità incisa nella roccia, inserì delle scale di legno per facilitare i passaggi più difficili al suo interno e organizzò un servizio di guide. Nel 1907 lo speleologo Vittorio Bertarelli effettuò una minuziosa ricognizione della cavità e ne stimò le dimensioni e al 1912 risale la prima ricerca esplorativa con intenti scientifici con il geologo e spelelologo De Gasperi che effettuò le prime ricerche geomorfologiche e produsse la reale, per dimensioni, planimetria della grotta. Nel 1913, l’archeologo Ugo Rellini effettuò diverse ricerche paleontologiche all’interno della cavità, fino ad arrivare al 1948 con le ricerche ferme, sia a causa delle due Guerre che di dispute interne alla Società delle Grotte. Da qui si susseguirono numerose campagne speleologiche e di studio geomorfologico della cavità. Nel 1949, nel corso del Congresso nazionale di Speleologia di Chieti, la Grotta del Cavallone fu fatta visitare  e ciò indusse a richiamare l’interesse anche di studiosi stranieri tra le quali la spedizione dell’Università di Oxford con F. H. Witehead, Michael Holland, David Russel e il giovane Mario Di Fabrizio scopritori della Galleria dei Laghi. Tra il 1950 e 1960 ci fu un nuovo impulso alle esplorazioni grazie al CAI Bolognese e CAI Chietino e tra il 1961 e 1962 il gruppo speleologico URRI di Roma rileva la cavità complementare e supera brillantemente alcuni ardui passaggi (lo pseudo sifone, dove si arrestarono le esplorazioni precedenti, un sifone ed il pozzo senza fine), inoltre, insieme a Domenico Di Marco, diede vita alla toponomastica ufficiale della Grotta. La storia delle ricerche finisce nel 1987 con Giovanni Piazza e Luigi Centobene, dello Speloclub di Chieti, che scoprirono la Galleria dei Laghi, superando il sifone fino ad allora inviolato.”

“Le Grotte del Cavallone e del Bove furono utilizzate come rifugio dagli abitanti di Taranta Peligna durante la II Guerra mondiale. Nell’autunno del 1943 il fronte bellico si era immobilizzato lungo la linea Gustav. Le truppe tedesche, per rappresaglia, si insinuarono nei piccoli paesini dell’area minando sistematicamente l’abitato. Taranta Peligna fu completamente distrutta e molte famiglie furono costrette a cercar rifugio e nascondiglio altrove, con molti che si rifugiarono nelle grotte e vi rimasero per oltre un mese (novembre 1943–febbraio 1944). I racconti degli anziani rifugiati ci permettono di riportare in luce qualche particolare in più: la grotta, avendo una temperatura costante di 10 gradi, fu preziosa per sopravvivere alle temperature rigide dell’inverno imminente in alta quota; gli sfollati portarono con loro alcuni animali, in maggioranza pecore, con i quali si cibarono; le donne ed i bambini si rifugiarono all’interno, nella Sala di Aligi, che ancora porta i segni di quel lungo mese, mentre gli uomini, in maggioranza, si rifugiarono nella Grotta del Bove, a pochi passi da quella del Cavallone”

“Grazie alla costituzione della Società delle Grotte del Cavallone e del Bue nel 1894, iniziò la valorizzazione della cavità sul piano turistico. Si cercò di facilitarne l’accesso, che precedentemente avveniva con delle corde stese dall’alto, scavando un sentiero di accesso dal basso nella roccia; in seguito, all’interno della Grotta, vennero costruite delle scale di legno, oggi ancora visibili, che permise di superare i punti di camminamento più difficili. Si organizzò anche un servizio di guide. La prima guida riconosciuta fu Giuseppe Rinaldi che con grande passione accompagnò i visitatori e gli esploratori fino al 1938. Si istituì un servizio di cavalcature e tregge per facilitare la salita da Pian di Valle lungo la Valle di Taranta fino all’accesso della Grotta.”

Le guide

“Il 1923 segnò l’inizio di un periodo di disinteresse ed abbandono del processo in crescita di valorizzazione turistica. La Società delle Grotte del Cavallone e del Bue, al termine del suo mandato, si sciolse ed iniziarono forti contrasti proprietari tra il Comune di Taranta Peligna e quello di Lama dei Peligni. Nel 1937, il Comitato Regionale per il Turismo e l’Istituto Nazionale di Speleologia produssero vari documenti per suggerire la strada verso la valorizzazione turistica della grotta. Per circa due anni, iniziarono, così, a rimettersi in moto delle gite organizzate con servizi di autobus per incentivare le visite. Purtroppo la Guerra e la difficoltà di salita alla grotta misero un repentino punto allo sviluppo crescente.”

“Le varie esplorazioni del dopoguerra e le nuove scoperte scientifiche riportarono in auge l’interesse per questa meraviglia della natura. Iniziarono ad essere presentati dei progetti per facilitare la salita lungo la Valle di Taranta, sia stradali, sia con impianti a fune. Molte furono le controversie ed i dibattiti sull’impatto ambientale e paesaggistico sino ad arrivare, nel 1978, alla costruzione di una comoda funivia (come recita il depliant del tempo) che conduce dalla Località Pian di Valle, fino a quota 1388 s.l.m. percorrendo il lungo Vallone. La costruzione della funivia fu fondamentale per la crescita turistica della Grotta del Cavallone. Oggi, i Comuni di Taranta Peligna e Lama dei Peligni collaborano assiduamente per la valorizzazione e la conservazione della grotta e l’accoglienza turistica. Sempre più esteso è diventato il periodo in cui la grotta è visitabile (oltre i 100 giorni all’anno) e molti dei giovani di Taranta e Lama contribuiscono al funzionamento della funivia, alla gestione delle visite guidate in grotta ed all’erogazione del servizio di ristorazione.”

Noi di Abruzzomania abbiamo attribuito la Grotta del Cavallone a Lama dei Peligni, pur consapevoli del fatto che è sita anche sul territorio del comune di Taranta Peligna su cui ricadono gli impianti di risalita e l’ingresso, ma la nostra missione ci obbliga ad attribuire un’eccellenza ad ognuno dei 305 comuni d’Abruzzo e quindi abbiamo optato per assegnare quella delle grotte a Lama dei Peligni semplicemente perché queste ricadono fisicamente nel suo territorio comunale, ma state pur certi che quando parleremo dell’eccellenza del comune di Taranta Peligna, sicuramente non dimenticheremo di citare l’appartenenza di questo comune alla gestione e diciamo così alla “comproprietà” di questa meraviglia della natura.

Fonti:

Foto by Abruzzomania

http://www.comunelamadeipeligni.it/turismo/

http://www.grottedelcavallone.it/

Eccellenza d’Abruzzo n. 44 – Città Sant’Angelo (PE): antico Borgo dell’Angelo

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 44° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara, il Borgo dell’Angelo. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 261, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Posta sul suo belvedere naturale di dolci colline Città Sant’Angelo è un lascito dei Longobardi da cui viene il culto dell’angelo. Le sue origini sono incerte ed hanno costituito sempre motivo di discussione storica: probabilmente i primi a creare un insediamento sul colle furono i Vestini, ma il primo atto ufficiale reperito, dove si parla del comune, menziona di una concessione da parte dell’imperatore Ludovico II che accorda un privilegio al Monastero di Casauria sul luogo chiamato “CIVITATE S. ANGELI” dove si trovavano un castello ed un porto ed è datato 13 ottobre 875. I numerosi ritrovamenti archeologici, decisamente più antichi, tra la foce del Piomba e quella del Saline, e la presenza di piccoli aggregati urbani in corrispondenza della località oggi denominata Marina di Città Sant’Angelo fanno risalire le origini della città al periodo romano, quando Angulum (gli abitanti conservano ancora il nome di “angolani”) viene nominata da Plinio il Vecchio nella sua descrizione delle terre vestine nel libro Naturalis Historia (libro II 12.106), ma non è da escludere l’ipotesi di qualche storico che la Angulum citata fosse invece la vicina Spoltore.

È da ipotizzare che la prima isola abitativa, edificata tra il secolo VIII ed il IX nella parte più alta del colle (l’attuale rione Casale) sia stata consolidata ad opera di una colonia longobarda, che realizzò una efficace fortificazione del luogo, munendolo di una cinta muraria ed emancipandolo così, da semplice borgo (Casale) che doveva essere, a Castrum (configurazione urbanistica perimetrata da mura difensive), come risulta da successivi rimandi documentali. Ad avvalorare una simile supposizione intervengono l’esame delle superstiti cortine murarie che ancora cingono una parte del vecchio convento di Sant’Agostino, la devozione all’Arcangelo Michele, protettore ab antiquo della nostra città, culto introdotto e diffuso nell’Italia meridionale proprio dai Longobardi, infine la persistenza del toponimo Grottone che ancor oggi denomina la via d’accesso al Casale ed induce la congettura sulla probabile esistenza in loco di una grotta ed è noto come i Longobardi, pur convertiti al cristianesimo, per un residuo dei loro rituali pagani, connettessero la devozione per l’Arcangelo Guerriero alle grotte naturali ed alle acque sorgive. Si può quindi affermare che il culto dell’angelo, che sarebbe stato portato dai Longobardi, ha dato nome al luogo.

Possiamo affermare che l’origine dell’odierna Città Sant’Angelo si fa risalire al periodo compreso tra il 1240 e il 1300, come appare dall’impianto medievale del tessuto urbano, e come si evidenzia dalle fonti che riferiscono della distruzione di Civita Sancti Angeli nel 1239 per mano di Boemondo Pissono, il “giustiziere d’Abruzzo”. Punita dall’imperatore Federico II di Svevia per essersi alleata con la nemica chiesa, ottiene dallo stesso, l’anno dopo, di essere ricostruita, cosa che avviene nel nucleo fortificato a semicerchio, delimitato dalle attuali strade Castello e Minerva e dalle vie del Ghetto e del Grottone. L’attuale impianto “a fuso” di Città Sant’Angelo deriva dalla successiva espansione che si ottiene nel 1600 e 1700, con la costruzione dei palazzi gentilizi della borghesia agraria e con l’aggregazione dei nuclei abitativi preesistenti. Si determina così l’attuale centro storico, attraversato da un lungo corso, a sua volta intersecato, a destra e a sinistra, da una serie di stradine e vicoli racchiusi entro la cinta muraria e le porte parzialmente conservate. La struttura urbanistica con pianta a spina di pesce è chiaramente medievale, come appare dalla serie di stradine (chiamate “ruve”, rue) intersecanti il lungo corso che taglia in due il centro storico.

Città Sant’Angelo, dove si conserva una magia altrove perduta e dove il culto dell’angelo potrebbe avere qualcosa del poeta e scrittore Rilke per il quale l’angelo non ha nulla a che vedere con la figura tradizionale cristiana del medesimo, ma ne trae solamente gli attributi come Bellezza e Grandezza, che intende come superiorità e positività. Risonanze angeliche intravediamo nel colore dorato dei mattoni in controcanto alla pietra bianca, nella calda tonalità bruna che le facciate di chiese e palazzi assumono al tramonto, negli ombrosi vicoletti dove si spinge l’aria di mare. La prima emergenza architettonica che si incontra all’ingresso del nucleo antico, sullo sfondo dei giardini comunali, è la chiesa di Sant’Antonio, a navata unica con pareti ornate da stucchi barocchi. Uscendo nella villa Comunale, si nota una cisterna del 1886, che regge gran parte del giardino e si arriva alla chiesa di San Michele Arcangelo, uno dei più importanti monumenti dell’architettura abruzzese, edificata su un precedente edificio del IX secolo nel 1200 nella zona iniziale del centro storico, elevata al rango di Collegiata dal 1353, il monumento simbolo di Città Sant’Angelo è costituita da due navate e completata da un pregevole porticato, diviso in due atri coperti tra i quali si innesta l’ampia gradinata di accesso che conduce all’artistico portale, realizzato nel 1326 dallo scultore di Atri Raimondo di Poggio.

L’interno è di stile barocco, con soffitto a cassettoni lignei del 1911 e affreschi trecenteschi di ottima fattura, attribuiti al Maestro di Offida. Vi sono ammirabili pregevoli tesori come l’imponente statua in legno policromo di San Michele del XIV secolo, la statua in terracotta policroma della Madonna delle Grazie del XIV secolo del Maestro di Fossa, il sarcofago quattrocentesco del Vescovo Amico Buonamicizia del 1457 e un prezioso coro ligneo intagliato con leggio dell’ebanista angolano Giuseppe Monti nel XVII secolo. Tra le varie tele presenti da citare la restaurata “Madonna della Purità e Santi” (2,10 x 3,10 mt) del 1611 del pittore ortonese Tommaso Alessandrino (1570 c.a. – Ortona 1640). Simbolo del primato della chiesa sul civile si innalza per 47 metri la grande torre campanaria, datata 1425 e costruita ad opera di maestranze napoletane.

Meritano poi attenzione i palazzi Di Giampietro, con cortile medievale ad ordini sovrapposti, Colamico, Sozj, Ursini, con elegante facciata, e Coppa Zuccari, la chiesa di San Francesco, inserita in un più vasto complesso architettonico, il cui adiacente convento di San Francesco dei padri Basiliani dal 1327 fu invece fondato nella seconda metà del XIII secolo, in seguito alla ricostruzione della città avvenuta nel 1240 e dopo la sua soppressione, nel 1809 divenne sede comunale dal 1809 e racchiude il prezioso chiostro restaurato con il meraviglioso portale trecentesco, opera di Raimondo di Poggio. La torre campanaria, a pianta quadrata, del Quattrocento; il pavimento a mosaico del 1845; la tela raffigurante la Madonna del Rosario e San Domenico, opera di Paolo De Cecco. Il rifacimento barocco dell’interno è del 1741, ma l’impianto primitivo della chiesa è del XIII secolo. I cospicui resti di affreschi rinascimentali sono stati scoperti da poco dietro una muratura. Si scende quindi per uno dei suggestivi vicoletti alla chiesa di Santa Chiara del XVIII secolo in stile barocco, annessa all’antico convento oggi adibito a centro culturale, unico esempio in Abruzzo e tra le poche in Italia a pianta trilobata (triangolare) con magnificenti stucchi e dorature, e con un pregevole pavimento a mosaico, con il parlatorio-cappella del convento delle Clarisse e la ruota degli esposti, il Museolaboratorio d’arte contemporanea, il “Luogo della Memoria“ che durante il fascismo fu campo d’internamento e il Giardino delle Clarisse, spazio adibito per spettacoli teatrali e musicali all’aperto. Sul colle di Santa Chiara, fuori le mura e dalla terra ed escluso dalla protezione della cerchia muraria della Civitas, era sorto verso la fine del XIII secolo un precedente monastero ricovero di Clarisse e già nel 1314 la piccola comunità di religiose si segnalava per la sua consolidata presenza.Apprezziamo ancora il palazzo Baronale, la dimora gentilizia più antica della città, e i palazzi Crognale, Colella, Maury e Castagna.

La chiesa di Sant’Agostino, con retrostante convento, opera di Alessandro Terzani da Como con una facciata di notevole effetto e la chiesa di San Salvatore, oggi Museo Civico con facciata classicheggiante, il palazzo Coppa, antico convento della chiesa di San Bernardo, costruita su una struttura del XIV secolo di cui restano alcune arcate e la cripta affrescata, palazzo Basile, attraverso Porta Sant’Egidio, edificata insieme a Porta Sant’Antonio (oggi Porta Nuova) tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo, mentre gli altri due ingressi, Porta Casale e Porta Licinia, risalgono forse al XIV secolo.

Sotto il Piano degli Zoccolanti, quello che oggi è il Giardino Comunale  si trova la grossa cisterna pubblica (detta cisternone) adibita a raccolta d’acqua piovana per fornire le fontane del paese, che ha richiesto otto anni di lavoro per costruirla. All’epoca l’acqua non arrivava in tutte le case ed il Cisternone consentiva l’alimentazione di tutte le fontane pubbliche del paese. Grazie a dati raccolti da osservatori meteorologici muniti di pluviometro si studiò la portata che era di 700 millimetri/mq di superficie e utilizzando le coperture prive di canali dei fabbricati Teatro, Chiesa dì San Francesco, Comune, Chiesa di Sant’Angelo, Asilo Scuola, Convento, si ottenne una superficie di 5.000 mq, che moltiplicati per i 700 mm/mq, produceva 3.500.000 litri di acqua che defluiva con buona pendenza tramite una condotta in terracotta.

Nel più antico nucleo abitativo di Città Sant’Angelo, il Casale, troviamo una via denominata Strada del Ghetto. Diverse le ipotesi sul toponimo di questa via tra cui un’alterazione di Borghetto per via della sua modesta estensione, ma recenti studi evidenziano documenti che attestano la presenza di una comunità ebraica a Città Sant’Angelo e in Abruzzo. Ghetto che probabilmente si costituì a causa dell’editto del 1427 della Regina Giovanna II che ordinò la segregazione degli ebrei in un’unica strada.  Città Sant’Angelo, come molti altri Comuni abruzzesi, ospitò, in quel lasso di tempo che va dal Basso Medioevo a tutto il Rinascimento, una folta comunità ebraica. Da testimonianze storiche e documenti d’archivio, sappiamo che i figli d’Israele erano presenti ad Aterno, nei pressi di Pescara, fin dal lontano 1062, tant’è che l’antica Chiesa di Santa Gerusalemme, i cui resti si trovano nelle vicinanze dell’attuale Cattedrale di San Cetteo, fu originariamente una Sinagoga. Un altro nucleo molto più importante risiedeva a Lanciano già dal 1156, così come vi erano comunità giudaiche nelle città dell’Aquila, Sulmona, a Pianella. Queste presenze erano giustificate dalle opportunità lavorative che l’Abruzzo dell’epoca offriva ai “giudei”. A norma di legge essi non potevano in alcun modo esercitare nessuna professione al di fuori di quella di tessitore, conciatore e medico e non potevano, in ossequio alla vecchia norma di Tedosio II (438 d.C.) accedere a qualsiasi carica pubblica, ivi compresa quella di fare il soldato o diventare proprietari di immobili, pertanto, non restavano loro che poche attività, tra queste vi era quella di prestare il denaro ad interesse: l’usura, pratica, quest’ultima, tassativamente proibita ai cristiani. A tal riguardo è da considerare che, durante tutto il periodo storico della transumanza, Città Sant’Angelo, per la propria posizione geografica, è stata sempre luogo di grandi scambi commerciali e di conseguenza anche terra di grandi possibilità economiche che la fecero divenire “terra” fertile per cambiavalute e chiunque altro potesse offrire servizi finanziari.

Le porte d’accesso al borgo che prevedevano ingressi alla cinta muraria di Città Sant’Angelo sono numerosi ma solo alcuni sono relativi alle mura risalenti alla ricostruzione del XIV secolo. Le porte, tutte in laterizio e attualmente visibili, sono 4: Porta Casale e Porta Licinia (o Borea) risalenti alla cinta muraria più antica, del XIV secolo e Porta Sant’Egidio e Porta Sant’Antonio (o Nuova) costruite tra il 1700 e il 1800. Fino al XIX secolo nei pressi dellIstituto Magistrale era presente una quinta porta, architettonicamente più imponente delle altre, quella di San Michele che era l’accesso principale al borgo. Le porte storicamente sono servite anche per difendere il paese dagli attacchi dei briganti che all’epoca imperversavano nei paesi e nella zona. Si aprivano all’alba e si chiudevano all’imbrunire. Con le epidemie di colera che colpirono Città Sant’Angelo, soprattutto quella del 1861, si dispose la costruzione di tre nuove porte, in legno di rovere, con le quali chiudere i punti d’accesso al paese, rimasti sguarniti “…da moltissimi anni addietro…”, Porta Sant’Egidio, Porta Borea e Porta Sant’Antonio. La Torre dell’Orologio, situata nell’ex palazzo Pachetti nel cuore del borgo di Città Sant’Angelo, anticamente torre d’avvistamento e sede del deposito delle armi della “Civitas” che solo intorno al 1750 fu trasformata in orologio.

Il 10 giugno 1940 il Governo Italiano istituì in diverse regioni 43 campi di concentramento per confinati o internati, di cui quindici in Abruzzo e per la provincia di Pescara fu scelto il Comune di Città Sant’Angelo che accolse dal febbraio 1941 centocinquanta persone. Vi erano rinchiusi comunisti e socialisti, liguri e triestini, un anarchico toscano, numerosi ebrei originari di Fiume, molti nazionalisti croati, sloveni e monarchici serbi della Dalmazia. Da dire che si creò una perfetta osmosi tra l’ambiente paesano e gli internati all’insegna del rispetto reciproco tanto che Città Sant’Angelo nel codice degli agenti segreti alleati durante la seconda guerra mondiale era definita “il paese della gente buona”. E fu l’antico edificio dell’ex convento delle Clarisse, nel periodo 1941/1944, fu utilizzato dal fascismo come campo d’internamento per oppositori politici e per perseguitati a causa della propria nazionalità o fede religiosa, ma la popolazione angolana si distinse esponendosi alle ritorsioni delle truppe nazifasciste accogliendo sfollati, ex internati e fuggiaschi, nelle proprie case e dando loro aiuto.

Gli internati nelle ore di libera circolazione in paese, frequentavano regolarmente soprattutto le famiglie colte di Città Sant’Angelo e numerose sono le testimonianze dirette di tanta natura ospitale e generosa, con l’ambiente umano e culturale di Città Sant’Angelo in quel periodo che viene descritto “privo di alcuna coscienza politica, ma ricco di un grande senso di solidarietà”.  Scriveva John Sommer, ebreo rifugiato in quegli anni: “Città Sant’Angelo accolse sfollati, stranieri, ex internati (tedeschi, inglesi, jugoslavi,polacchi ed altri) senza denunziarli, incarcerarli. Questo è ammirevole perché altri paesi europei e regioni italiane non avevano uguale grado di civiltà e di tolleranza negli anni di guerra”, per la qual cosa  e per le vittime del bombardamento del 22 maggio 1944, le fu conferita nel 2012 dal Presidente della Repubblica Napolitano la Medaglia d’argento al Merito Civile al Gonfalone del Comune di Città Sant’Angelo.

La strada del Castello allude all’esistenza nella zona di un edificio fortificato che oltre mille anni fa era sede dell’antico castello e dal 1314 trasformatosi in convento degli Eremitani di Sant’Agostino. Alle estremità della collina troviamo: l’Abbazia di San Pietro (anteriore al mille) e il Castello.  Infine, dai libri di scuola si apprende che i primi moti carbonari si ebbero a Napoli nel 1820 seguiti da quelli piemontesi del 1821. I Moti Carbonari del 1814 e i Martiri Angolani, ma pochi sanno (tranne gli angolani) che la prima ribellione alla tirannide straniera partì proprio da Città Sant’Angelo nel 1814 contro il regime di Gioacchino Murat, re di Napoli ed anche sovrano dei nostri concittadini di allora che facevano parte del suo reame. La reazione di Gioacchino Murat non si fece attendere ed il giorno di Pasqua, 10 aprile 1814, fece marciare verso Città Sant’Angelo un esercito di 5.000 uomini, provenienti dalle guarnigioni delle città vicine, con tanto di cavalleria e numerosi cannoni e purtroppo le conseguenze per gli insorti furono gravose.

Foto by Abruzzomania

Fonti:
Dai moti carbonari del 1814 all’Unità d’Italia – Il Risorgimento a Città Sant’Angelo.
A cura di Giancarlo Pelagatti – Soc. Cooperativa “Archivi e Cultura”
Quaderni dell’Amministrazione Comunale di Città Sant’Angelo

“Città Sant’Angelo, ipotesi di un racconto per immagini” di Massimo D’Arpizio e Graziano Gabriele – 1991

https://it.wikipedia.org/wiki/Collegiata_di_San_Michele_Arcangelo_(Citt%C3%A0_Sant%27Angelo)

 

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 43 – Castelli (TE): la Cappella Sistina della Maiolica

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 43° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Castelli, in provincia di Teramo, la Cappella Sistina della Maiolica. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 262, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

L’antico borgo di Castelli, straordinario gioiello che si erige tra i monti perfetti e protettivi dell’Abruzzo teramano, situato nella valle del Mavone, arroccato tra i torrenti Rio e Leomogna, sotto il  Monte Camicia, ai piedi del massiccio del  Gran Sasso, patrimonio della cultura nazionale, capitale della Maiolica” e sede e custode della Cappella Sistina della maiolica, costituisce una delle perle più preziose della provincia di Teramo non solo per l’amenità del luogo, per i suoi monumenti e memorie storiche, ma anche e soprattutto per il suo ricco patrimonio artistico che vive e prospera  grazie all’operosità di molti artigiani che da secoli si tramandano, di padre in figlio, la maestria e i segreti della ceramica. Un paese ricco di un bene prezioso: la ceramica, famoso nel mondo per la produzione di ceramiche di straordinaria qualità e raffinatezza, che detiene un ruolo nella storia della maiolica italiana di primissimo piano, riconducibile al periodo che va dal XVI al XVIII secolo.

La ceramica (dal greco antico κέραμος, ‘kéramos’, che significa “argilla”, “terra da vasaio”) è un materiale inorganico e molto duttile allo stato naturale, rigido dopo la fase di cottura con cui si producono diversi oggetti, come stoviglie, oggetti decorativi, materiali edili (mattoni, piastrelle e tegole), rivestimenti per muri e pavimenti di abitazioni. Il colore del materiale ceramico varia a seconda degli ossidi cromofori contenuti nelle argille (ossidi di ferro, da giallo, arancio, rosso a bruno; ossidi di titanio, da bianco a giallo) e può essere smaltato e decorato.

L’arte ceramica di Castelli, in Abruzzo, ha origini antichissime, ma è divenuta celebre nel Cinquecento. Furono la buona fattura delle maioliche, le decorazioni vivaci, ma anche l’economicità dei prodotti, dovuta a innovativi sistemi produttivi, che fecero di Castelli uno dei centri più apprezzati per quest’arte, soprattutto nel Seicento. Vari gruppi familiari abruzzesi produssero ceramiche di Castelli, a partire dal Cinquecento fino all’inizio dell’Ottocento e si sono succedute nei secoli nell’intento di far splendere ogni angolo di arte e storia, le famose Famiglie di Ceramisti tra cui ricordiamo la Famiglia De Dominicis, la Famiglia Fuina, la Famiglia Gentili (conosciuta anche come Gentile), la Famiglia Grue, la Famiglia Paolini e la Famiglia Pompei.

In questo contesto di straordinarie meraviglie, brilla una luce, la chiesa cinquecentesca di San Donato (non è nota l’epoca in cui essa fu stata dedicata al santo), che sorge poco fuori lo splendido borgo abruzzese, monumento che rappresenta un unicum nell’ambito del patrimonio ceramico italiano ed un bene culturale di impareggiabile valenza,  di cui l’intero Abruzzo dovrebbe andare fiero e che purtroppo in pochi conoscono. La Chiesa fu eretta nel XVI secolo e nacque anticamente come cona che significa chiesetta di campagna, una cappella monumentale agreste dotata di uno straordinario pezzo raro di soffitto a maiolica, che costituisce, assieme al coevo vasellame farmaceutico denominato Orsini-Colonna, il punto di partenza ideale di una produzione successiva che godette di grandissima fama, in Italia e all’estero, tanto che una delle raccolte più importanti di ceramiche di Castelli è oggi conservata al museo dell’Ermitage, a San Pietroburgo.

L’edificio venne dedicato alla Madonna del Rosario nel XV secolo, fu ampliato agli inizi del Seicento, fino a prendere la forma attuale e nel 1963 questa chiesa fu definita dallo scrittore Carlo Levi con l’incredibile appellativo di Cappella Sistina della Maiolica, per via del suo splendido soffitto maiolicato, unico in Italia e dallo studioso di Oxford, Timothy Wilson, “una delle imprese più ambiziose della maiolica italiana sul finire del Rinascimento”. E’ un’impresa decorativa di vaste proporzioni, interamente costituita di tavelle decorate a maiolica, di dimensioni 20×40 cm, in circa 1000 (attualmente 800) esemplari, risalenti al 1615-1617 circa 400 anni fa che diedero vita al cosiddetto stile San Donato che ha alimentato per secoli la operosità delle botteghe castellane che hanno prodotto in notevole quantità pezzi di rara bellezza e originalità per motivi devozionali o commerciali, facendone una delle tematiche tipiche dell’artigianato locale, assieme al “paesaggio” e al “fioraccio“.

Per la realizzazione dei mattoni del soffitto spiovente, anche se quelle attuali sono copie degli originali trasferiti nel Museo civico di Ceramiche, la chiesa è considerata un caso unico di eccezionalità artistica nel panorama mondiale. Opera unica nel suo genere, è in parte esposta al Museo della Ceramica di Castelli che conserva le tavelle rotte o deteriorate. La realizzazione viene attribuita ai ceramisti della famiglia Pompei, in particolare ad Orazio Pompei, anche se l’opera di decorazione della chiesa fu un lavoro che coinvolse tutti i decoratori del paese, mentre il risanamento e il restauro furono realizzati a cura delle Antiche Fornaci Giorgi, attorno al 1972.

I temi raffigurati sulle mattonelle sono vari: simboli araldici, animali apotropaici, scritte religiose e modi di dire, decorazioni floreali, disegni geometrici semplici. Il soffitto si deve nella sua realizzazione all’opera degli abitanti castellani, che lo realizzarono per devozione come ex voto alla Vergine Maria, e i maiolicari castellani riuniti in una apposita confraternita, attuarono questo progetto per produrre un opera che tramandasse ai posteri una testimonianza dell’alta qualificazione raggiunta dalla loro categoria. Pertanto fecero realizzare questi 800 sacri mattoni tra il 1615 e il 1617, con scene di santi, beati, scene di vita di Cristo e Maria e dell’Antico Testamento, come attesta una scritta latina dipinta su una sequenza di mattoni, che dice: “le genti della terra di castelli fecero questo soffitto ad onore di Dio ed allo stesso tempo a perpetua memoria della Beata Vergine Maria”. Le capriate spioventi sono divise in comparti con allineamento di cinque mattoni in fila, trattenuti da travicelli.

In origine nella Chiesa vi erano più di mille mattoni che durante i secoli hanno subito diverse traversie: quando gli inverni erano rigidi e sul tetto della Chiesa si accumulava molta neve, dal momento che le tegole gravavano il loro peso direttamente su detti mattoni, alcuni di essi si rompevano; certuni cadendo si frantumavano, altri spaccati a metà e rimasti in bilico, venivano tolti e sostituiti con altri integri e con decorazioni generiche. Il nuovo soffitto degli anni sessanta ha sostituito quello vecchio risalente al cinquecento, costituito sempre da maioliche copie dei mattoni originali, che nel frattempo erano stati impiegati per il pavimento, subendo il degrado dei piedi dei fedeli che li calpestavano e nel secolo scorso furono prelevati dalla chiesa e trasferiti nel Museo delle Ceramiche di Castelli, dove sono attualmente custoditi ed esposti al pubblico. Il soffitto, a causa delle deformazioni intervenute nelle travature, dovette perdere diversi mattoni, ma è stato oggetto di un radicale restauro nel 1968, con il consolidamento e la sostituzione delle strutture lignee. In tale occasione sono stati anche sostituiti i mattoni perduti o deteriorati, ma alcuni esemplari originali furono depositati nella locale Raccolta Civica.

La illustrazione del soffitto, raro monumento, fu un’impresa decorativa di rilevanti proporzioni, storicamente connotabile quale l’espressione d’un preciso clima culturale, quello controriformistico e delle predilezioni e delle esigenze celebrative di una classe sociale, quale appunto baronale ed alto prelatizia dei committenti. La decorazione del soffitto in legno adornato con mattoni maiolicati con raffigurazioni, su fondo blu, di profili di uomini e di donne, scritte con preghiere, segni zodiacali ed ornati vari, nei colori giallo, arancio e verde ramina, ha come caratteristica la presenza di temi geometrici e stereometrici, dal ricercato effetto di trompe l’oeil, a triangoli, a rombi, a lacunari e rosoni, con motivi radiali, e poi ornati, girali, foglie d’acanto, festoni floreali e frutti dal sapore cinquecentesco, e decorazione anche di fauna, di volatili, cani da caccia, levrieri, cavalli da corsa, piccoli cervi, serpenti e lepri. Tra gli episodi tratti dalla Bibbia abbondano i motivi cari al repertorio decorativo dei ceramisti come il nodo di re Salomone, il sole a raggi taglienti e serpentiformi, il raro partito ornamentale a treccia, e ancora stemmi delle famiglie nobiliari che ebbero in feudo Castelli: i De Sangro, i D’Aquino, i Brancaccio. Suggestiva e di rara forza espressiva è la decorazione “contemporanea” figurata molto particolareggiata con una ricchissima serie di immagini degli abiti alto borghesi maschili e femminili ritratti dal vero, dovuti a ceramisti dal forte talento di caratterizzatori, veri e propri pittori di fisionomie che costellano il soffitto.

Castelli non è solo “il soffitto della Sistina” ma è depositaria anche di altri straordinari luoghi della cultura, come il Museo delle Ceramiche di Castelli istituito nel 1984 per promuovere la cultura e l’arte della maiolica e per salvaguardare la storia e le tradizioni locali ed è ospitato nell’antico convento dei Frati Minori Osservanti del XVI secolo e la scuola artistica “Francesco Antonio Grue” fondata nel 1906 presso l’ex convento degli Osservanti di Castelli (XVI secolo) per volontà di Beniamino Olivieri e Felice Bernabei, sindaco del paese e direttore generale di Belle Arti, trasformatasi nel 1961 in Istituto Statale d’Arte per la Ceramica e nel 2009 in liceo artistico per il Design, che ha lo scopo di ripercorrere il lavoro e l’arte delle storiche botteghe castellane, attraverso la preparazione culturale, tecnico-pratica ed espressiva dei giovani castellani. La scuola conserva una parte della prestigiosa collezione di documenti storici, incisioni, spolveri e disegni del maestri ceramisti di Castelli, in gran parte provenienti dalla bottega Gentili, oltre a una raccolta di Ceramica Contemporanea, istituita come museo nel 1986 insieme al Museo delle Ceramiche, raccolta nata in occasione di partecipazioni a mostre, concorsi, viaggi di istruzione, comprende opere di oltre 300 artisti mondiali. Infine nel borgo troviamo il Museo dell’Artigianato, i luoghi di culto e le botteghe storiche e da non dimenticare che esemplari splendidi di ceramiche castellane sono raccolti in importanti collezioni private ed esposti nei più grandi musei del mondo come il British Museum, l’Hermitage, il Louvre e il Metropolitan Museum of Art.

Fonti:

Foto by Abruzzomania

https://www.comune.castelli.te.it/scopricitta/sezione.aspx?ID=5

https://it.wikipedia.org/wiki/Maiolica_di_Castelli

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Donato_(Castelli)

https://abruzzoturismo.it/it/castelli-e-la-cappella-sistina-della-maiolica

https://iduepunti.it/18_novembre_2016/adottiamo-la-cappella-sistina-della-maiolica

https://www.ilmartino.it/2019/06/a-castelli-la-bellezza-senza-tempo-del-soffitto-maiolicato-della-chiesa-di-san-donato-carlo-levi-la-defini-la-cappella-sistina-dabruzzo/

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 42 – Massa d’Albe (AQ): Alba Fucens

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 42° Eccellenza, una delle più storiche della regione, quella del comune di Massa d’Albe, in provincia di L’Aquila, Alba Fucens. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 263, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Alba Fucens è sita nel comune di Massa d’Albe, in provincia de L’Aquila, paese situato nella vastissima area del Parco Regionale del Sirente-Velino, alle falde del Monte Velino, una delle montagne più alte dell’Appennino, a nord del lago Fucino, in un contesto ambientale e paesaggistico di grande fascino, su una pianura alta circa mille metri immersa in un ambiente ricco di flora e fauna, oltre che di storia, ogni anno meta di numerosi turisti che hanno voglia di godere della bellezza di questo mix di archeologia e natura incontaminata. Dichiarata monumento nazionale nel 1902, è una delle più antiche colonie latine, nel territorio degli Equi. Fu inizialmente popolata da 6.000 coloni (Tito Livio (IX, 43,25) “Soram atque Albam coloniae deductae. Albam in aequos sex milia colonorum scripta“) che vi edificarono un oppidum con una prima cinta muraria per difendersi dagli attacchi degli Equi, che non tolleravano la presenza della cittadella militare sul proprio territorio, tentando senza successo, di espugnarla, nonostante numerosi storici parlando delle sue origini siano discordi circa la sua appartenenza alla popolazione marsa o equa (Livio uno dei più attendibili la colloca in territorio equo). Fu ben presto  occupata anche dai Marsi nel IV secolo, che però dovettero fare i conti con l’avvento dei Romani che la fondarono nel 304 a.C., o secondo altre fonti nel 303 a.C. e che la chiamarono “Pian di Civita”, giunsendo in questa zona per creare il loro reparto militare dandole il nome di Alba Fucens e qui si stanziarono per la sua posizione strategica (al fine di controllare lungo il tracciato della via Tiburtina Valeria le tribù italiche tra questi in particolare i marsi insofferenti alle mire espansionistiche di Roma, che popolavano la regione), per poter portare avanti la propria espansione nell’Italia centrale.

Attorno al 303 a.c. Alba Fucens, sotto il consolato di Lucio Genucio e Servio Cornelio, fu trasformata in una delle più importanti colonie latine. Durante la Seconda guerra punica Alba inizialmente rimase fedele a Roma e, nel 211 a.C., inviò un contingente di 2.000 uomini per soccorrere Roma verso cui si stava dirigendo Annibale, ma in seguito, assieme ad altre undici colonie (Ardea, Nepete, Sutrium, Carseoli, Sora, Suessa, Circeii, Setia, Cales, Narnia, Interamna Nahars) rifiutò di fornire ulteriori aiuti e fu punita. Si trasformò successivamente in un posto dove confinare importanti prigionieri di stato, come Siface re di Numidia, Perseo re di Macedonia, Bituito re degli Arverni. Grazie alla sua ubicazione, la città fu sempre considerata strategicamente importante, soprattutto durante le guerre civili. Per tale ragione fu attaccata dalle tribù della confederazione degli italici durante la Guerra sociale, rimanendo tuttavia fedele a Roma e per il suo fiorente e ricco territorio, infatti Alba Fucens controllava la piana del Fucino, territorio paludoso e poco adatto all’agricoltura, ma che sotto l’imperatore Claudio fu bonificato e reso adatto all’agricoltura, divenendo ben presto un importante centro commerciale dell’entroterra abruzzese. Una certa attenzione veniva data anche alla transumanza perchè era sita in un’importante zona di passaggio per i pastori. Oggi Alba Fucens è il marchio top di gamma dell’Abruzzo, gioiello archeologico d’Abruzzo ed a buona ragione, perché affascina il palato culturale dei visitatori con il sito archeologico di instimabile valore, e perché sono diverse le aree archeologiche che l’Abruzzo può vantare di ospitare, e gli studiosi sono certi del fatto che ci sarebbe ancora molto da scoprire: questo perché la nostra regione ha sempre offerto alle popolazioni che hanno deciso di stanziarsi qui un’ottima collocazione e un territorio favorevole sia all’allevamento che all’agricoltura, e anche il commercio si faceva valere particolarmente.

Alba Fucens è un’antica città romana, i cui scavi non sono mai stati completati ma che ha rivelato un numero elevato di reperti, molti dei quali sono stati trasferiti al Museo Archeologico di Chieti, mentre lapidi, monete, vasi, statue e altri rinvenimenti possono essere ammirati nei musei di Chieti e di Celano. Si può godere del fascino della città anche e soprattutto “in loco” attraversando a piedi i percorsi che circondano le rovine, visitando l’Anfiteatro realizzato all’inizio del I sec. d. C. voluto dal prefetto Macrone che condannato da Caligola, per evitare la confisca dei beni decise di suicidarsi, ma prima, per lascito testamentario, fece costruire l’anfiteatro nella sua città natale  e il Pulpito della Chiesa di San Pietro in Albe, unica chiesa monastica in Abruzzo in cui la navata centrale è separata da quelle laterali da antiche colonne, in stile romanico fu costruita nel IX secolo e nel XII secolo dai monaci dell’abbazia di San Clemente a Casauria al di sopra di una cripta pagana appartenente al Tempio Romano di Apollo, non a caso osservando i muri interni della struttura si possono ancora notare incisioni in greco ed in latino oltre che dei piccoli disegni di epoca classica è una delle più belle ed esaurienti testimonianze archeologiche d’Abruzzo ancora tutto da esplorare. Fu ampliata con la creazione di tre navate; semidistrutta dal terremoto del 1915, fu ricostruita fedelmente a cominciare dagli anni Cinquanta per anastilosi mentre le quattro colonnine tortili rubate nel 1997 e ritrovate danneggiate e in stato frammentario nel 1999 sono state restaurate con la tecnica 3D grazie al progetto denominato “Art Bonus” e riposizionate nel 2019.

Le origini etniche dell’Abruzzo, con la sua storia che si snoda dalla Preistoria fino all’alto Medioevo, risalgono addirittura all’età del Bronzo e del Ferro ed i numerosi ritrovamenti archeologici hanno aiutato a fornire spiegazioni e a dare delle risposte alle domande che gli studiosi si pongono da anni.  Alba Fucens è menzionata per l’ultima volta da Procopio di Cesarea che ci tramanda come, nel 537, venisse occupata dai bizantini durante la guerra gotica, era città  ben collegata, in cui si sono conservate soprattutto le strade ortogonali create in muratura che si adattano perfettamente alla pianura erta, utilizzata anche come sito per deportare i sovrani che erano stati sconfitti da Roma, come il re di Numidia, Siface o Perseo di Macedonia, dei quali ci da ampliamente notizia Livio.

Notevoli sono i resti emersi in seguito agli scavi iniziati nel 1949 da un gruppo di lavoro dell’Università di Lovanio guidata da Fernand De Visscher, seguita dal Centro belga di ricerche archeologiche in Italia diretto da Jozef Mertens, continuati in epoche successive e da poco ricominciati. Nel secondo dopoguerra furono intrapresi per la prima volta scavi sistematici per approfondire le conoscenze storiche e culturali sulla città che hanno riportato alla luce parte dell’abitato, circondato da mura in opera poligonale e suddiviso in isolati regolari al cui interno sono collocati gli edifici pubblici e privati (da notare che ogni campagna di scavo ha sempre rivelato un nuovo aspetto). Ulteriori ricerche furono condotte a partire dal 2006 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo.

Ciò che colpisce immediatamente di questa città situata fra i 949 e i 990 m s.l.m., sono le mura ciclopiche poligonali, che delineano interamente il sito, ben conservate a difesa della città che contava quattro porte e si estendeva per ben 3 km intorno all’abitato. Le porte principali sono la porta Massima, rivolta sulla via Valeria, la porta di Massa per la via che conduceva ad Aveia nei Vestini, la porta Fellonica rivolta sul versante equicolano. Le pareti esterne, sono costruite con massi poligonali perfettamente incastonati fra di loro e le superfici sono lisciate. Si segnala la presenza di una sola torre e di due bastioni a protezione di tre delle quattro porte principali. Su uno di tali bastioni sono presenti simboli fallici che dovevano servire ad allontanare le forze malefiche.

Strutturata come un tipico forte romano, la città si sviluppa lungo una griglia di cardi e decumani ed il percorso di visita si snoda attraverso il centro monumentale della colonia e le due strade principali che sono il Cardo Maximus la via Valeria che sarebbe il “decumano” della città che viene definita via del Miliario in cui è possibile visitare i resti di un’antica domus romana divisa in vani con i caratteristici mosaici, i muri a secco, gli spazi votivi, e passeggiare fra le colonne del peristilio rialzate dagli archeologici. Di particolare fattura la pietra miliare raffigurante un combattimento di gladiatori con un’iscrizione dedicata all’imperatore Magnenzio che indica la distanza da Roma (68 miglia romane), a seguire la strada presenta una nuova via parallela definita via dei Pilastri chiamata così per l’elevato numero di pilastri che la caratterizza e che probabilmente erano delle colonne legate alle botteghe. e via dell’Elefante, delimitano l’area centrale, dove si trovano gli edifici pubblici: da nord a sud, foro, basilica, macellum, terme e santuario di Ercole. Ai lati delle strade si dispongono le tabernae dei veri e propri negozi romani che presentano ancora  la chiusura incassata delle porte, con i pavimenti originari, le condutture di piombo dei lavandini e i banconi per la mescita e permangono come edifici conservati e alcune delle abitazioni che occupavano anche le pendici delle colline.

Il ritrovo più bello e rigenerante per i Romani, si trovava dopo la lunga fila di “tabernae” ed era l’edificio delle “terme”, ed è stato facile riconoscerle soprattutto a causa dei pavimenti che presentavano le condotte per il riscaldamento che presentavano una piscina scoperta che era definita “natatio”, una sala con la vasca per l’acqua fredda che generalmente era piccola ed alta e veniva definita ”frigidarium”, una sala un po’ più piccola per bagni tiepidi ed una sala per il bagno caldo definita “calidarium”, e qui l’acqua veniva riscaldata attraverso un sistema di forni a legna e caldaie da cui si facevano partire i tubi e proprio dal forno l’acqua calda poi passava sotto il pavimento delle sale da riscaldare che erano sostenute da piccoli pilastri definiti “suspensurae” ed erano fatti in mattoni alti circa 60 centimetri. Ogni sala aveva un preciso utilizzo: c’erano spogliatoi (apodyterium) con panche che venivano forgiate in pietra e ricavate lungo tutto il perimetro della stanza; immancabile era anche il “laconicum” ossia l’ambiente con la sauna ed il bagno turco; lo “sphaeristerium” era la sala in cui venivano effettuate cere, massaggi, ginnastica mentre gli “untoria” erano le sale in cui ci si ripuliva con oli dopo la palestra. Tra le terme e la piazza con portico dedicata ad Ercole, sono state ritrovate delle scalette che conducono ad una piscina, mentre lungo la stessa strada sono visibili anche delle “latrinae”, ossia dei bagni pubblici. Andando oltre è possibile vedere la zona del “teatro” e la struttura teatrale presenta una cavea di 77 metri che ha la particolarità di essere stata ricavata nel pendio della collina, mentre proseguendo più in là per una strada di più recente resa si può giungere all’anfiteatro, raggiungibile lungo un sentiero che si distacca dalla viabilità di accesso alla collina, che fu costruito sotto Tiberio ed è perfettamente posto in asse con un decumano il cui ingresso era ricavato direttamente nelle mura perimetrali.

Tra gli edifici più importanti si segnala il forum che misura 142 metri di lunghezza per 43,50 di larghezza, su cui si affacciavano i più rappresentativi edifici pubblici cittadini: la basilica, dove si trattavano gli affari e si amministrava la giustizia, edificata con ogni probabilità fra la fine del II secolo a.C. e i primi decenni del secolo successivo; Oltrepassata la via del Miliario c’è un “macellum” o mercato, della stessa epoca e, contigue ad esso e le terme, costruite in età tardo-repubblicana, macellum riconoscibile in quanto presenta un edificio circolare con dei muri a raggiera e dei vani tutt’intorno che erano probabilmente utilizzati come botteghe e dopo il “macellum”c’è quel miliario che invece dà il nome alla strada che presenta il nome di Magnenzio, l’imperatore che subì la damnatio memoriae” adeguatamente scalfito. I resti del teatro cittadino, situato sul Colle Pettorino, uno dei tre contrafforti naturali del luogo, lasciano immaginare come fosse ricca la vita culturale di Alba Fucens finanziata dai ricchi commercianti dell’epoca.

Numerosi erano anche gli edifici religiosi come il Tempio di Iside e il Sacrario di Ercole. La città sotterranea, esplorata per la prima volta dall’archeologo irlandese Dodwell, rivela un efficiente sistema fognario (la cloaca maxima) in opus poligonale, un esempio unico in tutta Italia ancora oggetto di studio da parte di archeologici e speleologi. Sulla collina situata all’estremità occidentale dell’abitato su un preesistente tempio dedicato ad Apollo che fu inglobato, fu costruita la chiesa di San Pietro, ampiamente ristrutturata in età medievale. Danneggiata gravemente dal sisma del 1915 è stata oggetto negli anni cinquanta di uno dei migliori restauri mai effettuati precedentemente, attraverso un’anastilosi quasi completa, guidata da Raffaello Delogu. Nel villaggio di Albe, ricostruito dopo il sisma delocalizzando l’originario centro medievale si trova la chiesa di San Nicola ricostruita utilizzando parti dal sito archeologico.

Il santuario di Ercole , invece, è chiamato così in virtù della statua di Ercole, appunto, che ora si trova al Museo Archeologico di Chieti e che è stata trovata al suo interno. Si accede al santuario attraverso una ripida scala e questo ha fatto supporre che in realtà potesse non essere un edificio sacro ma un mercato e probabilmente di pecore visto che Ercole era anche il protettore dei pastori. Su lato opposto della via del Miliario c’è un’abitazione o “Domus” che presentando molti vani con pavimento a mosaico ed essendo particolarmente rifinita con pareti rifinite in grosse pietre poligonali ha fatto supporre che potesse appartenere ad un ricco signore.

Un edificio che ha particolarmente incuriosito gli studiosi è stato quello poi definito come “diribitorium”, raro nel suo genere ed utilizzato per lo spoglio dei voti : è un’area situata a nord-ovest collocata tra la “basilica” e la piazza forense la cui caratteristica è un monumentale portico colonnato di pianta rettangolare; durante le elezioni amministrative all’interno di questo luogo venivano collocate quelle che erano definite come “tabulae” elettorali che erano riferite ai cittadini che a loro volta venivano divisi in tribù e dunque si permetteva loro di entrare in questo edificio incanalandoli in file che venivano appositamente distinte all’interno di un recinto in legno che veniva creato all’occorrenza.

Fonti

Foto by Abruzzomania

https://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=176914&pagename=57

https://www.romanoimpero.com/2011/06/alba-fucens-abruzzo.html

https://www.inabruzzo.it/alba-fucens.html

https://it.wikivoyage.org/wiki/Alba_Fucens

https://www.albafucens.info/

Eccellenza d’Abruzzo n. 41 – Francavilla al Mare (CH): il Cenacolo Michettiano

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 41° Eccellenza, una delle più importanti della regione, quella del comune di Francavilla al Mare, in provincia di Chieti, il famoso Cenacolo Michettiano. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 264, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Il Cenacolo Michettiano ebbe origine nel 1880 e si deve allo scrittore Mario Vecchioni il merito d’aver per primo, nel 1955, precisato come e quando Michetti, insieme con D’Annunzio, Tosti, Barbella e De Cecco, diede vita a questo famoso sodalizio che tanta importanza rivestì nella cultura abruzzese ed italiana di fine Ottocento. Il Vecchioni precisò che non vi è stato biografo di d’Annunzio che non sia incorso in errore circa gli artisti che diedero origine ed alimentarono il glorioso Cenacolo di Francavilla al Mare e conferma «Eppure lo stesso D’Annunzio ha immortalato la bella compagnia d’amici, che vissero nel culto dell’arte fra promesse e speranze di gloria, nella dedica a Idillii selvaggi compresi nella seconda edizione di Primo Vere (1880): a F. P. Tosti, a F. P. Michetti, a Costantino Barbella, a Paolo De Cecco – questi scialbi pitiambici – in ricambio – del XXVI ottobre, un poema!», in ricordo, cioè, del primo incontro francavillese. I fondatori del cenacolo pertanto furono: Francesco Paolo Michetti (1851-1929), Gabriele d’Annunzio (1863-1938), Paolo De Cecco (1843-1922), Francesco Paolo Tosti (1846-1916) e Costantino Barbella (1852-1925), mentre i più assidui ed importanti frequentatori furono Edoardo Scarfoglio (1860-1917), Matilde Serao (1856-1927), Guido Boggiani (1861-1901) e Alfonso Muzii (1856-1946).

” Il CENACOLO, un’avventura creativa che muove i suoi primi passi nel 1881 dal profondo legame umano e artistico tra  Michetti, con scenari onirici e di  realtà popolare come nel ‘Corpus Domini’, D’Annunzio ‘l’apprendista  stregone’, il gioco di scambi, di effetti plastici, note, parole, linee, colore che trova  nuovi  complici nelle piccole statue in terracotta e bronzo di Barbella,  fine disegnatore e nelle famose composizioni di Tosti, ha come filo conduttore il canto popolare.  Dalle liriche di “Canto Novo” e “Terra Vergine” di D’Annunzio, alle canzoni abruzzesi trascritte per due voci e tradotte in italiano da Tosti; dalle popolane canterine ritratte da Michetti in ‘La canzone’  all’opera più nota di Barbella in terracotta, marmo e bronzo “Canto d’amore“. Nasce così, grazie al funambolico apporto di questi straordinari personaggi il Cenacolo che rappresentò nove anni di esaltazione e delirio artistico e culturale. Basti pensare che nel 1923, la nascita del Cenacolo a Francavilla, che con la pittura, la musica ed il disegno irradiò tanta luce d’arte, indusse Giovanni Papini e Domenico Giuliotti nel 1923 a scrivere nel loro Dizionario dell’Omo Salvatico, che a causa di quella leggendaria brigata e di questo straordinario fenomeno culturale:                                                                                        “In quegli anni l’Italia correva il rischio di diventare abruzzese”.

Ma cosa fu e cosa è ancor oggi il Cenacolo Michettiano? “Negli anni ottanta del 1800 un poeta, un pittore, un musicista e uno scultore  legati tra loro da una “comunione intima innegabile” vissero nell’antico convento francescano di Santa Maria del Gesù a Francavilla al Mare che dalla sommità di una collina domina l’Adriatico,  durante i periodi estivi, per lavorare e scambiarsi idee, tecniche e segreti del mestiere, un’esperienza che rimane unica nella storia dell’arte italiana moderna, quella del Cenacolo artistico, sodalizio nel quale scambiarsi idee, esperienze, tecniche dei loro “mestieri”. Fu il sogno del Maestro, realizzare “una grande, immensa Arte fatta di tutte le arti”. Il Cenacolo fu un fenomeno culturale assai raro, se non unico, nella storia dell’arte italiana moderna. Le opere che si creavano avevano un tema comune: la natura e la gente d’Abruzzo e spesso gli stessi soggetti passavano dai dipinti alle sculture, alle note ai versi, a formare un unico grandioso poema. Ogni creazione nata nel convento era animata e fecondata da un sogno splendido e impossibile che collegava il piccolo gruppo di artisti abruzzesi alla temperie artistica d’oltralpe, un sogno che in un certo senso è rimasto sino ad oggi il loro segreto.”

“Ma cosa spinse gli artisti di Francavilla a infrangere gli stretti canoni del verismo partenopeo a cui appartenevano ed a lavorare in sintonia creando una speciale osmosi tra i diversi campi dell’arte? Questo sogno veniva da lontano ed aveva preso forma nel Gesamtknstwerk (opera d’arte totale) di Wagner, con la passione per il grande compositore tedesco, le sue teorie, per la melopea (composizione melodica di ritmo lento spesso ispirata a motivi liturgici del sec. XVIII) e il Wort-Ton-Drama (la concezione wagneriana del dramma musicale) che avevano contagiato mezza Europa e invaso Parigi.” Sull’origine culturale e artistica del sodalizio che  spinse i quattro artisti a sperimentare una  “grande  immensa  Arte  fatta  di  tutte  le  arti” si è molto dibattuto.” La Sorge ritiene che molto probabilmente, come suddetto, gli artisti abruzzesi furono contagiati dalle nuove teorie discendenti dal  “sogno wagneriano” che mirava ad abbattere  le barriere tra le arti, per lanciare una nuova sfida: quella di  arricchire di nuove  suggestioni la descrizione artistica della terra e della gente d’Abruzzo sotto la  guida geniale del Maestro che più di ogni altri intercettò le tecniche del futuro:  Francesco Paolo Michetti <innamorato dell’avvenire dell’arte>.”

Wagner

“I componenti del cenacolo cercarono di realizzare una vera e propria “compenetrazione” di espressioni artistiche diverse. Le pitture, le sculture, i versi e le note dei 4 moschettieri (chiamati dalla Sorge i quattro grandi del gruppo francavillese così definiti non per la loro fama, che un  secolo fa raggiunse livelli oggi difficilmente immaginabili, bensì per il fatto che solo loro, tra tutti i componenti del  cenacolo, cercarono di attuare una compenetrazione di espressioni artistiche diverse), in cerca del Bello e del Nuovo, che restano a testimonianza di una simbiosi spirituale senza precedenti: <una felice copia d’ingegno sparsa nelle tele, nella creta, nelle note>. Il Verbo Dipinto: celebre dipinto di Michetti assume il ruolo di manifesto fatto non di parole ma di immagini, diventando canone e guida per gli artisti del cenacolo e D’Annunzio è abbagliato e fecondato da questa scena e lo definisce il Verbo dipinto che raffigura la facciata del Duomo di Chieti e la fantasmagoria della processione, l’arte nuova nasce qui, dal ritmo della vita stessa del popolo abruzzese. <Fu un sodalizio straordinario che legò  per circa un decennio quattro grandi  artisti abruzzesi:  Gabriele D’Annunzio, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo TostiCostantino Barbella che diedero vita ad una sorta di “officina dal sapore di nuovo>, officina dalla quale  uscirono “opere grandiose ma anche semplici e timide “prove d’autore che  avevano un tema comune, quello della natura e della gente d’Abruzzo” … i cui soggetti passavano dai dipinti alle sculture, alle  note, ai versi a formare un unico grandioso poema”.

“Nel chiostro acquistato da Michetti nel 1883 i “quattro moschettieri”,  furono accompagnati da importanti personaggi  della scena culturale del tempo assidui frequentatori del cenobio come Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, il pittore Alfonso Muzii, il poeta Carmelo Errico, i musicisti Paolo De Cecco e Vittorio Pepe, l’etnologo Guido Baggiani. Quindi l’epopea del Cenacolo fu qualcosa che andò oltre l’essere stato uno straordinario fenomeno artistico e culturale, ma rappresentò un modello sociale, ancor oggi inimitabile, un cambio di passo che si percepisce forse ancora meglio leggendo cosa scriveva Nino Costa (il maggior denigratore all’epoca del Michetti) sulla personalità michettiana: “Quest’artista ha la più cara, la più bella organizzazione artistica e insieme la più corrotta. Egli è proprio avido e malizioso … pare che dica al grosso pubblico italiano: < Tu non ne vuoi sapere d’arte, ma io ti voglio afferrare per forza per mostrarti la mia abilità>, cambio di passo che Michetti, ideologo del Cenacolo intendeva dare non solo a chi lo circondava, non solo agli artisti del cenobio, non solo a Francavilla, non solo all’Abruzzo, ma all’Italia intera.

Nel cenobio, Michetti disegnava le sue famose pastorelle, D’Annunzio scriveva articoli mondani, Tosti cantava le sue melodie, Barbella modellava statue, De Cecco, disegnava e allietava gli amici suonando il mandolino. Fu, quindi, una sorta di officina dove si tentò di realizzare, anche se in modo sperimentale, il sogno di abbattere le barriere tra un’arte e l’altra, di creare un sistema di interferenze fra pittura, scultura, musica e versi. Tutti gli artisti lavorarono in sintonia sotto la guida di Michetti e influenzati, come il resto dell’Europa, dal sogno di una grande immensa Arte fatta di tutte le arti. A questa operosità artistica faceva riscontro lo sviluppo turistico di Francavilla. La città non era mai stata avara di nomi illustri nel campo delle lettere, delle leggi, delle scienze e delle arti, ma in quegli anni costituì un vero e proprio polo di attrazione per quanti, pur provenendo da centri più evoluti di Francavilla per trascorrere le vacanze estive, trovavano qui l’occasione di un soggiorno culturalmente qualificato.

Ma chi fu Michetti? “Padrone di casa del cenobio, nacque a Tocco Casauria  nel 1851­, studiò all’Accademia delle belle Arti  di Napoli città in cui presentò il suo primo dipinto di grandi dimensioni nel 1877: “La processione del Corpus  Domini”. Una delle sue  opere più importanti , il Voto gli era invece stata  ispirata dalla partecipazione ricca di fede e ardore  religioso dei pellegrini alle celebrazioni della festa di San Pantaleone nell’omonimo Santuario di  Miglianico.  Nel 1883 si trasferì a Francavilla nel Convento adattato ad abitazione,  alternando però, negli anni della sua più intensa  attività pittorica,  lunghi soggiorni a  Napoli.  Dipinse dal 1884 al 1896 più di trenta tele di grande pregio, tra le  quali  “La  Figlia  di  Iorio”  che,  presentata a Venezia alla Biennale,  fu acquistata  da  un  berlinese  divenendo   proprietà  della  Galleria  Nazionale d’Arte di Berlino ed oggi esposta presso il palazzo della Provincia di Pescara. Dalla fine del secolo si dedicò prevalentemente alla  fotografia e, nonostante i riconoscimenti ufficiali, fu nominato  senatore dal re Vittorio Emanuele III. Trascorse in completo ritiro l’ultimo periodo della sua vita e morì nel 1929 nella sua casa di Francavilla.“

E la sua decisione di vivere a Francavilla? “… frattanto Michetti lasciò improvvisamente Napoli e piantò le tende a Francavilla al Mare e nel 1932, il pittore abruzzese Italo De Sanctis, riferendosi alla decisione di Michetti di vivere a Francavilla così scriverà: <Gli era piaciuta quella campagna placida, tutta fresca di orti e di frutteti. Con pochi soldi si sbarcava il lunario, in una solitudine un po’ selvaggia. La gente era buona e il vino era come la gente. Le donne, belle, erette, flessuose, andavano in camicia bianca e gonnelle succinte, mostrando senza alcuna malizia i seni turgidi e le braccia tornite. Gli uomini erano gravi e come monumenti. Vi chiamò amici e colleghi, che accorsero entusiasti e formarono il Cenacolo che diede all’Italia la poesia più alta, la pittura più veemente, la canzone più accorata. Francavilla era un luogo ideale per la loro vita capricciosa; ed essi vi vissero nella piena grazia del Signore, della gioia di creare, della febbre del lavoro, dell’ebrietà dei canti, dei rapimenti dell’amore. Tempi del buon umore, della gioia totale! Le albe si seguivano rosee nell’oblio delle stagioni, e un incantesimo sonoro era nell’estasi della luce, una fragranza di spiganardo nell’aria. Giovani, liberi e scapigliati, non soffrivano stanchezza. A giornate di alacre e fecondo lavoro seguivano notti di deliranti gaudii, al chiaro di luna. Persino delle vaghissime amazzoni scendevano da Chieti alla marina per rendere per rendere più fiabesca la loro vita, in quel >.”

“Michetti fu l’innamorato dell’avvenire dell’arte e per tutti è il Maestro o Mastro e fu considerato dagli abitanti di Francavilla una sorta di mago, che arrivarono ad attribuirgli poteri occulti e capacità ultraterrene. Con le sue scene di vita abruzzese, rese vive dalle vibrazioni luministiche e dalle tensioni cromatiche, sempre oscillanti tra realtà e sogno, superano gli angusti confini del verismo elevando l’Abruzzo a un luogo dello spirito. Partìto per Napoli, come borsista, a studiare pittura, incomincia così la simbiosi meravigliosa dell’uomo con l’arte. Numerosi sono gli aneddoti fioriti intorno al primo contatto di Michetti fanciullo con l’ambiente accademico napoletano, dove nessuno riusciva a capacitarsi come uno “scugnizzo” dall’aspetto selvatico e rozzo, brusco nel tratto, trasandato nella persona, potesse ottenere, al suo primo contatto con l’arte, risultati tanto artisticamente validi, a volte superiori a quelli di altri che già da tempo frequentavano l’Accademia con assiduità e ciò prescindendo dall’insegnamento della scuola, seguendo soltanto la sua disposizione naturale. Si sono visti di lui dei quadri largamente dipinti, di una freschezza e di una verità di colore ammirabili, pieni di finezza e di grazie nella forma … Con che diritti costui fa bene senza stentare e senza aver sofferto nulla? Per Michetti il bello era un’eco raccolta nel cuore, il vero visto nell’estasi, un sogno ad occhi aperti. La sua formula definitiva sarà: “Sognare davanti al vero”.”

“La sede del Cenacolo, fu il convento, poi chiamato “Conventino”, sede di un vero e proprio cenacolo artistico dove ancor oggi aleggia un’aria di mistero nel suo chiostro e nei corridoi, con le sue mura vetuste che racchiudono segreti e magie non ancora del tutto svelati. Tra il 1860 e il 1864 i Conventi  furono  soppressi e diventarono demanio del  Comune. Nel 1885 Michetti, che era domiciliato a Francavilla e consigliere comunale, ebbe modo così di acquistare il Convento Francescano di Santa Maria del Gesù poco lontano daPorta Ripa. Dalla vendita  era  esclusa  la  chiesa  attigua al fabbricato con le due sacrestie e il campanile dalla forma orientaleggiante; l’acquirente inoltre  era obbligato ad impiantare  ed avviare entro un anno, nel locale del Convento, una fabbrica di  ceramica  o  altro  stabilimento  industriale,  che  potesse  “arrecar  vantaggio alla popolazione” del comune. Egli pertanto costruì il  forno per le ceramiche e sistemò l’ambiente sovrastante il portico  eliminando  la  preesistente  suddivisione  in  stanze e in  seguito realizzò  l’apertura delle prospettive  ottiche  sul  mare e sulla campagna attraverso caratteristici oblò, il cui motivo fu ripreso  dall’architettura  dello  studio  a  mare, progettato dallo stesso Michetti. Ovunque fece dipingere le pareti a bianco di calce  e le lasciò libere dai quadri. Pure a Michetti si deve l’inserimento di  una bifora romanica in pietra riccamente decorata  proveniente da Palazzo Tinozzi a Francavilla.  Alla morte del pittore, nel 1929, il “Conventino”, divenne  proprietà  della  moglie Annunziata e dei figli Giorgio , Alessandro  e Aurelia, madre  dell’attuale proprietario il barone  Ricci. Il 31 luglio 1938 il re Vittorio Emanuele III inaugurò il monumento a Michetti  dello scultore  Nicola D’Antino, nel piazzale antistante il portico e nel 1939  dichiarò il “Conventino” monumento nazionale.”

“Attualmente in esso non vi sono i quadri del pittore, i quali si trovano tutti a  Roma al Museo di Arte Moderna o a Francavilla al Mare al MUMIMuseo  Michetti costruito dagli architetti Ricci e Spaini proprio per ospitare le sue  opere, situato nell’ex convento di San Domenico, il vecchio Palazzo Comunale costruito nel XIII secolo, con ampi rifacimenti nel XVIII secolo e nel secondo  dopoguerra, è  diviso in due nuclei espositivi, nel cui secondo piano  dell’edificio,  destinato  alle  mostre  temporanee,  ospita le due grandi tele di  Michetti: “ Le  Serpi” e “ Gli Storpi”.”

MA QUALE ERA L’ATMOSFERA DEL CENACOLO MICHETTIANO ? <Un vivido documento che descrive luoghi e personaggi del cenacolo  michettiano è la lettera da Francavilla al Mare del  27 luglio 1884 di Matilde Serao in cui la scrittrice descrive le sue giornate, la gioia di avere  e le conversazioni con gli artisti:  “Sono qui, innanzi al grande e triste mare Adriatico, in una casa di contadini,  tutta pittata a bianco, con pochissimi  mobili immersa nel verde di una dolcissima collina. Qui è una pace profonda, un grande silenzio che solo  la voce del  mare interrompe.  A trenta passi di qui, in una bizzarra casa, tutta segreti e finestroni bislunghi e porte rotonde, fra un’aquila, tre cani,  cinque serpenti, Ciccillo Michetti dipinge e Costantino Barbella fa le  statue… vi sono Donna Maria e Gabriele  D’Annunzio la poesia. Verrà Ciccillo Tosti, in settembre, e la colonia artistica  che lavora, contempla il mare,  s’immerge nella freschezza delle notti meridionali  sarà completa … Mi levo alle otto del mattino, faccio il bagno, in una spiaggia diritta, larga, di  una grandiosità che impone… un ritorno a casa, scrivo sino alle undici.  ….  Poi la colazione e  un’ora di contemplazione della  campagna e dopo la lettura  e scrittura sino alle sei; un po’ di conversazione con questi  artisti e poi il pranzo. Dopo, una lunga passeggiata sulla riva del mare, solitaria, nella notte,  una poesia. Al ritorno,  lavoro sino a mezzanotte. E tutto questo in una grande pace marina e campestre, che  tre volte il giorno,  due volte la notte il treno attraversa. Non potevo scegliere meglio  l’ambiente, per poter lavorare…Come si lavora bene, qui. Arrivano tutti i libri, tutti i  giornali…io rimango qui sino a metà ottobre , tanto è bello il paese. Donna Maria D’Annunzio risaluta cordialmente: quanto è carina e amabile, questa giovanetta, che in campagna ha addirittura un’aria infantile …”>

Lo scrittore Primo Levi, anch’egli frequentatore del Cenacolo, scrisse nel 1882 nel famoso libro “Abruzzo forte e gentile“: «Già da tempo […] nel 1880 […] convenne […] un’eletta schiera di artisti sommi, nel casone strano di Michetti, in riva al mare, da Edoardo Scarfoglio, a Francesco Paolo Tosti, da Gabriele d’Annunzio a Guido Boggiani, da Matilde Serao a Costantino Barbella. Ha vita il Cenacolo degli Artisti, denominazione rimasta allo studio di Michetti».

Gabriele  D’Annunzio assiduo  frequentatore di Francavilla “..dal gentil profilo, intarsiata sul fondo azzurro del cielo”, fa assurgere la cittadina a luogo di elezione del cenacolo di questi artisti uniti nel nome della ricerca di un’ideale  di bellezza. Qui il poeta giunse nel 1880 e così descriveva all’amico Nencioni  quel  momento. “Giunsi a casa ai primi di luglio dal ‘Cicognini’ un po’ sciupato…trovai  nel Michetti un amico amoroso che mi rialzò, mi distrasse, mi comunicò un po’ della sua fede e del suo foco  sacro”. Da allora soprattutto nei periodi estivi prese a riunirsi con i suoi amici al  Convento che definiva il suo “Romitaggio”.  Quando era ispirato veniva murato nella sua stanza al secondo piano (ancora  visibile) e quando finiva di scrivere, gli amici suonavano le campane dell’annesso campanile. Qui tra luglio e dicembre 1888 fu scritto “Il Piacere“; tra  aprile e luglio del 1891 fu composto “L’innocente”.  Anche buona parte del “Trionfo della morte” fu ideato al Convento.  Al suo interno la vita era una vera e propria vita in comune e  D’Annunzio così la descriveva:  “Si viveva così  obliosamente.  La sera, mentre il plenilunio ottobrale saliva alla marina, i nostri cuori risuonavano nella tranquillità degli oliveti, sotto lincerto biancicare argentino dei rami … Di tratto in tratto Messere il Vento veniva  a strimpellare questo vecchio colascione che è il convento“. Il poeta ricorda anche la presenza di Nunziata, moglie di  Michetti che, non senza la collaborazione degli amici del Cenacolo, si prodigava per preparare i pasti. Il Vate qui veniva per i bagni con l’amico Michetti, ma anche  per le ore liete con Barbara Leoni e per perdersi nella malinconia e nella solitudine o per meditare sulle sue opere. Quanti sogni sull’arena ardente! Il mare tutto verde e  luccicante e ondeggiante come un drappo di seta antica, giungeva ai miei piedi; le barche  parevano immobili in  lontananza; il vento portava il profumo dei limoni.”…Oh i bei giorni di Francavilla, quando il culto dell’arte ci univa.  Quella povera casa solitaria, in mezzo all’immensità dei litorali, era il nostro tempio: per le   stanze  un grande alito di  salsedine spirava. … Oh i bei giorni di Francavilla! Che sciupio felice di giovinezza, di forze, di amori, di sangue, di  vino!

 

Francesco Paolo Tosti  in quel periodo trionfa a Londra alla corte della  regina  Vittoria con le sue romanze, pubblicate da Ricordi, che rivoluzionano il mondo  musicale della fine del secolo. “spopolano e la sua Immensa popolarità paragonabile forse solo a quella odierna dei Beatles aduna intorno alla sua figura  un alone leggendario”  … con le sue melodie con la sua stessa personalità gioiosa e estroversa, con i suoi trionfali successi, il musicista  contribuisce notevolmente a quella esaltazione che sconvolge e  quasi travolge il poeta quando entra in contatto con Michetti e gli artisti del  cenacolo”. (Paola Sorge in “Sogno di una  sera d’estate”). A Francavilla nel 1880 compone “Canzone” dai versi semplici , la prima di una lunga serie di romanze su testi di  D’Annunzio, la più famosa delle quali  è sicuramente “’A Vucchella”. Le romanze composte da Tosti insieme a  D’Annunzio  “sono piene di malinconia… di eros e thanatos e di squisite fattura” come le liriche che compongono il  poemetto intitolato Malinconia del 1883. Versi traboccanti d’amore e di languore per le dolci melodie  tostiane, nati nelle calde notti estive a Francavilla. Così il Vate rievoca la magia di quei giorni:“… Paolo Tosti, quando era in vena,  faceva musica per ore ed ore, senza  stancarsi, obliandosi  d’innanzi  al  pianoforte, talvolta  improvvisando, con una foga e una  felicità  d’inspirazioni  veramente singolare. Noi eravamo distesi o sul divano o per terra, presi da  quella specie di ebrietà spirituale che dà la musica in un luogo raccolto e quieto.  Ascoltavamo in silenzio, a lungo, chiudendo gli occhi per seguire meglio un  sogno …La musica ci aveva chiusi in un circolo magico. Dopo due mesi di quella consuetudine, le nostre sensazioni  s’erano così affinate che ogni urto della vita esteriore ci affliggeva e ci turbava.”

“Un percorso che raggiungerà i suoi frutti più alti proprio negli anni in cui la  compattezza del cenacolo comincia a sfaldarsi, probabilmente schiacciata  dalla crescente fama degli artisti. Con ‘La figlia di Iorio’, specchio  dell’anima della terra d’Abruzzo raccontata prima nel poema pittorico di Michetti,  esposto nella versione definitiva nel  1895 e poi nella tragedia dannunziana terminata nel 1903, i due maggiori artisti raggiungono le massime vette dell’arte.  Ma anche Tosti, che vive a Londra una vita brillante alla corte della regina  Vittoria e scrive romanze malinconiche  riecheggianti i canti popolari della sua terra  ha sempre meno tempo per gli amici di Francavilla, pure Barbella lascia  ormai poco spazio al sogno,  partecipando con i suoi lavori in bronzo e  terracotta a quasi tutte le esposizioni sia in Italia che all’estero.

L’attività del Cenacolo ebbe una vita intensa ma breve; terminò, infatti, nel 1889, anno in cui si sposarono Costantino Barbella e Carmelo Errico. Del resto dei cinque fondatori del Cenacolo, D’Annunzio si era sposato nel 1883, Paolo De Cecco nel 1884, Michetti e Tosti nel 1888. Che ufficialmente il Cenacolo michettiano sia cessato nel 1889 ne abbiamo dimostrazione nell’estate di quell’anno in quanto Michetti, invece di invitare D’Annunzio al convento come aveva fatto l’anno precedente, gli trovò L’Eremo di San Vito per trascorrere l’estate insieme con Barbara Leoni.

Si concluse così, alla fine degli anni ottanta, un sodalizio straordinario  fenomeno assai raro, se non unico nella storia dell’arte che, sulle ali di un sogno wagneriano,  cercò di realizzare una compenetrazione di  espressioni artistiche e creare una simbiosi spirituale senza precedenti.

Fonti:

  • Sogno di una sera d’estate di Paola Sorge
  • Francesco Paolo Michetti di Franco Di Tizio
  • D’Annunzio e il Cenacolo michettiano”di Ianieri editore

Eccellenza d’Abruzzo n. 40 – Lucoli (AQ): Abbazia di San Giovanni Battista

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 40° Eccellenza, quella del comune di Lucoli, in provincia di L’Aquila, l’Abbazia di San Giovanni Battista e ricordo che di queste ultime ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 265 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

L’abbazia di San Giovanni Battista si trova a circa 1000 metri s.l.m., in posizione dominante la stretta valle dove sono dislocate le diciassette frazioni che compongono il comune di Lucoli ed è senza dubbio il fiore all’occhiello dell’importante patrimonio artistico-culturale del comune di Lucoli in provincia dell’Aquila,  Il complesso di San Giovanni Battista per le sue peculiarità architettoniche, le valenze artistiche e l’interessante lavoro di restauro a cui è stato sottoposto lo pongono dal 1902 come uno dei monumenti più importanti in campo nazionale.

Anche se le sue origini risalgono al 1077 sarebbe più corretto affermare che questo ex monastero venne fondato, o meglio, rifondato nel 1077, quindi si può affermare che il monastero benedettino venne fondato prima dell’XI secolo anche se non se ne conosce con precisione la data. L’ipotesi di una rifondazione, anziché una fondazione ex novo, troverebbe sostegno nella presenza dell’abate Pietro e di una già costituita comunità monastica nell’atto di donazione e nel fatto che il toponimo originario risultante dalla prima fonte finora nota, la donazione del 1077 del conte Oderisio dei Marsi (di nazione franca, figlio del conte Berardo, appartenente ad un ramo della famiglia dei conti dei Marsi) di tutti i suoi possedimenti di terre per mille moggi, case, vigne, un territorio molto ampio corrispondente in gran parte all’attuale comune di Lucoli, compresi nel Castello di Colomonte (odierna Collimento) all’allora abate Pietro, era San Giovanni in Ranfonessa, ed indicava un insediamento monastico già esistente ma molto piccolo.

Con questo atto, che comprendeva anche una serie di coloni già residenti sui terreni coltivati donati al Monastero, il Conte Odorisio lo rese pertanto indipendente da qualsiasi autorità laica ed ecclesiastica, anche se la pone sotto il controllo diretto della Santa Sede, sottraendola ad ogni giurisdizione locale impegnando se stesso ed i suoi eredi alla sua difesa militare, pertanto non soggetta al locale vescovo con piena giurisdizione sul territorio assegnatole, cosa che la trasformò in un’abbazia nullius. Tra le motivazioni che spinsero il conte Oderisio, che risiedeva nel castello di Collimento, alla donazione di beni c’era l’intenzione di porre al riparo il proprio potere locale dai rischi di un’occupazione normanna, che in quegli anni iniziava i primi tentativi di invasione, mediante la fondazione di un monastero privato. Le motivazioni politiche prevalsero su quelle religiose, pur non essendo ovviamente esplicitate nel documento di donazione che fa invece riferimento, come d’uso all’epoca, solo all’amore di Dio e alla salvezza dell’anima propria e dei congiunti.

Il primo abate fu Pietro, al quale successe Lucolano, sotto la cui guida il monastero ebbe ospite San Franco di Roio. Nel 1291 fu eletto abate Pietro Matthei che presto, però rinunciò all’incarico per l’impossibilità di governare la vita cenobitica secondo i dettami della Regola, a causa della scarsa disciplina dei monaci. Per questo motivo, con la bolla “Meditatio cordis nostri del 27 settembre 1294, papa Celestino V unì questo monastero a quello di Santo Spirito di Sulmona dei monaci Celestini. Nel 1318 l’Abbazia tornò, però ad essere autonoma e venne eletto come abate Angelo. La vita monastica si svolse con alterne vicende che videro l’abbazia attraversare momenti di difficoltà, ma anche assurgere ad una notevole importanza economica e politica.

La vita cenobitica vi ebbe luogo fino al 1456, anno in cui morì l’ultimo abate regolare eletto dai monaci e successivamente il monastero venne poi soppresso nel 1461 da papa Callisto III ed iniziò un periodo di decadimento che culminò nel 1754 con la decisione di papa Benedetto XIV di porre l’abbazia sotto la giurisdizione della diocesi dell’Aquila. La reazione negativa della popolazione spinse Ferdinando I delle Due Sicilie a dichiarare nel 1793 l’abbazia di regio patronato, con il potere di eleggere l’abate commendatario. Questa situazione durò fino 1869, quando i parroci di San Giovanni Battista che conservano tuttora il titolo onorifico di “abate”, tornarono ad essere nominati dal vescovo. A seguito del terremoto dell’Aquila del 1703 l’interno dell’abbazia fu trasformato in stile barocco, ma dopo un primo restauro nel 1835 ed uno più recente nel 1994, la basilica è tornata al suo originario splendore. Di particolare importanza risultano essere gli affreschi rinvenuti proprio con l’ultimo restauro, attribuiti al De Litio raffiguranti San Lorenzo e San Giorgio , il chiostro e il porticato. All’interno dell’abbazia si può ammirare anche l’organo del Farina (1500), ritenuto essere il più antico d’Abruzzo.

La facciata della chiesa è composta è da un porticato a tre archi, con quelli laterali a sesto acuto. All’interno del porticato si trova la porta di accesso al chiostro del convento, posto sulla destra della chiesa. Sulla sinistra della facciata si trova il pregevole campanile dei primi del 500, collegato alla chiesa da un passaggio attraverso la canonica. L’interno della chiesa è a tre navate suddivise da pilastri ottagonali che sorreggono archi a tutto sesto. La copertura attuale è in soffitto ligneo cassettonato, che ha sostituito la volta a botte introdotta con la trasformazione in barocco dopo il terremoto dell’Aquila del 1703, riportato poi allo stato originario dal restauro del 1994. L’altare maggiore, opera di Bernardo Ferradini, il cui paliotto della Madonna del Rosario, finemente intarsiato, è costituito da disegni policromi raffinati e di grande valore espressivo, è separato dalla navata centrale da una balaustra in marmi bicolori, opera di Giuliano e Pietro Pedetti. Degno di nota l’organo cinquecentesco che si trova sulla parete d’ingresso della navata centrale è opera di Giovanni Farina da Guardiagrele, del quale però rimane solo la cassa.

FONTI

Foto by Abruzzomania

http://www.abbaziaeparrocchiedilucoli.it/i

https://web.archive.org/web/20160818142044/http://conoscere.abruzzoturismo.it

https://web.archive.org/web/20160827023932/http://proloco.lucoli.it/informazioni-sull-abbazia-di-san.-giovanni-battista-.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Giovanni_Battista

 

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 39 – Atri (TE): Duomo di Atri – TERZA E ULTIMA PARTE

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo ed eccoci arrivati alla TERZA E ULTIMA PARTE della 39° Eccellenza, quella del comune di Atri, il meraviglioso duomo di Atri, basilica concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo. Ricordo che nella prima abbiamo descritto le caratteristiche generali del Duomo di Atri  presentando alcune opere presenti all’interno di grande valore; nella seconda parte abbiamo mostrato tutta la sua magnifica bellezza,  i 101 affreschi del pittore abruzzese Andrea Di LItio ed in questa ultima parte presenteremo le ulteriori meraviglie che si possono ammirare all’interno del Duomo.

Iniziamo da una scena raffigurante una danza macabra è dipinta sul muro di fondo della navata sinistra e proseguiamo ammirando sulle colonne vari affreschi del Trecento-Quattrocento, tra i quali una Trinità a tre volti (XIV secolo), una Madonna adorante il Bimbo (1460-70) sempre di de Litio e del suo allievo Ugolino da Milano e una Madonna di Loreto (1450) dello stesso de Litio. Alla destra del portale si ammirano dei pochissimi resti di un affresco gigantesco raffigurante San Cristoforo (XIII secolo): nel Medioevo in molte chiese era uso apporre immagini gigantesche di questo santo, patrono dei viaggiatori e dei pellegrini, credendo che vedere una sua immagine anche da lontano assicurasse protezione durante il viaggio o pellegrinaggio.

Nella navata destra si possono ammirare una serie di affreschi che vanno dal Duecento al Quattrocento, opera di artisti locali come Luca d’Atri, Giovanni di Cristoforo e Giacomo d’Atri. Nella navata sinistra, vi è una serie di affreschi di vari artisti, tra cui Giacomo d’Atri, il Maestro di Offida, Andrea de Litio, del Trecento-Quattrocento tra i quali spicca l’affresco del trasporto della Santa Casa, del 1460, anch’esso opera del de Litio. Passiamo poi alle Storie di Cristo del 1340, di Luca d’Atri, antichi affreschi scoperti nel 1905, raffigurano scene della vita di Gesù separate ognuno dalla figura di uno o più santi. La matrice degli affreschi è giottesca, ed è probabile un apprendistato presso Giotto (a cui Luca viene paragonato dai contemporanei) o più probabilmente da Simone Martini a Napoli. Un dipinto su tela di scuola napoletana del Seicento, raffigura L’Incoronazione di Maria con uno stuolo di angeli e lo Spirito santo illumina la figura della Madonna che viene incoronata dal Figlio e dal Padre. San Nicola e San Giacomo, resti di affresco, tra la cappella Arlini e il campanile, che doveva raffigurare le storie della vita dei due santi. Madonna d’Alto Mare, affresco eseguito da De Litio intorno al 1460 rappresenta la Madonna di Loreto, la Traslazione della Santa Casa da Nazaret a Loreto, chiamata popolarmente Madonna d’Alto Mare, nome con cui è nota universalmente, per via del lungo viaggio in mare aperto, alto mare appunto che fece la Casa prima di arrivare in Italia.

Nei pressi del coro è presente il noto affresco del XIII secolo rappresentante la leggenda francese de “L’incontro dei vivi e dei mortie gli affreschi del Duecento, il più antico della chiesa di probabile pittore francese (1260) che non è una danza macabra, ma è un episodio che si ritrova frequentemente nella letteratura francese e anche in quella italiana. Si può dividere in due parti, la parte terrena con i cavalli, i paggi e i tre cavalieri, vestiti con abiti molto preziosi, spaventati e atterriti alla vista di vedere i morti che si risvegliano e quella con i morti, tre scheletri, con un sottile strato di pelle, che stanno sghignazzando;.. Sopra i tre cavalieri, c’è una scritta in caratteri gotici, solo la prima parte conservata leggibile perfettamente: Nox (?) quae liquescit gloria sublimis mundi … (E la notte svanisce: la gloria del mondo…), evidente allusione alla vittoria della morte sulla vita, tema principale dell’affresco, con i tre cavalieri, atterriti alla vista dei morti, ma che non potranno fuggire da essa. Interessante anche un affresco staccato dalla chiesa di san Liberatore ad Atri raffigurante la Madonna con Bambino in trono tra angeli del Duecento.

A destra si trova uno dei tre ingressi del Museo Capitolare, il cosiddetto ingresso invernale, perché aperto durante il periodo invernale, ma anche d’estate, la sagrestia dove sono custoditi  paramenti e oggetti liturgici che ha forma di una cappella od oratorio. Tutta decorata da affreschi del XIX secolo di artisti teramani e atriani, con un’interessante cupola, dove con angeli musicanti e festanti e l’altare del XVII secolo di un artista locale che riprende in più punti i soggetti dello scultore Carlo Riccione, il maggior scultore abruzzese del Seicento che dimorò ad Atri dal 1677 al 1692. Anche qui alcune tele, un San Michele Arcangelo del XVIII secolo, copia della più celebre tela di Guido Reni a Roma; San Carlo Borromeo, di fine Seicento; Maria Maddalena del Settecento. Madonna del Latte tra i santi Antonio Abate, Reparata (?) e Berardo (?), affresco realizzato a fine Trecento dal Maestro di Offida, identificabile in Luca d’Atri in stile prettamente giottesco, di cui è pervenuta la parte centrale, raffigurante la Madonna che allatta il bambino (la Madonna del Latte) fra tre santi: Antonio Abate, molto venerato in Abruzzo a cui sono dedicate molte celebrazioni anche ad Atri e altri due che potrebbero essere Reparata e Berardo. Affreschi del XIV-XV secolo, di inizi Trecento e prima metà Quattrocento, alcuni ottimamente conservati, altri solo in parte. San Giacomo Maggiore e Santa Caterina da Siena realizzato molto probabilmente intorno al 1360 da Andrea da Bologna (1335-1370).

Sant’Ambrogio? forse perché vi sono alcuni attributi che fanno risalire al vescovo di Milano: le stelle a 6 punte sulla mitria e la Bibbia nella mano sinistra, affresco della prima metà del Quattrocento, realizzato molto probabilmente da pittore locale o comunque abruzzese. 4 santi, 4 piccoli affreschi, realizzati agli inizi del Quattrocento da ignoto pittore, forse locale, con una certa maestria. Santa Monaca Francescana, affresco di ignoto pittore dei primi anni del Quattrocento raffigurante una santa monaca francescana dell’ordine delle Clarisse, la cui presenza ad Atri risale al 1250-1260 che potrebbe raffigurare proprio santa Chiara. Resti di affreschi: sopra l’affresco della santa francescana si trovano i resti di un unico affresco, forse del Quattrocento. Lo splendido affresco della Madonna del Cardellino ottimamente conservato attribuito al Maestro di Offida, di fine Trecento per la ricca e vivace cromia (blu chiaro, blu scuro, giallo, rosso….) e la delicatezza dei volti dei personaggi che rappresenta la Madonna con bambino e i santi Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e santo vescovo. Il piccolo Gesù offre al cugino Giovanni il Battista un piccolo uccello, il cardellino, simbolo del suo martirio, da cui il nome dell’affresco. A destra della Vergine a osservare la scena c’è san Giovanni Evangelista, con la boccetta per l’inchiostro e il Vangelo di Giovanni tra le mani aperto al primo capitolo: In principio era il Verbo e il Verbo era…. Sulla parete di fondo della navata destra si trova un affresco della prima metà del XVI secolo, con caratteri tipici della pittura umbra e abruzzese raffigurante un Cristo benedicente, con candide vesti.

In sequenza ecco gli affreschi del XIII-XIV secolo: Frammento di affresco del Trecento raffigurante un santo o una santa in cui si nota una capigliatura sormontata da un’aureola. San Michele Arcangelo: affresco staccato e qui portato, dalla chiesa di san Liberatore (o Cappella dei Caduti) durante i lavori di ristrutturazione di questa tra il 1918 e il 1920, risale alla seconda metà del Duecento fa vedere San Michele, alato, è raffigurato con la tipica armatura bizantina e con una lancia uccide un serpente verde simbolo del demonio. Santa (Santa Liberata?): anch’esso staccato e portato su un pannello nella concattedrale dalla chiesa di san Liberatore. Alcuni esperti riconoscono, senza un preciso fondamento, nella figura quella di santa Liberata. Affresco della Madonna della Misericordia, del XV secolo di pittore abruzzese, con in basso un’acquasantiera medioevale. Affreschi vari del XV-XVI secolo accanto a varie lapidi che ricordano vari eventi, con  borgo, tuniche e vesti di santi. Un affresco raffigurante san Bernardino da Siena del 1451 di un pittore locale (secondo alcuni il misterioso Giovanni di Cristoforo) molto importante perché è una delle prime raffigurazioni del santo, canonizzato nel 1450, inoltre, il postulatore del processo di canonizzazione fu lo stesso vescovo di Atri, Giovanni da Palena. Segue quindi una raffigurazione della Vergine prudente, con una candela accesa, realizzata nel Quattrocento da un ignoto pittore.

 

Nella navata centrale si trovano le acquasantiere e le 8 colonne (4 sul lato destro e 4 sul lato sinistro) decorate da pregevolissimi affreschi datati tra il Trecento e il Cinquecento. Delle Acquasantiere la più caratteristica quella sul lato destro, curiosità della chiesa perché presenta una scultura in pietra calcarea del Cinquecento raffigurante una donna negli abiti tradizionali di Atri ed assume particolare importanza perché fa capire come l’abito tradizionale di Atri sia esistito fin dal Rinascimento. Sopra la testa lu sparone (pronuncia lu sparon), il tipico pezzo di stoffa che viene arrotolato sulla testa per attutire il peso del cesto o della conca (in questo caso della bacinella). Gli atriani gli hanno affibbiato un nome particolare, la trucculette (la trucculett), dal significato simile a quello di “nana”. Secondo la tradizione atriana, nel periodo in cui fu scolpita fu oggetto di dissidi all’interno del clero atriano perché molti consideravano quella scultura troppo sensuale per un luogo sacro a causa delle gambe scoperte e di una scollatura ampia, e inoltre qualcuno, forse su ordine del vescovo, le cancellò il viso. Sempre secondo la tradizione locale, la donna aveva in mano un fiore di loto nella mano destra, che poi fu eliminato perché secondo il vescovo del tempo rendeva la scultura ancora più sensuale.

Affreschi delle colonne: nella prima colonna di sinistra resti di affreschi più ampi del XIV-XV secolo, nella seconda colonna di sinistra Sant’Antonio Abate: affresco della prima metà del Quattrocento di scuola umbro- toscana. Santo monaco: affresco della seconda metà del Trecento raffigurante un santo monaco (benedettino o celestino?) con lo sguardo è rivolto allo spettatore. San Lorenzo: opera forse di un pittore abruzzese della seconda metà del Trecento che mostra un interessante sguardo del santo, severo e rivolto verso il fedele. Nella terza colonna di sinistra, Madonna di Loreto: affresco realizzato intorno al 1460 da Andrea De Litio, chiamato così perché secondo alcuni la Madonna non è ritratta ma il fiore presente è uno dei simboli della Madonna di Loreto. Cristo in pietà: l’affresco della seconda metà del Trecento con influssi di scuola giottesca rappresenta il Cristo in Pietà, con il Cristo in piedi sulla tomba che ha su mani, piedi e sul fianco i segni della Passione. Detto anche “I Simboli della Passione” perché ai lati vi sono tutti i Simboli della Passione, come la Croce, il sacchetto con i trenta denari e la lancia. Nella quarta colonna di sinistra. Madonna in trono con Bambino, affresco, opera di Antonio Martini di Atri, detto Antonio d’Atri, il massimo pittore abruzzese della seconda metà del Trecento. La Madonna seduta sotto un elegante baldacchino gotico, tra le braccia tiene il piccolo Gesù. Frammento di affresco rappresentante molto probabilmente un santo, del XIV-XV secolo. San Sebastiano, affresco abbastanza ben conservato realizzato nella metà del XV secolo, molto probabilmente da un artista marchigiano, mostra il martire dentro un’edicola gotica in marmo che subisce il martirio, con le mani legate sul soffitto dell’edicola trafitto da molte frecce e un angelo porge al santo la palma, simbolo del martirio.

Santa Caterina, affresco “indipendente”, che non fa parte di un ciclo, della seconda metà del XV secolo e raffigura una santa dentro un ricco baldacchino. Seppur senza attributi, è sempre stata identificata con santa Caterina, anche se non è specificata quale, di Alessandria, martire o di Siena, suora domenicana? Molti i rimandi all’arte di Andrea De Litio con alcuni che hanno ipotizzato che possa essere opera di questo artista o della sua scuola ed in oltre il panneggio della Santa è un richiamo a quello della Madonna di Loreto realizzata in questa chiesa. Secondo alcuni sarebbe proprio una Madonna, anche se appare strano che la Vergine non abbia il Bambino in braccia ma le mani giunte in preghiera. Sant’Antonio Abate, affresco della prima metà del Quattrocento di scuola umbro-abruzzese, con rimandi all’arte di Ottaviano Nelli. Santo Vescovo con macina da mulino, affresco della seconda metà del Quattrocento che raffigura un santo Vescovo che tra le mani regge una macina da mulino. Il santo, barbuto, volge lo sguardo verso lo spettatore. 1ª colonna di destra con un frammento di affresco del XIV secolo e con influssi giotteschi (forse del Maestro di Offida o di Luca d’Atri), raffigura una santa con volto sorridente.  Sulla 2ª colonna di destra è raffigurata una Santa martire ignota: l’affresco risale al Trecento e mostra influenze giottesche, sicuramente una martire perchè porta in mano la palma. Santo Vescovo (San Clemente?), affresco della seconda metà del Quattrocento che raffigura un vescovo aureolato, quindi santo, seduto su un seggio che con una mano benedice in cui troviamo punti di contatto con l’arte del De Litio. Sulla 3ª colonna di destra affresco Madonna adorante il Bambino del 1465 di Andrea De Litio insieme all’allievo Giovanni di Varese che riprende la tipologia della Madonna abruzzese (diffusissima nella scultura regionale) con la Madonna seduta mentre in preghiera adora il bambino sulla ginocchia.

San Cristoforo affresco di pittore ignoto del XVI secolo che raffigura un santo con capelli biondi lunghi fino alle spalle e indossa abiti tipici dei viaggiatori del Cinquecento. Nel santo raffigurato (l’uomo è aureolato) gli atriani vedono san Cristoforo, secondo altri è il beato Nicola, la cui venerazione però cominciò a diffondersi qualche secolo dopo. Santa Palazia (?), affresco di fine Trecento ed è opera di un raffinato pittore tardogotico, con influssi francesi e soprattutto senesi. La testa della santa con l’aureola presenta una corona che indica forse la sua nobiltà o vuol significare il martirio. La presenza del turibolo ha fatto ipotizzare che la martire raffigurata sia santa Palazia (morta nel III secolo), che ha come attributo anche il turibolo o la navicella. Madonna con Bambino: affresco della seconda metà del Trecento opera del Maestro di Offida, con i suoi soliti influssi giotteschi. La Vergine è seduta su un trono e volge il suo sguardo ieratico verso il fedele, mentre quello del Bimbo si perde in direzione del manto della Madre Il bambino, serio, è seduto sulle ginocchia della Madre ed è abbastanza robusto; la sua aureola, ben conservata, ha nel mezzo la croce rossa simbolo della redenzione. San Giovanni Battista: realizzato da Antonio Martini di Atri tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, Il Santo è raffigurato, penitente, seduto lungo le rive rocciose del Giordano, che dopo una breve cascata va a formare un piccolo lago (simboleggiante il Lago di Tiberiade). Giovanni Battista, vestito con una veste di cammello e un mantello verde mela, regge tra le mani scheletriche una scodella con l’acqua del Giordano di cui si serviva per battezzare e un rotolo con un passo sacro poco leggibile. Con l’indice della mano destra indica l’Agnus Dei (Agnello di Dio) che simboleggia Cristo, sulla sfondo. Attorno all’Agnus Dei vi sono alcuni alti alberi a formare una foresta.

I santi Nicola e Caterina d’Alessandria, affresco molto pregevole che risale alla fine del Trecento splendida opera del Tardo Gotico. È ormai considerata erronea l’attribuzione a Luca d’Atri, viste anche le differenze di stile, mentre tutti oggi assegnano l’affresco ad ambito senese, precisamente alla scuola di Simone Martini. Molti sono infatti, in questo affresco, i riferimenti al pittore di Siena allievo di Duccio di Buoninsegna: le figure dei santi e le architetture sembrano essere riprese dagli affreschi da lui realizzati ad Assisi. In questa chiesa, inoltre, alla fine del Trecento operarono molti artisti di scuola senese (i cui affreschi però sono andati perduti o comunque limitati a pochissimi lacerti), e secondo alcuni (ma senza fondamento) lo stesso Bartolo di Fredi e Paolo di Giovanni Fei.San Biagio che con la destra prende per i capelli un omino, il giovane Adeodato, l’oste ucciso dai suoi clienti che il santo fece resuscitare. Santa Caterina d’Alessandria raffigurata bella, giovane e vestita con un abito principesco all’ultima moda circondata dalle quattro ruote dentate con cui subì il martirio. San Sebastiano, affresco realizzato intorno al 1470 dalla scuola di Andrea De Litio. Dal soffitto pende la colonna marmorea con capitello corinzio dove è legato il santo, trafitto da molte frecce.  

4ª colonna di destra con gli affreschi rispetto a quelli delle altre colonne che sono di autori ed epoche diverse, qui di un unico pittore, Antonio Martini di Atri, e della sua bottega. San Michele Arcangelo, curiosa l’iconografia del santo: infatti di solito san Michele indossa un’armatura e trafigge il diavolo con una spada o una lancia, mentre qui veste abiti preziosi, mentre fa capitolare il diavolo schiacciandolo semplicemente con il piede. San Giovanni Evangelista (?) il santo, giovane, con lo sguardo rivolto all’infinito, tiene con la mano sinistra un libro (molto probabilmente un vangelo) e con la destra un pennino. San Cristoforo, affresco, perfettamente conservato, raffigura il santo che regge con la mano destra il Bambino Gesù sulle sue spalle e con la sinistra regge il bastone fiorito immerso nell’acqua fino alle ginocchia. La leggenda vuole che il santo, poi martirizzato, abbia trasportato senza saperlo il Bambino Gesù sulle spalle da una sponda all’altra del fiume. Solo dopo Cristo si rivelò e fece fiorire il bastone del santo.

La Trinità con tre volti: preziosissimo affresco, opera certa di Antonio Martini interessante per l’Iconogrofia della Trinità, con il Cristo benedicente e con tre volti rappresentanti il Padre e lo Spirito Santo (le altre tre persone della Trinità dopo Cristo, il Figlio). Anticamente veniva rappresentata con tre volti, ma siccome derisa dai protestanti (la chiamavano “il Cerbero cattolico”), il Papa nel Cinquecento aveva fatto modificare l’iconografia della Trinità. Ma soprattutto nelle località più sperdute, come quelle montane del nord Italia, l’iconografia antica della Trinità continuò ad esistere e così alla fine del Seicento papa Innocenzo XII abolì quell’immagine e le fece distruggere, sostituendole con l’attuale e classica iconografia della Trinità. L’affresco di Atri riuscì a sopravvivere, perché gli affreschi della chiesa erano coperti dal 1656 da intonaco, per evitare il contagio della peste che provocò molti morti in quell’anno soprattutto nel Regno di Napoli. Sant’Onofrio in cui si può vedere un santo con lunghi capelli e con una lunga barba. San Lazzaro che lo raffigura nel momento della sua resurrezione, operata da Gesù. San Nicola da Tolentino raffigurato con l’abito tipico degli agostiniani che prega davanti ad un calice con un’ostia.

Gli affreschi medievali. Il coro ha 4 colonne, 2 a destra e altrettante a sinistra. Le seconde colonne di destra e sinistra hanno, nella parte rivolta verso le navate, affreschi medievali del XIV e XV secolo: essi un tempo ornavano anche la parte di colonne rivolte verso il coro, ma esse furono coperte o distrutte quando Andrea De Litio vi appose i suoi affreschi. Nella seconda colonna di destra possiamo trovare una Santa martire, un San Giovanni da Capestrano (questo raffigurato con un’iconografia molto curiosa, con tanto di armatura e vessillo crocifero) e una delicata Madonna con Bambino, tutti realizzati tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, opera della bottega di Antonio d’Atri. Sulla seconda colonna di sinistra ci sono un affresco raffigurante due santi in colloquio (di cui uno che appoggia il suo braccio sulla spalla dell’altro santo) della seconda metà del Trecento e del Maestro di Offida, oltre a resti di affreschi del Trecento.

Si conclude qui il meraviglioso viaggio spirituale, artistico e culturale all’interno di questo straordinario monumento. L’invito che Abruzzomania è che sia visitato da tante persone, soprattutto dagli abruzzesi!

FONTI

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 39 – Atri (TE): Duomo di Atri – SECONDA PARTE

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo ed eccoci arrivati alla SECONDA PARTE della 39° Eccellenza, quella del comune di Atri, il meraviglioso duomo di Atri, basilica concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo. Ricordo che nella prima abbiamo descritto le caratteristiche generali del Duomo di Atri  presentando alcune opere presenti all’interno di grande valore;con questa seconda parte intendiamo mettere in mostra tutta la sua magnifica bellezza, illustrando i 101 affreschi del pittore abruzzese Andrea Di LItio. 

Infatti la cosa più stupefacente del Duomo di Atri è l’impressionante numero di affreschi quattrocenteschi a tema religioso conservati al suo interno realizzati tra il XIV e il XV secolo ed attribuiti ad Andrea De Litio, il massimo esponente del Rinascimento in Abruzzo e uno dei più importanti del Rinascimento italiano. Si tratta di ben 101 affreschi che ornano le pareti, le colonne e la volta del coro, l’opera più famosa della concattedrale, che attrae tanti turisti e studiosi, noti come gli affreschi del coro o appunto come gli affreschi di Andrea De Litio, grande opera e capolavoro di questo pittore catalogabili tra le principali espressioni artistiche dell’Italia centrale e meridionale, oltre ad essere tra i cicli di affreschi più grandi dell’Abruzzo. Dopo aver conosciuto il loro momento di gloria, gli affreschi del coro caddero nell’oblio e di essi non si conoscevano più l’autore e la datazione. Questa situazione durò fino al 1897, anno in cui lo storico atriano Luigi Sorricchio attribuì per la prima volta questa grande opera ad Andrea De Litio, facendo tornare l’interesse su questi affreschi, già restaurati nel 1824 ad opera del vescovo Ricciardone che li salvò dalle infiltrazioni d’acqua.

Sono articolati in più parti: sulle tre pareti del coro troviamo il capolavoro di de Litio con le scene della Vita di Maria, che racconta la vita della Madonna e Cristo (1480-81); sulle colonne e sull’arco trionfale alcune raffigurazioni di santi e martiri; sulla volta i 4 Evangelisti, i 4 Dottori della Chiesa e le Virtù Cardinali e Teologali realizzati tra il 1460 e il 1470. Specialmente quelli della Vita di Maria, non sono un semplice racconto sacro, ma un “libro” della società e della cultura atriana e abruzzese del tempo: infatti le varie scene presentano spesso alcuni riferimenti alla tradizione abruzzese (come il camino nella Nascita della Vergine) e lo stesso paesaggio ricorda quello marsicano, area di provenienza del pittore, quello piatto padano (zona dove si pensa che il pittore abbia visitato) e quello atriano con i tipici calanchi.

Vediamoli in successione: la Vita di Maria, con affreschi che si sviluppano sulle tre pareti del coro con 22 episodi in cui sono ritratti personaggi eminenti dell’Atri del Quattrocento (tra cui lo stesso giovane duca Andrea Matteo III Acquaviva, che fu assieme al vescovo Antonio Probi il committente degli affreschi).

La Cacciata di Gioacchino dal Tempio da cui inizia il ciclo con la vita della Madonna, che raffigura il padre della Madonna, accompagnato dalla moglie Anna, che si reca al tempio per offrire dei doni. L’anziana coppia non aveva figli e secondo la legge ebraica essi non potevano entrare nel tempio: il sacerdote scacciò allora Gioacchino dal tempio alla presenza di tutti con “l’aiuto” di una specie di “esecutore materiale” che lo afferra per il collo e il petto e Anna per la vergogna si nasconde dietro una tenda.

Gioacchino fra i pastori, cacciato dal tempio, con un angelo che lo avvisa nel deserto che avrà una bimba di cui parlerà tutto il mondo; angelo che ripete l’annuncio ad Anna, chiusa sconsolata in casa. Poi l’Incontro di Gioacchino ed Anna alla Porta Aurea. Lo stesso Angelo porta lo stesso annuncio ad Anna che esce di casa e cerca di andare incontro al marito che lei crede che sia ancora ignaro della notizia. I due si incontrano presso la Porta Aurea, una delle porte di accesso a Gerusalemme e si scambiano un casto bacio e secondo la tradizione è questo il momento del concepimento di Maria.

Nascita della Vergine, forse la scena meglio riuscita per la commistione tra racconto sacro e vita quotidiana, che presenta la nascita della Madonna e quello che avveniva durante un parto in una casa del Quattrocento. Sul sedile in legno è seduta la strega, fantomatica figura della tradizione abruzzese, rappresentata da una vecchietta che liscia un gatto e pronuncia il suo “malaugurio“. Indi la Presentazione di Maria al Tempio, con Gioacchino ed Anna che promisero a Dio che se avessero avuto un figlio, al compimento dei tre anni lo avrebbero offerto al tempio: così Maria a soli tre anni fu portata, “presentata” ai sacerdoti del tempio (raffigurata come una ragazza adolescente e non come piccola bimba).

Il Lavoro di Maria nel Tempio, scena forse unica visto che nei cicli di affreschi che raccontano il lavoro della Vergine durante la sua permanenza al tempio che svolge due attività lavorative diverse, ricamando al telaio (arte del ricamo tipica dell’Abruzzo e all’epoca Stato di Atri specialità delle donne atriane) e il lavoro preghiera, visto anche che quel ricamo sarà poi offerto a Dio. Sposalizio della Vergine, secondi i vangeli apocrifi dopo il tempo passato al tempio Maria fu costretta a prender marito e una leggenda popolare vuole che lei avesse solo 12 anni al momento del matrimonio, mentre Giuseppe ben 98. I pretendenti erano molti, ma il Gran Sacerdote stabilì una sorta di “gara” per scegliere il futuro sposo: ognuno avrebbe dovuto portare un bastone al tempio, e colui a cui la verga avrebbe fiorito nottetempo sarebbe stato lo sposo della Vergine. Il prescelto fu Giuseppe, giusto e timoroso di Dio e dopo un anno gli fu data in sposa, ma la tradizione racconta che il matrimonio avvenne dopo la fioritura del bastone.

L’Annunciazione, Maria è la prescelta per la nascita del Salvatore dell’umanità, Gesù, il Cristo e per nove mesi porterà in grembo il Figlio di Dio, e ne sarà madre. L’annuncio avviene tramite l’arcangelo Gabriele: l’Annunciazione appunto. La mano sinistra regge un giglio, simbolo di purezza, che l’Angelo poi offrirà a Maria. La Vergine inginocchiata ha le mani in posizione orante: abbassa la testa quasi a simboleggiare la sottomissione a Dio e alla sua volontà e risponde all’Angelo: Avvenga di me, come tu hai detto .... Le parole, dorate, sono scritte come un fumetto ed escono dalla bocca di Maria e davanti la sua bocca si trova la colomba dello Spirito Santo, che entra dentro Maria al momento dell’annuncio.

La Visitazione, durante l’Annunciazione, l’Angelo dice a Maria che sua cugina Elisabetta è già incinta da sei mesi per opera del Signore e la Vergine parte con Giuseppe per andare a trovare la cugina che abita nei pressi di Gerusalemme. La Nascita di Gesù, Maria concepisce il Figlio di Dio secondo il Vangelo di Luca, in una capanna e secondo gli apocrifi in una grotta. Da notare appoggiata sulla tettoia una civetta, uccello di cattivo auspicio, che il pittore ha collocato forse per sfatare questa diceria, facendolo diventare un segno augurale. L’Adorazione dei Magi, con le figure dei re Baldassarre, Gaspare e Melchiorre che non è raffigurato nero, rappresentazione questa che comincerà a circolare a partire dal Cinquecento. La Fuga in Egitto per sfuggire ad Erode, con la Sacra Famiglia sullo sfondo in fuga guidata dall’Angelo con due leoni che al passaggio del piccolo Gesù si inginocchiano.

La Strage degli Innocenti, l’affresco più crudele e sanguinario di tutto il ciclo, che descrive il piano per uccidere Gesù, con Erode che ordina di uccidere tutti i bambini maschi di età inferiore ai due anni della zona di Betlemme. Una delle opere più note che raffigurano questo episodio. con lance, altri soldati che prendono i bambini e li trapassano con la spada; mamme disperate che piangono i loro figli, altre che cercano di vendicarsi graffiando e menando i soldati. Gesù tra i dottori del tempio, quando compì 12 anni, Maria e Giuseppe decisero di portarlo con loro al Tempio di Gerusalemme durante la Pasqua. Al ritorno, però, Gesù non era più con loro: tornarono indietro a Gerusalemme a cercarlo, e lo trovarono dentro il tempio a discutere con i “dottori” del Tempio, che la tradizione vuole che fossero dodici.

Le Nozze di Cana, con Gesù invitato assieme alla Madre al matrimonio di un ricco signore di Cana che portò con lui i discepoli, che in quel periodo erano sei, in cui diede il primo segno miracoloso: il vino finito e lui che trasformò l’acqua in vino. Il Battesimo di Gesù, con il pittore che colloca questo importante episodio della vita di Cristo, erroneamente, dopo le nozze di Cana. Gesù che a 30 anni circa, andò nelle sponde del fiume Giordano dove suo cugino, Giovanni Battista, battezzava annunciando la venuta del Messia, con il cielo che si aprì e scese lo Spirito Santo. L’Annuncio della morte a Maria che fa parte dei testi apocrifi che raccontano gli ultimi giorni di vita terrena della Madonna; è scritto che Maria avrebbe pregato il Figlio di annunziarle la sua morte due giorni prima che tutto ciò accadesse, e così fu. Nell’affresco la Vergine, vestita di azzurro e bianco, è anziana, con il volto rugoso. Ai piedi della Madonna c’è un gatto sta per mangiare un topo. Il Commiato di Maria dagli Apostoli, affresco, tra i più belli e noti del ciclo, rappresenta l’episodio raccontato dagli apocrifi con cui la Vergine diede anche agli Apostoli la notizia della sua morte e si accomiata da loro, offrendo la palma datale dall’angelo all’apostolo Giovanni. Maria è raffigurata come una giovane donna, prossima a morire, che sorride ed è felice, perché potrà ricongiungersi al Figlio in anima e corpo (l’Assunzione).

La Sepoltura della Vergine con Maria, distesa sul letto che muore e la sua anima sale al cielo con gli Apostoli che trasportano il corpo della Vergine fino alla Valle di Giosafat, dove viene sepolta. L’affresco della Resurrezione di Cristo con Gesù che si alza e dalle piaghe esce copioso sangue, che regge con la mano destra l’ostia sacra e con la sinistra un calice dorato e sullo sfondo il cielo diviso a metà: quello “terreno” azzurro, quello “divino” in alto di colore blu. L’Incoronazione della Vergine, affresco che chiude il ciclo dedicato alla Vita di Maria, che qui viene deposta dagli Apostoli nel sepolcro, con i Dodici che vedono una sfolgorante luce alzarsi verso il cielo: è il corpo della Madonna, che va a riunirsi all’anima in cielo; qui Gesù la incorona come Regina dei Cieli e di tutti i Santi. Avviene così l’Assunzione, ricordata ogni anno il 15 agosto e festeggiata anche ad Atri con grande solennità. Accanto al trono quattro angeli festeggiano suonando vari strumenti.

Gli affreschi della volta del periodo tra il 1480 e il 1481, che raffigurano gli Evangelisti, i Dottori della Chiesa e le Virtù Cardinali e Teologali separati tra loro da ricchi festoni con decorazioni floreali, vegetali ed umane, inframezzati da alcuni medaglioni. Ogni evangelista ha accanto i propri simboli ed è affiancato da un dottore della Chiesa, ognuno con i propri attributi principali. Negli angoli in basso si trovano spazi dove sono raffigurate le Virtù. In successione: San Giovanni evangelista giovane ragazzo che si avvia all’età matura, mentre nei vangeli era tra gli apostoli il più giovane, doveva avere tra i 15 e i 20 anni e come tutti gli altri evangelisti e dottori della Chiesa, legge un libro sacro, molto probabilmente il suo Vangelo e accanto un’aquila, suo simbolo con ali spiegati apre un libro con una zampa. Sant’Agostino vescovo di Ippona seduto su una ricca panca lignea con schienale con decorazioni rinascimentali che ascolta quello che dice Giovanni. San Tommaso d’Aquino seduto su una semplice panca che sembra stia dormendo. Le virtù della Fede  giovane donna che prega su un calice con l’ostia sacra e la Speranza, ragazza in preghiera, con lo sguardo rivolto verso l’alto dove si trova una luce dorata che rappresenta la grazia divina, a cui tende l’uomo. San Luca e Sant’Ambrogio, con san Luca evangelista patrono dei pittori, il pittore che per primo ritrasse la Vergine, raffigurato seduto mentre da l’ultimo tocco ad un quadro raffigurante la Madonna con Bambino (quadro nel quadro). Ai suoi piedi il suo simbolo, il toro, che ha tra le zampe il vangelo di Luca. A destra Sant’Ambrogio seduto su una panca mentre scrive con calamaio e astuccetto. Le virtù della Prudenza, donna che con la mano destra regge un piatto con un compasso  e con l’indice della mano sinistra si tocca la bocca a indicare il silenzio e la Pazienza: virtù delle anime grandi, giovane donna, che regge sulle spalle il giogo, che sorride, quasi a voler indicare il dolce peso. Nel medaglione un uomo che ride: ride bene chi ride ultimo il messaggio che vuole esprimere. In prossimità dell’arco trionfale troviamo un barbuto San Marco  che su una panca scrive e ai suoi piedi c’è il leone alato, suo simbolo, che ghermisce il libro con il vangelo secondo Marco e San Gregorio Magno nei ricchi paramenti papali, volto paffuto, seduto su una sontuosa sedia di legno. Le virtù della Fortezza, donna con lunghi capelli biondi che spezza una colonna, mentre guarda diritto davanti a sé e la Temperanza , donna che versa dell’acqua in un calice. San Matteo  bel giovane, intento a scrivere il suo Vangelo su un tavolino di legno, seduto su una ricca panca lignea decorata che guarda l’Angelo, suo simbolo, che sostiene il libro in modo che Matteo possa leggerlo e quindi ricopiarlo che tiene in mano un rotolo di carta e il libro del Vangelo secondo Matteo aperto. Accanto san Girolamo, che passò quasi tutta la sua vita nel deserto in preghiera intento a leggere un libro. La Carità, donna dai capelli biondi che ha in braccio due bambini e la Giustizia, donna solenne, che con regge una spada e la bilancia.

Infine i Santi delle colonne, semicolonne e delle campate con lo stemma dei duchi di Atri, gli Acquaviva  del XVI secolo, San Lorenzo con palma, graticola del martirio e libro; San Leonardo, con il Vangelo e il ceppo; San Sebastiano vestito come un ricco principe, con la freccia del martirio; San Silvestro papa, con in capo il triregno sormontato da una colomba e il Vangelo semiaperto, Santo Stefano con la testa sanguinante che regge il Vangelo; San Celestino V, in abiti papali, con una croce nella mano sinistra e con la destra in atto di benedire, San Biagio con in mano una pietra tonda dove sono poggiati un tau e il Vangelo; San Vito, vestito da ricco paggio, con due cani al guinzaglio. Raffigurati anche quasi 50 santi, tutti con i loro attributi e spesso con didascalia con il nome, tra cui Santa Reparata, vestita da regina con la palma del martirio e il modellino della città di Atri in mano; Santa Maria Maddalena, vestita di rosso; Sant’Agnese, con una croce in mano e un agnello ai piedi; Santa Margherita di Antiochia, con croce e drago ai piedi; Santa Barbara, con il modellino della torre dove fu rinchiusa; Sant’Onofrio, con in mano un rosario e infine santi di difficile identificazione.”

Arrivederci alla terza e ultima parte che sarà pubblicata prossimamente, sempre su Abruzzomania!

FONTI

http://www.comune.atri.te.gov.it/pagina2238_monumenti-e-chiese.html        –    wikipedia

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Eccellenza d’Abruzzo n. 39 – Atri (TE): Duomo di Atri – PRIMA PARTE

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 39° Eccellenza, quella del comune di Atri, in provincia di Teramo, il meraviglioso duomo di Atri, basilica concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e ricordo che di queste ultime ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 266 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Per la prima volta nella storia del nostro blog, a causa della immensa quantità e qualità di fatti da raccontare su questa magnificenza, ci vediamo costretti a spezzare l’articolo in 3 sezioni. Pur ben sapendo che non si devono scrivere articoli così lunghi su un blog, ci dispiace affermare che con questa eccellenza abruzzese così straordinaria, quest’obiettivo è stato praticamente non perseguibile!!!!!! Le 3 sezioni saranno suddivise nel seguente modo: la prima descriverà le caratteristiche generali del Duomo di Atri e presenterà alcune opere presenti all’interno di grande valore; la seconda presenterà la sua magnifica bellezza, i 101 affreschi del pittore abruzzese Andrea Di Litio; la terza presenterà le ulteriori meraviglie ivi contenute. Si parte!

Atri, trimillenaria città d’arte dell’Abruzzo adriatico, fu fondata intorno al XII-XI secolo a.C. e al tempo nella zona della concattedrale sorgevano delle mura ciclopiche, che cingevano la città e quando i Romani la conquistarono nel 290 a.C., fecero la fortuna della città, ingrandendola, abbatterono le mura e nell’area occupata oggi dalla concattedrale, costruirono un tempio dedicato ad Ercole. Successivamente, vi fu costruita una domus e, tra il I e il II secolo d.C., le terme, sotto il quale furono costruite le cisterne ancora oggi visitabili (le cd “cripta” che si trovano sotto la chiesa). Intanto ad Atri si era diffuso il Cristianesimo e c’era bisogno di un luogo di culto, che fu costruito sulle rovine delle terme romane, utilizzando i materiali di questo per la costruzione: nacque così l’Ecclesia de Hatria, chiesa, eretta probabilmente nel IX secolo, piuttosto piccola e se ne ha menzione per la prima volta in un documento di Ottone I (958) ed è abbastanza facile pensare che occupasse l’area dell’attuale duomo. La comunità crebbe e nell’XI secolo, demolita quella precedente, fu costruita una chiesa grande come l’attuale duomo, ma più bassa e a cinque navate (i resti della suddetta chiesa si ammirano ancor’oggi all’interno della concattedrale) che si arricchì di opere d’arte, andate però perdute (tranne un frammento di ambone oggi al Museo Capitolare di Atri e l’altare).

Riepilogando, la costruzione della chiesa fu avviata prima del 1100 e costruita o ricostruita a partire dal 1260 circa e finita nel 1305 sull’Ecclesia de Sancta Maria de Hatria (IX secolo), ad essa consacrata (Santa Maria di Atri) e poi a Santa Maria Assunta, a sua volta costruita su una cisterna romana che ne divenne cripta, costruita a sua volta su un tempio di Ercole poggiante su antichissime mura ciclopiche tuttora visibili nella cripta. Questa è la genesi della basilica concattedrale di Santa Maria Assunta della diocesi di Teramo-Atri (in dialetto la cattdral), che con la sua maestosa ed imponente facciata, oltre che essere uno dei monumenti-simbolo dell’Abruzzo, è monumento nazionale dal 1899, concattedrale e duomo di Atri, uno degli esempi più belli di architettura medievale in Abruzzo.

La nuova chiesa, citata nella bolla di papa Innocenzo II fu affidata ai monaci cistercensi che costruirono il convento. Nel 1335, sul lato sud, fu edificata anche la chiesa di Santa Reparata, modificata nel Cinquecento. Ancora oggi, al di sotto della chiesa si trova una grande cisterna romana quadrata risalente alla prima metà del III secolo a.C.. Nel II secolo d.C. al di sopra della cisterna venne costruito un edificio termale articolato in due sale, una delle quali contenente una vasca esagonale. Di questa costruzione restano tracce di pavimento a mosaico in tessere bianche e nere raffiguranti pesci ed animali marini. Si può supporre che in età altomedievale venne realizzato su di essa un edificio di culto al cui interno la vasca assunse la funzione di fonte battesimale seppure in un’insolita posizione, vicino al presbiterio.

Questo nuovo organismo inglobò e sfruttò le strutture romane ancora esistenti attraverso opere di restauro e rifacimento ed a sostegno di quest’ipotesi restano numerose tracce come i piani di calpestio, resti di tombe altomedievali nell’area del chiostro, frammenti di scultura dell’epoca, oggi conservati presso il Museo Diocesano ed un’antica tradizione ariana che indica la cisterna romana con il nome di “Santa Maria Vecchia” che era il nome di un antico luogo di culto. Per tutto il medioevo fu utilizzata come luogo di celebrazione delle funzioni, come cripta annessa alla chiesa sovrastante alla quale era collegata mediante una scala realizzata in epoca imprecisata ed oggi non più esistente. Da un documento del XV secolo si può dedurre che essa veniva sfruttata come cimitero dei canonici e si desume ciò dalla presenza all’inizio del Novecento di un piccolo vano adibito ad ossario.

La concattedrale di Atri è una delle sette chiese al mondo ad avere una Porta Santa e la correlata indulgenza plenaria. Non si sa quale papa concesse questo privilegio, forse Celestino V (la cui madre era di Atri) o Bonifacio VIII, ma ancora oggi la Porta Santa viene solennemente aperta alla presenza di migliaia di persone il 14 agosto e chiusa 8 giorni dopo, il 22 agosto, sempre alla presenza del vescovo. Il Gavini (Gavini, 1980) avanza un’ipotesi su questa costruzione: nel corso del XI secolo venne edificata una grande chiesa benedettina, a tre navate, portata a termine nei secoli successivi, un’opera mista di mattoni e pietra concia su cui si aprono un portale e quattro finestre, che presenta caratteri stilistici vicini quelli di San Liberatore a Maiella, tra cui spicca il motivo delle palmette a pannocchia, tipico della scuola liberatoriana. Per cui si può presumere che la fondazione della chiesa è legata alle maestranze discendenti da San Liberatore e limitata alla muraglia presbiteriale e alla cripta sottostante. A concorrere alla grande opera intervennero anche le maestranze di Casauria che hanno lasciato la loro firma nella eleganza delle decorazioni e nei bellissimi capitelli a foglie di palma. I due stili, quello borgognone, che sulla fine del XII secolo trovava espressione nell’abbazia di San Giovanni in Venere, e quello casauriense, si avvicendano e si alternano nella zona presbiteriale senza mai confondersi o mescolarsi e mantenendo distinti i loro rispettivi caratteri. Alla stessa epoca risale il monastero costruito dietro la chiesa di cui si conserva il chiostro, che è il più antico della regione.

Ma quante meraviglie al suo interno: l’intera costruzione è realizzata in blocchi squadrati di pietra, arenaria e puddinga e con il riutilizzo di qualche frammento antico. Il portale, datato 1305 e fu realizzato da Rainaldo d’Atri. La chiesa contiene anche molte opere scultoree come l’acquasantiera di fine XV secolo, molto originale per la figura femminile, una popolana, che sostiene la vasca dell’acqua, scultura, che era stata concepita per una fontana pubblica e poi trasferita in chiesa. Di epoca romanica è la conca con quattro leoncini a bassorilievo collocata all’interno del fonte battesimale. Al di sotto degli strati di pavimentazione seicentesca è stato rinvenuto un pavimento in cotto a sua volta costruito su un pavimento in mosaico romano che copriva la zona corrispondente alla navata centrale datato al II secolo d. C., probabilmente appartenente all’impianto termale romano come rivela anche il soggetto prevalentemente marino. Questi resti antichi sono in mostra al di sotto di una pavimentazione trasparente. Il 12 settembre 1964 la cattedrale fu elevata a basilica minore da papa Paolo VI, il 30 giugno 1985 ha avuto la visita di Papa Giovanni Paolo II che celebrò messa alla presenza di migliaia di persone provenienti da tutto l’Abruzzo e il 30 settembre 1986 la chiesa di Santa Maria Assunta cessò di essere cattedrale per divenire concattedrale.

La facciata presenta un grande portale, un grande rosone e una nicchia con una statua della Madonna con Bambino di Raimondo del Poggio e Rainaldo d’Atri (capostipiti della florida scuola di scultura e pittura detta “Atriana”); sul lato sud si aprono tre portali del XIV secolo, importanti esempi di gotico in Abruzzo: il primo ricco di colonne, capitelli e con la raffigurazione di due fiere, con sopra un magnifico rosone a ruota di 12 raggi, uno dei più pregiati d’Abruzzo d’autore ignoto, la Porta Santa, e il terzo di Raimondo del Poggio, il secondo di Rainaldo d’Atri. Un’altra eccellenza è il campanile, il più alto d’Abruzzo (ben 57 metri), visibile da più punti, dai centri della costa adriatica a quelli delle vallate circostanti, che fu iniziato forse nel 1264. Ha un’ interessante decorazione della parte superiore, fatta soprattutto di formelle di ceramica dipinta provenienti dalle prime botteghe ceramiche di Castelli. La cella campanaria ha ben 7 campane, ognuna con nome diverso e con un’iscrizione che le contraddistinguono: il campanone, la mare, la sole, la vure, le cincipà (due campane chiamate precisamente la cima e la cinciarella), la parrocchiale. Si può salire sul campanile dall’interno della chiesa (con autorizzazione) tramite una serie di 147 gradini e affacciandosi sulle varie aperture e finestre, durante giornate limpide e con un buon cannocchiale, si possono arrivare a vedere le Alpi Dinariche (distese tra Bosnia, Montenegro e Albania). Il campanile ha la particolarità di avere quasi tutta la base, all’interno e non all’esterno per consentire di suonare le campane ed evitare all’addetto di uscire. Anche la base del campanile fu decorata da una serie di affreschi, di cui oggi rimangono alcune tracce di una Santa Lucia del XV-XVI secolo; due Sante Monache della fine del Quattrocento e dentro nicchie dipinte rinascimentali, opera di artisti abruzzesi; Santa con palma, un pezzo di affresco con il busto di una santa (mancante di testa) del Trecento. In prossimità vi è anche un pregevole battistero rinascimentale  del 1503, in marmo con struttura a baldacchino, decorata da fiori, elementi vegetali e vasi tipici dello stile rinascimentale lombardo costruito nel 1503 da Paolo de Garviis di Bissone, scultore lombardo-svizzero sceso in Abruzzo dove aveva fatto fortuna e la Cappella Arlini (1618), con una tela di scuola napoletana dello stesso periodo, luogo di preghiera della famiglia Arlini, potente famiglia di commercianti lombardi trasferitasi ad Atri, unico altare in stile barocco primitivo in legno rivestito d’oro, eretto nel 1618 con rimandi all’arte rinascimentale, ancora rimasto integro, purtroppo gli altri si rovinarono e furono demoliti durante i lavori di restauro del 1954-1964: solo l’altare dell’Assunta fu distrutto perché ostruiva la visione delle finestre romaniche. Il fonte battesimale, splendido, in stile rinascimentale, contiene la bacinella con l’acqua santa realizzata nel Duecento da artisti atriani. Resti della primitiva chiesa di Sancta Maria de Hatria, che aveva le stesse dimensioni dell’attuale, sorgeva nello stesso punto ma era più bassa e a 5 navate e si riferiscono alle due abisidiole delle due navate sinistra. Si conservano una vasca esagonale, che apparteneva forse ad un macellum, altri resti inerenti alle terme e alcuni mosaici a tessere nere datati al II secolo d.C.. Il presbiterio o il coro dei canonici, così chiamato o più semplicemente coro, perché qui prendevano posto i canonici del capitolo del Duomo, è una struttura rialzata tramite alcuni gradini dal piano delle navate in cui è collocato l’altare, su cui viene celebrata la Messa che fu costruito nella seconda metà del XII secolo in marmo, interessante esempio di scultura romanica, che rimanda alle decorazioni più note della chiesa di San Clemente al Vomano. L’autore è un certo ‘Raulino’, che si firma: Raulino me fecit.

La Cappella del Santissimo Sacramento è l’unica cappella presente nel Duomo, semplice e così piccola da ospitare solo l’altare (con le panche fuori) che ospita il prezioso tabernacolo con il Sacramento eseguito da artisti di Rivisondoli nel Settecento. L’organo antico e porticina, realizzato da artisti delle Marche nelle 1547, fu distrutto durante i restauri degli anni cinquanta-sessanta e sostituito con uno delle stesse dimensioni del precedente ma di qualità inferiore, con le sue 6000 canne, è sempre stato l’organo più grande dell’Abruzzo. Vi è anche una serie di cappelle rinascimentali (in realtà sono solo altari chiamati tutti cappelle): la Cappella de Corviisn (1503, Paolo de Garviis), altare minuto e semplice della famiglia de Corviis,o (italianizzando) dei Corvi, nobile famiglia atriana che nel 1577 ebbe il privilegio di costruire la loro “cappella”/altare. La Cappella di San Nicola dei Sarti; la Cappella degli Acquaviva, eretta nel 1503 dal Duca Andrea Matteo III Acquaviva, impreziosita da una tela di scuola fiorentina del XVII secolo, ora al Museo Capitolare. Abbiamo poi la navata destra o Cappella Acquaviva (Altare di Sant’Anna), (l’altare odierno è in mattoni ed è una copia dell’originale) della famiglia Acquaviva, la famiglia più potente di Atri e di tutto il suo vasto ducato (che occupava buona parte dell’Abruzzo e della Calabria, oltre a un piccolo territorio nelle Marche e le città di Popoli, Caserta e Conversano), costruito in marmo tra il 1502 e il 1503 da Paolo de Garviis per volere di Isabella Piccolomini, moglie del duca di Atri Andrea Matteo III Acquaviva (l’esponente principale di questa famiglia): in quegli anni il duca era in prigione per aver parteggiato gli spagnoli durante la guerra per il trono di Napoli in cui vinsero i francesi e la moglie Isabella fece erigere un altare di famiglia in duomo come voto alla Madonna e a sant’Anna per liberare il marito. Gli atriani però, che avevano sempre mal sopportato il governo degli Acquaviva che li avevano privati dell’antica libertà comunale, non tollerarono che il duca facesse erigere un altare di famiglia proprio in duomo e così entrarono nella chiesa armati e distrussero buona parte dell’altare. Nel 1505, il duca Andrea Matteo III, liberato tornò a capo del ducato di Atri e venuto a sapere dell’accaduto, punì severamente tutta la popolazione, dal più povero al più ricco, facendo pagare la somma necessaria per la ricostruzione dell’altare che fu affidata di nuovo a Paolo de Garviis. Notevoli anche l’antisacrestia e sacrestia con varie opere d’arte con raffigurazioni di santi, i 3 grandi cassettoni lignei e intagliati del Settecento, un lavabo da sacrestia della fine del XIX secolo, 4 tele del Cinquecento-Seicento, San RoccoL’Adorazione dei Pastori, Madonna con Bambino e santi (molto deteriorata); l’Immacolata Concezione del 1780 circa eseguita secondo molti critici da Giuseppe Prepositi.

L’altare (Cappella succitata) di san Nicola dei Sarti eretto nel Cinquecento, in stile rinascimentale in pietra calcarea apparteneva alla confraternita di san Nicola dei Sarti. La tradizione vuole che un mercante arabo, nella seconda metà del XV secolo, doveva venire dall’Oriente per affari ad Atri e durante il viaggio si imbatté in una forte tempesta e nonostante fosse musulmano, fece voto a san Nicola che se lo avesse fatto arrivare sano e salvo al porto si sarebbe convertito e avrebbe eretto un altare in suo onore. Arrivato sano e salvo al porto di Cerrano (l’antico Porto di Atri), chiese di essere battezzato nella chiesa di san Nicola accanto al porto; salito ad Atri, dopo aver fatto fortuna, spese i soldi guadagnati per far costruire un altare in onore di san Nicola nella concattedrale di Atri. L’altare fu affidato ai sarti della città, che si associarono dando vita alla confraternita di san Nicola dei Sarti che poi ricostruì l’altare nel Cinquecento e che si estinse tra Seicento e Settecento. La parte centrale dell’altare presenta una tela della Madonna con Bambino tra angeli e i santi Nicola vescovo e Omobono patrono dei sarti e con il classico abbigliamento dei sarti dell’epoca (detta Madonna delle Grazie) di un abile pittore romano di fine Settecento in stile neoclassico. In basso si trova una veduta della città di Atri, con i campanili della chiesa di sant’Agostino e santa Maria Assunta e la cupola di santa Reparata. L’interno della chiesa è a tre navate con una serie di colonne medievali con splendidi capitelli medievali.

FINE PRIMA PARTE.

FONTI

http://www.comune.atri.te.gov.it/pagina2238_monumenti-e-chiese.html        –    wikipedia

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