Eccellenza d’Abruzzo n. 28 – Bucchianico (CH): San Camillo de Lellis, il gigante del Cristianesimo

Eccellenze d’Abruzzo oggi presenta il Gigante del Cristianesimo, San Camillo De Lellis, che abbiamo la fortuna di annoverare tra i santi della nostra regione in quel di Bucchianico … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 277 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo e di avere il suo riconoscimento, anche il più piccolo!

Foto by Abruzzomania

Chiedo scusa per la lunghezza dell’articolo, ma non sono stato in grado di tagliare alcunché perché tutto ciò che ho trovato scritto di questo Gigante andrebbe non tagliato ma ingrandito a caratteri cubitali!

Una storia incredibile quella di San Camillo de Lellis! Da bravaccio involgarito pigro, rissoso e soldato di ventura a gigante del Cristianesimo e di forza, coraggio, carità e dolcezza! Da sfrenato giocatore di dadi a fondatore dell’Assistenza infermieristica! Da mendicante a donatore d’amore! Da ragazzo maleducato a precursore della Croce Rossa! Da piccolo ribelle a celeste patrono della sanità civile e militare, degli ospedali e delle case di cure, degli ammalati (insieme con san Giovanni di Dio) e della Regione Abruzzo (insieme a San Gabriele). Da uomo finito, incline ai vizi del mondo, a zelante servo i malati nell’ospedale degli incurabili come fossero Cristo stesso! Camillo, nome premonitore che significa “ministro del sacrificio”, colui che trasformò gli ospedali da luoghi di morte a luoghi d’Amore. Ecco perché il 25 maggio del 1550 data della sua nascita quest’importante evento connotò la vita di Bucchianico!

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Nel 1574, a ventiquattro anni d’età, Camillo de Lellis era un uomo finito. Nato da una madre molto anziana la domenica di Pentecoste dell’anno Santo 1550,  molto robusto e più alto del normale (da grande sopravanzerà quasi tutti dalla testa in su), ma la madre aveva anche il cuore rattristato a causa di qualche triste premonizione. Di fatto, nessuno riuscì ad educarlo. A solo tredici anni, piccolo ribelle irriducibile, iniziò ad accompagnare il padre da un presidio militare all’altro, assimilando da lui una passione distruttiva per il gioco dei dadi e delle carte e dall’ambiente un atteggiamento da bravaccio involgarito.

Per alcuni anni visse la vita del soldato di ventura, giocandosi la vita nelle battaglie, nelle risse, per potersi poi giocare i soldi così guadagnati. Nel 1574 scampò ad un naufragio e, sceso a terra a Napoli, fu preso da una tale frenesia per il gioco che il “perdersi anche la camicia” non fu un modo di dire. Finì randagio come un cane, vagabondando senza meta, con vergogna, elemosinando davanti alle chiese con “infinito rossore”. Alla fine dovette adattarsi a lavorare per la costruzione di un convento di cappuccini conducendo due giumenti carichi di pietre, calce e acqua per i muratori.

Ma la vicinanza di quei frati, appena riformati e ancora nel loro pieno fervore, non gli era indifferente. Durante un viaggio al convento di S. Giovanni Rotondo, era l’anno Santo 1575, incontrò un frate che se lo prese in disparte per dirgli: “Dio è tutto. Il resto è nulla. Bisogna salvare l’anima che non muore…”. Nel lungo viaggio di ritorno, tra gli anfratti del Gargano, Camillo meditava. Ad un tratto scese di sella, si buttò a terra piangendo: “Signore, ho peccato. Perdona a questo gran peccatore! Me infelice che per tanti anni non ti ho conosciuto e non ti ho amato. Signore, dammi tempo per piangere a lungo i miei peccati”. Chiese di diventare cappuccino, ma venne dimesso dal convento, per una piaga che non cessava di suppurare.

Con rinnovato spirito, Camillo tornò a quell’ospedale a cui la malattia sembrava incatenarlo, l’Ospedale romano di S. Giacomo, dove si trattavano le più orribili malattie e dove, nel passato, vi si era perfino impiegato per curare gli altri malati, guadagnandosi così di che vivere. All’ospedale degli “Incurabili” giungevano i malati più ripugnanti, i rifiuti della società, spesso orribili a vedersi, che venivano addirittura scaricati sulla porta dell’edificio.

Nel XVI secolo, i malati erano in mano a dei mercenari; alcuni, delinquenti costretti a quel lavoro con forza, altri, per non aver diversa possibilità di guadagno. Quando Camillo e i suoi cominceranno a lavorare nell’ospedale maggiore di Milano (la “Ca’ granda”) troveranno che i luoghi di degenza sono in tale stato che Camillo li considera “causa di morte”: “Iddio sa quanti ne morirono l’anno per questo andare a quelli sporchi, fetosi e fangosi lochi“. Di nuovo agli ” Incurabili “, Camillo era ormai noto per la sua conversione. Ben presto lo nominarono Maestro di Casa, cioè responsabile immediato dell’andamento economico ed organizzativo. Cominciò a mettere ordine. Notte e giorno, era solito comparire e quando nessuno se lo aspettava, richiamando, rimproverando e costringendo ognuno a fare il suo lavoro e a farlo bene. Controllava gli acquisti, litigava con i mercanti, rimandava indietro le partite di merce avariata. Senza sosta, esortava gli inservienti e spiegava loro che: “I poveri infermi sono pupilla et cuore di Dio et… quello che facevano alli detti poverelli era fatto allo stesso Dio“.

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Un pensiero fisso lo ossessionava: sostituire tutti i mercenari con persone disposte a stare coi malati solo per amore. Desiderava avere con sé gente che non per mercede, ma volontariamente e per amore d’Iddio gli servissero con quell’ amorevolezza che sogliono fare le madri verso i propri figli infermi. Reso manifesto il progetto, destò subito preoccupazione perché alcuni temevano che interessi e abitudini sarebbero stati messi in discussione e che Camillo avrebbe finito con l’impadronirsi dell’ospedale; altri ben ispirati, considerarono il progetto irrealizzabile. Osteggiato, Camillo ed i suoi compagni lasciarono l’ospedale degli “Incurabili” dove ormai non li volevano più e si ritrovarono in una poverissima casetta dove non avevano che due coperte in tre, e la notte dovevano fare a turno per coprirsi. Cominciarono così la loro libera attività nel grande ospedale romano di Santo Spirito, il glorioso Hospitium Apostolorum. Sisto IV, il Papa della Cappella Sistina, rinnovò l’ospedale con una tale magnificenza da riproporre almeno idealmente il valore originario: “Culto d’amore dovuto a Cristo, Dio e uomo, ammalato nei poveri. Purtroppo anche in questo ospedale era visibile la sua miseria terrena. Gli uomini si mostravano di fatto indegni di quella solenne struttura ed il problema dei mercenari era simile a quello degli altri ospedali, problemi igienici e sudiciume umiliavano quello splendore.

In quel luogo, per 30 anni lavoreranno Camillo e i suoi amici divenendo pian piano una nuova congregazione religiosa, l’Ordine dei Ministri degli Infermi, che diventeranno poi i Camilliani,stabilirono il seguente paradigma: il corpo prima dell’anima, il corpo per l’anima, l’uno e l’altra per Iddio eche ebbero il permesso ad ognuno di portare l’abito nero come i Chierici Regolari, ma con il privilegio di una croce di panno rosso sul petto, come espressione della Redenzione operata dal dono del Preziosissimo Sangue di Cristo.

Per essi l’ospedale era tutto, e nel servizio iniziarono a lasciare il segno del carisma che Camillo andava trasmettendo ai suoi: la tenerezza. Egli riuscì  ad esigere che le corsie fossero ben arieggiate, che ordine e pulizia fossero costanti, che i pazienti ricevessero pasti salutari e che i malati affetti da malattie contagiose fossero posti in quarantena. Aggiunse ai tre abituali voti di povertà, castità e obbedienza, il quarto, quello di “perpetua assistenza corporale e spirituale ai malati, ancorché appestati”. Non era infatti inusuale incontrarlo nelle corsie in atteggiamenti di vera e propria adorazione dei malati, tanto era il rispetto che ne aveva. Un testimone riferì di averlo visto “stare ingenocchiato vicino a un povero infermo ch’aveva un così pestifero e puzzolento canchero in bocca, che non era possibile tolerarsi tanto fetore, e con tutto ciò esso Camillo standogli appresso a fiato a flato, gli diceva parole di tanto affetto, che pareva fosse impazzito dell’amor suo, chiamandolo particolarmente: Signor mio, anima mia, che posso io fare per vostro servigio? pensando egli che fosse l’amato suo Signore Giesù Christo...” (dagli Atti di canonizzazione).

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Quando la sera tornava in convento, chiamava i suoi frati, metteva un letto in mezzo alla sala, ammucchiava materassi e coperte, chiedeva a uno di distendersi, e poi insegnava agli altri come si rifaceva un letto senza disturbare troppo il malato, come si cambiava la biancheria, come bisognava atteggiare il volto verso i sofferenti. Poi li faceva provare e riprovare. Ogni tanto gridava: ” Più cuore, voglio vedere più affetto materno ” Oppure: ” Più anima nelle mani “. Camillo, illetterato e capace di accedere all’Ordinazione sacerdotale solo per i meriti acquisiti “sul campo”, divenne, di fatto, il fondatore della assistenza infermieristica, la cui testimonianza ci è lasciata nelle “Regole per ben servire i malati” (Archivio di Stato di Milano), una preziosa testimonianza di tecniche infermieristiche finalizzate al benessere del malato.

Pian piano andavano aumentando i giovani che desideravano condividere la sua vita. Camillo ebbe così la possibilità di “occupare” altri ospedali. Giunse fino a Napoli, Genova, Milano, Mantova, Milano dove scoppiò la dura questione degli ospedali e dove senza consultarsi con nessuno, colse l’occasione propizia per farsi affidare tutto l’ospedale, per curare cioè non solo l’assistenza ai malati ma l’intera gestione materiale di tutto, perché per Camillo qualunque cosa riguardasse  i suoi poveri, gli ammalati, era sacra e da accogliere. Ormai prossimo al termine della sua vita, si ritrovò con 14 conventi, 8 ospedali (di cui 4 sotto la sua completa responsabilità) e con 80 novizi e 242 religiosi professi.

Morì a 64 anni dettando il suo testamento per lasciare in eredità la totale e minuziosa consegna di se stesso:
Io Camillo de Lellis… lascio il mio corpo di terra alla medesima terra di dove è stato prodotto Lascio al Demonio, tentatore iniquo, tutti i peccati e tutte le offese che ho commesso contro Dio e mi pento sin dentro l’anima… Item lascio al mondo tutte le vanità… Item lascio et dono l’anima mia e ciascheduna potestà di quella al mio amato Gesù e alla sua S, Madre… Finalmente lascio a Giesù Christo Crocefisso tutto me stesso in anima e corpo e confido che, per sua immensa bontà e misericordia, mi riceva e mi perdoni come perdonò alla Maddalena...”. Rappacificato con la vita, spirò il 14 luglio 1614 e i  suoi resti mortali restano sepolti nella piccola chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma.

Dalla demolizione della chiesa di San Cristoforo, eseguita dallo stesso Camillo si realizzò il convento e dai numerosi testimoni chiamati in causa nel processo di beatificazione del santo, sappiamo che, per l’edificazione, che terminò nel 1615, furono portati a Bucchianico 7 muratori da Roma. Camillo canonizzato nel 1746 è festeggiato il 14 e 15 luglio ed oggi i Camilliani sono presenti nei cinque continenti.  Nel tempo si sono formate comunità di religiose e sono sorti in varie parti del mondo gruppi di laici, uomini e donne, che hanno fatto proprio il carisma e la missione di San Camillo: tutti insieme, Ordine in testa, costituiscono “La Famiglia Camilliana”.

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In ultimo come non raccontare uno dei suoi strepitosi miracoli, avvenuto nell‘anno della carestia del 1612 in contrada San Rocco sul terreno detto “il campo delle fave”, a memoria di un atto di carità di S. Camillo , dove oggi sorge il Centro di Spiritualità intitolato al giovane studente camilliano Servo di Dio “Nicola D’Onofrio”. I diversi testimoni che deposero al Processo di Canonizzazione narrano di un approvvigionamento generale e continuo, senza limiti, che seppe subito del miracoloso. Qualcuno ha dato anche la resa delle piante in quell’anno, e il clamore suscitato dal fatto fece accorrere personaggi illustri a vedere coi propri occhi il campo del miracolo.

Foto pozzo del miracolo by Abruzzomania

Fonti: www.comune.bucchianico.ch.gov.it/ – www.proloco-bucchianico.it/ – it.wikipedia.org/wiki/Bucchianico – it.wikipedia.org/wiki/Camillo_de_Lellis – www.parrocchiasancamillo.it/ – www.santiebeati.it/dettaglio/28250 – www.sancamillo.org/ – www.camilliani.org/i-primi-anni/

Eccellenza d’Abruzzo n. 27 – Arsita (TE): la trilogia di Arsita, Gole dell’Inferno Spaccato, “Coatto” & festival Etnomusicologico

Eccellenze d’Abruzzo oggi presenta il comune di Arsita e la sua trilogia, il suo potente tris d’assi a base di cucina, musica e natura: il Coatto,  il Festival Etnomusicologico e le gole Gole dell’Inferno Spaccato e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 278 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo e di avere il suo riconoscimento, anche il più piccolo!

Arsa, bruciata, castelletto, capanne frasche o un bel cucco?

“Le origini di Arsita risalgono al periodo preromano, come testimoniano i ritrovamenti archeologici effettuati nel 1985: tombe, corredi e monili vari. Singolare il precedente nome, infatti fino agli inizi del secolo Arsita era chiamata Bacucco, nome che secondo alcuni significa “castelletto” o “insediamento di capanne di frasche”, mentre secondo altre fonti deriva dalla sua forma ovale, “quasi un bel cucco”, oppure dal Dio Bacco. A partire dal XI secolo accanto a Bacucco comincia a comparire anche il nome di Arsita, che indica un luogo arso o bruciato.”

Una delle eccellenze di Arsita è sicuramente Il “Coatto di Arsita” (dal latino coactus, ossia ristretto), più famoso come “Pecora alla callara”, poverissima bontà e antichissimo piatto di tradizione squisitamente pastorale, tipico della zona di Arsita, pietanza di lunga cottura a base di carne di pecora che si celebra nel mese di Agosto con una particolarissima sagra a base di specialità di pecora e castrato, vino rosso molto molto corposo e canti popolari che ne ripercorrono la storia. Gli ottimi e immancabili  ingredienti di questa prelibatezza sono: il cosciotto di pecora, cipolla, aglio e mix di erbe aromatiche (pipirensis “la pipirella”, rosmarino, salvia, maggiorana, basilico, prezzemolo e bacche di ginepro) olio evo, pomodoro in bottiglia a pezzetti (o passata), buon vino bianco e peperoncino a volontà. A carne tenerissima il piatto, da servire caldissimo in ciotoline di coccio, è pronto!

Foto by eccellenzedabruzzo.it

Festival Etnomusicologico kermesse musicali tra le più importanti dell’entroterra teramano e non solo, intitolato ‘Valfino al Canto’ arrivato alla 24° edizione, che si svolge tutti gli anni nei giorni 9, 10 e 11 agosto nonostante le calamità naturali. 

Quello di Arsita si colloca tra i 20 migliori festival popolari in Europa, una festa musicale che nasce da modalità espressive di matrice contadina e pastorale e che, grazie alle sperimentazioni, negli anni si è arricchita di originali sonorità provenienti da contesti afferenti ad aree musicali e geografiche tra loro lontane. 

“‘Valfino al Canto’  è un laboratorio artistico, in cui ogni anno si sperimentano musiche e danze provenienti da tutto il mondo, cercando, da una parte, di avvicinare artisti e cultori della musica tradizionale nazionali e internazionali, dall’altra, di far conoscere l’entroterra abruzzese con tutte le sue meravigliose peculiarità”.

Concludiamo la trilogia di Arsita con le straordinarie Gole dell’Inferno Spaccato: itinerario poco conosciuto situato nella zona prossima ai versanti settentrionali dei monti Tremoggia, Coppe e Siella (Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga). La gola è lunga circa 100 metri ed è molto suggestiva. Tra pareti alte decine di metri il canyon a tratti è largo solo alcuni metri. Il sentiero è evidente, agevole e ben segnato e non distante dal punto di partenza si apre un bel panorama con i versanti dei monti Siella, Coppe, Tremogge e Camicia. Si parte da quota 682 m, con indicazioni evidenti al suo imbocco (sentiero n. 248) e l’itinerario ha come meta finale il nevaio del Gravone.

A 880 m si devia a sinistra per la sorgente di San Giovanni, che si raggiunge dopo circa 150 metri. La sorgente, non sempre attiva, forse alimentata dal Gravone, è molto considerata dagli abitanti di Arsita, qui infatti nel periodo del solstizio di Giugno, la ProLoco, in collaborazione con la locale sottosezione CAI, organizza una manifestazione dedicata proprio a questa fonte. In passato nella notte di San Giovanni, si svolgeva un rito pagano (giunto sino alla nostra epoca e poi mischiatosi con la tradizione cattolica) in cui venivano praticati riti tesi ad allontanare o distruggere gli influssi malefici. Questo perché l’acqua della sorgente veniva e viene definita dai notevoli poteri apotropaici.  Si raggiungono le sorgenti del fiume Fino che sgorga praticamente dalla terra, più o meno al di sotto di un faggio.

A quota 1080 m si incontra una struttura di roccia chiamata Mirrocina e dopo, a circa 1135 m, il sentiero prende una ripida breve discesa e dopo pochi minuti, si giunge in prossima di un’altra falesia dove finalmente si potrà scovare l’ingresso della Gola dell’Inferno Spaccato, provvisto di cartello indicatore. Occorre fare attenzione, in quanto la roccia nasconde bene l’ingresso della gola, per entrare nel quale occorre eseguire qualche contorsionismo.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Arsita

http://www.comune.arsita.te.it/hh/index.php?jvs=0&acc=1

http://www.auaa.it/articoli-escursionismo/912-gole-dell-inferno-spaccato-gran-sasso

Borghi Impossibili d’Abruzzo n°3 – Alfedena

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – “A” di Alfedena

Il Ponte, Alfedena, M.C. Escher, 1937 (foto by Pinterest)

(Vedi Intro)

Forse non si ergerà a picco su di una roccia, forse non farà venire le vertigini come gli altri borghi di cui stiamo già parlando ma Alfedena aveva, comunque, il potere di colpire nel profondo gli occhi di chi la visitava. E, in un certo senso, lo ha ancora oggi. Soprattutto ai tempi in cui M. C. Escher decise di immortalarlo, ancora intatto prima della parziale distruzione subita durante la II Guerra Mondiale, Alfedena aveva qualcosa di magico che riusciva a superare la realtà e la percezione umana. Un luogo dove la cognizione dello spazio si faceva incerta e ambigua e dove il fulcro centrale era rappresentato dal “Ponte” che univa le abitazioni sospese tra una parte e l’altra del profondo fossato. Il paese in provincia dell’Aquila, situato nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, pareva un borgo impossibile più all’interno che al suo esterno.

Un disordine grandioso, il labirinto del borgo di Alfedena, che affascina l’artista olandese, così come, per quel che è rimasto, il visitatore del nostro secolo, seppur scoraggiato dal mettere piede in un mondo così incerto, ma attratto dalla sua stessa architettura caotica, costruttivamente impossibile e capace di portare in luce gli errori percettivi compiuti dai nostri sensi durante la sua osservazione. Errori che si prestano, da un lato, a diventare piacevoli visioni da scoprire e assaporare con gli occhi e, dall’altro, a denunciare il crollo della ragione che non riesce a capacitarsi dell’irrazionalità delle sue costruzioni.

Chiesa dei SS. Pietro e Paolo (foto by La Stampa)

Oggi il fulcro del borgo di Alfedena non è più il “Ponte” immortalato nell’opera di Escher ma, dopo la ricostruzione, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo da cui il “labirinto” di vicoli e stradine si propaga nei confronti di tutto l’abitato e che si protende verso la roccaforte del Castello dal quale, nel caso ci si fosse persi, è possibile affacciarsi per scorgere la via d’uscita dal paese.

Castello di Alfedena (foto by Wikipedia)

L’olandese, però, non fu suggestionato solo dall’interno del borgo ma anche dal contesto ambientale e dal paesaggio circostante. Ecco allora che decide di immortalarlo nuovamente, stavolta con un altro paese sullo sfondo, quello di Scontrone, divenuto anch’esso borgo dell’arte grazie anche ai numerosi murales sparsi tra i suoi vicoli.

La litografia non rappresenta, però, solo un contesto paesaggistico con le sue prospettive ma racconta anche di un curioso aneddoto legato alla storia e alla cultura di Alfedena.

M.C. Escher, Alfedena, 1930 (foto by Arthive)

Se si osserva attentamente l’immagine, si possono facilmente notare gli strani alberi in primo piano, alti e con un solo ciuffo di foglie sulla
cima. Sembrano piante che non fanno parte della natura abruzzese, invece, non sono altro che salici, olmi e in gran parte pioppi. Ma perché Escher avrebbe dovuto rappresentarli in questa maniera?

In realtà gli alberi erano realmente sistemati in questo modo dagli abitanti del paese, non per un puro fatto estetico ma per un motivo molto preciso. La popolazione di quel periodo era povera e basava il suo sostentamento quasi ed esclusivamente sulla pastorizia. Ecco, allora, che, durante i rigidissimi inverni, quando le loro capre non riuscivano più a nutrirsi con l’erba dei prati ricoperti da spesse coltri di neve, i pastori raccoglievano per loro le foglie dei rami più bassi, lasciando solo quelle delle cime dove non riuscivano ad arrivare.

Riuscirai a districarti anche tu una volta entrato nel labirinto del borgo di Alfedena?

Scopri i Borghi Impossibili d’Abruzzo: A – AlfedenaA – Altino, C – Castrovalva

Eccellenza d’Abruzzo n. 26 – Civitella Alfedena (AQ): il borgo medievale e la Camosciara

L’inno di Eccellenze d’Abruzzo oggi è il borgo fortificato di Civitella Alfedena e il suo splendido gioiello della natura, la Camosciara e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 279 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo, anche il più piccolo.

“Civitella Alfedena, superbamente arroccata su uno sperone che domina la sponda meridionale del lago di Barrea, con i suoi soli 286 abitanti, è il più piccolo paese del Pnalm (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise), conserva ancora l’assetto medievale, esisteva già in epoca romana, e, con ogni probabilità, si trattava di una cittadella avanzata dell’antica Alfedena, capoluogo dei Safini, i Sanniti che abitavano queste zone.

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Il centro abitato conserva i caratteri tipici del borgo appenninico dell’epoca medievale e di cittadella fortificata, con abitazioni asserragliate a formare una “muraglia di difesa” contro gli attacchi nemici e anche contro il freddo, l’isolamento e le difficoltà della vita di tutti giorni, con aperture quasi esclusivamente sul lato interno delle vie, molto strette e caratterizzate da rampe di scalini in selciato bianco. Esternamente le costruzioni formano un unico grande muraglione, con poche e piccole aperture per l’aria, presentando le antiche forme dei feudi.

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La prima opera di fortificazione sorta nel nuovo insediamento di Civitella, dopo la distruzione della roccaforte safina, è rappresentata dall’edificio più antico, un’antica torre del 1400, “casa a torre” tipica costruzione medievale, di forma cilindrica, ancora oggi abitata, che rappresenta il nucleo intorno al quale si sviluppò gradualmente il paese.

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Nella parte più antica del paese, il Borgo Vecchio, con ogni probabilità, era edificata anche la Civitella di epoca romana e la seicentesca chiesa di San Nicola. In Piazza Pagliara si affacciavano stalle e fienili e si notano ancor oggi le grandi porte e finestre, utili per far passare fieno e bestie, presenti su quasi tutte le costruzioni e che contrastano con le piccole aperture delle abitazioni più interne al paese.

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Meraviglioso passeggiare per i vicoli del paese e scoprire storia e di tradizioni dei nostri luoghi, fotografare scorci suggestivi, entrare in una dimensione a misura d’uomo e vedere la torretta della Saettèra, costruzione cilindrica, risalente al 1500, che grazie alla sua posizione strategica permetteva di vedere tutta la valle sottostante. Un sistema di difesa che le famiglie di alta borghesia usavano contro i briganti o le piccole rivolte dei popolani. Attraverso le strette feritoie si potevano usare le “saette”, ossia scoccare frecce o sparare.

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L’Arco Scuro è un’altra delle tipiche attrattive del borgo, testimonianza di vita del passato. La muratura faccia vista delle sue pietre è annerita. Questa è una delle poche testimonianze rimaste di quale era un tempo il colore dominante di Civitella e dei paesi dell’Appennino in generale: grigio pietra e nero fumo. Non tutti avevano infatti la possibilità di alzare delle canne fumarie fino al tetto e in molte case il fumo del focolare usciva direttamente da piccoli buchi nei muri. Le finestre con i vetri erano un lusso e solo da un paio di secoli sono diventati di uso comune; il freddo non permetteva di avere grandi aperture senza vetri, per cui si facevano piccoli buchi nei muri che, all’occorrenza, potevano essere aperti o chiusi dal di dentro con sportelli di metallo o di legno.

Foto by Abruzzomania

Dalla Costa di Civitella, rupe sulla quale è costruito il paese, si può ammirare un panorama a vista è aperta affascinante. Oggi c’è un sentiero attrezzato che conduce fino alla parte alta dell’abitato, nell’area faunistica della lince che consente l’avvistamento di questi animali. Come è ben noto a Civitella Alfedena è possibile avvistare il lupo e la lince, animali che vivono in semilibertà in due aree recintate molto ampie adiacenti al paese e vederli nel loro habitat è una scoperta emozionante e più grande è incontrare i cervi liberi, che tranquillamente passano per le strade del paese …o scorgere, occasionalmente, l’orso!

Tornando alla Costa, un tempo non molto lontano, questa era…la discarica del paese. Da qui si gettava la poca immondizia che si produceva, in quanto all’epoca tutto veniva utilizzato, ciò ha permesso che nei secoli si formasse un abbondante strato di terreno fertile e soffice, sul quale successivamente si è formata una vasta decorazione di flora. La strada di fronte alla piazzetta chiamata “taverna”, attuale via Roma, è detta “le mandrelle” perché vi si radunavano le capre che ogni famiglia possedeva che venivano mandate tutte assieme al pascolo in luoghi vicini al paese sotto il controllo di un giovane  pastorello. Quando veniva il momento della mungitura, il latte prodotto da ciascun animale si univa insieme e, a turno, ogni famiglia poteva avere del formaggio che non avrebbe mai ottenuto solo con il latte della propria capra.

Ma  Civitella Alfedena non è solo un bellissimo borgo, ma anche un paese immerso nella natura che si trova ai piedi di imponenti gruppi montagnosi (Monti Meta, Greco, Godi e Marsicano), del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, in un declivio prospiciente il Lago di Barrea. Nel suo territorio montuoso, ricoperto da rigogliose foreste tra le più suggestive degli Appennini, è situata la più grande Riserva Naturale Integrale d’Italia, un gioiello della natura, il selvaggio anfiteatro rupestre dominato dal monte Sterpidalto e del Balzo della Chiesa, la “Camosciara – Feudo Intramonti”, rifugio di una grande varietà di flora e fauna un tempo presenti su buona parte delle montagne e vallate italiane, che costituisce la più zona importante del Pnalm dal punto di vista ecologico, naturalistico e paesaggistico e che “nasce” come riserva reale di caccia verso la fine dell’800, per tutelare alcune specie animali in pericolo già allora, come l’Orso Bruno Marsicano e il Camoscio d’Abruzzo.

Foto by Abruzzomania

La magia dei boschi, vivacemente colorati d’autunno o ammantati di neve, il luccicare del sole dietro una cresta, il fascino di un safari fotografico nel regno del camoscio o sulle tracce dell’orso, e poi il grande silenzio della montagna, rotto improvvisamente dall’ululato di un branco di lupi. Sono alcuni flash di emozioni vissute durante una qualsiasi escursione vissuta in questo meraviglioso ambiente.

Foto by Abruzzomania

Le cascate della Camosciara dette anche delle Ninfe, sono l’itinerario tra i più belli, che si snoda lungo il torrente Scerto, le cui acque tumultuose generano numerose e belle cascate. Percorrendo il sentiero si possono incontrare  visibili alcuni esemplari di trota fario di montagna, riconoscibile dalle sue caratteristiche piccole macchie rosse, in grado di superare con un salto dislivelli di un metro, il farfaraccio, pianta con foglie molto grandi, usata anticamente dai pescatori, per avvolgere le trote durante la cottura, un giovane bosco di faggio, il gambero di fiume, la salamandra pezzata dal tipico aspetto nero lucente con numerose macchie gialle, che esce solo nelle giornate piovose o di grande umidità, sino ad arrivare alla prima piccola cascata detta delle Tre Cannelle dove sono visibili alcuni pini neri di Villetta Barrea. Si incontra poi un bosco misto (faggio, pino, orniello e acero montano), sino ad ammirare il bel salto della seconda cascata e sullo sfondo il roccioso picco del Balzo della Chiesa (2.070 m), primo nucleo, dei monti della “Camosciara”, che per l’enorme valore naturalistico, sono diventati un simbolo della protezione ambientale in Italia.

Foto by camosciara.com

Morfologicamente, la Camosciara si presenta come un meraviglioso anfiteatro roccioso costituito da calcari e “dolomie”, le stesse rocce  delle Dolomiti, che grazie alla loro impermeabilità consentono all’acqua di scorrere veloce attraverso i pendii, formando così quello stupendo scenario di balzi, cascate e torrenti che attraversano secolari foreste di faggio e pino nero, scendono a valle, realizzando così un ambiente unico, da ammirare in silenzio, come un vero “gioiello della natura” le cui balze, inutili per le greggi e inaccessibili per l’uomo, permettono la sopravvivenza del camoscio d’Abruzzo.

Infine da non dimenticare il Museo del Lupo Appenninico, punto di riferimento per chi visita il Parco Nazionale, dotato all’interno di un percorso a pannelli sulla vita, l’ecologia e l’etologia del lupo appenninico e la storia del suo rapporto con l’uomo.” Insomma, tanta ma tanta “roba” da vedere,  in questo paesino lindo e appartato che conserva un intatto centro storico avvolto da una natura che dir meravigliosa è poco!

Fonti:

http://www.comune.civitellaalfedena.aq.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Civitella_Alfedena

Scritti di Roberto Copello