Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°2 – San Giovannino a Serramonacesca

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguiendo il cammino sulla montagna madre della Majella. Custodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, proprio per questo motivo, non sempre accessibili a tutti o visibili ad occhi superficiali.  Memoria della storia di un popolo e delle espressioni culturali con le quali si esprimevano gli abitanti dei vicini paesi.

Gole dell’Alento dove è situato l’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Il nostro secondo incontro alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari continua a Serramonacesca con quello che veniva chiamato Eremo di San Giovannino, “San Giuannelle” in dialetto locale, e le adiacenti Tombe Rupestri nei pressi dell’Abbazia di San Liberatore a Maiella

Scalini d’ingresso all’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Dedicato ad uno dei primi e più grandi anacoreti della storia, San Giovanni Battista, asceta del deserto che vestiva di soli pelli di cammello, grande profeta, predicatore e precursore di Gesù, modello per molti altri successivi eremiti della storia. L’evento più importante della sua vita fu l’episodio in cui battezzò il Messia lungo il Fiume Giordano. Per questo i luoghi di culto a lui dedicati, come molti altri eremi in suo nome presenti in Abruzzo, sono quasi sempre edificati lungo le sponde dei fiumi, dei torrenti, delle sorgenti o delle cascate.

Eremo di San Giovannino e Tombe Rupestri con l’evidente fisionomia di un teschio (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.1 (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.2 (foto by David Giovannoli)

Si ritiene che l’eremo sia stato fondato da alcuni anacoreti che hanno preceduto i Monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Nelle adiacenze del sito sono ancora visibili, sulla parete rocciosa, alcune Tombe Rupestri le quali, nel loro complesso, riproducono straordinariamente la fisionomia di un teschio, quasi a voler ricordare ai passanti che, alla fine, tutti dovremo fare i conti con il nostro limite temporale e, di conseguenza, sarebbe meglio cercare di condurre una vita esemplare.

Abbazia di San Liberatore (foto by David Giovannoli)

A colpire non è la struttura dell’eremo, costituito da una cappellina molto semplice ricavata nella roccia, ma lo straordinario e suggestivo scenario naturale nel quale è immerso, quello delle Gole dell’Alento.

Tratto del torrente Alento n.1 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.2 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.3 (foto by David Giovannoli)

Privo di mura esterne presenta, ai lati, una piccola vasca di raccoglimento dell’acqua che stilla dalla parete rocciosa, la quale aveva la funzione di acquasantiera, e una tomba che, con molta probabilità, sarà appartenuta alla guida spirituale degli eremiti che vi abitavano. Al centro un piccolo incavo nel quale erano stati realizzati affreschi, purtroppo perduti, e dove era riposta la statua raffigurante San Giovanni Battista con le sembianze giovanili, anch’essa scomparsa, motivo per cui i serresi soprannominavano il luogo “San Giuannelle”, San Giovannino.

Vasca acquasantiera e nicchia dove era riposta la statua di San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)
Tomba all’interno della cappella dedicata a San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)

Il sentiero percorribile per arrivare in questo luogo di culto rupestre conduce anche alle alla Torre di Polegra dove poter ammirare un panorama mozzafiato sulle Gole.

Vista della Valle dell’Alento dalla Torre di Polegra (foto by Valerio Abbonizio)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, non si ripetono più da diverso tempo. Si possono solo dedurre per ipotesi, osservando ciò che avviene in luoghi analoghi. Poco prima dello spuntare del sole del 24 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza di San Giovanni, gli abitanti dei paesini abruzzesi usano ancora recarsi presso i fiumi o al mare per bagnarsi con l’acqua che, dalla mezzanotte allo spuntare del sole, si ritiene assuma proprietà taumaturgiche e purificatrici.

Bagno nel torrente dell’Alento (foto by David Giovannoli)

Questo è anche il giorno del Solstizio d’Estate, giorno in cui il sole, giunto al punto massimo di declinazione, comincia la fase di decrescita e la luce solare delle giornate si avvia gradualmente ad attenuare fino all’arrivo del Natale, periodo in cui ricomincerà di nuovo a crescere. Momento dell’anno ritenuto sacro già precedentemente ma che con il cristianesimo raggiunse un valore profondo. L’azione del sole è facilmente assimilabile, infatti, a quella del Battista che, dopo aver battezzato Gesù, si “ritirò” per fargli spazio. La religiosità popolare ha da sempre creduto, quindi, che in questo giorno le acque riacquistassero le stesse valenze di quelle del battesimo con la capacità di curare e purificare, questa volta, non solo l’anima ma anche il corpo. È molto probabile che lo stesso rituale sia stato praticato, in passato, anche qui. Ciò che è certo, però, così come testimoniano ancora i più anziani, è che all’alba del 24 Giugno di ogni anno essi usavano recarsi sul pianoro dei monti che sovrasta il paese, e che si affaccia sull’Adriatico, per assistere allo strano fenomeno del sole che, nel sorgere, l’immaginario popolare vedeva “lavarsi nel mare”. Come se San Giovanni, ogni anno, battezzasse nuovamente Cristo, il sole per eccellenza. E nella cui sfera solare affermavano anche di vedere il profilo del volto del santo che li avrebbe aiutati a predire l’annata: se il suo volto nel sole, nell’uscire, era tendente al chiaro, l’anno sarebbe stato buono, tendente allo scuro avrebbe annunciato cattivo presagio.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014
  • Finamore Gennaro, Credenze Usi e Costumi abruzzesi, Adelmo Polla editore, L’Aquila, 1998, ristampa anastatica del 1890

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°1 – Sant’Onofrio a Serramonacesca

L’Abruzzo è la regione con la concentrazione di Eremi, per densità sul territorio, più alta del mondo, preceduto solo dal Tibet e dalla Cappadocia. Questo grazie alla conformazione e all’energia spirituale che trasmettono i luoghi naturali incontaminati tra le sue montagne. Porte del Silenzio in cui poter ancora oggi entrare. Tracce di una storia plurimillenaria che, a volte, trae le sue origini molto prima dell’arrivo del cristianesimo e che è ancora possibile leggere tra le sue mura. Custodi di gesti e riti che si ripetono, ormai da millenni, dagli abitanti dei vicini paesi.

Eremo di Sant’Onofrio (foto by David Giovannoli)

Il nostro primo viaggio alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari comincia con l’Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca situato sui monti della Maiella.

Ingresso dell’Eremo di Sant’Onofrio

Dedicato all’anacoreta Sant’Onofrio, il cui nome significa “Colui che è sempre felice”, il quale nonostante fosse figlio del re di Persia decise di vivere in eremitaggio come monaco copto nel deserto d’Egitto. Secondo la leggenda egli sarebbe sopravvissuto grazie al latte di una capra, e alla sua morte sarebbe stato sepolto tra le rocce dal suo discepolo Panunzio, il quale mise per iscritto la sua biografia, che si fece aiutare da due leoni. Sant’Onofrio suscita subito grande curiosità, agli occhi di chi lo guarda, perché rappresentato nudo, senza vestiti e unicamente ricoperto dalla lunghissima barba e dai capelli che scendono fino alle ginocchia. A ricordo, della vita semplice e di assoluta povertà che aveva scelto di seguire.

Interno dell’Eremo e statua di Sant’Onofrio (foto by David Giovannoli)

L’eremo fu fondato dai monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Pare abbastanza improbabile che il Santo fosse potuto arrivare fino all’Abruzzo. Vi si recavano a vivere in solitudine per il periodo di tempo necessario alla loro ascesi spirituale, nel quale era imprescindibile privarsi di ogni bene materiale e rimanere in assoluta compagnia del Silenzio.

Abbazia di San Liberatore a Maiella (foto by pescaranews.net)

Inizialmente la struttura era costituita da una semplice grotta ma, con i secoli, e grazie alla forte devozione popolare degli abitanti di Serramonacesca, probabilmente per uno degli eremiti che la abitava, si è evoluta in ciò che vediamo oggi: una piccola chiesetta, semplice ma di grande suggestione, incastonata al di sotto di un’imponente rupe.

La rupe sovrastante l’eremo di Sant’Onofrio, vista dal basso (foto by David Giovannoli)

Le sue mura sono state erette come se volesse conservare dalle intemperie il ricovero nel quale si rifugiavano i suoi primi eremiti. All’interno sono situate una piccola cappellina, dove poter celebrare le funzioni religiose, e la statua del Santo. Il romitorio produce una grande suggestività ma a renderlo unico è un’altra particolarità. Ai lati dell’altare, infatti, appoggiato alla parete rocciosa, due entrate permettono l’accesso all’interno delle viscere della montagna. Nella parte più esterna si trova una stanza modellata nella roccia da cui è stata ricavata una celletta composta da un giaciglio dove riposavano gli eremiti, la cosiddetta “Culla di Sant’Onofrio“.

Culla di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

Dalla stanza si procede a dei profondi cunicoli ancora da esplorare, di cui si riesce a scrutare l’ingresso, e che gli anziani del paese affermano siano in grado di condurre al vicino Castel Menardo, la rocca di cui ancora si possono ammirare i resti.

Castel Menardo (foto by icastelli.it)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo continuano a perpetrarsi a distanza di secoli. La sera della vigilia del 12 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza del Santo anacoreta, i serresi accendono in suo onore le luci di una croce posta sulla cima del monte nei pressi dell’eremo, il cosiddetto “Fuoco di Sant’Onofrio“, visibile da tutto il paese. In passato venivano aizzati fuochi reali a ridosso della grotta. La mattina a seguire si dirama la processione dei devoti che dalle case muovono verso il romitorio per celebrare la messa, passando per il sentiero dove lo stesso Onofrio, secondo la tradizione popolare, avrebbe lasciato le sue impronte ancora oggi visibilmente impresse sulla pietra. A seguito, i fedeli si mettono in coda per eseguire il rituale dello strofinamento sulla “Culla di Sant’Onofrio“, nel quale la religiosità popolare vuole abbia dormito il santo e sul quale ancora oggi ci si sdraia per ottenere benefici contro i dolori lombari, i dolori alla pancia e le febbri ostinate.

Strofinamento Rituale (foto by Paolo D’Intino)

Non può mancare l’approvvigionamento all’acqua della “Fontana di Sant’Onofrio” che scaturisce nei pressi dell’eremo, anch’essa, con proprietà taumaturgiche. Prima di riscendere in paese per la processione di un’altra statua del santo conservata, stavolta, nella chiesa madre, è solito concludere con una conviviale colazione. In questo giorno è di rito anche la vendita, in paese, del formaggio dei pastori.

Fontana di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014

La Via Lattea d’Abruzzo (n°4): Caciofiore Aquilano

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: Caciofiore aquilano PAT

(vedi Intro)

Quel ramo del lago di Campotosto, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti (il Gran Sasso e i Monti della Laga), tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, l’Aterno…

Scorcio del Lago di Campotosto (foto by David Giovannoli)

Comincia proprio in questo modo il nostro viaggio attraverso la Via Lattea d’Abruzzo alla scoperta della nostra quarta stella, che questa volta ci ha condotto nell’Alta Valle dell’Aterno sulle rive dell’incantevole Lago di Campotosto: il Caciofiore aquilano PAT. E, proprio come nel romanzo dei “Promessi Sposi“, che dopo lunghe peripezie si conclude con un matrimonio, anche questa storia si conclude con un sodalizio, stavolta non di Renzo e Lucia, quello tra il Cacio di pecora e il Fiore di carciofo selvatico (Carlina acaulis).

(foto by David Giovannoli)

 

Carlina Acaulis (foto by www.actaplantarum.org)

Immersi in un ambiente di surreale bellezza, siamo stati ospitati dall’azienda agricola “La Mascionara“, artigiani di salumi e prodotti caseari di straordinaria fattura, in una piccola bottega, dall’apparenza innocua, ma che al suo interno avrebbe rivelato l’incredibile. Così come tutto ciò che si incontra nell’Alta Valle Aterno, scrigno di inaspettati tesori. Lo stesso effetto che ci ha rivelato il Lago di Campotosto, un luogo quasi anonimo ma di incredibile suggestione. Non a caso, così come ci racconta una simpaticissima anziana signora proprietaria di un bar del posto, il lago sta diventando una meta che attrae fotografi da tutto il mondo, grazie a suoi splendidi scenari durante l’inverno e per l’effetto, quando diventa totalmente ghiacciato, del “Total White“.

Quando si entra nella bottega de “La Mascionara” non si può fare a meno che assistere ad un trionfo di opere d’arte culinarie, alcune che pendono dalla soffitta, altre esposte dietro il bancone, quasi fosse un forziere, a proteggere i tesori che vi sono esposti.  Opere dell’ingegno umano nati dalla semplicità delle popolazioni che vi abitavano, divenuti il tramite per gustarsi un momento di “paradiso” in una vita di stento e sacrifici.

Ci viene spiegato che il Caciofiore aquilano è uno dei primi formaggi completamente vegetali, che non prevede l’utilizzo di derivati animali salvo, ovviamente, il latte. Nato quando la parola “vegetariano” non era ancora stata coniata, menzionato fin dai tempi dei romani, è stato creato dai pastori del luogo che, invece del tradizionale caglio animale, per coagulare il latte munto dalle loro pecore utilizzarono il caglio prodotto dall’essiccamento del fiore di una pianta spontanea che fiorisce sui pascoli d’altura, il carciofo selvatico o cardo d’argento. Con calma proviamo questo formaggio così speciale, gelosamente custodito e avvolto da erbe selvatiche che lo proteggono e che ci fanno quasi dispiacere di doverlo aprire.

(foto by David Giovannoli)

Si presenta con varie tonalità di colore bianco, dal delicato all’intenso, dal chiaro allo scuro, a partire dalla sua crosta fino ad arrivare al suo interno. E’ un formaggio non molto stagionato, la sua pasta è molto cremosa, il suo gusto ha un sapore delicato ma che, quasi educatamente, riesce a travolgere chi decide di assaggiarlo. Si riesce a percepire la freschezza e la purezza dell’aria dei monti che la circondano, insieme al candido manto delle nevi che li ricoprono, quasi come se ci si immergesse in un viaggio nel “Total White“, simile a quello ammirato dal Lago di Campotosto ma che questa volta, oltre che con gli occhi, può essere effettuato anche con il gusto e con l’olfatto. Noi abbiamo rilevato, inoltre, anche un’impercettibile nota amara, ma delicata, di carciofo, forse perché semplicemente influenzati dal nome di questo formaggio, ma che assolutamente non ci dispiace immaginare mentre lo assaporiamo.

(foto by David Giovannoli)

Un’opera d’arte culinaria che rischiava di estinguersi se non fosse stato per un intervento “provvidenziale” e la pervicacia,  così come quella di fra Cristoforo nei “Promessi Sposi“, di alcuni pastori che continuarono a produrlo e permisero la sua continuazione fino ad oggi. Fortunatamente, anche questa una storia a lieto fine! 

Scopri le Stelle della Via Lattea d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola2. Canestrato di Castel del Monte, 3. Cacio Marcetto di Castel del Monte, 4. Caciofiore aquilano

 

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Musellaro

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – Musellaro

Frazione di Musellaro, Bolognano (foto by Wikipedia)

Il nostro sogno attraverso i Borghi d’Abruzzo che sfidano l’impossibile continua con la lettera “M” di Musellaro (PE), il “Paese della “Pietra Filosofale” dove la pietra si trasforma persino in “oro”.

Semplicemente guardando la foto, a primo acchito, riusciamo già a cogliere la trasformazione della pietra attraverso la superba immagine di una rupe rocciosa da dove emergono all’improvviso delle abitazioni. Le case, infatti, soprattutto quelle più in basso, sembrano prendere forma proprio dalla roccia sottostante. Sembra uno scherzo, ma i suoi abitanti sono riusciti, letteralmente, a tramutare le pietra in un villaggio.

Cantina Zaccagnini (foto by Signorvino)

La 2° trasformazione, invece, sempre per mano dell’uomo, è quella avvenuta dalla pietra al vino. Infatti, su questo terreno pietroso si riuscono a coltivare e produrre vini venduti e apprezzati in tutto il mondo, dal rosso Montepulciano d’Abruzzo al bianco Pecorino.

Anche la natura ha contribuito a trasformare la pietra di Musellaro, attraverso il lavoro incessante dell’acqua, in una “galleria d’arte all’aperto” che è possibile ammirare nella Valle dell’Orta. La 3° trasformazione riguarda, infatti, il passaggio dalla pietra alle Marmitte dei Giganti, maestose sculture naturali chiamate in questo modo per il suono impetuoso prodotto dalla forza del torrente che vi scorre all’interno.

Marmitte dell’Orta (foto by Gaspare Silverii, Paesaggi d’Abruzzo)

La 4° trasformazione riguarda il passaggio dalla pietra alle gemme preziose. Anche in questo caso è l’acqua che trasforma la pietra in una piscina naturale, la Cisterna di Bolognano, in un contenitore di verde smeraldo.

Cisterna di Bolognano

A Musellaro, però, così come affermavamo all’inizio, la pietra sono riusciti a farla diventare addirittura “oro”. La tradizione, infatti, narra che nel 1187, un conte, tale Del Balzo, durante una Crociata a Gerusalemme rinvenne, in un fosso, un crocifisso profanato dai Musulmani e decise di riportarlo con se, regalandolo ai baroni di queste terre. Da quel momento il paese fu testimone di numerosi miracoli da parte di questa reliquia, tra i quali anche il suo sanguinamento e divenne oggetto di grande venerazione per i suoi abitanti. Ancora oggi la croce è conservata nel Santuario di S. Maria del Balzo, situata al centro del borgo, ed è meta di pellegrinaggio, soprattutto il 19 Settembre, giorno della Festa del SS.mo Crocifisso.

Continua a scoprire i borghi impossibili d’Abruzzo: A- AlfedenaA – AltinoC – Castrovalva, M – Musellaro

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Alfedena

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – “A” di Alfedena

Il Ponte, Alfedena, M.C. Escher, 1937 (foto by Pinterest)

(Vedi Intro)

Forse non si ergerà a picco su di una roccia, forse non farà venire le vertigini come gli altri borghi di cui stiamo già parlando ma Alfedena aveva, comunque, il potere di colpire nel profondo gli occhi di chi la visitava. E, in un certo senso, lo ha ancora oggi. Soprattutto ai tempi in cui M. C. Escher decise di immortalarlo, ancora intatto prima della parziale distruzione subita durante la II Guerra Mondiale, Alfedena aveva qualcosa di magico che riusciva a superare la realtà e la percezione umana. Un luogo dove la cognizione dello spazio si faceva incerta e ambigua e dove il fulcro centrale era rappresentato dal “Ponte” che univa le abitazioni sospese tra una parte e l’altra del profondo fossato. Il paese in provincia dell’Aquila, situato nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, pareva un borgo impossibile più all’interno che al suo esterno.

Un disordine grandioso, il labirinto del borgo di Alfedena, che affascina l’artista olandese, così come, per quel che è rimasto, il visitatore del nostro secolo, seppur scoraggiato dal mettere piede in un mondo così incerto, ma attratto dalla sua stessa architettura caotica, costruttivamente impossibile e capace di portare in luce gli errori percettivi compiuti dai nostri sensi durante la sua osservazione. Errori che si prestano, da un lato, a diventare piacevoli visioni da scoprire e assaporare con gli occhi e, dall’altro, a denunciare il crollo della ragione che non riesce a capacitarsi dell’irrazionalità delle sue costruzioni.

Chiesa dei SS. Pietro e Paolo (foto by La Stampa)

Oggi il fulcro del borgo di Alfedena non è più il “Ponte” immortalato nell’opera di Escher ma, dopo la ricostruzione, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo da cui il “labirinto” di vicoli e stradine si propaga nei confronti di tutto l’abitato e che si protende verso la roccaforte del Castello dal quale, nel caso ci si fosse persi, è possibile affacciarsi per scorgere la via d’uscita dal paese.

Castello di Alfedena (foto by Wikipedia)

L’olandese, però, non fu suggestionato solo dall’interno del borgo ma anche dal contesto ambientale e dal paesaggio circostante. Ecco allora che decide di immortalarlo nuovamente, stavolta con un altro paese sullo sfondo, quello di Scontrone, divenuto anch’esso borgo dell’arte grazie anche ai numerosi murales sparsi tra i suoi vicoli.

La litografia non rappresenta, però, solo un contesto paesaggistico con le sue prospettive ma racconta anche di un curioso aneddoto legato alla storia e alla cultura di Alfedena.

M.C. Escher, Alfedena, 1930 (foto by Arthive)

Se si osserva attentamente l’immagine, si possono facilmente notare gli strani alberi in primo piano, alti e con un solo ciuffo di foglie sulla
cima. Sembrano piante che non fanno parte della natura abruzzese, invece, non sono altro che salici, olmi e in gran parte pioppi. Ma perché Escher avrebbe dovuto rappresentarli in questa maniera?

In realtà gli alberi erano realmente sistemati in questo modo dagli abitanti del paese, non per un puro fatto estetico ma per un motivo molto preciso. La popolazione di quel periodo era povera e basava il suo sostentamento quasi ed esclusivamente sulla pastorizia. Ecco, allora, che, durante i rigidissimi inverni, quando le loro capre non riuscivano più a nutrirsi con l’erba dei prati ricoperti da spesse coltri di neve, i pastori raccoglievano per loro le foglie dei rami più bassi, lasciando solo quelle delle cime dove non riuscivano ad arrivare.

Riuscirai a districarti anche tu una volta entrato nel labirinto del borgo di Alfedena?

Scopri i Borghi Impossibili d’Abruzzo: A – AlfedenaA – Altino, C – Castrovalva, M – Musellaro

La Via Lattea d’Abruzzo (n°3): Cacio Marcetto di Castel del Monte

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: Cacio Marcetto di Castel del Monte PAT

(vedi Intro)

Le mosche, a volte, si posano anche sul pulito.

È il caso del Cacio Marcetto di Castel del Monte, dove le uova di questi insetti trovano terreno fertile per schiudersi e prosperare. Succede quando le Mosche Casearie (piophilacasei) riescono ad infiltrarsi all’interno del luogo predisposto alla stagionatura del Pecorino fresco, preparato da poco, e posandosi sulla sua crosta ancora morbida e umida, riescono a trovare una sistemazione per far crescere i loro “piccoli”.

Marcetto fermentato (foto by formaggio.it)

Le loro larve, i cosiddetti Vermi Saltarelli, nome che rimanda quasi ironicamente al Saltarello abruzzese, il ballo tipico della nostra regione, mentre si sviluppano nel Pecorino, attraverso la loro “danza” permettono la formazione di crepe sulla crosta del formaggio che si indurisce ma non protegge il suo interno e, di conseguenza, invece di stagionarsi come nei normali processi di maturazione, si fermenta, trasformandosi in una pasta cremosa.

A questo punto non verrebbe altro in mente che di gettare la forma di formaggio in cui è avvenuto questo disastro. Ma a Castel del Monte, così come in altri paesi vicini che vivevano di pastorizia sul Gran Sasso, gli abitanti, spesso, erano così poveri che non potevano assolutamente permettersi di perdere una parte del loro, già esiguo, sostentamento. Nei secoli sono riusciti, così, a trasformare un formaggio che per altri può sembrare perduto, in uno dei prodotti caseari più buoni sulla faccia della terra. Diciamo che, di solito, per ottenere formaggi spalmabili vengono utilizzati prodotti o tecniche artificiali, mentre in Abruzzo siamo talmente bravi che per lasciare che il prodotto sia totalmente naturale ci facciamo aiutare dalle mosche!

Crema di Marcetto (foto: abruzzo with gusto)

Ovvio che tutto ciò potrebbe destare un po’ di sospetto, e fare pensare ad un prodotto adatto solo per i degustatori più “audaci”.

Ad oggi, però, è difficile trovare produttori che “assumino” ancora mosche casearie per fermentare il Cacio Marcetto e che, in ogni caso, non potrebbero far trovare sul formaggio (anche perché sono vietate per legge). Nella maggior parte dei casi, il Marcetto, viene fatto fermentare con l’ausilio di procedure simili ma che non prevedono più l’utilizzo di questi piccoli aiutanti. Il risultato ottenuto è, quindi, una Crema di Pecorino straordinaria, spalmabile, dall’odore particolarmente intenso e penetrante, dal retrogusto piccante e di un colore giallo oro. La crema viene quindi riposta in recipienti di terracotta o di vetro per essere consumata. Un altro fiore all’occhiello di cui andare fieri del nostro Abruzzo e che ci invidiano in tutto il mondo. Un prodotto dell’enogastronomia abruzzese per i palati “fini”.

Marcetto in vetro (foto: Fratelli Marronaro)

Per noi di Abruzzomania è anche uno dei 15 formaggi più buoni della nostra regione. Provare, per credere!

Il Cacio Marcetto rappresenta una delle tante storie in cui, nel nostro “bel  Paese”, da una situazione di povertà estrema è riuscito ad emergere qualcosa di straordinario. Un po’ come avvenuto, ad esempio, per i Sassi di Matera. Perché, quindi, non eleggere il Cacio Marcetto, e il paese di Castel del Monte, come Capitale Europea dei formaggi 2019? (senza dimenticare che in questo paese di produce anche il mitico Pecorino Canestrato di Castel del Monte, e tanti altri incredibili prodotti caseari).

Il Cacio Marcetto è anche il simbolo della “resilienza”, parola tanto di moda adesso nel nostro Abruzzo, dopo le numerose sciagure che ci sono capitate, dal terremoto dell’Aquila in poi, e che sta a significare la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, trovando alternative in modo da trasformarlo in un’opportunità. Proprio come avvenuto per questo formaggio o per altre circostanze a Castel del Monte, paese che, lo ricordiamo, è stato anch’esso colpito dal terremoto del 2009.

Castel del Monte (foto by italianways)

Come dimenticarsi, ad esempio, del suo pastore, Francesco Giuliani, uomo al quale il duro lavoro e la povertà nella quale viveva non gli hanno impedito di diventare un grande poeta. (per approfondire leggi anche questo articolo)

Un paese che, a volte, durante i secoli, non potendo offrire molto ai suoi abitanti in termini di lavoro, ha visto partire schiere di emigranti, soprattutto in America, ma che rimane ancora oggi un borgo di particolare bellezza e unico nel suo genere, incastonato all’interno di uno degli scenari più incantevoli sulla faccia della Terra, facendolo eleggere, proprio dal Cinema americano, soprattutto tra gli anni ’70 e ’90, come la “piccola Hollywood d’Abruzzo“. Castel del Monte, infatti, è divenuto lo scenario ideale dove girare molti dei film con attori del calibro di Michelle Pfeiffer, Richard Gere, Arnold Schwarzenegger, Sean Connery e, ultimo fra tutti, George Clooney con il suo “The American”, girato proprio poco dopo la distruzione subita dal terremoto aquilano.

E allora, cosa aspettiamo? Andiamo a scoprire questo fantastico borgo e, soprattutto il Cacio Marcetto!

Scopri le Stelle della Via Lattea d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola2. Canestrato di Castel del Monte, 3. Cacio Marcetto di Castel del Monte, 4. Caciofiore aquilano

The Abruzzese Dream – n°3

Gli abruzzesi che hanno “fatto” l’America – John Fante

(vedi Intro)

(foto by Turismo letterario)

A volte la polvere, quella che il vento trascina nel mondo, quella che attraversa il tempo senza mai scomparire, incrociando casualmente luoghi e generazioni, porta con se memorie di storie vissute che sono in grado di lasciare il segno nella vita di chiunque incontri per strada. E, se invece di esserne infastiditi, si rimanesse in silenzio ad ascoltare la sua voce, essa sarebbe in grado raccontarci ciò che di straordinario è stata in grado di vedere.

Così come ha provato a fare John Fante, “abruzzo-americano” di seconda generazione, nato negli Stati Uniti d’America (Denver, 8 aprile 1909 – Los Angeles, 8 maggio 1983), in grado di percepire le parole della polvere e riuscire a tradurle in un’opera letteraria fuori dal tempo. Diventando, così, una delle comete più luminose della letteratura americana e mondiale.

(Ascolta la puntata a lui dedicata de “il falco e il gabbiano” di E. Ruggeri)

(foto by Agenda Lugano)

Il suo romanzo più importante, “Chiedi alla Polvere“, non a caso, durante i primi anni della sua vita, fu snobbato dalla critica e dimenticato tra la polvere degli scaffali. E’ stato solo grazie all’intervento di un’altro grande scrittore, Charles Bukowski, che ritrovò per caso, in una biblioteca, una copia impolverata delle avventure di Arturo Bandini, l’alter ego del nostro abruzzese, innamorandosene e facendolo conoscere al mondo: “Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino“. Da quel momento in avanti i romanzi di John Fante sono stati pubblicati in tutto il mondo.

L’unica maniera di conoscere e comprendere un personaggio così controverso e irrequieto come questo scrittore, il narratore più maledetto del mondo, è proprio quello di “chiedere alla polvere“. La polvere calpestata dai migranti, capace di riportare indietro il tempo, giorno in cui in Abruzzo il padre, Nicola Fante, per sfuggire al freddo e alla miseria della sua terra, ha deciso di attraversare l’oceano per lasciare le montagne della Majella e raggiungere quelle quasi simili del Colorado.

Con la madre, Maria Campoluongo, fervente cattolica, John Fante è sempre riuscito a trovare rifugio e conforto per affrontare con coraggio la misera della sua esistenza:

La cucina: il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori…(La confraternita dell’uva)

Casa natale del padre a Torricella Peligna (foto by Avvenire)

Con il padre, invece, non è mai riuscito ad avere un rapporto sereno. Da sempre una figura assai difficile con cui confrontarsi, talmente amato da essere menzionato, nei suoi scritti, come “Il Dio di mio padre”, e allo stesso tempo odiato per la vita dissoluta che conduceva, uomo violento, aggressivo e autoritario che, un giorno, decise addirittura di abbandonarlo quando era solo un giovane ragazzo. Ecco come viene descritto, con il suo Alter Ego Svevo Bandini, in una delle sue opere:

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustoso. Si chiamava Svevo Bandini (…). Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava (…). Anche da ragazzo, in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado. (…). Le montagne c’erano anche in Italia, simili a bianchi monti a pochi chilometri di distanza verso occidente. Le montagne erano un gigantesco abito bianco caduto come piombo sulla terra.” (Aspetta primavera, Bandini)

E’ stupefacente vedere come, ancora oggi, i familiari rimasti in Italia che si possono incontrare passeggiando tra i vicoli del suo paese d’origine, Torricella Peligna, ricordano le minacce di morte che il padre fece nei suoi confronti se mai fosse tornato a casa (proprio come racconta il suo cugino carnale in questo video).

L’Abruzzo di John Fante è un luogo che, per quanto lontano e mai visitato realmente, è la garanzia di radici, di gente che a prescindere dal tuo ritorno, è rimasta ad aspettarti, come effettivamente è stato. Torricella Peligna è il luogo della sua mitologia familiare. Un mondo popolato da luoghi e personaggi leggendari che il padre gli raccontava quando era ancora bambino.

Torricella Peligna (foto by Abruzzo news)

Così come San Rinaldo di Fallascoso e il suo eremo,dove gli abitanti si recano ancora oggi con devozione e si racconta di incredibili guarigioni, o della Fonte delle Sese (o di Sant’Agata) dove le donne partorienti si vanno ad abbeverare e si lavano, attraverso riti millenari, per far si che ricevano la grazia di produrre il proprio latte materno in abbondanza. Luoghi ed eventi leggendari che in America, una società così moderna, nemmeno ci si sogna di avere.

Fonte delle Sese (foto by Sangro Aventino turismo)

Nel romanzo “Aspetta primavera Bandini“, l’Abruzzo diventa l’argomento di un divertente e divertito dialogo tra Svevo, l’Alter Ego del padre, e una ricca e colta vedova americana presso la quale doveva trovare lavoro:

“E così lui era italiano. Splendido. (…). Doveva sentirsi orgoglioso delle sue origini. Non sapeva anche lui che la culla della civiltà occidentale era proprio l’Italia? Aveva mai visto la cattedrale di San Pietro, gli affreschi di Michelangelo, l’azzurro del Mediterraneo. E la Riviera? No, non li aveva mai visti. Le disse con parole semplici che era abruzzese, e non si era mai spinto a nord, nemmeno a Roma. Aveva lavorato duro, fin da ragazzo. Non aveva avuto tempo per nient’altro. L’Abruzzo! La vedova sapeva tutto. Ma allora aveva sicuramente letto le opere di d’Annunzio, era abruzzese anche lui. No, non l’aveva letto, quel d’Annunzio. Ne aveva sentito parlare, ma non l’aveva mai letto. Sì, sapeva che quell’uomo importante era della sua provincia. La cosa gli faceva piacere, sentiva gratitudine per d’Annunzio. Finalmente aveva trovato un terreno comune, ma con suo grande sconforto s’accorse di non avere nient’altro da dire sull’argomento.”

Ma proprio come il padre, un idolo e allo stesso tempo una disgrazia, anche l’Abruzzo si presenta come un meraviglioso miraggio per cui essere fieri e, allo stesso tempo, come un ingombro di cui sbarazzarsi. Su John Fante, infatti, incombe tutto il peso del pregiudizio nei confronti degli Italiani, una polvere che difficilmente si riusciva a togliere dai propri vestiti, neppure quando li si lavava per bene: mangia spaghetti, selvaggi ubriaconi, violentatori e assassini, mafiosi, sporchi come maiali. È un tema caro a Fante, soprattutto trattato nella sua raccolta di racconti “Dago redUna vicenda umana che sembra attualissima in cui sta dentro tutta la speranza e il dolore dei migranti. L’odio del razzismo e la volontà di inclusione di quella misera comunità italiana, salpata con pochi stracci polverosi riposti nella valigia di cartone e che una volta sbarcata in America andava alla ricerca di sogni una vita migliore. La forza per la ricerca di un successo letterario, da parte dello scrittore abruzzese, probabilmente, proviene dalla voglia di un riscatto sociale in grado di sconfiggere il pregiudizio che su di lui incombe in quanto italiano.

Mediateca John Fante a Torricella Peligna (foto by qualche riga d’Abruzzo)

Un successo ottenuto con estrema fatica, quasi insperata. John Fante di polvere ne ha dovuta mangiare fin troppa, e ci si è dovuto sporcare persino le sue preziose mani di scrittore, prima ancora che i suoi capolavori venissero riconosciuti. Una vita miserabile che non sembra finire mai:

“Ho fatto un sacco di lavori al porto di Los Angeles perché la nostra famiglia era povera e mio padre era morto. Il mio primo lavoro, poco dopo la maturità, fu quello di spalatore di fossi. Di notte non potevo dormire per via del mal di schiena. Stavamo facendo uno scavo in un terreno, non c’era neanche un po’ d’ombra, il sole picchiava dall’alto di un cielo senza nuvole, e io giù in quella buca a scavare insieme con due cani da valanga che avevano una vera passione per lo scavo, sempre là a ridere e a raccontarsi barzellette, ridendo e fumando un tabacco puzzolente…” (La strada per Los Angeles)

Il riconoscimento dovuto a John Fante, però, arrivò molto tardi e quasi a ridosso della sua morte. In questi ultimi anni, però, il suo nome è stato affisso sulle pareti della Hall of Fame dei più grandi scrittori d’America. Una carriera riconosciuta anche nel Cinema hollywoodiano attraverso l’adattamento cinematografico di alcuni dei suoi romanzi più importanti, tra i quali il film cult “Chiedi alla Polvere” (di cui qui sotto è possibile vedere il trailer)

Il nostro VIP statunitense di origini abruzzesi, però, a Torricella Peligna non è mai tornato davvero, nonostante quando, la primavera di sessant’anni fa, sbarcato in Italia per un lavoro di sceneggiatore in un’opera cinematografica, ci arrivò vicino. Così come racconta il suo biografo Stephen Cooper «Fante parcheggiò nella piazza del paese, ma immediatamente obbligò l’autista a fare marcia indietro, preso dal panico di calpestare gli stessi posti in cui aveva camminato il padre». Un paese mitologico che desiderava vedere ma che, difronte alla realtà che poteva apparire davanti ai suoi occhi adulti, alla polvere dei passi lasciati dal passato del padre, avrebbe riaperto una dolorosa cicatrice mai rimarginata.

Da un po’ di tempo a questa parte, in compenso, i suoi concittadini abruzzesi lo fanno simbolicamente “tornare” ogni anno, durante il mese di Agosto, con il John Fante Festival

 

Continuate a visitare con noi la nostra “Hall of Fame”: Rocky Marciano – Bradley Cooper

Abruzzo, un sostegno al primato Italiano dell’UNESCO – n°2

(foto by Wikipedia)

Siti UNESCO in Abruzzo secondo AbruzzoMania – Eremi

(vedi intro)

Eremo di S. Bartolomeo in Legio (foto by Trekking.it)

L’Abruzzo è il territorio che, insieme al Tibet, ha il maggior numero di concentrazione di Eremi al mondo, tutti di spettacolare bellezza. Le montagne, l’inaccessibilità dei sui luoghi, la conformazione della sua natura e la grande vocazione ascetica dei suoi abitanti hanno costituito gli elementi fondamentali per il loro sviluppo.

Ma perché considerarli patrimonio, non solo della nostra regione, ma del mondo intero? Ecco i nostri 3 motivi:

1. Gli Eremi abruzzesi hanno una caratteristica tutta loro: si trovano nei luoghi più impensabili e all’interno di paesaggi naturali straordinari! 

Papa Celestino V, ad esempio, amava costruirli negli anfratti naturali delle rocce, di cui ricordiamo l’Eremo di San Bartolomeo in Legio a Roccamorice, all’interno dell’incantevole scenario dei Canyon del Vallone Santo Spirito, e a ridosso di rupi rocciose che si affacciano nel vuoto, come ad esempio il Santuario della Madonna dell’Altare a Palena dove è sconsigliabile, per chi soffre di cuore, voltarsi dalla finestra. Ma non disdegnava nemmeno di edificarli sulle cime dei monti, tanto che ancora oggi vengono spesso scambiati, dagli alpini, con dei veri e propri rifugi. 

Eremo/Santuario della Madonna dell’Altare (foto by Abruzzo Turismo)

San Domenico abate, per intenderci il Santo per cui si festeggia la Festa dei Serpari a Cocullo, ce ne ha lasciato in eredità addirittura uno a ridosso di un lago, le cui acque, nei pressi del Lago di Scanno, sono cristalline come la purezza dell’anima a cui tendeva ad arrivare. Oggi è conosciuto da tutti con il nome di Grotta di San Domenico, a Villalago.

Eremo/Grotta di S. Domenico (foto by Onda TV)

Nel caso del Santuario di San Venanzio a Raiano, invece, ci troviamo difronte ad un luogo di culto edificato tra una sponda e l’altra di un fiume. Il ponte, infatti, in questi casi, non veniva inteso solo come mezzo per attraversare fisicamente un corso d’acqua ma anche come simbolo utilizzato per ricordare a tutti che, per riuscire a transitare dalla vita terrena alla vita eterna, è necessario, durante il cammino della propria esistenza, trovare il coraggio di affrontare i propri limiti. Essi però, sono come un fiume in piena che, per la paura di affrontarli, possono sviare il nostro cammino. Solo con l’ausilio di un ponte spirituale, ossia con il coraggio della fede, è possibile il loro superamento e un graduale passaggio ad una dimensione spirituale superiore. Proprio come San Venanzio da Camerino, che si dice abbia soggiornato in questo suggestivo luogo, amava fare nella sua vita ascetica.

Eremo/Santuario di S. Venanzio (foto by Terre colte d’Abruzzo)

2. Le tipologie di Eremi che si possono incontrare nella nostra regione sono innumerevoli e sono una magnifica espressione dell’ingegno umano: a volte ci si può imbattere dinnanzi a semplici altari innalzati nelle cavità rocciose, altre volte a chiese o a santuari, e può succedere addirittura di ritrovarsi difronte complessi monastici interamente costruiti nella roccia. Così come il vecchio Monastero di Sant’Angelo a Ripe costruito all’interno di una grotta che si suddivide in piccoli cunicoli e che i monaci benedettini seppero straordinariamente sfruttare per disporvi le loro celle e le stanze funzionali alla vita e alla preghiera. Nel punto più ampio, dove la roccia si apre in un ampio salone, è ancora oggi visibile la cappella dedicata a San Michele Arcangelo, raggiungibile attraverso antiche scale in pietra e stretti passaggi. Ma non vi spaventate se, una volta osservato l’eremo da lontano, per via delle sue tre aperture, assuma la fisionomia di un teschio. Che fosse stato un monito per i fedeli che vi passavano davanti?

Eremo/Grotta di Sant’Angelo a Ripa (foto by Korazym)
Altare di S. Michele Arcangelo, Grotta di Sant’Angelo a Ripe (foto by Italiavirtualtour.it)

3. In Abruzzo gli eremi custodiscono l’espressione religiosa, culturale, storica, antropologica e artistica a partire dall’uomo primitivo all’uomo contemporaneo. Fin dalla Preistoria, infatti, le grotte e le insenature rocciose hanno da sempre attratto l’essere umano. La loro assonanza con l’utero e il ventre materno, dal quale si nasce, aiutava a tornare in contatto con la propria “generatrice”, in questo caso, la madre terra. Entrando nelle cavità naturali si aveva, quindi, la possibilità, se in grado di affrontare la paura del buio e dei suoi pericoli, di entrarvi per uscirne “rinnovati”. Lo stesso fascino che continuarono a percepire, in questi luoghi, anche gli Eremiti cristiani. Qui, infatti, anche grazie alla natura che li circondava, essi hanno avuto, e continuano ad avere, la possibilità di isolarsi dal resto del mondo per affrontare la paura delle proprie fragilità personali e sentirsi in intimità con il loro Creatore per rinascere a “vita nuova”. Ma nelle profondità della propria esistenza, e in quelle che portano al buio sotterraneo delle grotte, gli “inferi”, è sempre in agguato il diavolo. Ecco perché il culto di questi eremi è spesso dedicato a San Michele Arcangelo, il suo principale nemico.

Ancora oggi è possibile ammirare, a Sulmona, nell’Eremo/Monastero di Sant’Onofrio a Maiella, il passaggio storico religioso e artistico a cui ci siamo riferiti prima, osservando tutti i suoi elementi in un unico luogo: dalle Pitture rupestri degli uomini primitivi all’interno della caverna, al Tempio Romano di Ercole Curino, fino ad arrivare alle pitture medioevali e barocche.

Gli eremi d’Abruzzo, di cui abbiamo parlato solo brevemente, quindi, sono uno scrigno di storia, cultura, antropologia, religione, arte, ingegno umano e valore paesaggistico di immensa bellezza. Vogliamo deciderci, allora, di farli finalmente riconoscere nella Lista Unesco come Patrimonio dell’Umanità?

Scopri gli altri “Patrimoni abruzzesi dell’Umanità” negli articoli precedenti: La costa dei Trabocchi 

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Altino

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – “A” di Altino

(vedi Intro)

(foto by Nico di Santo, Paesaggi d’Abruzzo)

Il nostro sogno attraverso i borghi d’Abruzzo che sfidano l’impossibile continua, anzi, sarebbe meglio dire ricomincia, con la lettera “A” di Altino (CH). Osservando il paese attentamente, la prima immagine che ci salta nell’occhio è quella di un piccolo paese costruito su di una liscia roccia che svetta in alto tra un paesaggio di dolci colline. Infatti, non a caso, i profughi sfuggiti nel 452 d.c. dagli Unni di Attila che incendiarono le loro abitazioni nel porto militare di Altinumnella, oggi quartiere della città di Venezia, scelsero questo luogo per fondarvi il loro nuovo insediamento. Sembra un gioco della natura… ma se ci mettessimo ad osservare non più con la semplice ragione ma con uno sguardo libero da ogni tipo riferimento mentale, allora ci potrebbe succedere di vedere che le case sono costruite a forma di spirale. E’ come se gli abitanti avessero deciso di edificare il paese sopra il guscio di una lumaca o, come si direbbe in dialetto abruzzese, di una “ciammarica“. Al centro del tutto troviamo la facciata della maestosa Chiesa di Santa Maria del Popolo e, a partire da questa, tutte le alter costruzioni che sembrano girarle attorno, dai palazzi signorili alle case antiche di origine medioevale.

Sembra quasi che il nostro M. C. Escher (il famosissimo disegnatore olandese che ha trovato la sua ispirazione proprio dopo aver visitato l’Abruzzo) si sia divertito a ricreare uno dei suoi capolavori dell’illusione ottica, le immagini dove tutto ha un inizio ma dove non c’è una fine. E lo stesso effetto che si prova una volta che si visita Altino, come se ci si fosse immersi all’interno di un vortice infinito di meraviglie, dovuto alla sua particolare bellezza.

(M. C. Escher al lavoro, foto by Biografias y Vidas)

Non sarebbe uno scherzo se vi dicessimo che le “ciammariche“, ad Altino, sono molto apprezzate nella cucina del territorio, ma il pezzo forte, non solo della sua enogastronomia, è ben altro. A rubare la scena a tutto e a tutti è il Peperone rosso Dolce di Altino che, una volta fatto essiccare, diventa, non solo l’ingrediente da inserire nella preparazione dei piatti tipici locali, ma l’elemento centrale attorno a cui ruota quasi tutta la cucina abruzzese. Lo sanno bene i suoi abitanti che, ogni anno, dopo i suoi Santi Cosma e Damiano, lo festeggiano con il Festival del Peperone Dolce di Altino. Proprio come la Chiesa attorno alla quale gira tutto il borgo, e proprio come le opere di Escher che dal particolare riuscivano a proiettare la mente umana verso l’Infinito. Chissà in quale altro borgo psichedelico ci porterà il nostro artista olandese.

Per il momento, mentre aspettiamo, andiamo a visitare Altino, dunque, e lasciamoci trascinare dal suggestivo vortice di emozioni nel quale qualsiasi visitatore, con gli occhi capaci di vedere oltre, può farsi coinvolgere.

 

Continua a scoprire i Borghi Impossibili d’Abruzzo: A – Alfedena, A – Altino, C – Castrovalva, M – Musellaro

Il Mondo a portata di Abruzzo – n°2

Scozia? No, Abruzzo!

(vedi – intro)

(foto by Wikipedia)

Assomiglia alle Highlands, gli altopiani scozzesi abitati, in passato, dai temibili guerrieri immortali degli Higlander, famose anche per i suonatori di Cornamuse. In realtà, però, ci troviamo ad una latitudine molto più bassa, in Abruzzo. Quello che vediamo nella foto è uno scorcio di Campo Imperatore, l’altopiano più spettacolare del Gran Sasso, e questi non sono i cavalli di fieri guerrieri perché qui non vivono altro che pastori, i quali, pur non essendo immortali, grazie alla vita su queste montagne insieme alle loro pecore, immersi in questi paesaggi dell’Infinito, arrivano a godere sicuramente di una vita lunghissima. E, seppure non hanno la cornamusa, sono spesso e volentieri accompagnati dalle loro Zampogne, strumenti quasi simili che molti esperti, sebbene siano meno conosciute nel resto del mondo, ritengono abbiano caratteristiche di gran lunga superiori.

Campo Imperatore, che deve il suo nome al grande Imperatore Federico II di Svevia, il quale lo aveva originariamente denominato “Campo Imperiale”,  può benissimo essere considerato, alla pari di questo sovrano, lo “Stupor Mundi“, lo stupore del mondo. Nei secoli, infatti, ha continuato a sbigottire chiunque ne venisse a conoscenza, così come si può leggere in uno scritto di circa cinque secoli fa:

«Questa piana tra altissimi monti fa un bellissimo vedere. Quando i pastori vi sono con gli animali a pascolare, par esser uno esercito grossissimo a vedere tante capanne e tante tende, massime la sera quando tutte hanno acceso i fuochi.»
(Francesco De Marchi, Il Corno Monte, 1573)

Luogo incantato dove tutto “Stupisce et Impera“, già a partire nel momento in cui si rimane con lo sguardo impietrito difronte alla sua immensità e alla sua altitudine di 1800 metri di quota. In questo angolo d’Abruzzo si riesce a toccare le stelle del cielo, anzi, le si potrebbe addirittura raccogliere sul prato se le Stelle Alpine non fossero una specie protetta. Qui il tempo sembra fermarsi mentre dal tetto del mondo si ha la possibilità di osservare, in una giornata nitida, che tutto intorno continua a scorrere velocemente, dall’impeto del Mare Adriatico alla frenesia che si percepisce nel momento in cui lo sguardo cade sulla Città Eterna, Roma. Così come “Stupisce et Impera” la dirompenza della natura che avvolge qualunque cosa, e dove si possono vedere i cavalli che addirittura corrono al galoppo allo stato selvaggio, quasi indomabili. Luogo di fiabe e leggende dove si ha la possibilità di incontrare il volto, impresso nei macigni di roccia che sovrastano la piana, del “Gigante che dorme“. Ermes, figlio di Zeus e Maja, il guerriero che, dopo essere rimasto ferito in battaglia, dalla Frigia giunse in Abruzzo alla ricerca disperata di una cura che gli avrebbe potuto salvare la vita ma che non riuscì mai a trovare in tempo prima di morire.  Rimanendo a giacere sul suolo con il suo corpo diede vita alla catena montuosa del Gran Sasso.

(foto by Steemit)

Si narra che ancora oggi, al suo fianco riposa anche la madre, proprio sulla montagna che porta il suo nome, la Maiella. Campo Imperatore è stato a lungo ammirato per la sua bellezza anche dal Cinema, a partire da Hollywood, che lo ha scelto come scenario di indimenticabili film.

Allo stesso tempo, però, Campo Imperatore, è anche un luogo drammatico,  se si considera il freddo glaciale che ogni anno, all’avvicinarsi dell’inverno, infierisce senza pietà contro la vitalità della natura e tutto mette a tacere. I pochi elementi dell’uomo che si trovano in questo altopiano, inoltre, non lasciano adito a fraintendimenti.  Qui la storia ha lasciato segni indelebili di tragiche vicende: come quella che torna alla mente quando lo sguardo si sofferma sulla rossa Prigione nella quale fu incarcerato Mussolini, e dove fu poi liberato dai Nazisti,  periodo delle sconvolgenti vicende della II Guerra Mondiale, e come quella che il Monumento al pastore di Fonte Vetica vuole ricordare, la tragedia avvenuta il 13 ottobre del 1919 quando una tempesta di neve, giunta in anticipo sull’inverno, causò la morte di un pastore, Pupo Nunzio di Roio, dei suoi due figli piccoli e di cinquemila pecore del suo gregge.

Nei dintorni di Campo Imperatore non mancano neppure gloriosi castelli o antiche abbazie. Tutto questo è sufficiente per decidere di rimanere a fare una vacanza in Abruzzo?

Articoli precedenti: Irlanda? No, Abruzzo!