Abruzzo, con Basilicata e Calabria, leader di crescita nei primi 3 mesi del 2019

Finalmente buone e soprattutto concrete notizie per il turismo della nostra regione!

I dati della OTA Expedia ricavato sulla base delle prenotazioni registrate fra gennaio e marzo 2019, sono estremamente positivi e rassicuranti per l’anno turistico in corso.

“I primi tre mesi dell’anno hanno visto una crescita senza precedenti delle regioni Basilicata e Calabria, in un periodo che solitamente non fa registrare una grande riempimento delle strutture nell’area. Accanto ad esse, anche l’Abruzzo ha mostrato una andamento decisamente positivo.

La Basilicata, sulla spinta della popolarità che sta ottenendo per la presenza di Matera, Capitale europea della cultura 2019, ha fatto segnare un +60% anno su anno, mentre la Calabria ha registrato un incremento del 40% della domanda turistica rispetto ai primi tre mesi del 2018.

Il turismo delle regioni meridionali sta crescendo soprattutto grazie all’ampia varietà di bellezze che è possibile ammirare ed i flussi in principale aumento sono quelli internazionali.

Cina e Russia sono cresciute nel periodo rispettivamente del 120 e del 70%. Altro dato straordinario è la domanda di turismo proveniente dalla Grecia con i numeri che evidenziano  un aumento superiore al 160%.”

C’è la novità Abruzzo, terza regione che ha registrato ottimi risultati in termini di domanda turistica nel primo trimestre dell’anno che mostrano una crescita attorno al 10% rispetto allo stesso periodo del 2018.

Fonte: https://www.ttgitalia.com/stories/incoming/152171_expedia_basilicata_calabria_e_abruzzo_leader_di_crescita_nei_primi_3_mesi_del_2019/

Eccellenza d’Abruzzo n. 29 – Castel di Sangro (AQ): la Basilica di Santa Maria Assunta e la Civita

Eccellenze d’Abruzzo oggi accende i riflettori  su Castel di Sangro e sulle sue due speciali eccellenze: la Basilica di Santa Maria Assunta e la Civita  … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 276 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

La Basilica di Santa Maria Assunta, di origini medievali, principale edificio religioso di Castel di Sangro (AQ), è sita nella parte alta del paese, la Civita e nel 1902 è stata dichiarata monumento nazionale.

Riedificata in forme barocche tra il 1695 e il 1725, ha una molto bella facciata adornata da logge di santi e due campanili gemelli laterali. All’interno sono presenti tele di Francesco De Mura e Domenico Vaccaro, appartenenti alla scuola napoletana settecentesca.

Le sue origini risalgono alla seconda metà del X secolo, quando venne alzato un edificio religioso al posto della chiesa di Santa Maria ad duas Basilicas in località Valle Salice sin dal V secolo. Distrutta dal terremoto del 1456 (che lasciò in piedi soltanto 7 case), fu denominata “chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta in Cielo“.

Della prima costruzione non restano testimonianze, ad esclusione della donazione del Re delle Due Sicilie Ruggero delle chiese rurali di Sant’Ilario, San Lorenzo, Santa Lucia e San Valentino.

Subito ricostruita, su progetto di Francesco Ferradini, con la struttura tuttora esistente. Vi era usanza nei secoli scorsi, seppellire personalità di nobili e importanti famiglie  al suo interno, comequelle dai Panasca, Matta, Canofilo, Mancini, De Petra e Minotti-Maffei.

All’interno di questa meravigliosa basilica, l’arte la fa da padrona.

Infatti l’edificio gode dell’antico loggiato quattrocentesco e di un altorilievo trecentesco raffigurante la Pietà all’interno del porticato. Sulla parete del campanile destro c’è una monofora, mentre sulla facciata sono presenti, in apposite nicchie, le 8 statue  di Santa ConcordiaSan RufoSan RoccoSan SebastianoSant’EmidioSant’Antonio abateSan Gaetano e l’Assunta.

Impossibile non notare il maestoso orologio frontale e il grande portale, quest’ultimo circondato da volti scolpiti in pietra e, in altro, è visibile lo stemma di Castel di Sangro.

Nella parte interna si ammira il gruppo bronzeo del Battesimo del Cristo, attribuito alla scuola del Cellini, con splendidi intarsi marmorei che si trvano anche sull’altare di san Sebastiano e sull’altare maggiore. Chiudono il coro ligneo, l’antico leggio, un bassorilievo che nasconde in una nicchia il corpo di santa Concordia., il pulpito e il paliotto quattrocentesco lignei sulla vita di Gesù, che decorano l’altare dell’Addolorata.

Le tele presenti, di grande valore, la rendono un piccolo museo: la “Disputa fra i dottori” e la “Natività” del Vaccaro; la “Caduta di Gesù sotto la croce” e “Gesù mostrato al popolo da Pilato” del De Mura; la “Madonna che allatta il bambino tra i santi Apostoli Filippo, Giacomo Maggiore e i Santi Sebastiano e Rocco” e l'”Ultima cena” di Paolo De Matteis; il “Miracolo della manna” e infine il “Mosè con il serpente di bronzo” del Cirillo.

La Civita, dove si trova la Basilica di Santa Maria Assunta, è il quartiere più alto e antico della città. Costituita da case fortificate risalenti al XVI secolo, vi spicca il Palazzo De Petra, oggi adibito a Pinacoteca patiniana, che con arcate gotiche e una torretta merlata, ha mantenuto l’originario aspetto risalente al XV secolo.

Il castello che serviva da presidio militare, fu costruito nell’XI secolo sui resti di fortificazioni preesistenti, probabilmente di età antica, su Colle S. Giovanni. Infatti presso il forte si trova la cosiddetta Porta Osca, accesso alla cinta fortificata dei Sanniti, con le mura ciclopiche. Il restante borgo, invece, si sviluppò nel XIII secolo e nel passato fu conteso da varie famiglie Longobarde e Normanne. Appartenuto ai De Sangro, venne soprannominato il “castello del Re“. Conquistato da Jacopo Caldora, distrutto da Braccio da Montone verso i primi anni  del ‘400, fu abbandonato nel XVI secolo, quando il paese iniziò a svilupparsi  più a valle. Il terremoto del 1706 della Majella dette il colpo di grazia al castello, che crollò in molte parti.

Oggi rimane la pianta quadrata irregolare, delimitata dalle basi di tre torrioni circolari, di cui la maggiore e più antica è chiamata maschio, e veniva usata come presidio di guardia dai Sanniti e poi dai longobardi, testimoniando la tipica funzione del castello nel IX secolo, quando fungeva da cittadella di controllo e di riparo dagli assalti per la popolazione, con il torrione maggiore che era la residenza del barone.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Santa_Maria_Assunta_(Castel_di_Sangro) – www.parrocchiasantamariaassuntacds.it/category/avvisi-parrocchiali/

Eccellenza d’Abruzzo n. 28 – Bucchianico (CH): San Camillo de Lellis, il gigante del Cristianesimo

Eccellenze d’Abruzzo oggi presenta il Gigante del Cristianesimo, San Camillo De Lellis, che abbiamo la fortuna di annoverare tra i santi della nostra regione in quel di Bucchianico … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 277 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo e di avere il suo riconoscimento, anche il più piccolo!

Foto by Abruzzomania

Chiedo scusa per la lunghezza dell’articolo, ma non sono stato in grado di tagliare alcunché perché tutto ciò che ho trovato scritto di questo Gigante andrebbe non tagliato ma ingrandito a caratteri cubitali!

Una storia incredibile quella di San Camillo de Lellis! Da bravaccio involgarito pigro, rissoso e soldato di ventura a gigante del Cristianesimo e di forza, coraggio, carità e dolcezza! Da sfrenato giocatore di dadi a fondatore dell’Assistenza infermieristica! Da mendicante a donatore d’amore! Da ragazzo maleducato a precursore della Croce Rossa! Da piccolo ribelle a celeste patrono della sanità civile e militare, degli ospedali e delle case di cure, degli ammalati (insieme con san Giovanni di Dio) e della Regione Abruzzo (insieme a San Gabriele). Da uomo finito, incline ai vizi del mondo, a zelante servo i malati nell’ospedale degli incurabili come fossero Cristo stesso! Camillo, nome premonitore che significa “ministro del sacrificio”, colui che trasformò gli ospedali da luoghi di morte a luoghi d’Amore. Ecco perché il 25 maggio del 1550 data della sua nascita quest’importante evento connotò la vita di Bucchianico!

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Nel 1574, a ventiquattro anni d’età, Camillo de Lellis era un uomo finito. Nato da una madre molto anziana la domenica di Pentecoste dell’anno Santo 1550,  molto robusto e più alto del normale (da grande sopravanzerà quasi tutti dalla testa in su), ma la madre aveva anche il cuore rattristato a causa di qualche triste premonizione. Di fatto, nessuno riuscì ad educarlo. A solo tredici anni, piccolo ribelle irriducibile, iniziò ad accompagnare il padre da un presidio militare all’altro, assimilando da lui una passione distruttiva per il gioco dei dadi e delle carte e dall’ambiente un atteggiamento da bravaccio involgarito.

Per alcuni anni visse la vita del soldato di ventura, giocandosi la vita nelle battaglie, nelle risse, per potersi poi giocare i soldi così guadagnati. Nel 1574 scampò ad un naufragio e, sceso a terra a Napoli, fu preso da una tale frenesia per il gioco che il “perdersi anche la camicia” non fu un modo di dire. Finì randagio come un cane, vagabondando senza meta, con vergogna, elemosinando davanti alle chiese con “infinito rossore”. Alla fine dovette adattarsi a lavorare per la costruzione di un convento di cappuccini conducendo due giumenti carichi di pietre, calce e acqua per i muratori.

Ma la vicinanza di quei frati, appena riformati e ancora nel loro pieno fervore, non gli era indifferente. Durante un viaggio al convento di S. Giovanni Rotondo, era l’anno Santo 1575, incontrò un frate che se lo prese in disparte per dirgli: “Dio è tutto. Il resto è nulla. Bisogna salvare l’anima che non muore…”. Nel lungo viaggio di ritorno, tra gli anfratti del Gargano, Camillo meditava. Ad un tratto scese di sella, si buttò a terra piangendo: “Signore, ho peccato. Perdona a questo gran peccatore! Me infelice che per tanti anni non ti ho conosciuto e non ti ho amato. Signore, dammi tempo per piangere a lungo i miei peccati”. Chiese di diventare cappuccino, ma venne dimesso dal convento, per una piaga che non cessava di suppurare.

Con rinnovato spirito, Camillo tornò a quell’ospedale a cui la malattia sembrava incatenarlo, l’Ospedale romano di S. Giacomo, dove si trattavano le più orribili malattie e dove, nel passato, vi si era perfino impiegato per curare gli altri malati, guadagnandosi così di che vivere. All’ospedale degli “Incurabili” giungevano i malati più ripugnanti, i rifiuti della società, spesso orribili a vedersi, che venivano addirittura scaricati sulla porta dell’edificio.

Nel XVI secolo, i malati erano in mano a dei mercenari; alcuni, delinquenti costretti a quel lavoro con forza, altri, per non aver diversa possibilità di guadagno. Quando Camillo e i suoi cominceranno a lavorare nell’ospedale maggiore di Milano (la “Ca’ granda”) troveranno che i luoghi di degenza sono in tale stato che Camillo li considera “causa di morte”: “Iddio sa quanti ne morirono l’anno per questo andare a quelli sporchi, fetosi e fangosi lochi“. Di nuovo agli ” Incurabili “, Camillo era ormai noto per la sua conversione. Ben presto lo nominarono Maestro di Casa, cioè responsabile immediato dell’andamento economico ed organizzativo. Cominciò a mettere ordine. Notte e giorno, era solito comparire e quando nessuno se lo aspettava, richiamando, rimproverando e costringendo ognuno a fare il suo lavoro e a farlo bene. Controllava gli acquisti, litigava con i mercanti, rimandava indietro le partite di merce avariata. Senza sosta, esortava gli inservienti e spiegava loro che: “I poveri infermi sono pupilla et cuore di Dio et… quello che facevano alli detti poverelli era fatto allo stesso Dio“.

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Un pensiero fisso lo ossessionava: sostituire tutti i mercenari con persone disposte a stare coi malati solo per amore. Desiderava avere con sé gente che non per mercede, ma volontariamente e per amore d’Iddio gli servissero con quell’ amorevolezza che sogliono fare le madri verso i propri figli infermi. Reso manifesto il progetto, destò subito preoccupazione perché alcuni temevano che interessi e abitudini sarebbero stati messi in discussione e che Camillo avrebbe finito con l’impadronirsi dell’ospedale; altri ben ispirati, considerarono il progetto irrealizzabile. Osteggiato, Camillo ed i suoi compagni lasciarono l’ospedale degli “Incurabili” dove ormai non li volevano più e si ritrovarono in una poverissima casetta dove non avevano che due coperte in tre, e la notte dovevano fare a turno per coprirsi. Cominciarono così la loro libera attività nel grande ospedale romano di Santo Spirito, il glorioso Hospitium Apostolorum. Sisto IV, il Papa della Cappella Sistina, rinnovò l’ospedale con una tale magnificenza da riproporre almeno idealmente il valore originario: “Culto d’amore dovuto a Cristo, Dio e uomo, ammalato nei poveri. Purtroppo anche in questo ospedale era visibile la sua miseria terrena. Gli uomini si mostravano di fatto indegni di quella solenne struttura ed il problema dei mercenari era simile a quello degli altri ospedali, problemi igienici e sudiciume umiliavano quello splendore.

In quel luogo, per 30 anni lavoreranno Camillo e i suoi amici divenendo pian piano una nuova congregazione religiosa, l’Ordine dei Ministri degli Infermi, che diventeranno poi i Camilliani,stabilirono il seguente paradigma: il corpo prima dell’anima, il corpo per l’anima, l’uno e l’altra per Iddio eche ebbero il permesso ad ognuno di portare l’abito nero come i Chierici Regolari, ma con il privilegio di una croce di panno rosso sul petto, come espressione della Redenzione operata dal dono del Preziosissimo Sangue di Cristo.

Per essi l’ospedale era tutto, e nel servizio iniziarono a lasciare il segno del carisma che Camillo andava trasmettendo ai suoi: la tenerezza. Egli riuscì  ad esigere che le corsie fossero ben arieggiate, che ordine e pulizia fossero costanti, che i pazienti ricevessero pasti salutari e che i malati affetti da malattie contagiose fossero posti in quarantena. Aggiunse ai tre abituali voti di povertà, castità e obbedienza, il quarto, quello di “perpetua assistenza corporale e spirituale ai malati, ancorché appestati”. Non era infatti inusuale incontrarlo nelle corsie in atteggiamenti di vera e propria adorazione dei malati, tanto era il rispetto che ne aveva. Un testimone riferì di averlo visto “stare ingenocchiato vicino a un povero infermo ch’aveva un così pestifero e puzzolento canchero in bocca, che non era possibile tolerarsi tanto fetore, e con tutto ciò esso Camillo standogli appresso a fiato a flato, gli diceva parole di tanto affetto, che pareva fosse impazzito dell’amor suo, chiamandolo particolarmente: Signor mio, anima mia, che posso io fare per vostro servigio? pensando egli che fosse l’amato suo Signore Giesù Christo...” (dagli Atti di canonizzazione).

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Quando la sera tornava in convento, chiamava i suoi frati, metteva un letto in mezzo alla sala, ammucchiava materassi e coperte, chiedeva a uno di distendersi, e poi insegnava agli altri come si rifaceva un letto senza disturbare troppo il malato, come si cambiava la biancheria, come bisognava atteggiare il volto verso i sofferenti. Poi li faceva provare e riprovare. Ogni tanto gridava: ” Più cuore, voglio vedere più affetto materno ” Oppure: ” Più anima nelle mani “. Camillo, illetterato e capace di accedere all’Ordinazione sacerdotale solo per i meriti acquisiti “sul campo”, divenne, di fatto, il fondatore della assistenza infermieristica, la cui testimonianza ci è lasciata nelle “Regole per ben servire i malati” (Archivio di Stato di Milano), una preziosa testimonianza di tecniche infermieristiche finalizzate al benessere del malato.

Pian piano andavano aumentando i giovani che desideravano condividere la sua vita. Camillo ebbe così la possibilità di “occupare” altri ospedali. Giunse fino a Napoli, Genova, Milano, Mantova, Milano dove scoppiò la dura questione degli ospedali e dove senza consultarsi con nessuno, colse l’occasione propizia per farsi affidare tutto l’ospedale, per curare cioè non solo l’assistenza ai malati ma l’intera gestione materiale di tutto, perché per Camillo qualunque cosa riguardasse  i suoi poveri, gli ammalati, era sacra e da accogliere. Ormai prossimo al termine della sua vita, si ritrovò con 14 conventi, 8 ospedali (di cui 4 sotto la sua completa responsabilità) e con 80 novizi e 242 religiosi professi.

Morì a 64 anni dettando il suo testamento per lasciare in eredità la totale e minuziosa consegna di se stesso:
Io Camillo de Lellis… lascio il mio corpo di terra alla medesima terra di dove è stato prodotto Lascio al Demonio, tentatore iniquo, tutti i peccati e tutte le offese che ho commesso contro Dio e mi pento sin dentro l’anima… Item lascio al mondo tutte le vanità… Item lascio et dono l’anima mia e ciascheduna potestà di quella al mio amato Gesù e alla sua S, Madre… Finalmente lascio a Giesù Christo Crocefisso tutto me stesso in anima e corpo e confido che, per sua immensa bontà e misericordia, mi riceva e mi perdoni come perdonò alla Maddalena...”. Rappacificato con la vita, spirò il 14 luglio 1614 e i  suoi resti mortali restano sepolti nella piccola chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma.

Dalla demolizione della chiesa di San Cristoforo, eseguita dallo stesso Camillo si realizzò il convento e dai numerosi testimoni chiamati in causa nel processo di beatificazione del santo, sappiamo che, per l’edificazione, che terminò nel 1615, furono portati a Bucchianico 7 muratori da Roma. Camillo canonizzato nel 1746 è festeggiato il 14 e 15 luglio ed oggi i Camilliani sono presenti nei cinque continenti.  Nel tempo si sono formate comunità di religiose e sono sorti in varie parti del mondo gruppi di laici, uomini e donne, che hanno fatto proprio il carisma e la missione di San Camillo: tutti insieme, Ordine in testa, costituiscono “La Famiglia Camilliana”.

Foto by Abruzzomania

In ultimo come non raccontare uno dei suoi strepitosi miracoli, avvenuto nell‘anno della carestia del 1612 in contrada San Rocco sul terreno detto “il campo delle fave”, a memoria di un atto di carità di S. Camillo , dove oggi sorge il Centro di Spiritualità intitolato al giovane studente camilliano Servo di Dio “Nicola D’Onofrio”. I diversi testimoni che deposero al Processo di Canonizzazione narrano di un approvvigionamento generale e continuo, senza limiti, che seppe subito del miracoloso. Qualcuno ha dato anche la resa delle piante in quell’anno, e il clamore suscitato dal fatto fece accorrere personaggi illustri a vedere coi propri occhi il campo del miracolo.

Foto pozzo del miracolo by Abruzzomania

Fonti: www.comune.bucchianico.ch.gov.it/ – www.proloco-bucchianico.it/ – it.wikipedia.org/wiki/Bucchianico – it.wikipedia.org/wiki/Camillo_de_Lellis – www.parrocchiasancamillo.it/ – www.santiebeati.it/dettaglio/28250 – www.sancamillo.org/ – www.camilliani.org/i-primi-anni/

Eccellenza d’Abruzzo n. 27 – Arsita (TE): la trilogia di Arsita, Gole dell’Inferno Spaccato, “Coatto” & festival Etnomusicologico

Eccellenze d’Abruzzo oggi presenta il comune di Arsita e la sua trilogia, il suo potente tris d’assi a base di cucina, musica e natura: il Coatto,  il Festival Etnomusicologico e le gole Gole dell’Inferno Spaccato e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 278 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo e di avere il suo riconoscimento, anche il più piccolo!

Arsa, bruciata, castelletto, capanne frasche o un bel cucco?

“Le origini di Arsita risalgono al periodo preromano, come testimoniano i ritrovamenti archeologici effettuati nel 1985: tombe, corredi e monili vari. Singolare il precedente nome, infatti fino agli inizi del secolo Arsita era chiamata Bacucco, nome che secondo alcuni significa “castelletto” o “insediamento di capanne di frasche”, mentre secondo altre fonti deriva dalla sua forma ovale, “quasi un bel cucco”, oppure dal Dio Bacco. A partire dal XI secolo accanto a Bacucco comincia a comparire anche il nome di Arsita, che indica un luogo arso o bruciato.”

Una delle eccellenze di Arsita è sicuramente Il “Coatto di Arsita” (dal latino coactus, ossia ristretto), più famoso come “Pecora alla callara”, poverissima bontà e antichissimo piatto di tradizione squisitamente pastorale, tipico della zona di Arsita, pietanza di lunga cottura a base di carne di pecora che si celebra nel mese di Agosto con una particolarissima sagra a base di specialità di pecora e castrato, vino rosso molto molto corposo e canti popolari che ne ripercorrono la storia. Gli ottimi e immancabili  ingredienti di questa prelibatezza sono: il cosciotto di pecora, cipolla, aglio e mix di erbe aromatiche (pipirensis “la pipirella”, rosmarino, salvia, maggiorana, basilico, prezzemolo e bacche di ginepro) olio evo, pomodoro in bottiglia a pezzetti (o passata), buon vino bianco e peperoncino a volontà. A carne tenerissima il piatto, da servire caldissimo in ciotoline di coccio, è pronto!

Foto by eccellenzedabruzzo.it

Festival Etnomusicologico kermesse musicali tra le più importanti dell’entroterra teramano e non solo, intitolato ‘Valfino al Canto’ arrivato alla 24° edizione, che si svolge tutti gli anni nei giorni 9, 10 e 11 agosto nonostante le calamità naturali. 

Quello di Arsita si colloca tra i 20 migliori festival popolari in Europa, una festa musicale che nasce da modalità espressive di matrice contadina e pastorale e che, grazie alle sperimentazioni, negli anni si è arricchita di originali sonorità provenienti da contesti afferenti ad aree musicali e geografiche tra loro lontane. 

“‘Valfino al Canto’  è un laboratorio artistico, in cui ogni anno si sperimentano musiche e danze provenienti da tutto il mondo, cercando, da una parte, di avvicinare artisti e cultori della musica tradizionale nazionali e internazionali, dall’altra, di far conoscere l’entroterra abruzzese con tutte le sue meravigliose peculiarità”.

Concludiamo la trilogia di Arsita con le straordinarie Gole dell’Inferno Spaccato: itinerario poco conosciuto situato nella zona prossima ai versanti settentrionali dei monti Tremoggia, Coppe e Siella (Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga). La gola è lunga circa 100 metri ed è molto suggestiva. Tra pareti alte decine di metri il canyon a tratti è largo solo alcuni metri. Il sentiero è evidente, agevole e ben segnato e non distante dal punto di partenza si apre un bel panorama con i versanti dei monti Siella, Coppe, Tremogge e Camicia. Si parte da quota 682 m, con indicazioni evidenti al suo imbocco (sentiero n. 248) e l’itinerario ha come meta finale il nevaio del Gravone.

A 880 m si devia a sinistra per la sorgente di San Giovanni, che si raggiunge dopo circa 150 metri. La sorgente, non sempre attiva, forse alimentata dal Gravone, è molto considerata dagli abitanti di Arsita, qui infatti nel periodo del solstizio di Giugno, la ProLoco, in collaborazione con la locale sottosezione CAI, organizza una manifestazione dedicata proprio a questa fonte. In passato nella notte di San Giovanni, si svolgeva un rito pagano (giunto sino alla nostra epoca e poi mischiatosi con la tradizione cattolica) in cui venivano praticati riti tesi ad allontanare o distruggere gli influssi malefici. Questo perché l’acqua della sorgente veniva e viene definita dai notevoli poteri apotropaici.  Si raggiungono le sorgenti del fiume Fino che sgorga praticamente dalla terra, più o meno al di sotto di un faggio.

A quota 1080 m si incontra una struttura di roccia chiamata Mirrocina e dopo, a circa 1135 m, il sentiero prende una ripida breve discesa e dopo pochi minuti, si giunge in prossima di un’altra falesia dove finalmente si potrà scovare l’ingresso della Gola dell’Inferno Spaccato, provvisto di cartello indicatore. Occorre fare attenzione, in quanto la roccia nasconde bene l’ingresso della gola, per entrare nel quale occorre eseguire qualche contorsionismo.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Arsita

http://www.comune.arsita.te.it/hh/index.php?jvs=0&acc=1

http://www.auaa.it/articoli-escursionismo/912-gole-dell-inferno-spaccato-gran-sasso

Borghi Impossibili d’Abruzzo n°3 – Alfedena

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – “A” di Alfedena

Il Ponte, Alfedena, M.C. Escher, 1937 (foto by Pinterest)

(Vedi Intro)

Forse non si ergerà a picco su di una roccia, forse non farà venire le vertigini come gli altri borghi di cui stiamo già parlando ma Alfedena aveva, comunque, il potere di colpire nel profondo gli occhi di chi la visitava. E, in un certo senso, lo ha ancora oggi. Soprattutto ai tempi in cui M. C. Escher decise di immortalarlo, ancora intatto prima della parziale distruzione subita durante la II Guerra Mondiale, Alfedena aveva qualcosa di magico che riusciva a superare la realtà e la percezione umana. Un luogo dove la cognizione dello spazio si faceva incerta e ambigua e dove il fulcro centrale era rappresentato dal “Ponte” che univa le abitazioni sospese tra una parte e l’altra del profondo fossato. Il paese in provincia dell’Aquila, situato nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, pareva un borgo impossibile più all’interno che al suo esterno.

Un disordine grandioso, il labirinto del borgo di Alfedena, che affascina l’artista olandese, così come, per quel che è rimasto, il visitatore del nostro secolo, seppur scoraggiato dal mettere piede in un mondo così incerto, ma attratto dalla sua stessa architettura caotica, costruttivamente impossibile e capace di portare in luce gli errori percettivi compiuti dai nostri sensi durante la sua osservazione. Errori che si prestano, da un lato, a diventare piacevoli visioni da scoprire e assaporare con gli occhi e, dall’altro, a denunciare il crollo della ragione che non riesce a capacitarsi dell’irrazionalità delle sue costruzioni.

Chiesa dei SS. Pietro e Paolo (foto by La Stampa)

Oggi il fulcro del borgo di Alfedena non è più il “Ponte” immortalato nell’opera di Escher ma, dopo la ricostruzione, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo da cui il “labirinto” di vicoli e stradine si propaga nei confronti di tutto l’abitato e che si protende verso la roccaforte del Castello dal quale, nel caso ci si fosse persi, è possibile affacciarsi per scorgere la via d’uscita dal paese.

Castello di Alfedena (foto by Wikipedia)

L’olandese, però, non fu suggestionato solo dall’interno del borgo ma anche dal contesto ambientale e dal paesaggio circostante. Ecco allora che decide di immortalarlo nuovamente, stavolta con un altro paese sullo sfondo, quello di Scontrone, divenuto anch’esso borgo dell’arte grazie anche ai numerosi murales sparsi tra i suoi vicoli.

La litografia non rappresenta, però, solo un contesto paesaggistico con le sue prospettive ma racconta anche di un curioso aneddoto legato alla storia e alla cultura di Alfedena.

M.C. Escher, Alfedena, 1930 (foto by Arthive)

Se si osserva attentamente l’immagine, si possono facilmente notare gli strani alberi in primo piano, alti e con un solo ciuffo di foglie sulla
cima. Sembrano piante che non fanno parte della natura abruzzese, invece, non sono altro che salici, olmi e in gran parte pioppi. Ma perché Escher avrebbe dovuto rappresentarli in questa maniera?

In realtà gli alberi erano realmente sistemati in questo modo dagli abitanti del paese, non per un puro fatto estetico ma per un motivo molto preciso. La popolazione di quel periodo era povera e basava il suo sostentamento quasi ed esclusivamente sulla pastorizia. Ecco, allora, che, durante i rigidissimi inverni, quando le loro capre non riuscivano più a nutrirsi con l’erba dei prati ricoperti da spesse coltri di neve, i pastori raccoglievano per loro le foglie dei rami più bassi, lasciando solo quelle delle cime dove non riuscivano ad arrivare.

Riuscirai a districarti anche tu una volta entrato nel labirinto del borgo di Alfedena?

Scopri i Borghi Impossibili d’Abruzzo: A – AlfedenaA – Altino, C – Castrovalva

Eccellenza d’Abruzzo n. 26 – Civitella Alfedena (AQ): il borgo medievale e la Camosciara

L’inno di Eccellenze d’Abruzzo oggi è il borgo fortificato di Civitella Alfedena e il suo splendido gioiello della natura, la Camosciara e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 279 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo, anche il più piccolo.

“Civitella Alfedena, superbamente arroccata su uno sperone che domina la sponda meridionale del lago di Barrea, con i suoi soli 286 abitanti, è il più piccolo paese del Pnalm (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise), conserva ancora l’assetto medievale, esisteva già in epoca romana, e, con ogni probabilità, si trattava di una cittadella avanzata dell’antica Alfedena, capoluogo dei Safini, i Sanniti che abitavano queste zone.

Foto by Abruzzomania

Il centro abitato conserva i caratteri tipici del borgo appenninico dell’epoca medievale e di cittadella fortificata, con abitazioni asserragliate a formare una “muraglia di difesa” contro gli attacchi nemici e anche contro il freddo, l’isolamento e le difficoltà della vita di tutti giorni, con aperture quasi esclusivamente sul lato interno delle vie, molto strette e caratterizzate da rampe di scalini in selciato bianco. Esternamente le costruzioni formano un unico grande muraglione, con poche e piccole aperture per l’aria, presentando le antiche forme dei feudi.

Foto by Abruzzomania

La prima opera di fortificazione sorta nel nuovo insediamento di Civitella, dopo la distruzione della roccaforte safina, è rappresentata dall’edificio più antico, un’antica torre del 1400, “casa a torre” tipica costruzione medievale, di forma cilindrica, ancora oggi abitata, che rappresenta il nucleo intorno al quale si sviluppò gradualmente il paese.

Foto by Abruzzomania

Nella parte più antica del paese, il Borgo Vecchio, con ogni probabilità, era edificata anche la Civitella di epoca romana e la seicentesca chiesa di San Nicola. In Piazza Pagliara si affacciavano stalle e fienili e si notano ancor oggi le grandi porte e finestre, utili per far passare fieno e bestie, presenti su quasi tutte le costruzioni e che contrastano con le piccole aperture delle abitazioni più interne al paese.

Foto by Abruzzomania

Meraviglioso passeggiare per i vicoli del paese e scoprire storia e di tradizioni dei nostri luoghi, fotografare scorci suggestivi, entrare in una dimensione a misura d’uomo e vedere la torretta della Saettèra, costruzione cilindrica, risalente al 1500, che grazie alla sua posizione strategica permetteva di vedere tutta la valle sottostante. Un sistema di difesa che le famiglie di alta borghesia usavano contro i briganti o le piccole rivolte dei popolani. Attraverso le strette feritoie si potevano usare le “saette”, ossia scoccare frecce o sparare.

Foto by Abruzzomania

L’Arco Scuro è un’altra delle tipiche attrattive del borgo, testimonianza di vita del passato. La muratura faccia vista delle sue pietre è annerita. Questa è una delle poche testimonianze rimaste di quale era un tempo il colore dominante di Civitella e dei paesi dell’Appennino in generale: grigio pietra e nero fumo. Non tutti avevano infatti la possibilità di alzare delle canne fumarie fino al tetto e in molte case il fumo del focolare usciva direttamente da piccoli buchi nei muri. Le finestre con i vetri erano un lusso e solo da un paio di secoli sono diventati di uso comune; il freddo non permetteva di avere grandi aperture senza vetri, per cui si facevano piccoli buchi nei muri che, all’occorrenza, potevano essere aperti o chiusi dal di dentro con sportelli di metallo o di legno.

Foto by Abruzzomania

Dalla Costa di Civitella, rupe sulla quale è costruito il paese, si può ammirare un panorama a vista è aperta affascinante. Oggi c’è un sentiero attrezzato che conduce fino alla parte alta dell’abitato, nell’area faunistica della lince che consente l’avvistamento di questi animali. Come è ben noto a Civitella Alfedena è possibile avvistare il lupo e la lince, animali che vivono in semilibertà in due aree recintate molto ampie adiacenti al paese e vederli nel loro habitat è una scoperta emozionante e più grande è incontrare i cervi liberi, che tranquillamente passano per le strade del paese …o scorgere, occasionalmente, l’orso!

Tornando alla Costa, un tempo non molto lontano, questa era…la discarica del paese. Da qui si gettava la poca immondizia che si produceva, in quanto all’epoca tutto veniva utilizzato, ciò ha permesso che nei secoli si formasse un abbondante strato di terreno fertile e soffice, sul quale successivamente si è formata una vasta decorazione di flora. La strada di fronte alla piazzetta chiamata “taverna”, attuale via Roma, è detta “le mandrelle” perché vi si radunavano le capre che ogni famiglia possedeva che venivano mandate tutte assieme al pascolo in luoghi vicini al paese sotto il controllo di un giovane  pastorello. Quando veniva il momento della mungitura, il latte prodotto da ciascun animale si univa insieme e, a turno, ogni famiglia poteva avere del formaggio che non avrebbe mai ottenuto solo con il latte della propria capra.

Ma  Civitella Alfedena non è solo un bellissimo borgo, ma anche un paese immerso nella natura che si trova ai piedi di imponenti gruppi montagnosi (Monti Meta, Greco, Godi e Marsicano), del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, in un declivio prospiciente il Lago di Barrea. Nel suo territorio montuoso, ricoperto da rigogliose foreste tra le più suggestive degli Appennini, è situata la più grande Riserva Naturale Integrale d’Italia, un gioiello della natura, il selvaggio anfiteatro rupestre dominato dal monte Sterpidalto e del Balzo della Chiesa, la “Camosciara – Feudo Intramonti”, rifugio di una grande varietà di flora e fauna un tempo presenti su buona parte delle montagne e vallate italiane, che costituisce la più zona importante del Pnalm dal punto di vista ecologico, naturalistico e paesaggistico e che “nasce” come riserva reale di caccia verso la fine dell’800, per tutelare alcune specie animali in pericolo già allora, come l’Orso Bruno Marsicano e il Camoscio d’Abruzzo.

Foto by Abruzzomania

La magia dei boschi, vivacemente colorati d’autunno o ammantati di neve, il luccicare del sole dietro una cresta, il fascino di un safari fotografico nel regno del camoscio o sulle tracce dell’orso, e poi il grande silenzio della montagna, rotto improvvisamente dall’ululato di un branco di lupi. Sono alcuni flash di emozioni vissute durante una qualsiasi escursione vissuta in questo meraviglioso ambiente.

Foto by Abruzzomania

Le cascate della Camosciara dette anche delle Ninfe, sono l’itinerario tra i più belli, che si snoda lungo il torrente Scerto, le cui acque tumultuose generano numerose e belle cascate. Percorrendo il sentiero si possono incontrare  visibili alcuni esemplari di trota fario di montagna, riconoscibile dalle sue caratteristiche piccole macchie rosse, in grado di superare con un salto dislivelli di un metro, il farfaraccio, pianta con foglie molto grandi, usata anticamente dai pescatori, per avvolgere le trote durante la cottura, un giovane bosco di faggio, il gambero di fiume, la salamandra pezzata dal tipico aspetto nero lucente con numerose macchie gialle, che esce solo nelle giornate piovose o di grande umidità, sino ad arrivare alla prima piccola cascata detta delle Tre Cannelle dove sono visibili alcuni pini neri di Villetta Barrea. Si incontra poi un bosco misto (faggio, pino, orniello e acero montano), sino ad ammirare il bel salto della seconda cascata e sullo sfondo il roccioso picco del Balzo della Chiesa (2.070 m), primo nucleo, dei monti della “Camosciara”, che per l’enorme valore naturalistico, sono diventati un simbolo della protezione ambientale in Italia.

Foto by camosciara.com

Morfologicamente, la Camosciara si presenta come un meraviglioso anfiteatro roccioso costituito da calcari e “dolomie”, le stesse rocce  delle Dolomiti, che grazie alla loro impermeabilità consentono all’acqua di scorrere veloce attraverso i pendii, formando così quello stupendo scenario di balzi, cascate e torrenti che attraversano secolari foreste di faggio e pino nero, scendono a valle, realizzando così un ambiente unico, da ammirare in silenzio, come un vero “gioiello della natura” le cui balze, inutili per le greggi e inaccessibili per l’uomo, permettono la sopravvivenza del camoscio d’Abruzzo.

Infine da non dimenticare il Museo del Lupo Appenninico, punto di riferimento per chi visita il Parco Nazionale, dotato all’interno di un percorso a pannelli sulla vita, l’ecologia e l’etologia del lupo appenninico e la storia del suo rapporto con l’uomo.” Insomma, tanta ma tanta “roba” da vedere,  in questo paesino lindo e appartato che conserva un intatto centro storico avvolto da una natura che dir meravigliosa è poco!

Fonti:

http://www.comune.civitellaalfedena.aq.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Civitella_Alfedena

Scritti di Roberto Copello

Eccellenza d’Abruzzo n. 25 – Castiglione Messer Raimondo (TE): il borgo medievale di Appignano

Oggi Eccellenze d’Abruzzo mette sul podio il borgo fortificato di Appignano, frazione di Castiglione Messer Raimondo  e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 280 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo, anche il più piccolo.

“Antico borgo Appignano, piccolo centro fortificato . con l’abitato che presenta la tipica struttura del borgo incastellatoil cui nome è di origine romana e deriva dal latino apud Janum, vicino a Giano, il più importante tra gli dei nel culto dei popoli Italici e Romani. Sul vicino Monte Giove infatti sono stati rinvenuti i resti di un Tempio Italico risalente al II sec. a.C. durante una campana di scavi condotta nel 1974-75. Appignano è toponimo di formazione prediale dal personale latino “Apponius” con suffisso- “anus”. Il suo territorio, ancora in gran parte da esplorare, nasconde interessanti vestigia del passato. Il suo territorio appare infatti frequentato fin da epoca pre-romana (VI-V secolo a.C.), come testimonia il Sorricchio “… in Appignano abbiamo anche armille, ciondoli, tubetti bronzei del medesimo tipo ed età di quelli della necropoli di Pretara presso Atri.

Il borgo conserva alcune case, databili tra il XVI e XVII secolo. Sono ancora intatte le sue caratteristiche di abitato incastellato medievale del XV secolo con una torre quadrata, in via Castello, costruita nel IX secolo con muratura di conci di pietra giustapposti a secco e con architravi lignei alle aperture lavorati a ricorsi regolari e provvista di scarpa di probabile origine longobarda, inglobata nel Palazzo Pensieri realizzato sui resti del castello medioevale nel XVIII sec. realizzata probabilmente nel XI o XII secolo per assicurare la difesa della Valle e della Strada Reale, che si staccava dalla Via Cecilia e che collegava Teramo con Penne, passando per Appignano. Il Castello di Appignano è raffigurato nella Galleria delle Carte Geografiche realizzata nel Vaticano da Antonio Danti di Perugia negli anni 1580-1583, su indicazioni del fratello Egnazio, domenicano, matematico, cosmografo ed architetto. Tra il 1700 e il 1800, fu invece costruito il Palazzo de Victoriis Medori – de Leone con piante di origini secolari.

Il silenzio regna sovrano nella stradine del minuscolo e grazioso borgo, dominato da una torre, umida di antico, dove vivono solo 114 anime Qui il tempo appare immobile e assai lontano il mondo,infranto solo dal rumore del vento, mentre una piacevole sensazione di pace pervade l’animo e la mente del visitatore. Rimane in questo luogo il senso del mistico, e quando si spegne il sole e si tinge il cielo di fuoco l’aria si riempie di profumi, si ode il canto sommesso di una preghiera rivolta all’Altissimo. In questo pugno di case abbracciate su un’altura che domina a Sud la vallata del fiume Fino, il borgo offre un andirivieni simpatico e singolare di stradine, palazzi signorili, case in pietra, dai tetti bruniti dal tempo, balconi straripanti di gerani impazziti dal sole, mentre in lontananza il Gran Sasso svetta superbo a dominare le valli sottostanti.

Tra le sue piccole bellezze, annovera la chiesa della Madonna del Carmine costruita ” per volontà e con il contributo del popolo appignanese” come ricorda una targa posta al suo interno, negli anni 1855-1858, in ringraziamento della Madonna del Carmelo per aver protetto la popolazione durante l’epidemia di peste del 1855.

Nei pressi della fondovalle per Bisenti sono presenti i ruderi del convento di San Francesco dell’Ordine dei frati Minori Conventuali che faceva parte della “Custodia Pennese”. Nel 1215, secondo una leggenda, S. Francesco d’Assisi venuto nella Valle Siciliana, si trova in quel periodo a Penne, passa nella Valle del Fino per andare a dirimere una controversia insorta tra i feudatari locali, nella cittadina di Isola del Gran Sasso, tra i marchesi Castiglione di Penne e Palmeri di Tossicia, e fonda, vicino al fiume Fino, un Convento con la Chiesa di S. Maria Lauretana. Nel 1653, è soppresso, in seguito alla Bolla “Instaurandae regularis disciplinae”, emanata dal Papa Innocenzo X il 15 ottobre 1652, che riguarda i piccoli Monasteri con meno di 6 frati. il Convento Francescano aveva solo due frati, mentre erano 4 nel 1631. Attualmente, sono ancora visibili una parete con i resti di due nicchie. C’è anche lo scheletro di una statua lignea, attribuita a S. Antonio, che è rimasta sul luogo in quanto, secondo una leggenda, ogni volta che la si portava nella Chiesa parrocchiale di S. Pietro, il giorno dopo la si ritrovava nel Convento! Appunto la chiesa di S. Pietro Apostolo, che risale al XII secolo, rifatta tra gli anni 1735-1780. Al suo interno cinque tele, realizzate nel 1769-1770 dal pittore atriano Giuseppe Prepositi, poste sopra altrettanti altari (due dei quali oggi non più esistenti).

Da non perdere la festa della S. Croce (che celebra le vestigia della Croce sulla quale è stato crocifisso Gesù, portate a Roma da S. Elena, madre di Costantino) che si celebra il 3 maggio ed il 14 settembre.

Appignano era anche il borgo delle otto Fonti, descritte nel Catasto del 1713, utilizzate dalla popolazione finché non è stato costruito l’acquedotto, nel 1923. L’unica fontana antica, ancora visibile, è quella detta “Lu pisciarell” nell’omonima località.

Concludiamo ricordando che nel penultimo week-end di agosto si svolge la sagra medievale “Antichi sapori del borgo” organizzata dalla locale pro-loco, in cui si gustano i piatti tipici del luogo e si può assistere a rappresentazioni teatrali itineranti, come la “caccia alle streghe” impersonata da stupende ragazze del borgo. Tutto si svolge in un’atmosfera di festa e spensieratezza, con la suggestiva scenografia del Borgo che fa rivivere per l’occasione il suo trascorso, con costumi e rituali che riportano, anche se per un solo istante, ai fasti dell’antico passato.”

Fonti:

https://www.movingteramo.it/luoghi/borgo-appignano-castiglione-messer-raimondo

https://www.comunedicastiglione.gov.it/territorio/storia

https://www.inabruzzo.it/appignano.html

https://www.fondoambiente.it/luoghi/appignano

http://www.instoria.it/home/appignano.htm

http://www.tesoridabruzzo.com

Eccellenza d’Abruzzo n. 24 – Bomba (CH): il lago di Bomba

Oggi Eccellenze d’Abruzzo celebra il pittoresco lago di Bomba, e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 281 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo, anche il più piccolo.

“Il lago di Bomba, meno noto con il nome di lago del Sangro, è racchiuso in un verde scrigno dai rilievi montuosi che lo circondano, incantevole posto, che si estende ai piedi dell’altura su cui sorge il centro abitato.

E’ ideale per attività sportive, sci nautico, soprattutto pesca, poiché nel lago, ricco di fauna ittica, vivono diverse varietà di pesci come cavedani, carassi, carpe, persici reali, pesci gatto, tinche, anguille e trote. Infatti vi si svolgono gare di pesca (la stagione più favorevole all’attività di pesca va da aprile a fine ottobre, periodici ripopolamenti consentono agli appassionati di avere sempre a disposizione una buona quantità di prede), ma anche di canottaggio, attività di windsurf, nuoto e sci acquatico, ma anche trekking e free-climbing nelle colline intorno al lago, e si organizzano gite in battello e in pedalò, soprattutto durante la stagione estiva, sulle sue rive, ben fornite di attrezzature ricettive, con le sue sponde dotate di villaggi turistici, strutture sportive e ricreative, camping, ristoranti e pizzerie.

Recarsi al lago di Bomba può essere senza dubbio un’esperienza unica ed affascinante per riscoprire il contatto con la vera natura, optando per la pace e la tranquillità. Nelle vicinanze dello specchio d’acqua sorgono inoltre diversi piccoli borghi in grado di ospitare i visitatori del lago in alberghi e ostelli che si popolano di turisti in cerca di svago e di riposo a contatto diretto con la natura.

Si tratta di un lago artificiale, creato nel 1962 dallo sbarramento del fiume Sangro, costituito da una diga in terra battuta e fu il primo di questo tipo ad essere realizzato in Europa. La diga fu progettata negli anni ’50 dall’ACEA che necessitava di acqua per dare la giusta alimentazione ad una centrale idroelettrica al fine di produrre energia elettrica per Roma.

Il lago ha un’estensione di circa 7 chilometri in lunghezza, mentre è largo circa un chilometro e mezzo. La capacità massima del bacino è di poco meno di settanta milioni di metri cubi di acqua e la la sua profondità varia da un livello minimo all’ingresso dell’immissario, che si trova nei pressi di Villa Santa Maria, ad un massimo di 57 metri e mezzo.

In anni recenti ha ospitato i campionati italiani assoluti di canoa e kayak (2010) oltre ad essere un campo di gara ufficiale per il canottaggio, che gli ha permesso di essere selezionato per ospitare le gare della disciplina durante i Giochi del Mediterraneo del 2009.

Oltre che da fauna ittica, il lago di Bomba è caratterizzato anche da una flora ricca, sebbene piuttosto rada, essendo circondato per molte centinaia di metri da ampie distese d’erba bassa e rada, nonché di arbusti bassi e intricati tra loro, che pur spingendosi sino a ridosso delle coste del lago non costituiscono un vero problema per l’accesso al lago.

Dalle sue rive  è possibile seguire alcuni percorsi suggestivi, immersi nella natura, percorribili agilmente in bicicletta. Le stradine, generalmente sterrate, presentano tratti asfaltati, con un dislivello totale di circa 640 metri. Il percorso prevede un giro completo del bacino lacustre, per poi imboccare la strada che porta a Villa Santa Maria, caratterizzata da un bellissimo e suggestivo centro storico. Proseguendo per la strada principale, in salita, si giunge ai 525 metri di Montelapiano, punto d’arrivo del percorso, dal quale godere della splendida vista sul paesaggio circostante e sul lago stesso.

Il paesaggio che si gode tutto intorno è piacevole, con poche tracce dell’attività umana, che seppur presente, non è stata invasiva. L’ambiente è quello classico dell’entroterra abruzzese, con i monti della Majella in lontananza sullo sfondo, e tutto intorno un susseguirsi di basse e verdeggianti collinette, con zone di nuda roccia che interrompono gli spazi boschivi.

Le acque del lago di Bomba sono limpide e di buona qualità, i fondali sono di argille, fanghi e rocce, le sponde scendono gradatamente e sono facilmente percorribili, spesso spoglie, rocciose e sassose, talvolta con erbai bassi e radi; ed anche se in alcuni tratti non mancano zone di arbusti intricati che si spingono fin sulle rive, l’accessibilità non è problematica.”

Fonti:

http://www.comunedibomba.it/hh/index.php

www.livinglakesitalia.it/lago-di-bomba/

http://www.sangroaventinoturismo.it/struttura/140-lago-di-bomba

 

La Via Lattea in Abruzzo – n°3

La Strada dei Formaggi d’Abruzzo: Cacio Marcetto di Castel del Monte PAT

(vedi Intro)

Le mosche, a volte, si posano anche sul pulito.

È il caso del Cacio Marcetto di Castel del Monte, dove le uova di questi insetti trovano terreno fertile per schiudersi e prosperare. Succede quando le Mosche Casearie (piophilacasei) riescono ad infiltrarsi all’interno del luogo predisposto alla stagionatura del Pecorino fresco, preparato da poco, e posandosi sulla sua crosta ancora morbida e umida, riescono a trovare una sistemazione per far crescere i loro “piccoli”.

Marcetto fermentato (foto by formaggio.it)

Le loro larve, i cosiddetti Vermi Saltarelli, nome che rimanda quasi ironicamente al Saltarello abruzzese, il ballo tipico della nostra regione, mentre si sviluppano nel Pecorino, attraverso la loro “danza” permettono la formazione di crepe sulla crosta del formaggio che si indurisce ma non protegge il suo interno e, di conseguenza, invece di stagionarsi come nei normali processi di maturazione, si fermenta, trasformandosi in una pasta cremosa.

A questo punto non verrebbe altro in mente che di gettare la forma di formaggio in cui è avvenuto questo disastro. Ma a Castel del Monte, così come in altri paesi vicini che vivevano di pastorizia sul Gran Sasso, gli abitanti, spesso, erano così poveri che non potevano assolutamente permettersi di perdere una parte del loro, già esiguo, sostentamento. Nei secoli sono riusciti, così, a trasformare un formaggio che per altri può sembrare perduto, in uno dei prodotti caseari più buoni sulla faccia della terra. Diciamo che, di solito, per ottenere formaggi spalmabili vengono utilizzati prodotti o tecniche artificiali, mentre in Abruzzo siamo talmente bravi che per lasciare che il prodotto sia totalmente naturale ci facciamo aiutare dalle mosche!

Crema di Marcetto (foto: abruzzo with gusto)

Ovvio che tutto ciò potrebbe destare un po’ di sospetto, e fare pensare ad un prodotto adatto solo per i degustatori più “audaci”.

Ma vi possiamo assicurare che, alla fine della loro opera, le larve di mosca vengono fatte scomparire, allontanandole attraverso un particolare processo, e il formaggio diventa assolutamente privo di ogni loro traccia (anche perché, altrimenti, sarebbe vietato per legge). Il risultato ottenuto è, quindi, una Crema di Pecorino Marcetto straordinaria, spalmabile, dall’odore particolarmente intenso e penetrante, dal retrogusto piccante e di un colore giallo oro. La crema viene quindi riposta in recipienti di terracotta o di vetro per essere consumata. Un altro fiore all’occhiello di cui andare fieri del nostro Abruzzo che ci invidiano in tutto il mondo. Un prodotto dell’enogastronomia abruzzese per i palati “fini”.

Marcetto in vetro (foto: Fratelli Marronaro)

Per noi di Abruzzomania è anche uno dei 15 formaggi più buoni della nostra regione. Provare, per credere!

Il Cacio Marcetto rappresenta una delle tante storie in cui, nel nostro “bel  Paese”, da una situazione di povertà estrema è riuscito ad emergere qualcosa di straordinario. Un po’ come avvenuto, ad esempio, per i Sassi di Matera. Perché, quindi, non eleggere il Cacio Marcetto, e il paese di Castel del Monte, come Capitale Europea dei formaggi 2019? (senza dimenticare che in questo paese di produce anche il mitico Pecorino Canestrato di Castel del Monte, e tanti altri incredibili prodotti caseari).

Il Cacio Marcetto è anche il simbolo della “resilienza”, parola tanto di moda adesso nel nostro Abruzzo, dopo le numerose sciagure che ci sono capitate, dal terremoto dell’Aquila in poi, e che sta a significare la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, trovando alternative in modo da trasformarlo in un’opportunità. Proprio come avvenuto per questo formaggio o per altre circostanze a Castel del Monte, paese che, lo ricordiamo, è stato anch’esso colpito dal terremoto del 2009.

Castel del Monte (foto by italianways)

Come dimenticarsi, ad esempio, del suo pastore, Francesco Giuliani, uomo al quale il duro lavoro e la povertà nella quale viveva non gli hanno impedito di diventare un grande poeta. (per approfondire leggi anche questo articolo)

E come non parlare delle sue “streghe”, le donne del paese che sapevano praticare gli antichi rituali legati al folklore e frutto delle credenze popolari, una commistione tra religiosità e superstizione, in passato ritenuti frutto di ignoranza, che ancora oggi riecheggiano tra i suggestivi vicoli del borgo, studiati persino dalle Università, e rievocati nella “Notte delle Streghe”, festa con la quale, a metà Agosto, Castel del Monte riesce ad attirare numerose folle di visitatori ogni anno.

La Notte delle Streghe a Castel del Monte (foto by Virtù Quotidiane)

Un paese che, a volte, durante i secoli, non potendo offrire molto ai suoi abitanti in termini di lavoro, ha visto partire schiere di emigranti, soprattutto in America, ma che rimane ancora oggi un borgo di particolare bellezza e unico nel suo genere, incastonati all’interno di uno degli scenari più incantevoli sulla faccia della Terra, facendolo eleggere, proprio dal Cinema americano, soprattutto tra gli anni ’70 e ’90, come la “piccola Hollywood d’Abruzzo“. Castel del Monte, infatti, è divenuto lo scenario ideale dove girare molti dei film con attori del calibro di Michelle Pfeiffer, Richard Gere, Arnold Schwarzenegger, Sean Connery e, ultimo fra tutti, George Clooney con il suo “The American”, girato proprio poco dopo la distruzione subita dal terremoto aquilano.

E allora, cosa aspettiamo? Andiamo a scoprire questo fantastico borgo e, soprattutto il Cacio Marcetto!

Vedi gli altri 15 formaggi più buoni d’Abruzzo: 1. Pecorino di Farindola, 2. Pecorino Canestrato di Castel del Monte

Eccellenza d’Abruzzo n. 23 – Lettomanoppello (PE): la Piccola Carrara, paese degli scalpellini

“Dormivano mescolati i carrettieri di Letto Manoppello, grandi e panciuti” G. d’Annunzio, Le novelle della Pescara, 1902. Oggi sale sul trono delle Eccellenze d’Abruzzo il singolare bel paese dell’area settentrionale della Majella, Lettomanoppello, luogo dove l’arte della pietra e il fascino della natura vanno a braccetto! La Natura ha un ruolo fondamentale nell’economia di questo paese di origini medievali disteso ai piedi della Majella, la grande madre,  il massiccio costituito da rocce calcaree emerse circa 5 milioni di anni fa, dal fondo dei mari dove si erano accumulate nel corso degli ultimi 100 milioni di anni con una lenta deposizione degli scheletri di organismi marini, la montagna sacra per eccellenza per tutti i popoli che vivevano e vivono in simbiosi con lei. Infatti le risorse naturali dei pascoli montani e di quello che la montagna poteva offrire direttamente cioè “la pietra”, nuda e cruda, ha rappresentato in passato e  in parte anche oggi l’economia prevalente  e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 282 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo, anche il più piccolo.

Lettomanoppello si trova calato all’interno di questo meraviglioso ambiente naturale privilegiato e ricco di risorse, dove l’uomo sin dall’antichità, dapprima con l’uso della pietra per realizzare strumenti per la caccia (Paleolitico), poi per la costruzione di capanne in pietra a secco (tholos) per ripararsi, per aspetto sono simili ai nuraghi sardi o ai trulli pugliesi, ed infine con la lavorazione della pietra per le costruzioni, ha saputo sfruttare sapientemente questo materiale traendo da esso materia prima per vivere. Luogo quindi, dove si è da sempre praticata la lavorazione della pietra, antica arte tramandata da padre in figlio, che caratterizza la tipica figura degli “scalpellini“.

Ma perché proprio qui c’è la patria degli scalpellini? Intorno all’anno 1000,  nella zona compresa tra Serramonacesca e Tocco da Casauria si stabilirono i benedettini e probabilmente per la costruzione di queste grosse Abbazie giunsero esperti scultori da altre regioni, come la Toscana e anche da paesi d’oltralpe come quelli della scuola monastica Cluniacense o i Cistercensi. L’artigianato si sviluppò così a tutti gli effetti come attività prevalente già dal XVI secolo, quando con il rifiorire dell’industria armentizia nell’Italia meridionale, si sviluppò nuova ricchezza e prese così piede il mestiere dello scalpellino.

 

Grazie a tutto ciò, Lettomanoppello è diventato noto come il “Paese degli scalpellini” e tra il 1800 e il 1900 fu definito dai paesi limitrofi “Piccola Carrara”. L’importanza di questa località è legata strettamente alla lavorazione della pietra bianca e nera della Majella, destinata all’edilizia decorativa e all’arredamento, che in questi luoghi si presenta come elemento costruttivo molto usato e quindi fortemente caratterizzante. Passeggiando tra i vicoli del centro storico possiamo ammirare i portali, gli stipiti, le chiavi di volta, le mensole, le decorazioni e le bellissime fontane, elementi in pietra della Majella, sapientemente lavorati dagli scalpellini.

Fino al secolo scorso questo mestiere assorbiva oltre 1000 unità, tra addetti alle cave, sgrossatori e rifinitori, mentre le donne erano impegnate, come riferiscono le nonne, a trasportare sul capo canestre di pietra semilavorate dalla montagna ai diversi laboratori del paese.

Nel 1933, per incentivare quest’attività fu costruita, con l’aiuto del governo, una strada, affinché fosse facilitato il trasporto dei blocchi di pietra. In questo periodo fiorente, gli scalpellini, lavoravano nei diversi paesi dell’Abruzzo, costruendo e restaurando numerosi palazzi, monumenti e Chiese come il Castello di Celano, S. Maria d’Arabona, S.Clemente a Casauria, Collemaggio e la Fontana 99 cannelle a L’Aquila, San Liberatore a Majella, Chiostro e facciata della Cattedrale di Atri, i Palazzi storici di Tagliacozzo e Pescocostanzo, i Castelli di Capestrano, Bussi e Perano, Villa Clerici a Pescara, il Portale e rosone del Volto Santo a Manoppello, il Grand Hotel a Pescara, la Chiesa di San Francesco ad Atri.

Dopo la seconda guerra mondiale a causa dell’interruzione di tutte le costruzioni e dei restauri, pochi artigiani continuarono a lavorare la pietra; la crisi economica interessò tutta l’Italia e molti lavoratori, tra i quali molti lettesi, furono costretti ad emigrare in Belgio dove trovarono lavoro nelle miniere. Ridotti a pochi elementi, gli artigiani scalpellini, riuscirono a mantenere viva la tradizione di questo mestiere e a tramandarne i segreti fino ad oggi. Con la ripresa delle attività legate al recupero edilizio, ai restauri di centri storici e ai lavori di decorazione artistica, gli scalpellini operano ancora, e rappresentano la laboriosità e l’ingegnosità dei suoi abitanti.

Lungo la strada che va verso Passolanciano s’intravedono, sparsi nel territorio, i vari luoghi d’escavazione, le piccole cave oggi per la maggior parte chiuse. Quella situata a Costa dell’Avignone sta per essere riaperta con un progetto dell’Amministrazione comunale.

Ogni anno in paese si promuovono e organizzano attività culturali inerenti l’uso artigianale della pietra della Majella, tra cui la manifestazione “Dieci giornate in pietra”, che divulga, attraverso incontri internazionali sulla pietra locale, con esposizioni, laboratori all’aperto e dibattiti, l’importanza vitale dell’eredità degli antichi mestieri artigianali che da circa 2000 anni ruotano attorno al bene prezioso donatoci dalla montagna.

A Lettomanoppello la pietra oltre ad essere cavata per essere trasformata in blocchi di pietra e poi in manufatti, veniva cavata anche per essere utilizzata come materia prima per la produzione di bitume.
L’Homo Erectus che qui viveva ha lasciato resti a Costa dell’Avignone dove sono emersi reperti di industria litica levalloisiana, caratterizzati da un perfezionamento delle tecniche di lavorazione (officina) e schegge di tecnica clactoniana evoluta, di manufatti litici derivati da grandi schegge con piano di percussione obliquo. A Grotta S. Angelo è stato messo in luce un suolo del Paleolitico Superiore frequentato per un breve periodo, con focolari e materiale in situ.

Questa preziosa pietra ha la caratteristica di essere abbastanza tenera e bianca, quindi facilmente lavorabile, mentre quella nera è più compatta e lucidabile. I nostri antenati lo scoprirono presto sin dal paleolitico (cacciatori/raccoglitori), poi nel medioevo con gli scalpellini e infine nel 1700, quando con lo svilupparsi della transumanza e dei conseguenti traffici con la Puglia, vennero costruiti i “tholos”, capanne monocellulari pastorali costruite in pietra a secco, realizzati con la sovrapposizione concentrica di lastre di pietra calcarea. Curioso nome che trae origine dai sepolcri micenei (VI secolo a.C.) le cui tombe avevano una copertura ogivale; molto simili a quelli della Puglia (trulli), da cui probabilmente derivano e nel territorio lettese li troviamo in un’area ben precisa denominata “Piano delle Cappelle” che proprio per la notevole quantità di capanne, anche se non tutte integre, è stata denominata “Parco dei Tholos“.”

Ma oggi esiste ancora la “razza” degli scalpellini a tenere viva questa meravigliosa tradizione? Certamente, e per questo bisogna ringraziare quelli de “La Bobba” (il loro soprannome), Claudio Camillo e Antonio Di Biase che continuano a lavorare la pietra bianca della Majella. Figli d’arte (si risale al trisavolo, Antonio Di Biase (1853 – 1937), sono gli artigiani di Lettomanoppello rimasti aggrappati a questa straordinaria tradizione della lavorazione della pietra secondo i dettami della tradizione locale ereditata da quattro generazioni di scalpellini. Membri dell’Associazione Regionale Arte della Pietra (A.R.A.P. Abruzzo), la loro bottega è stata riconosciuta Scuola-bottega dalla Regione Abruzzo, punto d’incontro e di lavoro di molti scultori, abruzzesi e non.

Lettomanoppello, fatta per essere ricordata negli annali della storia!

Fonte

https://it.wikipedia.org/wiki/Lettomanoppello

http://www.comune.lettomanoppello.pe.it/

http://labobba.yolasite.com/