Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°7 – Madonna dell’Altare

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguendo il cammino sulla montagna madre della MajellaCustodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, circondati dall’Infinito, costruiti dove non solo lo spirito, ma anche tutti i sensi possano essere in grado di rinfrancarsi.

Eremo visto dall’alto (foto by abruzzoturismo.it)

Lungo la strada che abbiamo utilizzato per circumnavigare la montagna, è avvenuto il nostro settimo incontro, quello con uno tra i più incantati dei luoghi di culto rupestri di questo territorio: l’Eremo della Madonna dell’AltarePalena, posto in cui è ancora possibile percepire la presenza, nonostante siano passati molti secoli dopo l’ultimo suo passaggio, di Papa Celestino V, uno dei più grandi eremiti di tutti i tempi.

Plastico dell’eremo n.1 (foto by David Giovannoli)
Plastico dell’eremo n.2 (foto by David Giovannoli)
Plastico dell’eremo n.3 (foto by David Giovannoli)

Dedicato alla Madonna dell’Altare, proprio per il fatto che l’edificio si erge a strapiombo su di un’imponente rupe scoscesa che da l’idea di un imponente altare naturale, appositamente realizzato dal Creatore per permettere all’uomo in ricerca di poter affacciare il suo sguardo sull’Infinito. E cosi, infatti, è stato probabilmente ancor prima del cristianesimo ma per scopirne realmente l’essenza si è dovuto attendere l’arrivo dell’eremita Pietro da Morrone, il futuro Papa del “Gran Rifiuto“, l’unico così profondamente connesso con Dio e con la Sua Creazione da riuscire a percepire per primo la presenza di questa “porta di accesso” all’Eterno.

Porta d’accesso (foto by David Giovannoli)

L’attuale struttura, però, è una costruzione dei Celestini non ancora presente ai suoi tempi, visto che nella sua umiltà, quando lo scelse personalmente come meta in cui dimorare nel Silenzio, si accontentò di una semplice cavità naturale situata nella roccia sulla quale oggi poggia l’eremo. In seguito al passare del tempo, l’edificio passò alla mercé di una ricca famiglia, i baroni Perticone, che ne fece la sua dimora estiva, apportando diversi restauri che furono necessari al cambiamento d’uso, poi con l’arrivo dei soldati tedeschi, nella II Guerra Mondiale, fu adibito a carcere. Fortunatamente, però, l’eremo è riuscito a preservarsi da queste dure prove ed oggi è stato restituito alla sua originale funzione, quella di luogo in cui rigenerare lo Spirito.

Interno del piazzale (foto by David Giovannoli)
Vista dall’orto delle erbe aromatiche (foto by David Giovannoli)

A differenza degli eremi finora visitati, spesso semplici grotte o piccole cappelline realizzate tra gli anfratti rocciosi, questa volta la struttura del luogo di culto si presenta in tutta la sua magnificenza. Un piccolo complesso molto curato esteticamente dove l’esterno si presenta quasi come se fosse un monastero fortificato. Porta d’accesso, particolari che fanno pensare a piccole guglie, una rocca inaccessibile. Ma anche l’interno, da poco restaurato, si presenta di grande fascino. Il refettorio, un antico camino per cucinare che soltanto con lo sguardo permette di assaporare la sua storia, e nei piani superiori le camere per l’ospitalità e una biblioteca, sempre con camino, dove potersi rifugiare nella lettura e nella ricerca interiore. Dalle finestre è dall’orto dove si coltivano le piante aromatiche, è possibile godere di un panorama stupefacente.

Vista dalla grotta di Celestino V (foto by David Giovannoli)
Luogo in cui si fermava l’eremita Celestino V (foto by David Giovannoli)

Insomma, in questo eremo ci sono tutti i presupposti per poter continuare a ricaricarsi, ancora oggi, allo stesso modo in cui facevano gli eremiti sulle orme di Celestino V. Non manca la chiesetta dedicata alla Madonna dell’Altare con una bella statua in suo onore e le campane i cui rintocchi continuano, attraverso i secoli, ad aiutare l’attento visitatore a ritrovare la concentrazione necessaria per ritornare al Silenzio.

Statua della Madonna dell’Altare
Campane nella Chiesetta dell’Eremo della Madonna dell’Altare (foto by David Giovannoli)

Dei riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, rimangono solo il pellegrinaggio in onore della festa tradizionale della Madonna dell’Altare, il 2 Luglio. I pellegrini partono da Palena, molti arrivano anche dai paesi limitrofi, e giungono all’eremo dove, almeno anni fa, si usava pernottare per poi ripartire il giorno successivo.

Interno dell’eremo 1 (foto by David Giovannoli)
Finestra dell’eremo che si affaccia sul panorama (foto by David Giovannoli)
Interno dell’eremo 1 (foto by David Giovannoli)

Attualmente l’eremo è gestito dall’associazione Eremo Celestiniano Palena, che custodisce nelle sue sapienti mani questa meraviglia. Siamo stati ricevuti da loro con grande accoglienza. Siamo stati trasportati dai loro racconti e dalla loro guida alla visita della struttura, e sicuramente troveremo l’occasione per tornare, un giorno, per soffermarci alcuni giorni e godere della loro preziosa ospitalità, nonché per immergerci nel Silenzio e rinfrancare il nostro Spirito.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 114-118
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 33-34

“Eremi della Maiella”: 1. Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca, 2. Eremo di San Giovannino a Serramonacesca, 3. Eremo della Madonna della Mazza a Pretoro, 4. Grotta del Colle a Rapino, 5. Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, 6. Monastero di San Martino in Valle, 7. Eremo della Madonna dell’Altare

Eremi della Maiella n°6 – Eremo di Santo Spirito (Abbazia di San Martino in Valle) a Fara San Martino

L’Abruzzo è una regione non solo con la concentrazione di Eremi, per densità sul territorio, più alta del mondo, preceduto solo dal Tibet e dalla Cappadocia, ma anche un territorio tempestato di Monasteri e di Chiese romaniche. Ad ogni eremo, infatti, quasi sempre corrispondeva un Abbazia dalla quale i monaci partivano alla ricerca di un Silenzio che solo nella solitudine e nel deserto delle montagne abruzzesi era possibile trovare. Luoghi, come le grotte, spesso lasciati nelle condizioni in cui la natura li aveva conformati, altre volte, a seconda dell’importanza che assumevano venivano preservati da rudimentali architetture che, a distanza di secoli, li custodiscono come scrigni e ci permettono di vivere ancora momenti di Eternità.

Il nostro viaggio alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari prosegue con l’Eremo di Santo Spirito di Fara San Martino Fara San Martino situato sui monti della Maiella.

Eremo-grotta di Santo Spirito a Fara San Martino (Foto by Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, p. 110)

Dedicato San Martino di Tours, soldato romano nato da genitori pagani in Pannonia, oggi l’attuale Ungheria, che secondo la tradizione donò metà del suo mantello ad un mendicante seminudo che pativa il freddo durante un gelido acquazzone, facendo subito miracolosamente schiarire il cielo e rendendo la temperatura più mite. Gesto che, nella stessa notte, provocò anche l’apparizione di Cristo rivestito dello stesso lembo di mantello donato al povero, e che gli fece prendere la decisione di convertirsi al cristianesimo. Uno dei fondatori del monachesimo in occidente, eremita e cercatore della vita ascetica ed uno dei Santi più venerati dai Longobardi, fondatori del paese di Fara S. Martino.

L’eremo, che altro non è che una semplice grotta, è stato fondato dai monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Martino in Valle, di cui si hanno le prime fonti storiche che risalgono all’829. La tradizione vuole che sia stata edificata dallo stesso santo arrivato sulla Maiella all’interno del Canyon da lui creato per aver aperto a gomitate una via tra le rocce per permettere agli abitanti di Fara di accedere ai pascoli e alle fonti d’acqua.

Entrata del Vallone Santo Spirito (foto by Davi Giovannoli)
Abbazia di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)
Abbazia di San Martino in Valle (foto by Virtù Quotidiane)

L’abbazia, purtroppo, fu abbandonata l’8 settembre del 1818 a seguito di una frana che lo ricoprì completamente di detriti. Nel 2009 un’operazione di scavi la riporto alla luce e, nonostante siano rimaste solo rovine, i suoi resti, all’interno del vallone e tra le immense pareti rocciose che la circondano, creano un’intensa suggestione. Se si osserva attentamente, inoltre, è ancora possibile leggere la sua storia attraverso alcune delle decorazioni che adornavano i suoi capitelli, segni d’un tempo che non verrà mai più sepolto.

Interno dell’Abazia di San Martino in Valle (foto by Pinterest)
Interno di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)
Interno dell’Abazia di Sa Martino in Valle (foto by David Giovannoli)

Seppur resta difficile credere che San Martino di Tours sia riuscito ad arrivare in Abruzzo, la tradizione popolare ha saputo fondere e collegare i suoi luoghi con la storia, questa volta reale, di un altro eremita di nome Martino, abruzzese e nato ad Atessa nel quattrocento, tutt’ora venerato e che un tempo si ritirò nel Silenzio proprio negli stessi luoghi in cui si ritiravano i monaci benedettini del vicino monastero. La tradizione narra che all’approssimarsi della sua morte il Santo, tornato in paese, chiese al popolo di commemorarlo portando ogni anno dei ceri nel luogo del suo eremitaggio

Interno dell’Abazia di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)
Interno dell’Abbazia di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)
Interno dell’Abbazia di San Martino in Valle (foto by David Giovannoli)

A ricordarlo sono i suoi compaesani che ogni anno compiono un rituale in suo onore chiamato “La ‘ntorcia” di San Martino”.

San Martino eremita di Atessa (foto by lantorciadisantmartine.it)

Un pellegrinaggio impegnativo, ma ricco di emozioni e carico di spiritualità che si mette in scena tutte le prime domenice del mese di maggio. I pellegrini partono di notte, intorno alle 3 del mattino uscendo dalla Chiesa di San Leucio in direzione del Vallone di Santo Spirito di Fara San Martino portando in dono all’eremita cinque grandi ceri votivi del peso di circa 7 chili e adornati di fiori, chiamati “n’torcia“, rito necessario, secondo la credenza popolare, a propiziare il buon esito dei raccolti.

Ndorcia di San Martino eremita di Atessa (foto by lantorciadisantmartine.it)

Un percorso abbastanza lungo, circa 30 chilometri, lungo il quale, però, i devoti atessani trovano ristoro grazie agli abitanti dei paesi attraversati che, molto spesso, decidono di unirsi al loro cammino. Arrivati a destinazione, i pellegrini lasciano due mazzi di spighe di grano e due ceri nella chiesa principale del paese di Fara San Martino, si fermano nella chiesa di Santa Maria dell’uliveto che si trova all’imbocco della gola di San Martino, e giungono ai ruderi dell’antica Abbazia di San Martino in Valle. I devoti più temerari saliranno, infine, fino alla grotta. Qui deporranno le ultime “ndorce” e le accenderanno per poi raccogliere delle piccole pietre al suo interno, definite “le cicelitte”, usate, una volta a casa, per guarire i dolori addominali o per benedire i propri campi

Riti della religiosità popolare che risalirebbero agli ancestrali culti delle divinità solari in cui, sin dalla preistoria, si usavano accendere fuochi, simbolo maschile del sole e dei suoi raggi, all’interno delle grotte, simbolo femminile del ventre materno, per propiziare la fertilità della Madre Terra. Un rituale molto simile nei particolari anche a quello compiuto nell’antica Grecia in onore di Apollo.

Raccolta di pietroline nell’Eremo-grotta di San Martino (foto by lantorciadisantmartine.it)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014

“Eremi della Maiella”: 1. Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca, 2. Eremo di San Giovannino a Serramonacesca, 3. Eremo della Madonna della Mazza a Pretoro, 4. Grotta del Colle a Rapino, 5. Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, 6. Monastero di San Martino in Valle, 7. Eremo della Madonna dell’Altare

La Via Lattea d’Abruzzo (n°5): Grana d’Abruzzo Gran Sasso

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: grana d’Abruzzo Gran Sasso

Via Lattea (immagine by David Giovannoli)

(vedi Intro)

Secondo National Geographic, Rocca Calascio è uno dei Castelli più belli del mondo, non tanto per la sua struttura ma, a differenza degli altri, per lo straordinario circondario nel quale è incastonata la sua rocca. Ma non è solo lo scenario del Tibet d’Abruzzo o la fiabesca fortezza di Ladyhawke ad eccellere perché, qui, all’interno delle grotte della rocca sulla quale poggia il castello, si produce uno straordinario ed insolito formaggio. Entrerà anche questo a far parte della lista dei 15 formaggi più buoni del mondo?  Siamo andati a verificare…

Castello di Rocca Calascio (foto by David Giovannoli)
Oratorio di Santa Maria della Pietà a Rocca Calascio (foto by David Giovannoli)
Locandina del film di “Ladyhawke” (foto by Medievaleggiando)

Questa volta il nostro viaggio attraverso la Via Lattea d’Abruzzo alla scoperta della nostra 5° stella, ci ha portato ad “arroccarci” nel piccolo ma incantevole borgo dove domina il Castello di Rocca Calascio e dove si realizza un prodotto caseario unico nel suo genere: un grana d’Abruzzo chiamato Gran Sasso. Un formaggio che per le sue forme e per la sua compattezza rimanda, una volta tagliato, niente di meno che alla rocca dalla quale prende vita. Unico perché non ha eguali: un processo di stagionatura simile al più famoso ed internazionale Grana Padano ma con una peculiarità tutta abruzzese: l’utilizzo del latte crudo di Pecora al 100%.

Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 1 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 2 (foto by David Giovannoli)

Ai piedi dell’incredibile Castello che tutto il mondo ci invidia, siamo stati accolti dall’ideatore di questa preziosissima opera culinaria, Federico Faieta, nell’attività di ristorazione che ha deciso di avviare rilevando una delle tante storiche dimore del borgo poggiato sulla roccia sottostante, la “La Taberna di Rocca Calascio“. E qui, all’interno di questa antica dimora, si nasconde una delle grotte nelle quali avviene l’affinamento del grana d’Abruzzo Gran Sasso, scavata nella parete rocciosa che fa da fondamenta all’antico edificio. Luoghi, questi, dove i pastori della montagna del Gran Sasso, soprattutto nei periodi nei quali non erano via per la transumanza, grazie al microclima ideale, da secoli e secoli hanno imparato ad affinare la loro arte casearia con sapiente dovizia, e dove, grazie agli attuali proprietari, si continua a perpetrare questa antica pratica.

Il titolare Federico Faieta con le forme ancora intere di Gran Sasso (foto by Virtù Quotidiane)
Grotta di stagionatura del Gran Sasso (foto by David Giovannoli)
Gran Sasso e altri prodotti in vendita a “La Taberna di Rocca Calascio” (foto by David Giovannoli)

La storia del grana d’Abruzzo Gran Sasso è simile a quella del lieto fine raccontata nel film di Ladyhawke: così come una volta sventata la maledizione, il cavaliere che di notte si trasformava in lupo e la dama che di giorno si trasformava in falco riescono ad incontrarsi coronando la loro incantevole storia d’amore (Sempre insieme, eternamente divisi. Finché il sole sorgerà e tramonterà. Finché ci saranno il giorno e la notte”), una volta messi da parte i campanilismi che contraddistinguono la Sardegna e l’Abruzzo, i due più acerrimi rivali per quanto riguarda la produzione dei migliori pecorini d’Italia, le due tradizioni casearie finalmente si incontrano dando vita allo straordinario grana d’Abruzzo Gran Sasso.

Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 3 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 4 (foto by David Giovannoli)
Grana d’Abruzzo Gran Sasso foto 5 (foto by David Giovannoli)

Il grana d’Abruzzo Gran Sasso, infatti, viene fatto con latte di pecora razza sarda e affinato nelle grotte di Rocca Calascio in Abruzzo con particolari condizioni microclimatiche. Un proficuo connubio da cui prende vita un formaggio a pasta dura a stagionatura di almeno 30 mesi. 

Lo abbiamo assaggiato, dunque, e, seppure non siamo in grado di affermare se il grana d’Abruzzo Gran Sasso sia effettivamente uno dei 15 migliori formaggi del mondo, possiamo affermare con certezza di esserci imbattuti in uno dei prodotti caseari più buoni in assoluto!   

 

Scopri le Stelle della Via Lattea d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola2. Canestrato di Castel del Monte, 3. Cacio Marcetto di Castel del Monte, 4. Caciofiore aquilano, 5. grana d’Abruzzo Gran Sasso

 

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°4 – Madonna della Grotta (o Grotta del Colle) di Rapino

La “montagna madre” della Maiella, così considerata, da intere generazioni, per la sua naturale capacità di accogliere un’incredibile varietà di vita e di specie vegetali e animali, ha da sempre offerto all’uomo la possibilità di ritirarsi e rigenerarsi per cercare risposte al suo cammino interiore. Luoghi talmente simili al grembo materno che infondevano la sensazione addirittura di ritornare, almeno per qualche istante, nell’utero dal quale si era stati concepiti e dove, avvolti nel suo buio più profondo, combattere con i propri limiti per riemergere, con maggiore consapevolezza, alla Luce.

L’effetto che si prova entrando nella Grotta del Colle di Rapino dove si trovano ancora i resti, seppur esigui, dell’Eremo della Madonna della Grotta (o di Santa Maria de Cryptis), eretto probabilmente tra l’XI e il XIV secolo dai Monaci Benedettini della vicina Abbazia di San Salvatore a Maiella, di cui anche in questo caso non è rimasto granché, è molto suggestivo.

Resti dell’Eremo della Madonna della Grotta (foto by David Giovannoli)
Resti archeologici dell’Eremo dalla Madonna della Grotta (foto by “In Abruzzo” – inabruzzo.it)

Ciò che cattura l’anima del visitatore non è la struttura del romitorio posto a ridosso dell’entrata della grotta, e che si fatica a ritrovare per via dei rovi che la sommergono, ma la cupola naturale che si estende per 45 metri di larghezza e 6 di profondità e che si prepara ad accogliere chi si accinge a visitarla. Essa ha da sempre attratto l’uomo che, fin dalla preistoria, ne è rimasto affascinato per la sua forte somiglianza simbolica all’utero materno e per la ricchezza di concrezioni calcaree da cui stilla continuamente acqua e dove in essa rivedeva l’immagine dell’allattamento, eleggendolo da sempre come luogo di culto per i riti in funzione della “Madre Terra”. Resti e frammenti ossei di quel periodo ne sono testimonianza ma i ritrovamenti più straordinari rinvenuti al suo interno risalgono ad una delle più importanti Popoli Italici che abitavano l’Abruzzo prima dei Romani, i Marrucini, i quali vi avevano istituito uno dei loro principali santuari.

Grotta del Colle (foto by David Giovannoli)
Ingresso della Grotta del Colle (foto by Paolo D’Intino)

Tra i manufatti più importanti rinvenuti vi è la statuetta in bronzo del VII-VI sec. a.C. soprannominata “Dea di Rapino“. L’idoletto femminile, alto poco più di 10cm e conservato presso il Museo della Civitella di Chieti, però, non rappresenta, così come si è voluto credere, una divinità ma una sacerdotessa in atto di offrire, probabilmente a scopo propiziatorio, i prodotti del raccolto alla dea Ceria Giovia, nume tutelare della terra e dell’agricoltura tra le più importanti del Pantheon Italico. La donna rappresentata, infatti, oltre ad essere rivestita in abiti da cerimonia, con una lunga tunica e i capelli raccolti in una elaborata acconciatura, nella mano destra porge delle spighe di grano.

Dea di Rapino (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

Altra scoperta sensazionale è la Tabula Rapinensis, una lastra in bronzo sulle quali iscrizioni incise in dialetto marrucino si riportano particolari sul culto del santuario. All’interno della grotta, o nei pressi, esisteva un collegio femminile che accoglieva fanciulle con eccelse qualità fisiche, morali o di lignaggio destinate a rituali. Per alcuni anni, sotto la guida della maestra sacerdotale, esse si offrivano, attraverso una prostituzione sacralizzata, per il compimento di riti rievocanti la forza creatrice suprema e la potenza generatrice di Ceria Giovia. Purtroppo, della “Tavola Rapinese”, portata al Museo di Berlino dall’archeologo Theodor Mommsen e scomparsa nel 1945, non si hanno più tracce. Si ritiene possa essere stata trafugata dalle truppe sovietiche che lo hanno portato nel Museo Puškin di Mosca ma ad oggi non vi sono ancora certezze.

Tabula Rapinensis (foto by “Direzione regionale Musei Abruzzo” – musei.abruzzo.beniculturali.it)

La religiosità popolare di Rapino sembra aver conservato al suo interno, attraverso una rifunzionalizzazione accettabile nella fede cristiana, alcuni elementi rituali e simbolici propri del santuario italico. L’8 Maggio di ogni anno, giorno in cui si festeggia la Madonna del Carpineto, almeno fino a qualche anno fa, invocata per propiziare il buon raccolto alla stregua di come ci si rivolgeva alle antiche divinità vegetative, la statua della Madonna viene portata in processione preceduta dalle “Verginelle di Rapino”. Di età compresa dai 6 ai dieci 10 anni, le bambine vengono rivestite di lunghe tuniche alla “greca” di colore bianco, rosa e celeste, coronate da fiori su capelli rigorosamente arricciati e ornate di monili dati in prestito dalla cerchia di familiari. Prestare l’oro, infatti, aveva un ruolo apotropaico e questo metallo prezioso ricorda simbolicamente la divinità a la perfezione di Maria. Alle “Verginelle” è affidato anche il compito, prima dell’inizio della cerimonia, di distribuire pagnotte benedette in cambio di dolci e di un compenso economico alla parrocchia. (Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141)

Vestiario delle Verginelle di Rapino (foto by David Giovannoli)
La Madonna del Carpino (foto by David Giovannoli)
Il carpino dove si afferma sia apparsa la Madonna (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • AA.VV., Rapino: guida storico-artistica alla città e alle sue tradizioni, CARSA Edizioni, Pescara 2003, pp. 88-92
  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 137-141
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 42-43

“Eremi della Maiella”: 1. Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca, 2. Eremo di San Giovannino a Serramonacesca, 3. Eremo della Madonna della Mazza a Pretoro, 4. Grotta del Colle a Rapino, 5. Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, 6. Monastero di San Martino in Valle, 7. Eremo della Madonna dell’Altare

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°3 – Madonna della Mazza a Pretoro

La Maiella non ospita solo eremi ricavati dalle numerose grotte sparse tra le cime delle sue montagne. Non è solo il suo ventre materno ad aver ispirato la “rinascita” spirituale degli eremiti che vi si sono recati. Esistono altrettanti luoghi, a volte tra i boschi, altre volte a ridosso di cascate o rupi scoscese, dove l’uomo è riuscito ad entrare, allo stesso modo, in stretto contatto con il Creatore. Libri di pietra scolpiti sulla roccia che nascondono racconti di una cultura millenaria a volte difficile da decifrare ma ancora visibile, almeno in parte, grazie alle espressioni della religiosità popolare tramandateci fino ad oggi. Questo è il caso del terzo eremo in cui ci siamo imbattuti e delle tradizioni a esso correlate, l’Eremo-Santuario della Madonna della Mazza a Pretoro.

Terza tappa dell’itinerario attorno alla Maiella
Portale d’ingresso dell’eremo (foto by David Giovannoli)

Il luogo di culto è stato eretto in onore di Santa Maria del Monte nel XIII secolo per opera dei Monaci Cistercensi della vicina Abbazia di Santa Maria Arabona a Manoppello. Fu in seguito soprannominato Madonna della Mazza per via dello scettro, o bastone, che la statua, risalente al XV secolo, regge nella mano destra come simbolo della Sua regalità. La funzione del romitorio non era soltanto quella di avere un modo per isolarsi e dedicarsi in completa solitudine alla preghiera e alla contemplazione ma anche quella di giocarsi un ruolo strategico nel controllo dei viandanti e dell’attività commerciale e pastorale che transitava sui loro territori. un po’ come si faceva, in realtà, con molti degli altri eremi posizionati sulle vie d’accesso ai pascoli gestiti dalle grandi abbazie. Esso, infatti, sorgeva sull’importante percorso viario, Passo Lanciano, tappa obbligata per coloro che volevano attraversare la Maiella ma noto anche per i suoi importanti pascoli d’altura. L’eremo, però, fungeva soprattutto anche come importante, e a volte fondamentale, ricovero per i passanti che venivano colti dalle improvvise e terribili tempeste e bufere di neve, spesso anche fuori stagione, permettendo di salvare vite e di concedere ospitalità, rifugio e salvezza, non solo spirituale.

Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)
Abbazia di Santa Maria d’Arabona (foto by terrepescaresi)

La struttura si presenta, esternamente, quasi nella sua originaria essenza di antica chiesa medioevale ed è stata realizzata nei pressi di un suggestivo bosco di alta quota. È ancora presente il romitorio dove viveva l’ultimo eremita e che oggi continua a ricevere chi vuole soggiornare in questo luogo.

Bestie, motivi floreali e colonne tortili scolpite con ornamenti, a distanza di mille anni, decorano ancora l’edificio e nascondono un significato che solo in pochi, ormai, possono essere in grado di decifrare. Simboli che aiutavano l’eremita, o chi vi accedeva, a meditare e a riflettere sul proprio cammino interiore, come l’uva decorata sulla parte alta della colonna del portale d’ingresso, che rimanda a diversi significati, in special modo alla festa a cui saranno chiamati tutti coloro che sceglieranno di condurre la propria strada verso Dio, o i due leoni sul portale laterale, ora murato, che ricordavano, a chi vi entrava, la regalità e la sacralità del luogo, nonché di dover rendere conto, un giorno, del coraggio che hanno avuto in vita nel seguire la strada appropriata. O la colomba che, probabilmente serviva a ricordare a tutti che, oltre al coraggio, per seguire la retta via c’è bisogno di umiltà e semplicità di cuore, oltre ai suoi altri innumerevoli significati.

Motivi floreali e tralci d’uva (foto by David Giovannoli)
Leoni rampanti, colomba e motivi floreali sul portale secondario, Eremo della Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)

Un suggestivo sentiero che parte nelle vicinanze dell’Eremo conduce ai suggestivi Mulini Rupestri nei pressi del paese di Pretoro scolpiti nella roccia e simili ai tanti altri eremi nelle circostanze dove, però, si elargiva pane materiale, anch’esso necessario per la sopravvivenza dell’uomo.

Mulino rupestre di Pretoro (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.2 (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.3 (foto by David Giovannoli)

Nell’eremo persiste ancora un’antica tradizione. Ogni ultima domenica di Aprile gli abitanti di Pretoro prelevano la statua della Madonna della Mazza, dando inizio ai suoi festeggiamenti, e la tengono nella propria chiesa parrocchiale fino alla prima Domenica di Luglio, giorno nel quale la riportano nella sede originaria. Questo perché la leggenda vuole che, il 2 Luglio di molti anni fa, quando i pretoresi ebbero l’idea di traslocare la Madonna in paese, nonostante una nevicata anomala che cadde su Pretoro, la statua fu miracolosamente ritrovata nel suo eremo. Nessuno l’aveva trasportata ma aveva autonomamente deciso di avviarsi da sola a piedi durante la notte. A testimonianza dello straordinario evento accaduto, sulla neve furono trovate le sue impronte. Non può mancare, come ogni eremo che si rispetti, il potere taumaturgico dell’acqua, durante il giorno di festa, che scaturisce dalla vicina fontana.

Dipinto di S. M. della Mazza all’interno della Chiesa madre di Pretoro, Sant’Andrea, dove in estate si ospita la statua dell’eremo (foto by David Giovannoli)
Fontana nei pressi dell’eremo (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 92-93
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 38-39

“Eremi della Maiella”: 1. Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca, 2. Eremo di San Giovannino a Serramonacesca, 3. Eremo della Madonna della Mazza a Pretoro, 4. Grotta del Colle a Rapino, 5. Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, 6. Monastero di San Martino in Valle, 7. Eremo della Madonna dell’Altare

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°2 – San Giovannino a Serramonacesca

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguiendo il cammino sulla montagna madre della Majella. Custodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, proprio per questo motivo, non sempre accessibili a tutti o visibili ad occhi superficiali.  Memoria della storia di un popolo e delle espressioni culturali con le quali si esprimevano gli abitanti dei vicini paesi.

Gole dell’Alento dove è situato l’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Il nostro secondo incontro alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari continua a Serramonacesca con quello che veniva chiamato Eremo di San Giovannino, “San Giuannelle” in dialetto locale, e le adiacenti Tombe Rupestri nei pressi dell’Abbazia di San Liberatore a Maiella

Scalini d’ingresso all’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Dedicato ad uno dei primi e più grandi anacoreti della storia, San Giovanni Battista, asceta del deserto che vestiva di soli pelli di cammello, grande profeta, predicatore e precursore di Gesù, modello per molti altri successivi eremiti della storia. L’evento più importante della sua vita fu l’episodio in cui battezzò il Messia lungo il Fiume Giordano. Per questo i luoghi di culto a lui dedicati, come molti altri eremi in suo nome presenti in Abruzzo, sono quasi sempre edificati lungo le sponde dei fiumi, dei torrenti, delle sorgenti o delle cascate.

Eremo di San Giovannino e Tombe Rupestri con l’evidente fisionomia di un teschio (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.1 (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.2 (foto by David Giovannoli)

Si ritiene che l’eremo sia stato fondato da alcuni anacoreti che hanno preceduto i Monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Nelle adiacenze del sito sono ancora visibili, sulla parete rocciosa, alcune Tombe Rupestri le quali, nel loro complesso, riproducono straordinariamente la fisionomia di un teschio, quasi a voler ricordare ai passanti che, alla fine, tutti dovremo fare i conti con il nostro limite temporale e, di conseguenza, sarebbe meglio cercare di condurre una vita esemplare.

Abbazia di San Liberatore (foto by David Giovannoli)

A colpire non è la struttura dell’eremo, costituito da una cappellina molto semplice ricavata nella roccia, ma lo straordinario e suggestivo scenario naturale nel quale è immerso, quello delle Gole dell’Alento.

Tratto del torrente Alento n.1 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.2 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.3 (foto by David Giovannoli)

Privo di mura esterne presenta, ai lati, una piccola vasca di raccoglimento dell’acqua che stilla dalla parete rocciosa, la quale aveva la funzione di acquasantiera, e una tomba che, con molta probabilità, sarà appartenuta alla guida spirituale degli eremiti che vi abitavano. Al centro un piccolo incavo nel quale erano stati realizzati affreschi, purtroppo perduti, e dove era riposta la statua raffigurante San Giovanni Battista con le sembianze giovanili, anch’essa scomparsa, motivo per cui i serresi soprannominavano il luogo “San Giuannelle”, San Giovannino.

Vasca acquasantiera e nicchia dove era riposta la statua di San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)
Tomba all’interno della cappella dedicata a San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)

Il sentiero percorribile per arrivare in questo luogo di culto rupestre conduce anche alle alla Torre di Polegra dove poter ammirare un panorama mozzafiato sulle Gole.

Vista della Valle dell’Alento dalla Torre di Polegra (foto by Valerio Abbonizio)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, non si ripetono più da diverso tempo. Si possono solo dedurre per ipotesi, osservando ciò che avviene in luoghi analoghi. Poco prima dello spuntare del sole del 24 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza di San Giovanni, gli abitanti dei paesini abruzzesi usano ancora recarsi presso i fiumi o al mare per bagnarsi con l’acqua che, dalla mezzanotte allo spuntare del sole, si ritiene assuma proprietà taumaturgiche e purificatrici.

Bagno nel torrente dell’Alento (foto by David Giovannoli)

Questo è anche il giorno del Solstizio d’Estate, giorno in cui il sole, giunto al punto massimo di declinazione, comincia la fase di decrescita e la luce solare delle giornate si avvia gradualmente ad attenuare fino all’arrivo del Natale, periodo in cui ricomincerà di nuovo a crescere. Momento dell’anno ritenuto sacro già precedentemente ma che con il cristianesimo raggiunse un valore profondo. L’azione del sole è facilmente assimilabile, infatti, a quella del Battista che, dopo aver battezzato Gesù, si “ritirò” per fargli spazio. La religiosità popolare ha da sempre creduto, quindi, che in questo giorno le acque riacquistassero le stesse valenze di quelle del battesimo con la capacità di curare e purificare, questa volta, non solo l’anima ma anche il corpo. È molto probabile che lo stesso rituale sia stato praticato, in passato, anche qui. Ciò che è certo, però, così come testimoniano ancora i più anziani, è che all’alba del 24 Giugno di ogni anno essi usavano recarsi sul pianoro dei monti che sovrasta il paese, e che si affaccia sull’Adriatico, per assistere allo strano fenomeno del sole che, nel sorgere, l’immaginario popolare vedeva “lavarsi nel mare”. Come se San Giovanni, ogni anno, battezzasse nuovamente Cristo, il sole per eccellenza. E nella cui sfera solare affermavano anche di vedere il profilo del volto del santo che li avrebbe aiutati a predire l’annata: se il suo volto nel sole, nell’uscire, era tendente al chiaro, l’anno sarebbe stato buono, tendente allo scuro avrebbe annunciato cattivo presagio.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 87-92
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 33-36
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 177-178
  • Finamore Gennaro, Credenze Usi e Costumi abruzzesi, Adelmo Polla editore, L’Aquila, 1998, ristampa anastatica del 1890, pp. 152-168

“Eremi della Maiella”: 1. Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca, 2. Eremo di San Giovannino a Serramonacesca, 3. Eremo della Madonna della Mazza a Pretoro, 4. Grotta del Colle a Rapino, 5. Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, 6. Monastero di San Martino in Valle, 7. Eremo della Madonna dell’Altare

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°1 – Sant’Onofrio a Serramonacesca

L’Abruzzo è la regione con la concentrazione di Eremi, per densità sul territorio, più alta del mondo, preceduto solo dal Tibet e dalla Cappadocia. Questo grazie alla conformazione e all’energia spirituale che trasmettono i luoghi naturali incontaminati tra le sue montagne. Porte del Silenzio in cui poter ancora oggi entrare. Tracce di una storia plurimillenaria che, a volte, trae le sue origini molto prima dell’arrivo del cristianesimo e che è ancora possibile leggere tra le sue mura. Custodi di gesti e riti che si ripetono, ormai da millenni, dagli abitanti dei vicini paesi.

Il nostro primo viaggio alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari comincia con l’Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca situato sui monti della Maiella.

Ingresso dell’Eremo di Sant’Onofrio

Dedicato all’anacoreta Sant’Onofrio, il cui nome significa “Colui che è sempre felice”, il quale nonostante fosse figlio del re di Persia decise di vivere in eremitaggio come monaco copto nel deserto d’Egitto. Secondo la leggenda egli sarebbe sopravvissuto grazie al latte di una capra, e alla sua morte sarebbe stato sepolto tra le rocce dal suo discepolo Panunzio, il quale mise per iscritto la sua biografia, che si fece aiutare da due leoni. Sant’Onofrio suscita subito grande curiosità, agli occhi di chi lo guarda, perché rappresentato nudo, senza vestiti e unicamente ricoperto dalla lunghissima barba e dai capelli che scendono fino alle ginocchia. A ricordo, della vita semplice e di assoluta povertà che aveva scelto di seguire.

Interno dell’Eremo e statua di Sant’Onofrio (foto by David Giovannoli)

L’eremo fu fondato dai monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Pare abbastanza improbabile che il Santo fosse potuto arrivare fino all’Abruzzo. Vi si recavano a vivere in solitudine per il periodo di tempo necessario alla loro ascesi spirituale, nel quale era imprescindibile privarsi di ogni bene materiale e rimanere in assoluta compagnia del Silenzio.

Abbazia di San Liberatore a Maiella (foto by pescaranews.net)

Inizialmente la struttura era costituita da una semplice grotta ma, con i secoli, e grazie alla forte devozione popolare degli abitanti di Serramonacesca, probabilmente per uno degli eremiti che la abitava, si è evoluta in ciò che vediamo oggi: una piccola chiesetta, semplice ma di grande suggestione, incastonata al di sotto di un’imponente rupe.

La rupe sovrastante l’eremo di Sant’Onofrio, vista dal basso (foto by David Giovannoli)

Le sue mura sono state erette come se volesse conservare dalle intemperie il ricovero nel quale si rifugiavano i suoi primi eremiti. All’interno sono situate una piccola cappellina, dove poter celebrare le funzioni religiose, e la statua del Santo. Il romitorio produce una grande suggestività ma a renderlo unico è un’altra particolarità. Ai lati dell’altare, infatti, appoggiato alla parete rocciosa, due entrate permettono l’accesso all’interno delle viscere della montagna. Nella parte più esterna si trova una stanza modellata nella roccia da cui è stata ricavata una celletta composta da un giaciglio dove riposavano gli eremiti, la cosiddetta “Culla di Sant’Onofrio“.

Culla di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

Dalla stanza si procede a dei profondi cunicoli ancora da esplorare, di cui si riesce a scrutare l’ingresso, e che gli anziani del paese affermano siano in grado di condurre al vicino Castel Menardo, la rocca di cui ancora si possono ammirare i resti.

Castel Menardo (foto by icastelli.it)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo continuano a perpetrarsi a distanza di secoli. La sera della vigilia del 12 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza del Santo anacoreta, i serresi accendono in suo onore le luci di una croce posta sulla cima del monte nei pressi dell’eremo, il cosiddetto “Fuoco di Sant’Onofrio“, visibile da tutto il paese. In passato venivano aizzati fuochi reali a ridosso della grotta. La mattina a seguire si dirama la processione dei devoti che dalle case muovono verso il romitorio per celebrare la messa, passando per il sentiero dove lo stesso Onofrio, secondo la tradizione popolare, avrebbe lasciato le sue impronte ancora oggi visibilmente impresse sulla pietra. A seguito, i fedeli si mettono in coda per eseguire il rituale dello strofinamento sulla “Culla di Sant’Onofrio“, nel quale la religiosità popolare vuole abbia dormito il santo e sul quale ancora oggi ci si sdraia per ottenere benefici contro i dolori lombari, i dolori alla pancia e le febbri ostinate.

Strofinamento Rituale (foto by Paolo D’Intino)

Non può mancare l’approvvigionamento all’acqua della “Fontana di Sant’Onofrio” che scaturisce nei pressi dell’eremo, anch’essa, con proprietà taumaturgiche. Prima di riscendere in paese per la processione di un’altra statua del santo conservata, stavolta, nella chiesa madre, è solito concludere con una conviviale colazione. In questo giorno è di rito anche la vendita, in paese, del formaggio dei pastori.

Fontana di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014, pp. 174-175

“Eremi della Maiella”: 1. Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca, 2. Eremo di San Giovannino a Serramonacesca, 3. Eremo della Madonna della Mazza a Pretoro, 4. Grotta del Colle a Rapino, 5. Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, 6. Monastero di San Martino in Valle, 7. Eremo della Madonna dell’Altare

La Via Lattea d’Abruzzo (n°4): Caciofiore Aquilano

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: Caciofiore aquilano PAT

(vedi Intro)

Quel ramo del lago di Campotosto, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti (il Gran Sasso e i Monti della Laga), tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, l’Aterno…

Scorcio del Lago di Campotosto (foto by David Giovannoli)

Comincia proprio in questo modo il nostro viaggio attraverso la Via Lattea d’Abruzzo alla scoperta della nostra quarta stella, che questa volta ci ha condotto nell’Alta Valle dell’Aterno sulle rive dell’incantevole Lago di Campotosto: il Caciofiore aquilano PAT. E, proprio come nel romanzo dei “Promessi Sposi“, che dopo lunghe peripezie si conclude con un matrimonio, anche questa storia si conclude con un sodalizio, stavolta non di Renzo e Lucia, quello tra il Cacio di pecora e il Fiore di carciofo selvatico (Carlina acaulis).

(foto by David Giovannoli)

 

Carlina Acaulis (foto by www.actaplantarum.org)

Immersi in un ambiente di surreale bellezza, siamo stati ospitati dall’azienda agricola “La Mascionara“, artigiani di salumi e prodotti caseari di straordinaria fattura, in una piccola bottega, dall’apparenza innocua, ma che al suo interno avrebbe rivelato l’incredibile. Così come tutto ciò che si incontra nell’Alta Valle Aterno, scrigno di inaspettati tesori. Lo stesso effetto che ci ha rivelato il Lago di Campotosto, un luogo quasi anonimo ma di incredibile suggestione. Non a caso, così come ci racconta una simpaticissima anziana signora proprietaria di un bar del posto, il lago sta diventando una meta che attrae fotografi da tutto il mondo, grazie a suoi splendidi scenari durante l’inverno e per l’effetto, quando diventa totalmente ghiacciato, del “Total White“.

Quando si entra nella bottega de “La Mascionara” non si può fare a meno che assistere ad un trionfo di opere d’arte culinarie, alcune che pendono dalla soffitta, altre esposte dietro il bancone, quasi fosse un forziere, a proteggere i tesori che vi sono esposti.  Opere dell’ingegno umano nati dalla semplicità delle popolazioni che vi abitavano, divenuti il tramite per gustarsi un momento di “paradiso” in una vita di stento e sacrifici.

Ci viene spiegato che il Caciofiore aquilano è uno dei primi formaggi completamente vegetali, che non prevede l’utilizzo di derivati animali salvo, ovviamente, il latte. Nato quando la parola “vegetariano” non era ancora stata coniata, menzionato fin dai tempi dei romani, è stato creato dai pastori del luogo che, invece del tradizionale caglio animale, per coagulare il latte munto dalle loro pecore utilizzarono il caglio prodotto dall’essiccamento del fiore di una pianta spontanea che fiorisce sui pascoli d’altura, il carciofo selvatico o cardo d’argento. Con calma proviamo questo formaggio così speciale, gelosamente custodito e avvolto da erbe selvatiche che lo proteggono e che ci fanno quasi dispiacere di doverlo aprire.

(foto by David Giovannoli)

Si presenta con varie tonalità di colore bianco, dal delicato all’intenso, dal chiaro allo scuro, a partire dalla sua crosta fino ad arrivare al suo interno. E’ un formaggio non molto stagionato, la sua pasta è molto cremosa, il suo gusto ha un sapore delicato ma che, quasi educatamente, riesce a travolgere chi decide di assaggiarlo. Si riesce a percepire la freschezza e la purezza dell’aria dei monti che la circondano, insieme al candido manto delle nevi che li ricoprono, quasi come se ci si immergesse in un viaggio nel “Total White“, simile a quello ammirato dal Lago di Campotosto ma che questa volta, oltre che con gli occhi, può essere effettuato anche con il gusto e con l’olfatto. Noi abbiamo rilevato, inoltre, anche un’impercettibile nota amara, ma delicata, di carciofo, forse perché semplicemente influenzati dal nome di questo formaggio, ma che assolutamente non ci dispiace immaginare mentre lo assaporiamo.

(foto by David Giovannoli)

Un’opera d’arte culinaria che rischiava di estinguersi se non fosse stato per un intervento “provvidenziale” e la pervicacia,  così come quella di fra Cristoforo nei “Promessi Sposi“, di alcuni pastori che continuarono a produrlo e permisero la sua continuazione fino ad oggi. Fortunatamente, anche questa una storia a lieto fine! 

Scopri le Stelle della Via Lattea d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola2. Canestrato di Castel del Monte, 3. Cacio Marcetto di Castel del Monte, 4. Caciofiore aquilano

 

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Musellaro

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – Musellaro

Frazione di Musellaro, Bolognano (foto by Wikipedia)

Il nostro sogno attraverso i Borghi d’Abruzzo che sfidano l’impossibile continua con la lettera “M” di Musellaro (PE), il “Paese della “Pietra Filosofale” dove la pietra si trasforma persino in “oro”.

Semplicemente guardando la foto, a primo acchito, riusciamo già a cogliere la trasformazione della pietra attraverso la superba immagine di una rupe rocciosa da dove emergono all’improvviso delle abitazioni. Le case, infatti, soprattutto quelle più in basso, sembrano prendere forma proprio dalla roccia sottostante. Sembra uno scherzo, ma i suoi abitanti sono riusciti, letteralmente, a tramutare le pietra in un villaggio.

Cantina Zaccagnini (foto by Signorvino)

La 2° trasformazione, invece, sempre per mano dell’uomo, è quella avvenuta dalla pietra al vino. Infatti, su questo terreno pietroso si riuscono a coltivare e produrre vini venduti e apprezzati in tutto il mondo, dal rosso Montepulciano d’Abruzzo al bianco Pecorino.

Anche la natura ha contribuito a trasformare la pietra di Musellaro, attraverso il lavoro incessante dell’acqua, in una “galleria d’arte all’aperto” che è possibile ammirare nella Valle dell’Orta. La 3° trasformazione riguarda, infatti, il passaggio dalla pietra alle Marmitte dei Giganti, maestose sculture naturali chiamate in questo modo per il suono impetuoso prodotto dalla forza del torrente che vi scorre all’interno.

Marmitte dell’Orta (foto by Gaspare Silverii, Paesaggi d’Abruzzo)

La 4° trasformazione riguarda il passaggio dalla pietra alle gemme preziose. Anche in questo caso è l’acqua che trasforma la pietra in una piscina naturale, la Cisterna di Bolognano, in un contenitore di verde smeraldo.

Cisterna di Bolognano

A Musellaro, però, così come affermavamo all’inizio, la pietra sono riusciti a farla diventare addirittura “oro”. La tradizione, infatti, narra che nel 1187, un conte, tale Del Balzo, durante una Crociata a Gerusalemme rinvenne, in un fosso, un crocifisso profanato dai Musulmani e decise di riportarlo con se, regalandolo ai baroni di queste terre. Da quel momento il paese fu testimone di numerosi miracoli da parte di questa reliquia, tra i quali anche il suo sanguinamento e divenne oggetto di grande venerazione per i suoi abitanti. Ancora oggi la croce è conservata nel Santuario di S. Maria del Balzo, situata al centro del borgo, ed è meta di pellegrinaggio, soprattutto il 19 Settembre, giorno della Festa del SS.mo Crocifisso.

Continua a scoprire i borghi impossibili d’Abruzzo: A- AlfedenaA – AltinoC – Castrovalva, M – Musellaro

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Alfedena

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – “A” di Alfedena

Il Ponte, Alfedena, M.C. Escher, 1937 (foto by Pinterest)

(Vedi Intro)

Forse non si ergerà a picco su di una roccia, forse non farà venire le vertigini come gli altri borghi di cui stiamo già parlando ma Alfedena aveva, comunque, il potere di colpire nel profondo gli occhi di chi la visitava. E, in un certo senso, lo ha ancora oggi. Soprattutto ai tempi in cui M. C. Escher decise di immortalarlo, ancora intatto prima della parziale distruzione subita durante la II Guerra Mondiale, Alfedena aveva qualcosa di magico che riusciva a superare la realtà e la percezione umana. Un luogo dove la cognizione dello spazio si faceva incerta e ambigua e dove il fulcro centrale era rappresentato dal “Ponte” che univa le abitazioni sospese tra una parte e l’altra del profondo fossato. Il paese in provincia dell’Aquila, situato nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, pareva un borgo impossibile più all’interno che al suo esterno.

Un disordine grandioso, il labirinto del borgo di Alfedena, che affascina l’artista olandese, così come, per quel che è rimasto, il visitatore del nostro secolo, seppur scoraggiato dal mettere piede in un mondo così incerto, ma attratto dalla sua stessa architettura caotica, costruttivamente impossibile e capace di portare in luce gli errori percettivi compiuti dai nostri sensi durante la sua osservazione. Errori che si prestano, da un lato, a diventare piacevoli visioni da scoprire e assaporare con gli occhi e, dall’altro, a denunciare il crollo della ragione che non riesce a capacitarsi dell’irrazionalità delle sue costruzioni.

Chiesa dei SS. Pietro e Paolo (foto by La Stampa)

Oggi il fulcro del borgo di Alfedena non è più il “Ponte” immortalato nell’opera di Escher ma, dopo la ricostruzione, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo da cui il “labirinto” di vicoli e stradine si propaga nei confronti di tutto l’abitato e che si protende verso la roccaforte del Castello dal quale, nel caso ci si fosse persi, è possibile affacciarsi per scorgere la via d’uscita dal paese.

Castello di Alfedena (foto by Wikipedia)

L’olandese, però, non fu suggestionato solo dall’interno del borgo ma anche dal contesto ambientale e dal paesaggio circostante. Ecco allora che decide di immortalarlo nuovamente, stavolta con un altro paese sullo sfondo, quello di Scontrone, divenuto anch’esso borgo dell’arte grazie anche ai numerosi murales sparsi tra i suoi vicoli.

La litografia non rappresenta, però, solo un contesto paesaggistico con le sue prospettive ma racconta anche di un curioso aneddoto legato alla storia e alla cultura di Alfedena.

M.C. Escher, Alfedena, 1930 (foto by Arthive)

Se si osserva attentamente l’immagine, si possono facilmente notare gli strani alberi in primo piano, alti e con un solo ciuffo di foglie sulla
cima. Sembrano piante che non fanno parte della natura abruzzese, invece, non sono altro che salici, olmi e in gran parte pioppi. Ma perché Escher avrebbe dovuto rappresentarli in questa maniera?

In realtà gli alberi erano realmente sistemati in questo modo dagli abitanti del paese, non per un puro fatto estetico ma per un motivo molto preciso. La popolazione di quel periodo era povera e basava il suo sostentamento quasi ed esclusivamente sulla pastorizia. Ecco, allora, che, durante i rigidissimi inverni, quando le loro capre non riuscivano più a nutrirsi con l’erba dei prati ricoperti da spesse coltri di neve, i pastori raccoglievano per loro le foglie dei rami più bassi, lasciando solo quelle delle cime dove non riuscivano ad arrivare.

Riuscirai a districarti anche tu una volta entrato nel labirinto del borgo di Alfedena?

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