Eccellenza d’Abruzzo n. 47 – Pietracamela (TE): il Borgo scavato nella roccia

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 47° Eccellenza, , quella del comune di Pietracamela in provincia di Teramo e il suo splendido Borgo scavato nella roccia. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 258, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Pietracamela, abbarbicato ed isolato sull’altura che domina il vasto panorama sulla valle del Rio Arno, prevalentemente costruito e restaurato in pietra locale, è un vero e proprio paese di montagna che si sviluppa in salita, isolato e circondato solo da monti e boschi, con le case tutte vicine e in pietra, con le finestre di legno, i balconi-fienili, i vicoli lastricati, le vecchie fontane e con le strade che non sono altro che strette salite o scalinate nelle quali passano appena due persone affiancate, con bandite macchine, motorini e addirittura inagibili alle bici.”

“Il piccolo borgo medioevale, dal nome originario Petra che deriva dalle case costruite su enormi macigni portati a valle dallo scioglimento dei ghiacciai di Campo Pericoli, fu definito da Monsignor Pensa un nido di Aquile. Pietracamela è arroccata sulle pendici del Corno Piccolo del massiccio del Gran Sasso nell’area protetta del Parco Nazionale omonimo, con il Corno Grande e le sue cime aguzze e le pareti verticali, i ghiacciai, tutte le meraviglie della montagna e i Monti della Laga, con foreste ricche di acque che scendono copiose a valle, in cui vivono il camoscio e dove nel 1991 fu istituita la Riserva naturale del Corno Grande di Pietracamela di 2.000 ettari che comprende il Corno Grande, il Ghiacciaio del Calderone, la Valle del Rio Arno, la Valle del Mavone, Campo Pericoli, il Pizzo d’Intermesoli ed il Bosco della Giuncheria, istituita al fine di reintegrare con un programma di ripopolamento proprio il camoscio d’Abruzzo da tempo estinto (che ne è il simbolo), l’orso bruno marsicano e il lupo appenninico, all’interno di uno scenario d’incomparabile bellezza, che si può godere solo da questo meraviglioso borgo.”

“Le vere ricchezze di questo borgo sono pertanto la natura, il silenzio, la pace ed un paesaggio mozzafiato, e così si presenta in tutta la sua maestosa bellezza al riparo dei roccioni calcarei che delimitano in basso a 1450 m di altitudine anche la località di Prati di Tivo, sede dell’omonima stazione sciistica, sita tra i boschi di faggio dell’Aschiero e delle Mandorle, che si eleva lungo le pendici del Corno Piccolo e il Corno Grande  e del Rio Arno, la più famosa stazione invernale del Gran Sasso d’Italia (1450-2000 m.), con impianti di risalita e dotata di buone attrezzature alberghiere.”

“In questo incantevole scenario, dal borgo partono bellissimi sentieri per passeggiate e trekking sui sentieri storici, mountain bike, ascensioni in quota, alpinismo e roccia (famosa la Palestra di roccia degli Aquilotti). Alcune ipotesi sulle origini del borgo attribuiscono la sua fondazione a popolazioni abruzzesi che vi si stabilirono tra i monti, intorno al XII secolo, considerandoli luoghi sicuri per sottrarsi alle invasioni nemiche, mentre altre ritengono che i primi residenti siano stati gruppi di pastori o di cardatori di lana giunti dalla Puglia, probabilmente di origine brindisina.”

“Gli scorci che vi si intravedono stupiscono per la bellezza e nel guardarli si percepisce la fatica degli antichi pretaroli che praticavano la pastorizia, l’agricoltura e la lavorazione della lana. Gli storici raccontano che verso la fine di settembre, terminate le semine, gli abitanti di Pietracamela si recavano in Maremma, in Umbria, nelle Marche e in Emilia Romagna per la cardatura della lana di cui erano veri specialisti. Le donne invece trascorrevano i lunghi e freddi inverni a filare la lana e a realizzare la tessitura dei carfagni, stoffe di lana che assumevano colori variegati, per mezzo della lavorazione con erbe e cortecce di alberi, utilizzati per proteggere dalle intemperie. Competenza delle donne era anche la tessitura della “tela bianca”, da cui si ricavavano i paponi, le calzature fatte di corda e di pezza che venivano usate dagli alpinisti locali, vista la loro resistenza. Purtroppo lo spopolamento ha causato l’abbandono di queste meravigliose attività artigianali un tempo legate alla pastorizia.”

Foto by webtiscali

“Quando si arriva in paese, il benvenuto è dato se si alza lo sguardo sullo sperone silvestre, dalla preta (che nel 1878 fu di gran lunga ridimensionata nella parte sporgente nel vuoto e che nel 1935 fu fatta sostenere per opera pubblica da un inutile pilastro), dalla chiesa matrice di S. Leucio, costruita nel 1780 e dalla Casa Torre anticamente utilizzata come torre di avvistamento. Il paesaggio che lo circonda è caratterizzato dalla presenza di pareti scoscese, ricoperte da folta e rigogliosa vegetazione costituita prevalentemente da secolari boschi di faggio dell’Aschiero.”

“Tra le strette viuzze, vicoli, stradine a gradinata, punteggiate da piccoli balconi e da terrazzine-belvedere, si trovano numerosi architravi fregiati con stemmi gentilizi e numerose epigrafi che contribuiscono alla narrazione della storia del borgo di , complete o frammentarie, presenti all’interno del paese. Oltre alle magnificenze naturalistiche, il borgo incastonato nella roccia ha una notevole preziosità architettonica testimoniata, procedendo dalla porta verso l’interno del paese, detta la Terra, in cui si possono ammirare le innumerevoli viuzze fiancheggiate da case erette con una tecnica costruttiva istintiva ma razionale e perfettamente rispondenti alle esigenze di coloro che ancora oggi vi abitano. Poi si ammirano il vecchio comune, edifici elevati, con ciottoli e pietre unite da legante, tra il XV e XVI secolo, che conservano peculiari caratteri di autenticità sui diversi monumenti storici di notevole importanza, come antiche iscrizioni spagnole, tracce lasciate nel corso dei secoli, che tramandano e testimoniano ancora oggi la memoria di date, vicende, eventi e personaggi che ebbero nella realtà del borgo, nei diversi periodi, un particolare rilievo.”

“Troviamo l’antico sacro edificio di San Giovanni Battista, del 1432 circondato da case i cui portali recano date dal 1471 al 1616, con l’epigrafe della chiave dell’arco, incisa in caratteri gotici, la più antica che si trova nel borgo che tramanda che la chiesa fu eretta nel mese di giugno dell’Anno del Signore 1432. Poi c’è la chiesa di San Rocco, del 1530, piccolo edificio sacro che si eleva al di fuori dell’incasato del borgo, dedicata al santo protettore degli appestati e dei piagati, eretta durante l’epidemia di peste che colpì il territorio tra il 1528 e il 1529. Oltre all’anno, sul soprassoglio, si trovano scolpiti anche il trigramma bernardiniano IHS e un versetto del Pange Lingua di Sant’Agostino che così recita: «SOA. FIDES. SVFFICIT», e ancora date scritte sulle architravi dei portali, altari lignei e l’acquasantiera cinquecentesca della chiesa parrocchiale di San Leucio, patrono e santo protettore di Pietracamela (lo storico teramano Niccola Palma la ricorda nominata nell’anno 1324 come la chiesa di «S. Leutii de Petra in Valle Siciliani»).  Lungo il caratteristico percorso si possono ammirare il lavatoio pubblico, i resti della chiesa della Madonna e del vecchio mulino comunale ad acqua (tra i ruderi sono ancora ben conservate le due bocche di uscita delle acque), costruito nel XVII secolo a circa 400 metri dal borgo, funzionante con la forza motrice delle acque del Rio Arno.”

“Non è finita, poi ammiriamo Casa Signoretti o Casa de Li Signuritte, con le due finestre bifore con colonnine tortili, sormontate da un architrave sul quale posto in rilievo il probabile simbolo dei cardatori di lana dimora privata ubicata al centro del paese la cui costruzione è databile tra la seconda metà del XIV secolo e l’inizio del XV, con i bassorilievi di una testa e di un paio di forbici (o forse cesoie da tosatore) con le lame aperte che potrebbero rappresentare il simbolo della Corporazione dei lanai, incisi sull’architrave della prima bifora e la Casa Torre, antico edificio che nei tempi passati, fu utilizzato dagli abitanti del paese come torre di avvistamento.”

“Oltre il borgo, c’è il Monte Calvario, rilievo roccioso che sovrasta il corso del Rio della Porta, alla cui sommità sono state disposte tre grandi croci, abbracciato a 1000 m al riparo dei roccioni che delimitano in basso i Prati retrivi (Prati di Tivo) e sopra il paese, tra rocce e fienili, dove resiste un ambiente montanaro molto singolare, più volte ritratto dal pittore Guido Montauti.”

“Pietracamela non è solo un incredibile palcoscenico naturale, ma il tempo ha lasciato in eredità anche, come i ravioli che sono forse il piatto più originale e nei ristoranti del territorio si gustano tutte le altre specialità, come i timballi, l’agnello alla brace, lo spezzatino di capra, lo squisito cacio marcetto e altri formaggi di pecora, i sorcetti (sorta di maccheroncini conditi con formaggio pecorino), le famose “scripelle ‘mbusse”, certi salumi e la pecora alla callara.”

Foto di Antica Locanda, Pietracamela – Tripadvisor

Fonti:

Foto by Abruzzomania ad eccezione di quelle segnalate

http://borghipiubelliditalia.it/project/pietracamela/#1480496816106-48a7f6ef-54ab

https://it.wikipedia.org/wiki/Pietracamela

http://www.comune.pietracamela.te.it/

https://www.stradadeiparchi.it/pietracamela-il-borgo-costruito-sulla-roccia/

 

 

 

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°3 – Madonna della Mazza a Pretoro

La Maiella non ospita solo eremi ricavati dalle numerose grotte sparse tra le cime delle sue montagne. Non è solo il suo ventre materno ad aver ispirato la “rinascita” spirituale degli eremiti che vi si sono recati. Esistono altrettanti luoghi, a volte tra i boschi, altre volte a ridosso di cascate o rupi scoscese, dove l’uomo è riuscito ad entrare, allo stesso modo, in stretto contatto con il Creatore. Libri di pietra scolpiti sulla roccia che nascondono racconti di una cultura millenaria a volte difficile da decifrare ma ancora visibile, almeno in parte, grazie alle espressioni della religiosità popolare tramandateci fino ad oggi.

Questo è il caso del terzo eremo in cui ci siamo imbattuti e delle tradizioni a esso correlate, l’Eremo-Santuario della Madonna della Mazza a Pretoro.

Portale d’ingresso dell’Eremo (foto by David Giovannoli)

Il luogo di culto è stato eretto in onore di Santa Maria del Monte nel XIII secolo per opera dei Monaci Cistercensi della vicina Abbazia di Santa Maria Arabona a Manoppello. Fu in seguito soprannominato Madonna della Mazza per via dello scettro, o bastone, che la statua, risalente al XV secolo, regge nella mano destra come simbolo della Sua regalità. La funzione del romitorio non era soltanto quella di avere un modo per isolarsi e dedicarsi in completa solitudine alla preghiera e alla contemplazione ma anche quella di giocarsi un ruolo strategico nel controllo dei viandanti e dell’attività commerciale e pastorale che transitava sui loro territori. un po’ come si faceva, in realtà, con molti degli altri eremi posizionati sulle vie d’accesso ai pascoli gestiti dalle grandi abbazie. Esso, infatti, sorgeva sull’importante percorso viario, Passo Lanciano, tappa obbligata per coloro che volevano attraversare la Maiella ma noto anche per i suoi importanti pascoli d’altura. L’eremo, però, fungeva soprattutto anche come importante, e a volte fondamentale, ricovero per i passanti che venivano colti dalle improvvise e terribili tempeste e bufere di neve, spesso anche fuori stagione, permettendo di salvare vite e di concedere ospitalità, rifugio e salvezza, non solo spirituale.

Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)
Abbazia di Santa Maria d’Arabona (foto by terrepescaresi)

La struttura si presenta, esternamente, quasi nella sua originaria essenza di antica chiesa medioevale ed è stata realizzata nei pressi di un suggestivo bosco di alta quota. È ancora presente il romitorio dove viveva l’ultimo eremita e che oggi continua a ricevere chi vuole soggiornare in questo luogo.

Bestie, motivi floreali e colonne tortili scolpite con ornamenti, a distanza di mille anni, decorano ancora l’edificio e nascondono un significato che solo in pochi, ormai, possono essere in grado di decifrare. Simboli che aiutavano l’eremita, o chi vi accedeva, a meditare e a riflettere sul proprio cammino interiore, come l’uva decorata sulla parte alta della colonna del portale d’ingresso, che rimanda a diversi significati, in special modo alla festa a cui saranno chiamati tutti coloro che sceglieranno di condurre la propria strada verso Dio, o i due leoni sul portale laterale, ora murato, che ricordavano, a chi vi entrava, la regalità e la sacralità del luogo, nonché di dover rendere conto, un giorno, del coraggio che hanno avuto in vita nel seguire la strada appropriata. O la colomba che, probabilmente serviva a ricordare a tutti che, oltre al coraggio, per seguire la retta via c’è bisogno di umiltà e semplicità di cuore, oltre ai suoi altri innumerevoli significati.

Motivi floreali e tralci d’uva (foto by David Giovannoli)
Leoni rampanti, colomba e motivi floreali sul portale secondario, Eremo della Madonna della Mazza (foto by David Giovannoli)

Un suggestivo sentiero che parte nelle vicinanze dell’Eremo conduce ai suggestivi Mulini Rupestri nei pressi del paese di Pretoro scolpiti nella roccia e simili ai tanti altri eremi nelle circostanze dove, però, si elargiva pane materiale, anch’esso necessario per la sopravvivenza dell’uomo.

Mulino rupestre di Pretoro (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.2 (foto by David Giovannoli)
Mulino rupestre di Pretoro n.3 (foto by David Giovannoli)

Nell’eremo persiste ancora un’antica tradizione. Ogni ultima domenica di Aprile gli abitanti di Pretoro prelevano la statua della Madonna della Mazza, dando inizio ai suoi festeggiamenti, e la tengono nella propria chiesa parrocchiale fino alla prima Domenica di Luglio, giorno nel quale la riportano nella sede originaria. Questo perché la leggenda vuole che, il 2 Luglio di molti anni fa, quando i pretoresi ebbero l’idea di traslocare la Madonna in paese, nonostante una nevicata anomala che cadde su Pretoro, la statua fu miracolosamente ritrovata nel suo eremo. Nessuno l’aveva trasportata ma aveva autonomamente deciso di avviarsi da sola a piedi durante la notte. A testimonianza dello straordinario evento accaduto, sulla neve furono trovate le sue impronte. Non può mancare, come ogni eremo che si rispetti, il potere taumaturgico dell’acqua, durante il giorno di festa, che scaturisce dalla vicina fontana.

Dipinto di S. M. della Mazza all’interno della Chiesa madre di Pretoro, Sant’Andrea, dove in estate si ospita la statua dell’eremo (foto by David Giovannoli)
Fontana nei pressi dell’eremo (foto by David Giovannoli)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32

Eccellenza d’Abruzzo n. 46 – Navelli (AQ): il Borgo Medievale delle 14 Chiese

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 46° Eccellenza, , quella del comune di Navelli in provincia di L’Aquila e il suo antico Borgo Medievale delle 14 Chiese. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 259, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Il borgo di Navelli, uno dei castelli più antichi della diocesi Valvense, fu fondato dagli abitanti di vari villaggi, a causa del fenomeno dell’incastellamento e si sviluppò in epoca medievale (VIII-X sec.) per motivi strategici e difensivi, per riunire tutti i villaggi in un unico castello sito su di un colle, una fortezza con torre (trasformata in epoca rinascimentale in campanile della chiesa parrocchiale) dove potersi rifugiare in caso di pericolo, costruendo intorno ad essa le rispettive case. Da evidenziare alcune delle chiesette medievali che appartenevano ai citati villaggi, come la chiesa di S.Maria in Cerulis che anticamente faceva parte del “Vicus Incerulae” e al tempo dei Vestini era un tempio dedicato ad Ercole Giovio.

Navelli è storicamente un centro agricolo e pastorale conosciuto nel mondo per la produzione dello zafferano dell’Aquila DOP. L’”oro rosso” qui cresce sano e purissimo ma, anche se il più prezioso, non è l’unico prodotto che caratterizza il borgo, infatti sono da citare anche l’olio d’oliva, uno dei pochi extravergini della zona, le mandorle e i ceci, piccoli e saporiti, ma decisamente una delle cose più belle da vedere è lo storico borgo medievale con il suo centro antico che si aggrappa alla collina dove si erge in cime il palazzo baronale Santucci, ricavato dal castello predetto. La porzione est del borgo, attorno l’ex chiesa di San Giuseppe, è purtroppo in rovina per abbandono, anche se dopo il terremoto del 2009 si sono fatti progetti per il recupero, in parte andati in porto con il restauro delle chiese e di antiche case. Le case si caratterizzano per la muratura in pietra locale, attaccate le une alle altre, sfruttando l’orografia e le antiche mura medievali che sono state inglobate insieme alle porte, di cui rimangono i toponimi; caratteristici i supportici e gli angiporti, il tutto cinto da mura e rivolto ad oriente.

L’unica chiesa del centro era intitolata a S. Pelino, protettore del borgo, ma in seguito fu costruita la chiesa di San Sebastiano, sita al di sotto della fortezza, divenuto patrono in epoca rinascimentale, che godeva del titolo di arcipresbiterato (di cui godeva anche l’antica chiesa di S.Maria in Cerulis) . Le nuove abitazioni furono costruite all’altezza di una delle ville che concorsero alla fondazione del paese, la “Villa di Piceggia grande”, e in epoca rinascimentale si ampliarono fino alla “Villa di Piceggia piccola”. Ancora oggi il paese è suddiviso in due parti: una medievale chiamata “Spiagge grandi”, da Piceggia grande, e l’altra rinascimentale chiamata “Spiagge piccole”, da Piceggia piccola. Dopo il forte terremoto del 1456  il paese fu in parte ricostruito e sulle mura di cinta, spostate più a valle, nel seicento furono inglobati diversi palazzetti signorili che, restaurati dopo il terremoto del 1703, presero le tipiche caratteristiche del barocco, come il palazzo Onofri con annessa cappella gentilizia e una loggia, nella zona delle spiagge grandi al quale era annessa una delle cinque porte di accesso al paese “Porta Villotta” detta anche “Porta Sud”.

Secondo una tradizione, priva di un’attendibile documentazione, il nome del paese deriverebbe da Nava che vuol dire conca riflettendo la posizione geografica del paese, ma ancor più remota è la leggenda popolare secondo la quale il paese originariamente portava il nome di “Novelli“, poichè nato dall’unione di Nove ville: Villa del Plano, Villa della Piceggia (o Piaggia) Grande, Villa della Piceggia (o Piaggia) Piccola, Villa di S.Maria In Cerulis, Villa di Sant’Angelo, Villa di Turri, Villa dei Pagani, Villa del Colle e Villa di Santa Lucia. Secondo la leggenda gli abitanti dopo aver partecipato alle crociate in Terra Santa, per ricordarle, decisero di trasformare il nome del paese da Novelli a Navelli e di introdurre uno stemma civico per far rimanere duratura l’impresa nel tempo. Tale arma da principio era rappresentata da una “nave flottante sul mare, con un sinistrocherio di carnagione, uscente dalla prua della nave, impugnante l’asta di una croce latina movente dalla nave” con il motto “In Medio Mari Portum Teneo”  e in seguito fu rappresentata da  “una nave flottante sul mare, sostenente cinque banderuole, caricate di una croce in campo d’oro”  il tutto cimato da una corona Ducale con il motto “Navellorum Merito Coronata Fideltas”.  Questa leggenda è attendibile solo in parte perché nel 1092 in una Bolla del monastero di S.Benedetto in Perillis il paese è menzionato come “Navellum“, e non “Novellum”, e in quel periodo le crociate ancora non erano iniziate. Nel 1184 nel Catalogum Baronum viene citato Navellum, come castello di due Militi, che può far pensare che le prime abitazioni sul colle furono fatte erigere da due militi crociati. Infine negli antichi scritti rinvenuti le ville non risultano essere mai stati nove ma sei.

Altra eccellenza del borgo è la chiesa di Santa Maria in Cerulis edificata sulla zoccolatura del tempio romano dedicato ad Ercole, protettore dei pastori, che fa comprendere il ruolo primario della pastorizia nell’economia delle genti del territorio. Segni della dominazione longobarda si hanno nei nomi di alcuni luoghi, come ad esempio Civitaretenga, degenerazione di Civita di Ardenga. La conversione al cattolicesimo dei Longobardi, nel 680, permise la diffusione sul territorio delle Comunità monastiche, con l’Abruzzo cinto da monasteri che segnarono la storia dell’Italia Centrale e nel VI-VII sec. e la costruzione di chiese di campagna che ricoprirono un ruolo fondamentale per l’affermazione del potere monastico sul territorio e del potere ecclesiastico, essendo punto di contatto diretto con il popolo. Chiesa che con la sua diffusione capillare era diventata l’industria più importante del tempo, e con l’accentramento del potere economico nelle sue mani, ciò comportò la sottrazione di autorità ai signori e principi locali ai quali era demandato l’onere di garantire sicurezza e così attorno alle chiese di campagna si formarono piccoli insediamenti, dove si trasferirono le famiglie di contadini che prestavano la loro opera nei campi.

Il borgo di Navelli  inizia così a prendere forma nell’XI sec. con l’espansione di Piceggia Grande che si collocava sul sito oggi occupato dal Palazzo Baronale e dalla chiesa di San Sebastiano, scelta di questa villa non casuale perché era garantito l’approvvigionamento idrico, circostanza basilare in un territorio povero di acqua superficiale. Alla fondazione di Navelli concorsero determinate ville, ognuna delle quali aveva una chiesa al suo interno, i cui nomi si deducono dai Chronicon delle comunità monastiche del territorio, e, ad esempio, in quello Volturnense sono riportate: San Savino, attorno alla quale si è sviluppato Villa del Plano; San Pelino, appartenente a Villa di Piceggia (Piaggia) Grande; Santa Maria in Cerulis, arcipretale nella Villa omonima; San Angelo, Prepositura nella Villa omonima; Santa Maria di Lapide Vico, probabile chiesa di Santa Maria di Piedevico. L’abitato era cinto di mura sulle quali si aprivano due porte, la Porta di San Pelino che chiudeva la viabilità principale di accesso al borgo dalla piana, ed una porta ad occidente che doveva chiudere un percorso proveniente da Civitaretenga.

Il borgo tra l’XI e il XV sec. aveva un impianto urbano caratterizzato da case a schiera con la viabilità a pettine. I corpi di fabbrica, caratterizzati da una cellula base di matrice quasi quadrata delle dimensioni di 4/4,5 metri, erano a uno o due livelli con l’unità immobiliare ad un solo livello che poteva avere diverse funzioni, da bottega, stalla o abitazione. Altre importanti opere sono state la costruzione della chiesa di San Sebastiano sulle vestigia di San Pelino, infine sul tracciato murario si aprivano tre ingressi al borgo: Porta Santa Maria ad occidente, Porta Macello a sud-est e Porta Villotta, annessa al palazzo Onofri, ad oriente.

Numerose le chiese che si fa fatica anche ad elencare: iniziamo con la Chiesa della Madonna del Rosario, edificata nel settecento di forme barocche, la Chiesa cimiteriale di Santa Maria in Cerulis, in aperta campagna, simbolo dei tratturi abruzzesi, per la particolarità e la solennità dell’architettura. risalente al XI secolo sorta sulle rovine di un antico tempio dedicato a Hercules Iovius Cerere, in cui nel medioevo nei suoi sotterranei venivano sepolti i morti del paese e dove sono state trovate 45 mummie medievali in ottimo stato di conservazione; la Chiesa cimiteriale del Suffragio di epoca rinascimentale-barocco, l’Oratorio della confraternita del Gonfalon di epoca barocca, la Chiesa Parrocchiale di San Sebastiano del 1631 in stile tardo-barocco, la Chiesa della Madonna del Campo, dall’aspetto rinascimentale rurale esterno e interno neoclassico, la Chiesa di San Girolamo, piccolo lazzaretto per gli ammalati e ricovero di pellegrini che passavano lungo il Tratturo Magno, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del XV secolo in stile rinascimentale da non confondere con la chiesetta della Madonna delle Grazie in territorio di Civitaretenga. Tra le Chiese di Civitaretenga segnaliamo la Chiesa di Sant’Egidio del XII secolo, antica chiesa parrocchiale prima che fosse costruita l’attuale parrocchia di San Salvatore, la Chiesa di Sant’Antonio di Padova: in campagna, la Chiesa madre di San Salvatore del XII secolo, la Chiesa della Madonna dell’Arco in campagna verso la fonte vecchia, con gli altri altari dedicati alla Natività di Cristo e all’Annunziata e infine la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del XII secolo.

In questo straordinario borgo non potevano mancare innumerevoli architetture civili come il Palazzo Baronale Santucci fortificato del 1632, residenza dei feudatari di Navelli, il Palazzo Francesconi già Cappa già Mancini, palazzo seicentesco con annessa cappella gentilizia (San Pasquale), il Palazzo Piccioli già Marchi già Mancini di impianto seicentesco con annessa cappella gentilizia (San Gennaro e Rosario), il Palazzo Onofri del 1498 situato nella parte medievale del paese “Spiagge Grandi” ed annesso ad una delle cinque porte di accesso al paese, “Porta Villotta” detta anche “Porta Sud”, Villa Francesconi con cinque ingressi con cancelli in ferro battuto edificata nel 1752 il più grande e pregevole palazzo con pregevoli dipinti, lo scalone monumentale, la cappella gentilizia, un pregevole pozzo in pietra, un parco di quattro ettari, pregevoli decorazioni della facciata tra cui il cornicione monumentale e la finestra principale dove sono scolpiti i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria. Per le architetture militari si annoverano Porta San Pelino o Porta Nord, la più caratteristica delle porte di Navelli, medievale, con arco gotico ogivale; Porta Villotta o Porta Est, arco gotico attaccato alle mura; Porta Macello o Porta Sud; Porta Santa Maria o Porta Ovest e infine la Necropoli di Navelli del II-I secolo a.C., sita presso l’area cimiteriale di Santa Maria in Cerulis,

Molto interessante e da visitare il borgo di Civitaretenga, anticamente chiamata “Civitas Ardingae”, sita dove sorgeva l’antica città vestina di Cincilia distrutta dal console Giunio Bruto Sceva verso l’anno 430 di Roma, risorto intorno al IX secolo assieme a quello di Navelli, sopra un colle per evitare saccheggi di popolazioni barbare come i Saraceni e Ungheri, che per la sua posizione impervia, ha conservato il suo aspetto originale,  fiorendo nell’arte della marcatura grazie agli ebrei, che ebbero concessioni dai reali di Napoli Ladislao di Durazzo e Giovanna II di Napoli, beneficiando della coltivazione dello zafferano di Navelli. La struttura del paese è dominata dal borgo fortificato, chiamato castello, per differenziarlo dal sobborgo del Ghetto, che sorge attorno la chiesa madre. Nel centro storico riveste particolare interesse l’attuale Via Guidea.

Anticamente (dal 1200 D.C. fino al 1500) questa strada portava il nome di via Giudea a testimonianza della presenza di un ghetto ebraico, percorso coperto, realizzato con un’articolata sequenza di archi di sostegno delle abitazioni sovrastanti, che porta nel cuore dell’antico quartiere ebraico, fino alla Piazza Giudea, quello che dai civitaresi viene chiamato “ju buch” (il buco) o ru busc“per la sua conformazione angusta e stretta, con un’architettura originale e molto articolata. Il ghetto era piccolo e raccolto intorno alla Sinagoga, ancora oggi è un luogo intriso di fascino.

Il borgo ha un’interessante presenza ebraica già dal XII secolo nel quartiere della parrocchia di San Salvatore, con la sinagoga presso il palazzo Perelli, che la ingloba come cappella palatina, modificando simboli cabalistici con il Trigramma di Cristo, con il Ghetto ebraico in cui si trova il nucleo più storico distinto in due zone, quella del castello e l’altra del cosiddetto ghetto, caratterizzato da brevi e stretti vicoletti, risalente al periodo tra il XII ed il XV secolo, di cui molte tracce sono andate perse nei tentativi successivi di eliminarne la presenza, coprendo gli stipiti contraddistinti da simboli giudaici con simboli cristiani, in particolare con il simbolo di S. Bernardino da Siena, il cristogramma IHS.

Navelli, un borgo dotato di una bellezza rara e unica, incredibile e affascinante, paese dell’”oro rosso”, con una storia millenaria e straordinaria, forse il più ricco di chiese nell’intero panorama abruzzese e non solo. Appello agli abruzzesi, spero pochi, che non lo hanno ancora conosciuto, non indugiate perché deve essere scoperto e visitato immediatamente … prima che sia troppo tardi 😊.

Fonti:

Foto: by Abruzzomania

https://it.wikipedia.org/wiki/Navelli

https://comune.navelli.aq.it/

www.regione.abruzzo.it

http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/laquila/navelli.htm

www.storianavelli.it

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°2 – San Giovannino a Serramonacesca

Continua il nostro viaggio nell’Abruzzo terra degli Eremi, proseguiendo il cammino sulla montagna madre della Majella. Custodi dell’Eterno che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con il Silenzio, dove è tutt’ora possibile recarsi per dare tregua all’irrefrenabile scorrere del tempo. Luoghi, proprio per questo motivo, non sempre accessibili a tutti o visibili ad occhi superficiali.  Memoria della storia di un popolo e delle espressioni culturali con le quali si esprimevano gli abitanti dei vicini paesi.

Gole dell’Alento dove è situato l’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Il nostro secondo incontro alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari continua a Serramonacesca con quello che veniva chiamato Eremo di San Giovannino, “San Giuannelle” in dialetto locale, e le adiacenti Tombe Rupestri nei pressi dell’Abbazia di San Liberatore a Maiella

Scalini d’ingresso all’Eremo di San Giovannino (foto by David Giovannoli)

Dedicato ad uno dei primi e più grandi anacoreti della storia, San Giovanni Battista, asceta del deserto che vestiva di soli pelli di cammello, grande profeta, predicatore e precursore di Gesù, modello per molti altri successivi eremiti della storia. L’evento più importante della sua vita fu l’episodio in cui battezzò il Messia lungo il Fiume Giordano. Per questo i luoghi di culto a lui dedicati, come molti altri eremi in suo nome presenti in Abruzzo, sono quasi sempre edificati lungo le sponde dei fiumi, dei torrenti, delle sorgenti o delle cascate.

Eremo di San Giovannino e Tombe Rupestri con l’evidente fisionomia di un teschio (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.1 (foto by David Giovannoli)
Tomba rupestre n.2 (foto by David Giovannoli)

Si ritiene che l’eremo sia stato fondato da alcuni anacoreti che hanno preceduto i Monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Nelle adiacenze del sito sono ancora visibili, sulla parete rocciosa, alcune Tombe Rupestri le quali, nel loro complesso, riproducono straordinariamente la fisionomia di un teschio, quasi a voler ricordare ai passanti che, alla fine, tutti dovremo fare i conti con il nostro limite temporale e, di conseguenza, sarebbe meglio cercare di condurre una vita esemplare.

Abbazia di San Liberatore (foto by David Giovannoli)

A colpire non è la struttura dell’eremo, costituito da una cappellina molto semplice ricavata nella roccia, ma lo straordinario e suggestivo scenario naturale nel quale è immerso, quello delle Gole dell’Alento.

Tratto del torrente Alento n.1 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.2 (foto by Germana Di Rino)
Tratto del torrente Alento n.3 (foto by David Giovannoli)

Privo di mura esterne presenta, ai lati, una piccola vasca di raccoglimento dell’acqua che stilla dalla parete rocciosa, la quale aveva la funzione di acquasantiera, e una tomba che, con molta probabilità, sarà appartenuta alla guida spirituale degli eremiti che vi abitavano. Al centro un piccolo incavo nel quale erano stati realizzati affreschi, purtroppo perduti, e dove era riposta la statua raffigurante San Giovanni Battista con le sembianze giovanili, anch’essa scomparsa, motivo per cui i serresi soprannominavano il luogo “San Giuannelle”, San Giovannino.

Vasca acquasantiera e nicchia dove era riposta la statua di San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)
Tomba all’interno della cappella dedicata a San Giovannino (foto by I Luoghi del Silenzio)

Il sentiero percorribile per arrivare in questo luogo di culto rupestre conduce anche alle alla Torre di Polegra dove poter ammirare un panorama mozzafiato sulle Gole.

Vista della Valle dell’Alento dalla Torre di Polegra (foto by Valerio Abbonizio)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo, purtroppo, non si ripetono più da diverso tempo. Si possono solo dedurre per ipotesi, osservando ciò che avviene in luoghi analoghi. Poco prima dello spuntare del sole del 24 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza di San Giovanni, gli abitanti dei paesini abruzzesi usano ancora recarsi presso i fiumi o al mare per bagnarsi con l’acqua che, dalla mezzanotte allo spuntare del sole, si ritiene assuma proprietà taumaturgiche e purificatrici.

Bagno nel torrente dell’Alento (foto by David Giovannoli)

Questo è anche il giorno del Solstizio d’Estate, giorno in cui il sole, giunto al punto massimo di declinazione, comincia la fase di decrescita e la luce solare delle giornate si avvia gradualmente ad attenuare fino all’arrivo del Natale, periodo in cui ricomincerà di nuovo a crescere. Momento dell’anno ritenuto sacro già precedentemente ma che con il cristianesimo raggiunse un valore profondo. L’azione del sole è facilmente assimilabile, infatti, a quella del Battista che, dopo aver battezzato Gesù, si “ritirò” per fargli spazio. La religiosità popolare ha da sempre creduto, quindi, che in questo giorno le acque riacquistassero le stesse valenze di quelle del battesimo con la capacità di curare e purificare, questa volta, non solo l’anima ma anche il corpo. È molto probabile che lo stesso rituale sia stato praticato, in passato, anche qui. Ciò che è certo, però, così come testimoniano ancora i più anziani, è che all’alba del 24 Giugno di ogni anno essi usavano recarsi sul pianoro dei monti che sovrasta il paese, e che si affaccia sull’Adriatico, per assistere allo strano fenomeno del sole che, nel sorgere, l’immaginario popolare vedeva “lavarsi nel mare”. Come se San Giovanni, ogni anno, battezzasse nuovamente Cristo, il sole per eccellenza. E nella cui sfera solare affermavano anche di vedere il profilo del volto del santo che li avrebbe aiutati a predire l’annata: se il suo volto nel sole, nell’uscire, era tendente al chiaro, l’anno sarebbe stato buono, tendente allo scuro avrebbe annunciato cattivo presagio.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014
  • Finamore Gennaro, Credenze Usi e Costumi abruzzesi, Adelmo Polla editore, L’Aquila, 1998, ristampa anastatica del 1890

Eccellenza d’Abruzzo n. 45 – Lama dei Peligni (CH): le Grotte del Cavallone

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 45° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Lama dei Peligni in provincia di Chieti, le Grotte del Cavallone. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 260, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Lama dei Peligni è un piccolo borgo montano che sorge alle falde della Majella orientale. Ai suoi piedi scorre nell’omonima valle il fiume Aventino e nel suo territorio, nella Valle di Taranta, nel cuore del Parco nazionale della Majella, ricadono le famose Grotte del Cavallone, poste a quota 1475 metri s.l.m., situate al confine tra Lama dei PeligniTaranta Peligna che, oltre all’interesse speleologico e alle sue bellezze, hanno il primato di essere la grotta naturale di interesse turistico visitabile più alta d’Europa e perché il poeta Gabriele D’Annunzio vi ha ambientato la tragedia ”La figlia di Iorio”.”

“Il percorso nel loro interno si snoda nelle viscere della montagna per oltre un chilometro attraverso ambienti di straordinaria bellezza in grado di suscitare forti emozioni. E’ possibile ammirare un grande numero di stalattiti e stalagmiti ed intuire la potenza delle acque che ha prodotto la cavità. Le visite si effettuano con una guida, in gruppi ed hanno la durata di circa un’ora. La temperatura al suo interno è di 10° C ed è costante durante tutto l’anno e l’umidità raggiunge in alcuni punti il 90%. Muniti di scarpe chiuse e di una giacca impermeabile, la visita in Grotta dura circa un’ora. ”

“Le grotte del Cavallone sono note sin dal XVII secolo come testimoniato da alcune incisioni presenti sul “sasso dei nomi antichi”. La prima esplorazione documentata risale al 1704, ma bisognerà attendere il 1893 per l’avvio dei lavori finalizzati alla valorizzazione turistica della grotta. In quegli anni furono realizzate un’ardita rampa di accesso scavata nella roccia, scale in legno all’interno (ancora visibili) e organizzato un servizio guide. Le grotte si raggiungevano a piedi o con i muli e la discesa a volte veniva effettuata con le tregge (grandi slitte utilizzate per il trasporto della legna). Tra gli illustri visitatori si ricorda il pittore Francesco Paolo Michetti, che ispirandosi alla sala d’ingresso realizzò la scenografia del secondo atto della tragedia dannunziana “La figlia di Iorio”. Da allora fu chiamata anche Grotta della Figlia di Iorio, con le sue sale ed alcune concrezioni che portano ancora oggi i nomi dei personaggi della famosa tragedia. Durante l’ultima guerra mondiale fu utilizzata come rifugio dalle popolazioni locali.”

“Per godersi pienamente l’esperienza è necessario soffermarsi anche sul percorso e non solo sulla sua meta, che consente di vivere sensazioni che permettono di rendere questo viaggio unico e la funivia è parte fondamentale della scoperta delle Grotte del Cavallone e del mondo montano ad alta quota. Suggestivo è il lento avvicinamento all’entrata della Grotta. I tempi ed i sensi iniziano a dilatarsi lungo il tragitto e man mano che ci si avvicina alla montagna se ne iniziano ad assaporare i particolari. La stazione di partenza della funivia, in Località Pian di Valle, lungo la S.S. Frentana, è a 750 metri s.l.m ed arriva a quota 1300 s.l.m., viaggiando lentamente lungo il Vallone di Taranta Peligna. Il percorso durerà circa venti minuti e poi altri dieci a piedi per raggiungere l’entrata della Grotta. La funivia è una “cestovia“. Ne rimangono attive solo quaranta e nel giro di pochi anni scompariranno. Le cestovie son dei veri e propri cestini che, in coppia, ti permettono di attraversare il Vallone di Taranta e di fare ingresso, con riverente lentezza, ai piedi della salita alla Grotta, scavata nella roccia nel 1894.

Si resterà affascinati dalla potenza della Montagna Madre, dalla grandezza e della libertà dei rapaci che la sorvolano, dai colori del cielo e della forma delle nuvole. La cestovia fu costruita nel 1978, dopo un lungo dibattito sul suo impatto ambientale e per favorire lo sviluppo turistico della Grotta del Cavallone. Prima della sua costruzione si accompagnavano i visitatori lungo il vallone di Taranta grazie alla costante presenza dei muli ed all’uso della “treggia“, una speciale slitta che veniva usata principalmente per il trasporto di legname e che veniva portata a spalla fino al limite di vegetazione della grotta. Veniva usata poi per la discesa, in due, lungo la pista ghiaiosa che funge da linea di massima pendenza della Valle di Taranta fino alla Strada Frentana.”

“Scesi dalla cestovia ecco l’entrata della Grotta come un occhio di cavallo incastonato nella parete rocciosa dalle forme che ricordano il suo muso. Da questo richiamo sembra derivi il nome Cavallone, mentre altri sostengono che Cavallone derivi dal nome della Valle, un tempo chiamata Valle Cavallo. Il percorso visitabile è di 1360 metri restando esterrefatti vedendo “prosciutti appesi, la Torre di Pisa, la Foresta Incantata, il paesaggio lunare” e la forza e la magia delle creazioni alle quali l’acqua dona vita nuova. Per accedere al suggestivo atrio di entrata della Grotta ci sono circa 300 scalini, scavati nella roccia da abili scalpellini (prima del 1894 vi si accedeva tramite delle corde stese dall’alto!). Dal Belvedere, posto di fronte all’ingresso di questo suggestivo monumento sotterraneo nel cuore della Maiella, si può indirizzare lo sguardo lontano, alla valle, alle vette, ai giochi delle rocce e dei colori. La Grotta del Cavallone, di origine carsica, si sviluppa per più di due chilometri; si divide in una galleria principale e tre diramazioni secondarie.

“Inoltrandosi nella cavità, a pochi passi dall’atrio, ci si trova all’ingresso della Galleria della Devastazione, dove il caos del tempo ha il sopravvento sull’armonia delle forme e dell’immaginazione. Proseguendo per la strada principale si giunge alla Sala di Aligi, dove si ha la prima consapevolezza del lavoro costante dell’acqua, sintomo di creazione e di vita, una vera e propria cascata di pietra! È l’acqua la vera protagonista del viaggio all’interno di questo meraviglioso ed unico mondo sotterraneo, regista di forme, creatrice di pozzi, gallerie, laghetti sotterranei; acqua madre di stalattiti e stalagmiti. Alla fine della Sala di Aligi incontriamo le Sentinelle, formazioni di stalattiti e stalagmiti che ci introducono nella Galleria principale. Da qui è tutto un susseguirsi di formazioni calcaree e di giochi di fantasia sulle forme createsi dove troviamo la Sala di Budda, la Sala degli Elefanti, le Teste d’Indiani, la Sala delle Statue, la Sala dei Prosciutti e la Sala delle Campane, per poi scoprire pozzi, laghi e giochi di forme. Si presume che i primi a scoprire l’esistenza della Grotta del Cavallone siano stati i pastori che numerosi popolavano la Majella per gran parte dell’anno con i propri greggi. Purtroppo però non esistono testimonianze certe.”

“E’ datata 1666 la prima traccia di un’esplorazione, incisa nel Sasso dei nomi antichi, insieme ad altre iscrizioni, all’ingresso della Grotta. Nel 1704 il medico Jacinto de Simonibus e D.A. Franceschelli effettuarono una più accurata esplorazione delle Grotte del Cavallone e del Bove. Ne siamo a conoscenza grazie ai vari riferimenti degli esploratori successivi perché nel manoscritto originario e nel rilievo su pergamena se ne sono perse le tracce. Nel 1705 il fisico napoletano Felice Stocchetti la cita in una sua opera a stampa, come Francesco Cicconi (1759). Ma non fu la stampa il mezzo con il quale si diffuse la notizia dell’esistenza di questa meravigliosa grotta, bensì la tradizione orale della gente del posto ed i cantastorie. Si arriva al 1831 quando il naturalista napoletano Michele Tenore tentò l’esplorazione della Grotta ma fu scoraggiato dalla mancanza di scale per superare i tratti più ardui, ma visitò invece la Grotta del Bove, di più facile accesso. Nel 1865, per caso, un pastore tarantolese, Matteo Ciavarra, per recuperare una capra inerpicata sui monti, si ritrovò di fronte all’ingresso della grotta e questo fu l’inizio di una nuova era esplorativa che permise di riportare in auge l’interesse per la cavità. Il Dr. Egidio Rinaldi, successivamente, si spinse ad un’esplorazione più approfondita della cavità spingendosi sicuramente oltre l’angusta parete in discesa della Bolgia Dantesca. Nel 1893 il cancelliere di Pretura Alessandro De Lucia, grazie all’utilizzo di corde e scale ed all’aiuto di un coraggioso contadino e di due minatori, riuscì a scendere lungo il Pozzo senza fine e successivamente insieme a 46 cittadini di Lama dei Peligni e Taranta Peligna, diede vita alla Società delle Grotte del Cavallone e del Bove, con l’intento di valorizzarne il loro valore turistico.

La Società realizzò una scalinata di entrata nella cavità incisa nella roccia, inserì delle scale di legno per facilitare i passaggi più difficili al suo interno e organizzò un servizio di guide. Nel 1907 lo speleologo Vittorio Bertarelli effettuò una minuziosa ricognizione della cavità e ne stimò le dimensioni e al 1912 risale la prima ricerca esplorativa con intenti scientifici con il geologo e spelelologo De Gasperi che effettuò le prime ricerche geomorfologiche e produsse la reale, per dimensioni, planimetria della grotta. Nel 1913, l’archeologo Ugo Rellini effettuò diverse ricerche paleontologiche all’interno della cavità, fino ad arrivare al 1948 con le ricerche ferme, sia a causa delle due Guerre che di dispute interne alla Società delle Grotte. Da qui si susseguirono numerose campagne speleologiche e di studio geomorfologico della cavità. Nel 1949, nel corso del Congresso nazionale di Speleologia di Chieti, la Grotta del Cavallone fu fatta visitare  e ciò indusse a richiamare l’interesse anche di studiosi stranieri tra le quali la spedizione dell’Università di Oxford con F. H. Witehead, Michael Holland, David Russel e il giovane Mario Di Fabrizio scopritori della Galleria dei Laghi. Tra il 1950 e 1960 ci fu un nuovo impulso alle esplorazioni grazie al CAI Bolognese e CAI Chietino e tra il 1961 e 1962 il gruppo speleologico URRI di Roma rileva la cavità complementare e supera brillantemente alcuni ardui passaggi (lo pseudo sifone, dove si arrestarono le esplorazioni precedenti, un sifone ed il pozzo senza fine), inoltre, insieme a Domenico Di Marco, diede vita alla toponomastica ufficiale della Grotta. La storia delle ricerche finisce nel 1987 con Giovanni Piazza e Luigi Centobene, dello Speloclub di Chieti, che scoprirono la Galleria dei Laghi, superando il sifone fino ad allora inviolato.”

“Le Grotte del Cavallone e del Bove furono utilizzate come rifugio dagli abitanti di Taranta Peligna durante la II Guerra mondiale. Nell’autunno del 1943 il fronte bellico si era immobilizzato lungo la linea Gustav. Le truppe tedesche, per rappresaglia, si insinuarono nei piccoli paesini dell’area minando sistematicamente l’abitato. Taranta Peligna fu completamente distrutta e molte famiglie furono costrette a cercar rifugio e nascondiglio altrove, con molti che si rifugiarono nelle grotte e vi rimasero per oltre un mese (novembre 1943–febbraio 1944). I racconti degli anziani rifugiati ci permettono di riportare in luce qualche particolare in più: la grotta, avendo una temperatura costante di 10 gradi, fu preziosa per sopravvivere alle temperature rigide dell’inverno imminente in alta quota; gli sfollati portarono con loro alcuni animali, in maggioranza pecore, con i quali si cibarono; le donne ed i bambini si rifugiarono all’interno, nella Sala di Aligi, che ancora porta i segni di quel lungo mese, mentre gli uomini, in maggioranza, si rifugiarono nella Grotta del Bove, a pochi passi da quella del Cavallone”

“Grazie alla costituzione della Società delle Grotte del Cavallone e del Bue nel 1894, iniziò la valorizzazione della cavità sul piano turistico. Si cercò di facilitarne l’accesso, che precedentemente avveniva con delle corde stese dall’alto, scavando un sentiero di accesso dal basso nella roccia; in seguito, all’interno della Grotta, vennero costruite delle scale di legno, oggi ancora visibili, che permise di superare i punti di camminamento più difficili. Si organizzò anche un servizio di guide. La prima guida riconosciuta fu Giuseppe Rinaldi che con grande passione accompagnò i visitatori e gli esploratori fino al 1938. Si istituì un servizio di cavalcature e tregge per facilitare la salita da Pian di Valle lungo la Valle di Taranta fino all’accesso della Grotta.”

Le guide

“Il 1923 segnò l’inizio di un periodo di disinteresse ed abbandono del processo in crescita di valorizzazione turistica. La Società delle Grotte del Cavallone e del Bue, al termine del suo mandato, si sciolse ed iniziarono forti contrasti proprietari tra il Comune di Taranta Peligna e quello di Lama dei Peligni. Nel 1937, il Comitato Regionale per il Turismo e l’Istituto Nazionale di Speleologia produssero vari documenti per suggerire la strada verso la valorizzazione turistica della grotta. Per circa due anni, iniziarono, così, a rimettersi in moto delle gite organizzate con servizi di autobus per incentivare le visite. Purtroppo la Guerra e la difficoltà di salita alla grotta misero un repentino punto allo sviluppo crescente.”

“Le varie esplorazioni del dopoguerra e le nuove scoperte scientifiche riportarono in auge l’interesse per questa meraviglia della natura. Iniziarono ad essere presentati dei progetti per facilitare la salita lungo la Valle di Taranta, sia stradali, sia con impianti a fune. Molte furono le controversie ed i dibattiti sull’impatto ambientale e paesaggistico sino ad arrivare, nel 1978, alla costruzione di una comoda funivia (come recita il depliant del tempo) che conduce dalla Località Pian di Valle, fino a quota 1388 s.l.m. percorrendo il lungo Vallone. La costruzione della funivia fu fondamentale per la crescita turistica della Grotta del Cavallone. Oggi, i Comuni di Taranta Peligna e Lama dei Peligni collaborano assiduamente per la valorizzazione e la conservazione della grotta e l’accoglienza turistica. Sempre più esteso è diventato il periodo in cui la grotta è visitabile (oltre i 100 giorni all’anno) e molti dei giovani di Taranta e Lama contribuiscono al funzionamento della funivia, alla gestione delle visite guidate in grotta ed all’erogazione del servizio di ristorazione.”

Noi di Abruzzomania abbiamo attribuito la Grotta del Cavallone a Lama dei Peligni, pur consapevoli del fatto che è sita anche sul territorio del comune di Taranta Peligna su cui ricadono gli impianti di risalita e l’ingresso, ma la nostra missione ci obbliga ad attribuire un’eccellenza ad ognuno dei 305 comuni d’Abruzzo e quindi abbiamo optato per assegnare quella delle grotte a Lama dei Peligni semplicemente perché queste ricadono fisicamente nel suo territorio comunale, ma state pur certi che quando parleremo dell’eccellenza del comune di Taranta Peligna, sicuramente non dimenticheremo di citare l’appartenenza di questo comune alla gestione e diciamo così alla “comproprietà” di questa meraviglia della natura.

Fonti:

Foto by Abruzzomania

http://www.comunelamadeipeligni.it/turismo/

http://www.grottedelcavallone.it/

Eremi della Maiella e loro Tradizioni n°1 – Sant’Onofrio a Serramonacesca

L’Abruzzo è la regione con la concentrazione di Eremi, per densità sul territorio, più alta del mondo, preceduto solo dal Tibet e dalla Cappadocia. Questo grazie alla conformazione e all’energia spirituale che trasmettono i luoghi naturali incontaminati tra le sue montagne. Porte del Silenzio in cui poter ancora oggi entrare. Tracce di una storia plurimillenaria che, a volte, trae le sue origini molto prima dell’arrivo del cristianesimo e che è ancora possibile leggere tra le sue mura. Custodi di gesti e riti che si ripetono, ormai da millenni, dagli abitanti dei vicini paesi.

Eremo di Sant’Onofrio (foto by David Giovannoli)

Il nostro primo viaggio alla scoperta degli eremi d’Abruzzo e delle tradizioni popolari comincia con l’Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca situato sui monti della Maiella.

Ingresso dell’Eremo di Sant’Onofrio

Dedicato all’anacoreta Sant’Onofrio, il cui nome significa “Colui che è sempre felice”, il quale nonostante fosse figlio del re di Persia decise di vivere in eremitaggio come monaco copto nel deserto d’Egitto. Secondo la leggenda egli sarebbe sopravvissuto grazie al latte di una capra, e alla sua morte sarebbe stato sepolto tra le rocce dal suo discepolo Panunzio, il quale mise per iscritto la sua biografia, che si fece aiutare da due leoni. Sant’Onofrio suscita subito grande curiosità, agli occhi di chi lo guarda, perché rappresentato nudo, senza vestiti e unicamente ricoperto dalla lunghissima barba e dai capelli che scendono fino alle ginocchia. A ricordo, della vita semplice e di assoluta povertà che aveva scelto di seguire.

Interno dell’Eremo e statua di Sant’Onofrio (foto by David Giovannoli)

L’eremo fu fondato dai monaci benedettini della vicina e splendida Abbazia di San Liberatore a Maiella. Pare abbastanza improbabile che il Santo fosse potuto arrivare fino all’Abruzzo. Vi si recavano a vivere in solitudine per il periodo di tempo necessario alla loro ascesi spirituale, nel quale era imprescindibile privarsi di ogni bene materiale e rimanere in assoluta compagnia del Silenzio.

Abbazia di San Liberatore a Maiella (foto by pescaranews.net)

Inizialmente la struttura era costituita da una semplice grotta ma, con i secoli, e grazie alla forte devozione popolare degli abitanti di Serramonacesca, probabilmente per uno degli eremiti che la abitava, si è evoluta in ciò che vediamo oggi: una piccola chiesetta, semplice ma di grande suggestione, incastonata al di sotto di un’imponente rupe.

La rupe sovrastante l’eremo di Sant’Onofrio, vista dal basso (foto by David Giovannoli)

Le sue mura sono state erette come se volesse conservare dalle intemperie il ricovero nel quale si rifugiavano i suoi primi eremiti. All’interno sono situate una piccola cappellina, dove poter celebrare le funzioni religiose, e la statua del Santo. Il romitorio produce una grande suggestività ma a renderlo unico è un’altra particolarità. Ai lati dell’altare, infatti, appoggiato alla parete rocciosa, due entrate permettono l’accesso all’interno delle viscere della montagna. Nella parte più esterna si trova una stanza modellata nella roccia da cui è stata ricavata una celletta composta da un giaciglio dove riposavano gli eremiti, la cosiddetta “Culla di Sant’Onofrio“.

Culla di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

Dalla stanza si procede a dei profondi cunicoli ancora da esplorare, di cui si riesce a scrutare l’ingresso, e che gli anziani del paese affermano siano in grado di condurre al vicino Castel Menardo, la rocca di cui ancora si possono ammirare i resti.

Castel Menardo (foto by icastelli.it)

I riti della religiosità popolare sorti in questo luogo continuano a perpetrarsi a distanza di secoli. La sera della vigilia del 12 Giugno di ogni anno, infatti, giorno della ricorrenza del Santo anacoreta, i serresi accendono in suo onore le luci di una croce posta sulla cima del monte nei pressi dell’eremo, il cosiddetto “Fuoco di Sant’Onofrio“, visibile da tutto il paese. In passato venivano aizzati fuochi reali a ridosso della grotta. La mattina a seguire si dirama la processione dei devoti che dalle case muovono verso il romitorio per celebrare la messa, passando per il sentiero dove lo stesso Onofrio, secondo la tradizione popolare, avrebbe lasciato le sue impronte ancora oggi visibilmente impresse sulla pietra. A seguito, i fedeli si mettono in coda per eseguire il rituale dello strofinamento sulla “Culla di Sant’Onofrio“, nel quale la religiosità popolare vuole abbia dormito il santo e sul quale ancora oggi ci si sdraia per ottenere benefici contro i dolori lombari, i dolori alla pancia e le febbri ostinate.

Strofinamento Rituale (foto by Paolo D’Intino)

Non può mancare l’approvvigionamento all’acqua della “Fontana di Sant’Onofrio” che scaturisce nei pressi dell’eremo, anch’essa, con proprietà taumaturgiche. Prima di riscendere in paese per la processione di un’altra statua del santo conservata, stavolta, nella chiesa madre, è solito concludere con una conviviale colazione. In questo giorno è di rito anche la vendita, in paese, del formaggio dei pastori.

Fontana di Sant’Onofrio (foto by Paolo D’Intino)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Micati Edoardo, Eremi e luoghi di culto rupestri della Majella e del Morrone, CARSA Edizioni, Pescara 1990, pp. 81-85
  • Tavano Giovanni, Eremi d’Abruzzo: guida ai luoghi di culto rupestri, CARSA Edizioni, Pescara, 2007, pp. 30-32
  • Nicolai Maria Concetta, Abruzzo 150 Antiche Feste, Edizioni Menabò, Ortona, 2014

Eccellenza d’Abruzzo n. 44 – Città Sant’Angelo (PE): antico Borgo dell’Angelo

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 44° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara, il Borgo dell’Angelo. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 261, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Posta sul suo belvedere naturale di dolci colline Città Sant’Angelo è un lascito dei Longobardi da cui viene il culto dell’angelo. Le sue origini sono incerte ed hanno costituito sempre motivo di discussione storica: probabilmente i primi a creare un insediamento sul colle furono i Vestini, ma il primo atto ufficiale reperito, dove si parla del comune, menziona di una concessione da parte dell’imperatore Ludovico II che accorda un privilegio al Monastero di Casauria sul luogo chiamato “CIVITATE S. ANGELI” dove si trovavano un castello ed un porto ed è datato 13 ottobre 875. I numerosi ritrovamenti archeologici, decisamente più antichi, tra la foce del Piomba e quella del Saline, e la presenza di piccoli aggregati urbani in corrispondenza della località oggi denominata Marina di Città Sant’Angelo fanno risalire le origini della città al periodo romano, quando Angulum (gli abitanti conservano ancora il nome di “angolani”) viene nominata da Plinio il Vecchio nella sua descrizione delle terre vestine nel libro Naturalis Historia (libro II 12.106), ma non è da escludere l’ipotesi di qualche storico che la Angulum citata fosse invece la vicina Spoltore.

È da ipotizzare che la prima isola abitativa, edificata tra il secolo VIII ed il IX nella parte più alta del colle (l’attuale rione Casale) sia stata consolidata ad opera di una colonia longobarda, che realizzò una efficace fortificazione del luogo, munendolo di una cinta muraria ed emancipandolo così, da semplice borgo (Casale) che doveva essere, a Castrum (configurazione urbanistica perimetrata da mura difensive), come risulta da successivi rimandi documentali. Ad avvalorare una simile supposizione intervengono l’esame delle superstiti cortine murarie che ancora cingono una parte del vecchio convento di Sant’Agostino, la devozione all’Arcangelo Michele, protettore ab antiquo della nostra città, culto introdotto e diffuso nell’Italia meridionale proprio dai Longobardi, infine la persistenza del toponimo Grottone che ancor oggi denomina la via d’accesso al Casale ed induce la congettura sulla probabile esistenza in loco di una grotta ed è noto come i Longobardi, pur convertiti al cristianesimo, per un residuo dei loro rituali pagani, connettessero la devozione per l’Arcangelo Guerriero alle grotte naturali ed alle acque sorgive. Si può quindi affermare che il culto dell’angelo, che sarebbe stato portato dai Longobardi, ha dato nome al luogo.

Possiamo affermare che l’origine dell’odierna Città Sant’Angelo si fa risalire al periodo compreso tra il 1240 e il 1300, come appare dall’impianto medievale del tessuto urbano, e come si evidenzia dalle fonti che riferiscono della distruzione di Civita Sancti Angeli nel 1239 per mano di Boemondo Pissono, il “giustiziere d’Abruzzo”. Punita dall’imperatore Federico II di Svevia per essersi alleata con la nemica chiesa, ottiene dallo stesso, l’anno dopo, di essere ricostruita, cosa che avviene nel nucleo fortificato a semicerchio, delimitato dalle attuali strade Castello e Minerva e dalle vie del Ghetto e del Grottone. L’attuale impianto “a fuso” di Città Sant’Angelo deriva dalla successiva espansione che si ottiene nel 1600 e 1700, con la costruzione dei palazzi gentilizi della borghesia agraria e con l’aggregazione dei nuclei abitativi preesistenti. Si determina così l’attuale centro storico, attraversato da un lungo corso, a sua volta intersecato, a destra e a sinistra, da una serie di stradine e vicoli racchiusi entro la cinta muraria e le porte parzialmente conservate. La struttura urbanistica con pianta a spina di pesce è chiaramente medievale, come appare dalla serie di stradine (chiamate “ruve”, rue) intersecanti il lungo corso che taglia in due il centro storico.

Città Sant’Angelo, dove si conserva una magia altrove perduta e dove il culto dell’angelo potrebbe avere qualcosa del poeta e scrittore Rilke per il quale l’angelo non ha nulla a che vedere con la figura tradizionale cristiana del medesimo, ma ne trae solamente gli attributi come Bellezza e Grandezza, che intende come superiorità e positività. Risonanze angeliche intravediamo nel colore dorato dei mattoni in controcanto alla pietra bianca, nella calda tonalità bruna che le facciate di chiese e palazzi assumono al tramonto, negli ombrosi vicoletti dove si spinge l’aria di mare. La prima emergenza architettonica che si incontra all’ingresso del nucleo antico, sullo sfondo dei giardini comunali, è la chiesa di Sant’Antonio, a navata unica con pareti ornate da stucchi barocchi. Uscendo nella villa Comunale, si nota una cisterna del 1886, che regge gran parte del giardino e si arriva alla chiesa di San Michele Arcangelo, uno dei più importanti monumenti dell’architettura abruzzese, edificata su un precedente edificio del IX secolo nel 1200 nella zona iniziale del centro storico, elevata al rango di Collegiata dal 1353, il monumento simbolo di Città Sant’Angelo è costituita da due navate e completata da un pregevole porticato, diviso in due atri coperti tra i quali si innesta l’ampia gradinata di accesso che conduce all’artistico portale, realizzato nel 1326 dallo scultore di Atri Raimondo di Poggio.

L’interno è di stile barocco, con soffitto a cassettoni lignei del 1911 e affreschi trecenteschi di ottima fattura, attribuiti al Maestro di Offida. Vi sono ammirabili pregevoli tesori come l’imponente statua in legno policromo di San Michele del XIV secolo, la statua in terracotta policroma della Madonna delle Grazie del XIV secolo del Maestro di Fossa, il sarcofago quattrocentesco del Vescovo Amico Buonamicizia del 1457 e un prezioso coro ligneo intagliato con leggio dell’ebanista angolano Giuseppe Monti nel XVII secolo. Tra le varie tele presenti da citare la restaurata “Madonna della Purità e Santi” (2,10 x 3,10 mt) del 1611 del pittore ortonese Tommaso Alessandrino (1570 c.a. – Ortona 1640). Simbolo del primato della chiesa sul civile si innalza per 47 metri la grande torre campanaria, datata 1425 e costruita ad opera di maestranze napoletane.

Meritano poi attenzione i palazzi Di Giampietro, con cortile medievale ad ordini sovrapposti, Colamico, Sozj, Ursini, con elegante facciata, e Coppa Zuccari, la chiesa di San Francesco, inserita in un più vasto complesso architettonico, il cui adiacente convento di San Francesco dei padri Basiliani dal 1327 fu invece fondato nella seconda metà del XIII secolo, in seguito alla ricostruzione della città avvenuta nel 1240 e dopo la sua soppressione, nel 1809 divenne sede comunale dal 1809 e racchiude il prezioso chiostro restaurato con il meraviglioso portale trecentesco, opera di Raimondo di Poggio. La torre campanaria, a pianta quadrata, del Quattrocento; il pavimento a mosaico del 1845; la tela raffigurante la Madonna del Rosario e San Domenico, opera di Paolo De Cecco. Il rifacimento barocco dell’interno è del 1741, ma l’impianto primitivo della chiesa è del XIII secolo. I cospicui resti di affreschi rinascimentali sono stati scoperti da poco dietro una muratura. Si scende quindi per uno dei suggestivi vicoletti alla chiesa di Santa Chiara del XVIII secolo in stile barocco, annessa all’antico convento oggi adibito a centro culturale, unico esempio in Abruzzo e tra le poche in Italia a pianta trilobata (triangolare) con magnificenti stucchi e dorature, e con un pregevole pavimento a mosaico, con il parlatorio-cappella del convento delle Clarisse e la ruota degli esposti, il Museolaboratorio d’arte contemporanea, il “Luogo della Memoria“ che durante il fascismo fu campo d’internamento e il Giardino delle Clarisse, spazio adibito per spettacoli teatrali e musicali all’aperto. Sul colle di Santa Chiara, fuori le mura e dalla terra ed escluso dalla protezione della cerchia muraria della Civitas, era sorto verso la fine del XIII secolo un precedente monastero ricovero di Clarisse e già nel 1314 la piccola comunità di religiose si segnalava per la sua consolidata presenza.Apprezziamo ancora il palazzo Baronale, la dimora gentilizia più antica della città, e i palazzi Crognale, Colella, Maury e Castagna.

La chiesa di Sant’Agostino, con retrostante convento, opera di Alessandro Terzani da Como con una facciata di notevole effetto e la chiesa di San Salvatore, oggi Museo Civico con facciata classicheggiante, il palazzo Coppa, antico convento della chiesa di San Bernardo, costruita su una struttura del XIV secolo di cui restano alcune arcate e la cripta affrescata, palazzo Basile, attraverso Porta Sant’Egidio, edificata insieme a Porta Sant’Antonio (oggi Porta Nuova) tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo, mentre gli altri due ingressi, Porta Casale e Porta Licinia, risalgono forse al XIV secolo.

Sotto il Piano degli Zoccolanti, quello che oggi è il Giardino Comunale  si trova la grossa cisterna pubblica (detta cisternone) adibita a raccolta d’acqua piovana per fornire le fontane del paese, che ha richiesto otto anni di lavoro per costruirla. All’epoca l’acqua non arrivava in tutte le case ed il Cisternone consentiva l’alimentazione di tutte le fontane pubbliche del paese. Grazie a dati raccolti da osservatori meteorologici muniti di pluviometro si studiò la portata che era di 700 millimetri/mq di superficie e utilizzando le coperture prive di canali dei fabbricati Teatro, Chiesa dì San Francesco, Comune, Chiesa di Sant’Angelo, Asilo Scuola, Convento, si ottenne una superficie di 5.000 mq, che moltiplicati per i 700 mm/mq, produceva 3.500.000 litri di acqua che defluiva con buona pendenza tramite una condotta in terracotta.

Nel più antico nucleo abitativo di Città Sant’Angelo, il Casale, troviamo una via denominata Strada del Ghetto. Diverse le ipotesi sul toponimo di questa via tra cui un’alterazione di Borghetto per via della sua modesta estensione, ma recenti studi evidenziano documenti che attestano la presenza di una comunità ebraica a Città Sant’Angelo e in Abruzzo. Ghetto che probabilmente si costituì a causa dell’editto del 1427 della Regina Giovanna II che ordinò la segregazione degli ebrei in un’unica strada.  Città Sant’Angelo, come molti altri Comuni abruzzesi, ospitò, in quel lasso di tempo che va dal Basso Medioevo a tutto il Rinascimento, una folta comunità ebraica. Da testimonianze storiche e documenti d’archivio, sappiamo che i figli d’Israele erano presenti ad Aterno, nei pressi di Pescara, fin dal lontano 1062, tant’è che l’antica Chiesa di Santa Gerusalemme, i cui resti si trovano nelle vicinanze dell’attuale Cattedrale di San Cetteo, fu originariamente una Sinagoga. Un altro nucleo molto più importante risiedeva a Lanciano già dal 1156, così come vi erano comunità giudaiche nelle città dell’Aquila, Sulmona, a Pianella. Queste presenze erano giustificate dalle opportunità lavorative che l’Abruzzo dell’epoca offriva ai “giudei”. A norma di legge essi non potevano in alcun modo esercitare nessuna professione al di fuori di quella di tessitore, conciatore e medico e non potevano, in ossequio alla vecchia norma di Tedosio II (438 d.C.) accedere a qualsiasi carica pubblica, ivi compresa quella di fare il soldato o diventare proprietari di immobili, pertanto, non restavano loro che poche attività, tra queste vi era quella di prestare il denaro ad interesse: l’usura, pratica, quest’ultima, tassativamente proibita ai cristiani. A tal riguardo è da considerare che, durante tutto il periodo storico della transumanza, Città Sant’Angelo, per la propria posizione geografica, è stata sempre luogo di grandi scambi commerciali e di conseguenza anche terra di grandi possibilità economiche che la fecero divenire “terra” fertile per cambiavalute e chiunque altro potesse offrire servizi finanziari.

Le porte d’accesso al borgo che prevedevano ingressi alla cinta muraria di Città Sant’Angelo sono numerosi ma solo alcuni sono relativi alle mura risalenti alla ricostruzione del XIV secolo. Le porte, tutte in laterizio e attualmente visibili, sono 4: Porta Casale e Porta Licinia (o Borea) risalenti alla cinta muraria più antica, del XIV secolo e Porta Sant’Egidio e Porta Sant’Antonio (o Nuova) costruite tra il 1700 e il 1800. Fino al XIX secolo nei pressi dellIstituto Magistrale era presente una quinta porta, architettonicamente più imponente delle altre, quella di San Michele che era l’accesso principale al borgo. Le porte storicamente sono servite anche per difendere il paese dagli attacchi dei briganti che all’epoca imperversavano nei paesi e nella zona. Si aprivano all’alba e si chiudevano all’imbrunire. Con le epidemie di colera che colpirono Città Sant’Angelo, soprattutto quella del 1861, si dispose la costruzione di tre nuove porte, in legno di rovere, con le quali chiudere i punti d’accesso al paese, rimasti sguarniti “…da moltissimi anni addietro…”, Porta Sant’Egidio, Porta Borea e Porta Sant’Antonio. La Torre dell’Orologio, situata nell’ex palazzo Pachetti nel cuore del borgo di Città Sant’Angelo, anticamente torre d’avvistamento e sede del deposito delle armi della “Civitas” che solo intorno al 1750 fu trasformata in orologio.

Il 10 giugno 1940 il Governo Italiano istituì in diverse regioni 43 campi di concentramento per confinati o internati, di cui quindici in Abruzzo e per la provincia di Pescara fu scelto il Comune di Città Sant’Angelo che accolse dal febbraio 1941 centocinquanta persone. Vi erano rinchiusi comunisti e socialisti, liguri e triestini, un anarchico toscano, numerosi ebrei originari di Fiume, molti nazionalisti croati, sloveni e monarchici serbi della Dalmazia. Da dire che si creò una perfetta osmosi tra l’ambiente paesano e gli internati all’insegna del rispetto reciproco tanto che Città Sant’Angelo nel codice degli agenti segreti alleati durante la seconda guerra mondiale era definita “il paese della gente buona”. E fu l’antico edificio dell’ex convento delle Clarisse, nel periodo 1941/1944, fu utilizzato dal fascismo come campo d’internamento per oppositori politici e per perseguitati a causa della propria nazionalità o fede religiosa, ma la popolazione angolana si distinse esponendosi alle ritorsioni delle truppe nazifasciste accogliendo sfollati, ex internati e fuggiaschi, nelle proprie case e dando loro aiuto.

Gli internati nelle ore di libera circolazione in paese, frequentavano regolarmente soprattutto le famiglie colte di Città Sant’Angelo e numerose sono le testimonianze dirette di tanta natura ospitale e generosa, con l’ambiente umano e culturale di Città Sant’Angelo in quel periodo che viene descritto “privo di alcuna coscienza politica, ma ricco di un grande senso di solidarietà”.  Scriveva John Sommer, ebreo rifugiato in quegli anni: “Città Sant’Angelo accolse sfollati, stranieri, ex internati (tedeschi, inglesi, jugoslavi,polacchi ed altri) senza denunziarli, incarcerarli. Questo è ammirevole perché altri paesi europei e regioni italiane non avevano uguale grado di civiltà e di tolleranza negli anni di guerra”, per la qual cosa  e per le vittime del bombardamento del 22 maggio 1944, le fu conferita nel 2012 dal Presidente della Repubblica Napolitano la Medaglia d’argento al Merito Civile al Gonfalone del Comune di Città Sant’Angelo.

La strada del Castello allude all’esistenza nella zona di un edificio fortificato che oltre mille anni fa era sede dell’antico castello e dal 1314 trasformatosi in convento degli Eremitani di Sant’Agostino. Alle estremità della collina troviamo: l’Abbazia di San Pietro (anteriore al mille) e il Castello.  Infine, dai libri di scuola si apprende che i primi moti carbonari si ebbero a Napoli nel 1820 seguiti da quelli piemontesi del 1821. I Moti Carbonari del 1814 e i Martiri Angolani, ma pochi sanno (tranne gli angolani) che la prima ribellione alla tirannide straniera partì proprio da Città Sant’Angelo nel 1814 contro il regime di Gioacchino Murat, re di Napoli ed anche sovrano dei nostri concittadini di allora che facevano parte del suo reame. La reazione di Gioacchino Murat non si fece attendere ed il giorno di Pasqua, 10 aprile 1814, fece marciare verso Città Sant’Angelo un esercito di 5.000 uomini, provenienti dalle guarnigioni delle città vicine, con tanto di cavalleria e numerosi cannoni e purtroppo le conseguenze per gli insorti furono gravose.

Foto by Abruzzomania

Fonti:
Dai moti carbonari del 1814 all’Unità d’Italia – Il Risorgimento a Città Sant’Angelo.
A cura di Giancarlo Pelagatti – Soc. Cooperativa “Archivi e Cultura”
Quaderni dell’Amministrazione Comunale di Città Sant’Angelo

“Città Sant’Angelo, ipotesi di un racconto per immagini” di Massimo D’Arpizio e Graziano Gabriele – 1991

https://it.wikipedia.org/wiki/Collegiata_di_San_Michele_Arcangelo_(Citt%C3%A0_Sant%27Angelo)

 

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 43 – Castelli (TE): la Cappella Sistina della Maiolica

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Abruzzomania, con la rubrica Eccellenze d’Abruzzo, presenta la sua 43° Eccellenza, una delle più ammirevoli della regione, quella del comune di Castelli, in provincia di Teramo, la Cappella Sistina della Maiolica. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 262, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

L’antico borgo di Castelli, straordinario gioiello che si erige tra i monti perfetti e protettivi dell’Abruzzo teramano, situato nella valle del Mavone, arroccato tra i torrenti Rio e Leomogna, sotto il  Monte Camicia, ai piedi del massiccio del  Gran Sasso, patrimonio della cultura nazionale, capitale della Maiolica” e sede e custode della Cappella Sistina della maiolica, costituisce una delle perle più preziose della provincia di Teramo non solo per l’amenità del luogo, per i suoi monumenti e memorie storiche, ma anche e soprattutto per il suo ricco patrimonio artistico che vive e prospera  grazie all’operosità di molti artigiani che da secoli si tramandano, di padre in figlio, la maestria e i segreti della ceramica. Un paese ricco di un bene prezioso: la ceramica, famoso nel mondo per la produzione di ceramiche di straordinaria qualità e raffinatezza, che detiene un ruolo nella storia della maiolica italiana di primissimo piano, riconducibile al periodo che va dal XVI al XVIII secolo.

La ceramica (dal greco antico κέραμος, ‘kéramos’, che significa “argilla”, “terra da vasaio”) è un materiale inorganico e molto duttile allo stato naturale, rigido dopo la fase di cottura con cui si producono diversi oggetti, come stoviglie, oggetti decorativi, materiali edili (mattoni, piastrelle e tegole), rivestimenti per muri e pavimenti di abitazioni. Il colore del materiale ceramico varia a seconda degli ossidi cromofori contenuti nelle argille (ossidi di ferro, da giallo, arancio, rosso a bruno; ossidi di titanio, da bianco a giallo) e può essere smaltato e decorato.

L’arte ceramica di Castelli, in Abruzzo, ha origini antichissime, ma è divenuta celebre nel Cinquecento. Furono la buona fattura delle maioliche, le decorazioni vivaci, ma anche l’economicità dei prodotti, dovuta a innovativi sistemi produttivi, che fecero di Castelli uno dei centri più apprezzati per quest’arte, soprattutto nel Seicento. Vari gruppi familiari abruzzesi produssero ceramiche di Castelli, a partire dal Cinquecento fino all’inizio dell’Ottocento e si sono succedute nei secoli nell’intento di far splendere ogni angolo di arte e storia, le famose Famiglie di Ceramisti tra cui ricordiamo la Famiglia De Dominicis, la Famiglia Fuina, la Famiglia Gentili (conosciuta anche come Gentile), la Famiglia Grue, la Famiglia Paolini e la Famiglia Pompei.

In questo contesto di straordinarie meraviglie, brilla una luce, la chiesa cinquecentesca di San Donato (non è nota l’epoca in cui essa fu stata dedicata al santo), che sorge poco fuori lo splendido borgo abruzzese, monumento che rappresenta un unicum nell’ambito del patrimonio ceramico italiano ed un bene culturale di impareggiabile valenza,  di cui l’intero Abruzzo dovrebbe andare fiero e che purtroppo in pochi conoscono. La Chiesa fu eretta nel XVI secolo e nacque anticamente come cona che significa chiesetta di campagna, una cappella monumentale agreste dotata di uno straordinario pezzo raro di soffitto a maiolica, che costituisce, assieme al coevo vasellame farmaceutico denominato Orsini-Colonna, il punto di partenza ideale di una produzione successiva che godette di grandissima fama, in Italia e all’estero, tanto che una delle raccolte più importanti di ceramiche di Castelli è oggi conservata al museo dell’Ermitage, a San Pietroburgo.

L’edificio venne dedicato alla Madonna del Rosario nel XV secolo, fu ampliato agli inizi del Seicento, fino a prendere la forma attuale e nel 1963 questa chiesa fu definita dallo scrittore Carlo Levi con l’incredibile appellativo di Cappella Sistina della Maiolica, per via del suo splendido soffitto maiolicato, unico in Italia e dallo studioso di Oxford, Timothy Wilson, “una delle imprese più ambiziose della maiolica italiana sul finire del Rinascimento”. E’ un’impresa decorativa di vaste proporzioni, interamente costituita di tavelle decorate a maiolica, di dimensioni 20×40 cm, in circa 1000 (attualmente 800) esemplari, risalenti al 1615-1617 circa 400 anni fa che diedero vita al cosiddetto stile San Donato che ha alimentato per secoli la operosità delle botteghe castellane che hanno prodotto in notevole quantità pezzi di rara bellezza e originalità per motivi devozionali o commerciali, facendone una delle tematiche tipiche dell’artigianato locale, assieme al “paesaggio” e al “fioraccio“.

Per la realizzazione dei mattoni del soffitto spiovente, anche se quelle attuali sono copie degli originali trasferiti nel Museo civico di Ceramiche, la chiesa è considerata un caso unico di eccezionalità artistica nel panorama mondiale. Opera unica nel suo genere, è in parte esposta al Museo della Ceramica di Castelli che conserva le tavelle rotte o deteriorate. La realizzazione viene attribuita ai ceramisti della famiglia Pompei, in particolare ad Orazio Pompei, anche se l’opera di decorazione della chiesa fu un lavoro che coinvolse tutti i decoratori del paese, mentre il risanamento e il restauro furono realizzati a cura delle Antiche Fornaci Giorgi, attorno al 1972.

I temi raffigurati sulle mattonelle sono vari: simboli araldici, animali apotropaici, scritte religiose e modi di dire, decorazioni floreali, disegni geometrici semplici. Il soffitto si deve nella sua realizzazione all’opera degli abitanti castellani, che lo realizzarono per devozione come ex voto alla Vergine Maria, e i maiolicari castellani riuniti in una apposita confraternita, attuarono questo progetto per produrre un opera che tramandasse ai posteri una testimonianza dell’alta qualificazione raggiunta dalla loro categoria. Pertanto fecero realizzare questi 800 sacri mattoni tra il 1615 e il 1617, con scene di santi, beati, scene di vita di Cristo e Maria e dell’Antico Testamento, come attesta una scritta latina dipinta su una sequenza di mattoni, che dice: “le genti della terra di castelli fecero questo soffitto ad onore di Dio ed allo stesso tempo a perpetua memoria della Beata Vergine Maria”. Le capriate spioventi sono divise in comparti con allineamento di cinque mattoni in fila, trattenuti da travicelli.

In origine nella Chiesa vi erano più di mille mattoni che durante i secoli hanno subito diverse traversie: quando gli inverni erano rigidi e sul tetto della Chiesa si accumulava molta neve, dal momento che le tegole gravavano il loro peso direttamente su detti mattoni, alcuni di essi si rompevano; certuni cadendo si frantumavano, altri spaccati a metà e rimasti in bilico, venivano tolti e sostituiti con altri integri e con decorazioni generiche. Il nuovo soffitto degli anni sessanta ha sostituito quello vecchio risalente al cinquecento, costituito sempre da maioliche copie dei mattoni originali, che nel frattempo erano stati impiegati per il pavimento, subendo il degrado dei piedi dei fedeli che li calpestavano e nel secolo scorso furono prelevati dalla chiesa e trasferiti nel Museo delle Ceramiche di Castelli, dove sono attualmente custoditi ed esposti al pubblico. Il soffitto, a causa delle deformazioni intervenute nelle travature, dovette perdere diversi mattoni, ma è stato oggetto di un radicale restauro nel 1968, con il consolidamento e la sostituzione delle strutture lignee. In tale occasione sono stati anche sostituiti i mattoni perduti o deteriorati, ma alcuni esemplari originali furono depositati nella locale Raccolta Civica.

La illustrazione del soffitto, raro monumento, fu un’impresa decorativa di rilevanti proporzioni, storicamente connotabile quale l’espressione d’un preciso clima culturale, quello controriformistico e delle predilezioni e delle esigenze celebrative di una classe sociale, quale appunto baronale ed alto prelatizia dei committenti. La decorazione del soffitto in legno adornato con mattoni maiolicati con raffigurazioni, su fondo blu, di profili di uomini e di donne, scritte con preghiere, segni zodiacali ed ornati vari, nei colori giallo, arancio e verde ramina, ha come caratteristica la presenza di temi geometrici e stereometrici, dal ricercato effetto di trompe l’oeil, a triangoli, a rombi, a lacunari e rosoni, con motivi radiali, e poi ornati, girali, foglie d’acanto, festoni floreali e frutti dal sapore cinquecentesco, e decorazione anche di fauna, di volatili, cani da caccia, levrieri, cavalli da corsa, piccoli cervi, serpenti e lepri. Tra gli episodi tratti dalla Bibbia abbondano i motivi cari al repertorio decorativo dei ceramisti come il nodo di re Salomone, il sole a raggi taglienti e serpentiformi, il raro partito ornamentale a treccia, e ancora stemmi delle famiglie nobiliari che ebbero in feudo Castelli: i De Sangro, i D’Aquino, i Brancaccio. Suggestiva e di rara forza espressiva è la decorazione “contemporanea” figurata molto particolareggiata con una ricchissima serie di immagini degli abiti alto borghesi maschili e femminili ritratti dal vero, dovuti a ceramisti dal forte talento di caratterizzatori, veri e propri pittori di fisionomie che costellano il soffitto.

Castelli non è solo “il soffitto della Sistina” ma è depositaria anche di altri straordinari luoghi della cultura, come il Museo delle Ceramiche di Castelli istituito nel 1984 per promuovere la cultura e l’arte della maiolica e per salvaguardare la storia e le tradizioni locali ed è ospitato nell’antico convento dei Frati Minori Osservanti del XVI secolo e la scuola artistica “Francesco Antonio Grue” fondata nel 1906 presso l’ex convento degli Osservanti di Castelli (XVI secolo) per volontà di Beniamino Olivieri e Felice Bernabei, sindaco del paese e direttore generale di Belle Arti, trasformatasi nel 1961 in Istituto Statale d’Arte per la Ceramica e nel 2009 in liceo artistico per il Design, che ha lo scopo di ripercorrere il lavoro e l’arte delle storiche botteghe castellane, attraverso la preparazione culturale, tecnico-pratica ed espressiva dei giovani castellani. La scuola conserva una parte della prestigiosa collezione di documenti storici, incisioni, spolveri e disegni del maestri ceramisti di Castelli, in gran parte provenienti dalla bottega Gentili, oltre a una raccolta di Ceramica Contemporanea, istituita come museo nel 1986 insieme al Museo delle Ceramiche, raccolta nata in occasione di partecipazioni a mostre, concorsi, viaggi di istruzione, comprende opere di oltre 300 artisti mondiali. Infine nel borgo troviamo il Museo dell’Artigianato, i luoghi di culto e le botteghe storiche e da non dimenticare che esemplari splendidi di ceramiche castellane sono raccolti in importanti collezioni private ed esposti nei più grandi musei del mondo come il British Museum, l’Hermitage, il Louvre e il Metropolitan Museum of Art.

Fonti:

Foto by Abruzzomania

https://www.comune.castelli.te.it/scopricitta/sezione.aspx?ID=5

https://it.wikipedia.org/wiki/Maiolica_di_Castelli

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Donato_(Castelli)

https://abruzzoturismo.it/it/castelli-e-la-cappella-sistina-della-maiolica

https://iduepunti.it/18_novembre_2016/adottiamo-la-cappella-sistina-della-maiolica

https://www.ilmartino.it/2019/06/a-castelli-la-bellezza-senza-tempo-del-soffitto-maiolicato-della-chiesa-di-san-donato-carlo-levi-la-defini-la-cappella-sistina-dabruzzo/

 

Eccellenza d’Abruzzo n. 42 – Massa d’Albe (AQ): Alba Fucens

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 42° Eccellenza, una delle più storiche della regione, quella del comune di Massa d’Albe, in provincia di L’Aquila, Alba Fucens. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 263, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

“Alba Fucens è sita nel comune di Massa d’Albe, in provincia de L’Aquila, paese situato nella vastissima area del Parco Regionale del Sirente-Velino, alle falde del Monte Velino, una delle montagne più alte dell’Appennino, a nord del lago Fucino, in un contesto ambientale e paesaggistico di grande fascino, su una pianura alta circa mille metri immersa in un ambiente ricco di flora e fauna, oltre che di storia, ogni anno meta di numerosi turisti che hanno voglia di godere della bellezza di questo mix di archeologia e natura incontaminata. Dichiarata monumento nazionale nel 1902, è una delle più antiche colonie latine, nel territorio degli Equi. Fu inizialmente popolata da 6.000 coloni (Tito Livio (IX, 43,25) “Soram atque Albam coloniae deductae. Albam in aequos sex milia colonorum scripta“) che vi edificarono un oppidum con una prima cinta muraria per difendersi dagli attacchi degli Equi, che non tolleravano la presenza della cittadella militare sul proprio territorio, tentando senza successo, di espugnarla, nonostante numerosi storici parlando delle sue origini siano discordi circa la sua appartenenza alla popolazione marsa o equa (Livio uno dei più attendibili la colloca in territorio equo). Fu ben presto  occupata anche dai Marsi nel IV secolo, che però dovettero fare i conti con l’avvento dei Romani che la fondarono nel 304 a.C., o secondo altre fonti nel 303 a.C. e che la chiamarono “Pian di Civita”, giunsendo in questa zona per creare il loro reparto militare dandole il nome di Alba Fucens e qui si stanziarono per la sua posizione strategica (al fine di controllare lungo il tracciato della via Tiburtina Valeria le tribù italiche tra questi in particolare i marsi insofferenti alle mire espansionistiche di Roma, che popolavano la regione), per poter portare avanti la propria espansione nell’Italia centrale.

Attorno al 303 a.c. Alba Fucens, sotto il consolato di Lucio Genucio e Servio Cornelio, fu trasformata in una delle più importanti colonie latine. Durante la Seconda guerra punica Alba inizialmente rimase fedele a Roma e, nel 211 a.C., inviò un contingente di 2.000 uomini per soccorrere Roma verso cui si stava dirigendo Annibale, ma in seguito, assieme ad altre undici colonie (Ardea, Nepete, Sutrium, Carseoli, Sora, Suessa, Circeii, Setia, Cales, Narnia, Interamna Nahars) rifiutò di fornire ulteriori aiuti e fu punita. Si trasformò successivamente in un posto dove confinare importanti prigionieri di stato, come Siface re di Numidia, Perseo re di Macedonia, Bituito re degli Arverni. Grazie alla sua ubicazione, la città fu sempre considerata strategicamente importante, soprattutto durante le guerre civili. Per tale ragione fu attaccata dalle tribù della confederazione degli italici durante la Guerra sociale, rimanendo tuttavia fedele a Roma e per il suo fiorente e ricco territorio, infatti Alba Fucens controllava la piana del Fucino, territorio paludoso e poco adatto all’agricoltura, ma che sotto l’imperatore Claudio fu bonificato e reso adatto all’agricoltura, divenendo ben presto un importante centro commerciale dell’entroterra abruzzese. Una certa attenzione veniva data anche alla transumanza perchè era sita in un’importante zona di passaggio per i pastori. Oggi Alba Fucens è il marchio top di gamma dell’Abruzzo, gioiello archeologico d’Abruzzo ed a buona ragione, perché affascina il palato culturale dei visitatori con il sito archeologico di instimabile valore, e perché sono diverse le aree archeologiche che l’Abruzzo può vantare di ospitare, e gli studiosi sono certi del fatto che ci sarebbe ancora molto da scoprire: questo perché la nostra regione ha sempre offerto alle popolazioni che hanno deciso di stanziarsi qui un’ottima collocazione e un territorio favorevole sia all’allevamento che all’agricoltura, e anche il commercio si faceva valere particolarmente.

Alba Fucens è un’antica città romana, i cui scavi non sono mai stati completati ma che ha rivelato un numero elevato di reperti, molti dei quali sono stati trasferiti al Museo Archeologico di Chieti, mentre lapidi, monete, vasi, statue e altri rinvenimenti possono essere ammirati nei musei di Chieti e di Celano. Si può godere del fascino della città anche e soprattutto “in loco” attraversando a piedi i percorsi che circondano le rovine, visitando l’Anfiteatro realizzato all’inizio del I sec. d. C. voluto dal prefetto Macrone che condannato da Caligola, per evitare la confisca dei beni decise di suicidarsi, ma prima, per lascito testamentario, fece costruire l’anfiteatro nella sua città natale  e il Pulpito della Chiesa di San Pietro in Albe, unica chiesa monastica in Abruzzo in cui la navata centrale è separata da quelle laterali da antiche colonne, in stile romanico fu costruita nel IX secolo e nel XII secolo dai monaci dell’abbazia di San Clemente a Casauria al di sopra di una cripta pagana appartenente al Tempio Romano di Apollo, non a caso osservando i muri interni della struttura si possono ancora notare incisioni in greco ed in latino oltre che dei piccoli disegni di epoca classica è una delle più belle ed esaurienti testimonianze archeologiche d’Abruzzo ancora tutto da esplorare. Fu ampliata con la creazione di tre navate; semidistrutta dal terremoto del 1915, fu ricostruita fedelmente a cominciare dagli anni Cinquanta per anastilosi mentre le quattro colonnine tortili rubate nel 1997 e ritrovate danneggiate e in stato frammentario nel 1999 sono state restaurate con la tecnica 3D grazie al progetto denominato “Art Bonus” e riposizionate nel 2019.

Le origini etniche dell’Abruzzo, con la sua storia che si snoda dalla Preistoria fino all’alto Medioevo, risalgono addirittura all’età del Bronzo e del Ferro ed i numerosi ritrovamenti archeologici hanno aiutato a fornire spiegazioni e a dare delle risposte alle domande che gli studiosi si pongono da anni.  Alba Fucens è menzionata per l’ultima volta da Procopio di Cesarea che ci tramanda come, nel 537, venisse occupata dai bizantini durante la guerra gotica, era città  ben collegata, in cui si sono conservate soprattutto le strade ortogonali create in muratura che si adattano perfettamente alla pianura erta, utilizzata anche come sito per deportare i sovrani che erano stati sconfitti da Roma, come il re di Numidia, Siface o Perseo di Macedonia, dei quali ci da ampliamente notizia Livio.

Notevoli sono i resti emersi in seguito agli scavi iniziati nel 1949 da un gruppo di lavoro dell’Università di Lovanio guidata da Fernand De Visscher, seguita dal Centro belga di ricerche archeologiche in Italia diretto da Jozef Mertens, continuati in epoche successive e da poco ricominciati. Nel secondo dopoguerra furono intrapresi per la prima volta scavi sistematici per approfondire le conoscenze storiche e culturali sulla città che hanno riportato alla luce parte dell’abitato, circondato da mura in opera poligonale e suddiviso in isolati regolari al cui interno sono collocati gli edifici pubblici e privati (da notare che ogni campagna di scavo ha sempre rivelato un nuovo aspetto). Ulteriori ricerche furono condotte a partire dal 2006 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo.

Ciò che colpisce immediatamente di questa città situata fra i 949 e i 990 m s.l.m., sono le mura ciclopiche poligonali, che delineano interamente il sito, ben conservate a difesa della città che contava quattro porte e si estendeva per ben 3 km intorno all’abitato. Le porte principali sono la porta Massima, rivolta sulla via Valeria, la porta di Massa per la via che conduceva ad Aveia nei Vestini, la porta Fellonica rivolta sul versante equicolano. Le pareti esterne, sono costruite con massi poligonali perfettamente incastonati fra di loro e le superfici sono lisciate. Si segnala la presenza di una sola torre e di due bastioni a protezione di tre delle quattro porte principali. Su uno di tali bastioni sono presenti simboli fallici che dovevano servire ad allontanare le forze malefiche.

Strutturata come un tipico forte romano, la città si sviluppa lungo una griglia di cardi e decumani ed il percorso di visita si snoda attraverso il centro monumentale della colonia e le due strade principali che sono il Cardo Maximus la via Valeria che sarebbe il “decumano” della città che viene definita via del Miliario in cui è possibile visitare i resti di un’antica domus romana divisa in vani con i caratteristici mosaici, i muri a secco, gli spazi votivi, e passeggiare fra le colonne del peristilio rialzate dagli archeologici. Di particolare fattura la pietra miliare raffigurante un combattimento di gladiatori con un’iscrizione dedicata all’imperatore Magnenzio che indica la distanza da Roma (68 miglia romane), a seguire la strada presenta una nuova via parallela definita via dei Pilastri chiamata così per l’elevato numero di pilastri che la caratterizza e che probabilmente erano delle colonne legate alle botteghe. e via dell’Elefante, delimitano l’area centrale, dove si trovano gli edifici pubblici: da nord a sud, foro, basilica, macellum, terme e santuario di Ercole. Ai lati delle strade si dispongono le tabernae dei veri e propri negozi romani che presentano ancora  la chiusura incassata delle porte, con i pavimenti originari, le condutture di piombo dei lavandini e i banconi per la mescita e permangono come edifici conservati e alcune delle abitazioni che occupavano anche le pendici delle colline.

Il ritrovo più bello e rigenerante per i Romani, si trovava dopo la lunga fila di “tabernae” ed era l’edificio delle “terme”, ed è stato facile riconoscerle soprattutto a causa dei pavimenti che presentavano le condotte per il riscaldamento che presentavano una piscina scoperta che era definita “natatio”, una sala con la vasca per l’acqua fredda che generalmente era piccola ed alta e veniva definita ”frigidarium”, una sala un po’ più piccola per bagni tiepidi ed una sala per il bagno caldo definita “calidarium”, e qui l’acqua veniva riscaldata attraverso un sistema di forni a legna e caldaie da cui si facevano partire i tubi e proprio dal forno l’acqua calda poi passava sotto il pavimento delle sale da riscaldare che erano sostenute da piccoli pilastri definiti “suspensurae” ed erano fatti in mattoni alti circa 60 centimetri. Ogni sala aveva un preciso utilizzo: c’erano spogliatoi (apodyterium) con panche che venivano forgiate in pietra e ricavate lungo tutto il perimetro della stanza; immancabile era anche il “laconicum” ossia l’ambiente con la sauna ed il bagno turco; lo “sphaeristerium” era la sala in cui venivano effettuate cere, massaggi, ginnastica mentre gli “untoria” erano le sale in cui ci si ripuliva con oli dopo la palestra. Tra le terme e la piazza con portico dedicata ad Ercole, sono state ritrovate delle scalette che conducono ad una piscina, mentre lungo la stessa strada sono visibili anche delle “latrinae”, ossia dei bagni pubblici. Andando oltre è possibile vedere la zona del “teatro” e la struttura teatrale presenta una cavea di 77 metri che ha la particolarità di essere stata ricavata nel pendio della collina, mentre proseguendo più in là per una strada di più recente resa si può giungere all’anfiteatro, raggiungibile lungo un sentiero che si distacca dalla viabilità di accesso alla collina, che fu costruito sotto Tiberio ed è perfettamente posto in asse con un decumano il cui ingresso era ricavato direttamente nelle mura perimetrali.

Tra gli edifici più importanti si segnala il forum che misura 142 metri di lunghezza per 43,50 di larghezza, su cui si affacciavano i più rappresentativi edifici pubblici cittadini: la basilica, dove si trattavano gli affari e si amministrava la giustizia, edificata con ogni probabilità fra la fine del II secolo a.C. e i primi decenni del secolo successivo; Oltrepassata la via del Miliario c’è un “macellum” o mercato, della stessa epoca e, contigue ad esso e le terme, costruite in età tardo-repubblicana, macellum riconoscibile in quanto presenta un edificio circolare con dei muri a raggiera e dei vani tutt’intorno che erano probabilmente utilizzati come botteghe e dopo il “macellum”c’è quel miliario che invece dà il nome alla strada che presenta il nome di Magnenzio, l’imperatore che subì la damnatio memoriae” adeguatamente scalfito. I resti del teatro cittadino, situato sul Colle Pettorino, uno dei tre contrafforti naturali del luogo, lasciano immaginare come fosse ricca la vita culturale di Alba Fucens finanziata dai ricchi commercianti dell’epoca.

Numerosi erano anche gli edifici religiosi come il Tempio di Iside e il Sacrario di Ercole. La città sotterranea, esplorata per la prima volta dall’archeologo irlandese Dodwell, rivela un efficiente sistema fognario (la cloaca maxima) in opus poligonale, un esempio unico in tutta Italia ancora oggetto di studio da parte di archeologici e speleologi. Sulla collina situata all’estremità occidentale dell’abitato su un preesistente tempio dedicato ad Apollo che fu inglobato, fu costruita la chiesa di San Pietro, ampiamente ristrutturata in età medievale. Danneggiata gravemente dal sisma del 1915 è stata oggetto negli anni cinquanta di uno dei migliori restauri mai effettuati precedentemente, attraverso un’anastilosi quasi completa, guidata da Raffaello Delogu. Nel villaggio di Albe, ricostruito dopo il sisma delocalizzando l’originario centro medievale si trova la chiesa di San Nicola ricostruita utilizzando parti dal sito archeologico.

Il santuario di Ercole , invece, è chiamato così in virtù della statua di Ercole, appunto, che ora si trova al Museo Archeologico di Chieti e che è stata trovata al suo interno. Si accede al santuario attraverso una ripida scala e questo ha fatto supporre che in realtà potesse non essere un edificio sacro ma un mercato e probabilmente di pecore visto che Ercole era anche il protettore dei pastori. Su lato opposto della via del Miliario c’è un’abitazione o “Domus” che presentando molti vani con pavimento a mosaico ed essendo particolarmente rifinita con pareti rifinite in grosse pietre poligonali ha fatto supporre che potesse appartenere ad un ricco signore.

Un edificio che ha particolarmente incuriosito gli studiosi è stato quello poi definito come “diribitorium”, raro nel suo genere ed utilizzato per lo spoglio dei voti : è un’area situata a nord-ovest collocata tra la “basilica” e la piazza forense la cui caratteristica è un monumentale portico colonnato di pianta rettangolare; durante le elezioni amministrative all’interno di questo luogo venivano collocate quelle che erano definite come “tabulae” elettorali che erano riferite ai cittadini che a loro volta venivano divisi in tribù e dunque si permetteva loro di entrare in questo edificio incanalandoli in file che venivano appositamente distinte all’interno di un recinto in legno che veniva creato all’occorrenza.

Fonti

Foto by Abruzzomania

https://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=176914&pagename=57

https://www.romanoimpero.com/2011/06/alba-fucens-abruzzo.html

https://www.inabruzzo.it/alba-fucens.html

https://it.wikivoyage.org/wiki/Alba_Fucens

https://www.albafucens.info/

Eccellenza d’Abruzzo n. 41 – Francavilla al Mare (CH): il Cenacolo Michettiano

Continua il viaggio straordinario alla scoperta delle 305 Eccellenze dei 305 Comuni d’Abruzzo.  Oggi Eccellenze d’Abruzzo presenta la sua 41° Eccellenza, una delle più importanti della regione, quella del comune di Francavilla al Mare, in provincia di Chieti, il famoso Cenacolo Michettiano. Ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione, per cui ne mancano all’appello 264, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento.

Il Cenacolo Michettiano ebbe origine nel 1880 e si deve allo scrittore Mario Vecchioni il merito d’aver per primo, nel 1955, precisato come e quando Michetti, insieme con D’Annunzio, Tosti, Barbella e De Cecco, diede vita a questo famoso sodalizio che tanta importanza rivestì nella cultura abruzzese ed italiana di fine Ottocento. Il Vecchioni precisò che non vi è stato biografo di d’Annunzio che non sia incorso in errore circa gli artisti che diedero origine ed alimentarono il glorioso Cenacolo di Francavilla al Mare e conferma «Eppure lo stesso D’Annunzio ha immortalato la bella compagnia d’amici, che vissero nel culto dell’arte fra promesse e speranze di gloria, nella dedica a Idillii selvaggi compresi nella seconda edizione di Primo Vere (1880): a F. P. Tosti, a F. P. Michetti, a Costantino Barbella, a Paolo De Cecco – questi scialbi pitiambici – in ricambio – del XXVI ottobre, un poema!», in ricordo, cioè, del primo incontro francavillese. I fondatori del cenacolo pertanto furono: Francesco Paolo Michetti (1851-1929), Gabriele d’Annunzio (1863-1938), Paolo De Cecco (1843-1922), Francesco Paolo Tosti (1846-1916) e Costantino Barbella (1852-1925), mentre i più assidui ed importanti frequentatori furono Edoardo Scarfoglio (1860-1917), Matilde Serao (1856-1927), Guido Boggiani (1861-1901) e Alfonso Muzii (1856-1946).

” Il CENACOLO, un’avventura creativa che muove i suoi primi passi nel 1881 dal profondo legame umano e artistico tra  Michetti, con scenari onirici e di  realtà popolare come nel ‘Corpus Domini’, D’Annunzio ‘l’apprendista  stregone’, il gioco di scambi, di effetti plastici, note, parole, linee, colore che trova  nuovi  complici nelle piccole statue in terracotta e bronzo di Barbella,  fine disegnatore e nelle famose composizioni di Tosti, ha come filo conduttore il canto popolare.  Dalle liriche di “Canto Novo” e “Terra Vergine” di D’Annunzio, alle canzoni abruzzesi trascritte per due voci e tradotte in italiano da Tosti; dalle popolane canterine ritratte da Michetti in ‘La canzone’  all’opera più nota di Barbella in terracotta, marmo e bronzo “Canto d’amore“. Nasce così, grazie al funambolico apporto di questi straordinari personaggi il Cenacolo che rappresentò nove anni di esaltazione e delirio artistico e culturale. Basti pensare che nel 1923, la nascita del Cenacolo a Francavilla, che con la pittura, la musica ed il disegno irradiò tanta luce d’arte, indusse Giovanni Papini e Domenico Giuliotti nel 1923 a scrivere nel loro Dizionario dell’Omo Salvatico, che a causa di quella leggendaria brigata e di questo straordinario fenomeno culturale:                                                                                        “In quegli anni l’Italia correva il rischio di diventare abruzzese”.

Ma cosa fu e cosa è ancor oggi il Cenacolo Michettiano? “Negli anni ottanta del 1800 un poeta, un pittore, un musicista e uno scultore  legati tra loro da una “comunione intima innegabile” vissero nell’antico convento francescano di Santa Maria del Gesù a Francavilla al Mare che dalla sommità di una collina domina l’Adriatico,  durante i periodi estivi, per lavorare e scambiarsi idee, tecniche e segreti del mestiere, un’esperienza che rimane unica nella storia dell’arte italiana moderna, quella del Cenacolo artistico, sodalizio nel quale scambiarsi idee, esperienze, tecniche dei loro “mestieri”. Fu il sogno del Maestro, realizzare “una grande, immensa Arte fatta di tutte le arti”. Il Cenacolo fu un fenomeno culturale assai raro, se non unico, nella storia dell’arte italiana moderna. Le opere che si creavano avevano un tema comune: la natura e la gente d’Abruzzo e spesso gli stessi soggetti passavano dai dipinti alle sculture, alle note ai versi, a formare un unico grandioso poema. Ogni creazione nata nel convento era animata e fecondata da un sogno splendido e impossibile che collegava il piccolo gruppo di artisti abruzzesi alla temperie artistica d’oltralpe, un sogno che in un certo senso è rimasto sino ad oggi il loro segreto.”

“Ma cosa spinse gli artisti di Francavilla a infrangere gli stretti canoni del verismo partenopeo a cui appartenevano ed a lavorare in sintonia creando una speciale osmosi tra i diversi campi dell’arte? Questo sogno veniva da lontano ed aveva preso forma nel Gesamtknstwerk (opera d’arte totale) di Wagner, con la passione per il grande compositore tedesco, le sue teorie, per la melopea (composizione melodica di ritmo lento spesso ispirata a motivi liturgici del sec. XVIII) e il Wort-Ton-Drama (la concezione wagneriana del dramma musicale) che avevano contagiato mezza Europa e invaso Parigi.” Sull’origine culturale e artistica del sodalizio che  spinse i quattro artisti a sperimentare una  “grande  immensa  Arte  fatta  di  tutte  le  arti” si è molto dibattuto.” La Sorge ritiene che molto probabilmente, come suddetto, gli artisti abruzzesi furono contagiati dalle nuove teorie discendenti dal  “sogno wagneriano” che mirava ad abbattere  le barriere tra le arti, per lanciare una nuova sfida: quella di  arricchire di nuove  suggestioni la descrizione artistica della terra e della gente d’Abruzzo sotto la  guida geniale del Maestro che più di ogni altri intercettò le tecniche del futuro:  Francesco Paolo Michetti <innamorato dell’avvenire dell’arte>.”

Wagner

“I componenti del cenacolo cercarono di realizzare una vera e propria “compenetrazione” di espressioni artistiche diverse. Le pitture, le sculture, i versi e le note dei 4 moschettieri (chiamati dalla Sorge i quattro grandi del gruppo francavillese così definiti non per la loro fama, che un  secolo fa raggiunse livelli oggi difficilmente immaginabili, bensì per il fatto che solo loro, tra tutti i componenti del  cenacolo, cercarono di attuare una compenetrazione di espressioni artistiche diverse), in cerca del Bello e del Nuovo, che restano a testimonianza di una simbiosi spirituale senza precedenti: <una felice copia d’ingegno sparsa nelle tele, nella creta, nelle note>. Il Verbo Dipinto: celebre dipinto di Michetti assume il ruolo di manifesto fatto non di parole ma di immagini, diventando canone e guida per gli artisti del cenacolo e D’Annunzio è abbagliato e fecondato da questa scena e lo definisce il Verbo dipinto che raffigura la facciata del Duomo di Chieti e la fantasmagoria della processione, l’arte nuova nasce qui, dal ritmo della vita stessa del popolo abruzzese. <Fu un sodalizio straordinario che legò  per circa un decennio quattro grandi  artisti abruzzesi:  Gabriele D’Annunzio, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo TostiCostantino Barbella che diedero vita ad una sorta di “officina dal sapore di nuovo>, officina dalla quale  uscirono “opere grandiose ma anche semplici e timide “prove d’autore che  avevano un tema comune, quello della natura e della gente d’Abruzzo” … i cui soggetti passavano dai dipinti alle sculture, alle  note, ai versi a formare un unico grandioso poema”.

“Nel chiostro acquistato da Michetti nel 1883 i “quattro moschettieri”,  furono accompagnati da importanti personaggi  della scena culturale del tempo assidui frequentatori del cenobio come Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, il pittore Alfonso Muzii, il poeta Carmelo Errico, i musicisti Paolo De Cecco e Vittorio Pepe, l’etnologo Guido Baggiani. Quindi l’epopea del Cenacolo fu qualcosa che andò oltre l’essere stato uno straordinario fenomeno artistico e culturale, ma rappresentò un modello sociale, ancor oggi inimitabile, un cambio di passo che si percepisce forse ancora meglio leggendo cosa scriveva Nino Costa (il maggior denigratore all’epoca del Michetti) sulla personalità michettiana: “Quest’artista ha la più cara, la più bella organizzazione artistica e insieme la più corrotta. Egli è proprio avido e malizioso … pare che dica al grosso pubblico italiano: < Tu non ne vuoi sapere d’arte, ma io ti voglio afferrare per forza per mostrarti la mia abilità>, cambio di passo che Michetti, ideologo del Cenacolo intendeva dare non solo a chi lo circondava, non solo agli artisti del cenobio, non solo a Francavilla, non solo all’Abruzzo, ma all’Italia intera.

Nel cenobio, Michetti disegnava le sue famose pastorelle, D’Annunzio scriveva articoli mondani, Tosti cantava le sue melodie, Barbella modellava statue, De Cecco, disegnava e allietava gli amici suonando il mandolino. Fu, quindi, una sorta di officina dove si tentò di realizzare, anche se in modo sperimentale, il sogno di abbattere le barriere tra un’arte e l’altra, di creare un sistema di interferenze fra pittura, scultura, musica e versi. Tutti gli artisti lavorarono in sintonia sotto la guida di Michetti e influenzati, come il resto dell’Europa, dal sogno di una grande immensa Arte fatta di tutte le arti. A questa operosità artistica faceva riscontro lo sviluppo turistico di Francavilla. La città non era mai stata avara di nomi illustri nel campo delle lettere, delle leggi, delle scienze e delle arti, ma in quegli anni costituì un vero e proprio polo di attrazione per quanti, pur provenendo da centri più evoluti di Francavilla per trascorrere le vacanze estive, trovavano qui l’occasione di un soggiorno culturalmente qualificato.

Ma chi fu Michetti? “Padrone di casa del cenobio, nacque a Tocco Casauria  nel 1851­, studiò all’Accademia delle belle Arti  di Napoli città in cui presentò il suo primo dipinto di grandi dimensioni nel 1877: “La processione del Corpus  Domini”. Una delle sue  opere più importanti , il Voto gli era invece stata  ispirata dalla partecipazione ricca di fede e ardore  religioso dei pellegrini alle celebrazioni della festa di San Pantaleone nell’omonimo Santuario di  Miglianico.  Nel 1883 si trasferì a Francavilla nel Convento adattato ad abitazione,  alternando però, negli anni della sua più intensa  attività pittorica,  lunghi soggiorni a  Napoli.  Dipinse dal 1884 al 1896 più di trenta tele di grande pregio, tra le  quali  “La  Figlia  di  Iorio”  che,  presentata a Venezia alla Biennale,  fu acquistata  da  un  berlinese  divenendo   proprietà  della  Galleria  Nazionale d’Arte di Berlino ed oggi esposta presso il palazzo della Provincia di Pescara. Dalla fine del secolo si dedicò prevalentemente alla  fotografia e, nonostante i riconoscimenti ufficiali, fu nominato  senatore dal re Vittorio Emanuele III. Trascorse in completo ritiro l’ultimo periodo della sua vita e morì nel 1929 nella sua casa di Francavilla.“

E la sua decisione di vivere a Francavilla? “… frattanto Michetti lasciò improvvisamente Napoli e piantò le tende a Francavilla al Mare e nel 1932, il pittore abruzzese Italo De Sanctis, riferendosi alla decisione di Michetti di vivere a Francavilla così scriverà: <Gli era piaciuta quella campagna placida, tutta fresca di orti e di frutteti. Con pochi soldi si sbarcava il lunario, in una solitudine un po’ selvaggia. La gente era buona e il vino era come la gente. Le donne, belle, erette, flessuose, andavano in camicia bianca e gonnelle succinte, mostrando senza alcuna malizia i seni turgidi e le braccia tornite. Gli uomini erano gravi e come monumenti. Vi chiamò amici e colleghi, che accorsero entusiasti e formarono il Cenacolo che diede all’Italia la poesia più alta, la pittura più veemente, la canzone più accorata. Francavilla era un luogo ideale per la loro vita capricciosa; ed essi vi vissero nella piena grazia del Signore, della gioia di creare, della febbre del lavoro, dell’ebrietà dei canti, dei rapimenti dell’amore. Tempi del buon umore, della gioia totale! Le albe si seguivano rosee nell’oblio delle stagioni, e un incantesimo sonoro era nell’estasi della luce, una fragranza di spiganardo nell’aria. Giovani, liberi e scapigliati, non soffrivano stanchezza. A giornate di alacre e fecondo lavoro seguivano notti di deliranti gaudii, al chiaro di luna. Persino delle vaghissime amazzoni scendevano da Chieti alla marina per rendere per rendere più fiabesca la loro vita, in quel >.”

“Michetti fu l’innamorato dell’avvenire dell’arte e per tutti è il Maestro o Mastro e fu considerato dagli abitanti di Francavilla una sorta di mago, che arrivarono ad attribuirgli poteri occulti e capacità ultraterrene. Con le sue scene di vita abruzzese, rese vive dalle vibrazioni luministiche e dalle tensioni cromatiche, sempre oscillanti tra realtà e sogno, superano gli angusti confini del verismo elevando l’Abruzzo a un luogo dello spirito. Partìto per Napoli, come borsista, a studiare pittura, incomincia così la simbiosi meravigliosa dell’uomo con l’arte. Numerosi sono gli aneddoti fioriti intorno al primo contatto di Michetti fanciullo con l’ambiente accademico napoletano, dove nessuno riusciva a capacitarsi come uno “scugnizzo” dall’aspetto selvatico e rozzo, brusco nel tratto, trasandato nella persona, potesse ottenere, al suo primo contatto con l’arte, risultati tanto artisticamente validi, a volte superiori a quelli di altri che già da tempo frequentavano l’Accademia con assiduità e ciò prescindendo dall’insegnamento della scuola, seguendo soltanto la sua disposizione naturale. Si sono visti di lui dei quadri largamente dipinti, di una freschezza e di una verità di colore ammirabili, pieni di finezza e di grazie nella forma … Con che diritti costui fa bene senza stentare e senza aver sofferto nulla? Per Michetti il bello era un’eco raccolta nel cuore, il vero visto nell’estasi, un sogno ad occhi aperti. La sua formula definitiva sarà: “Sognare davanti al vero”.”

“La sede del Cenacolo, fu il convento, poi chiamato “Conventino”, sede di un vero e proprio cenacolo artistico dove ancor oggi aleggia un’aria di mistero nel suo chiostro e nei corridoi, con le sue mura vetuste che racchiudono segreti e magie non ancora del tutto svelati. Tra il 1860 e il 1864 i Conventi  furono  soppressi e diventarono demanio del  Comune. Nel 1885 Michetti, che era domiciliato a Francavilla e consigliere comunale, ebbe modo così di acquistare il Convento Francescano di Santa Maria del Gesù poco lontano daPorta Ripa. Dalla vendita  era  esclusa  la  chiesa  attigua al fabbricato con le due sacrestie e il campanile dalla forma orientaleggiante; l’acquirente inoltre  era obbligato ad impiantare  ed avviare entro un anno, nel locale del Convento, una fabbrica di  ceramica  o  altro  stabilimento  industriale,  che  potesse  “arrecar  vantaggio alla popolazione” del comune. Egli pertanto costruì il  forno per le ceramiche e sistemò l’ambiente sovrastante il portico  eliminando  la  preesistente  suddivisione  in  stanze e in  seguito realizzò  l’apertura delle prospettive  ottiche  sul  mare e sulla campagna attraverso caratteristici oblò, il cui motivo fu ripreso  dall’architettura  dello  studio  a  mare, progettato dallo stesso Michetti. Ovunque fece dipingere le pareti a bianco di calce  e le lasciò libere dai quadri. Pure a Michetti si deve l’inserimento di  una bifora romanica in pietra riccamente decorata  proveniente da Palazzo Tinozzi a Francavilla.  Alla morte del pittore, nel 1929, il “Conventino”, divenne  proprietà  della  moglie Annunziata e dei figli Giorgio , Alessandro  e Aurelia, madre  dell’attuale proprietario il barone  Ricci. Il 31 luglio 1938 il re Vittorio Emanuele III inaugurò il monumento a Michetti  dello scultore  Nicola D’Antino, nel piazzale antistante il portico e nel 1939  dichiarò il “Conventino” monumento nazionale.”

“Attualmente in esso non vi sono i quadri del pittore, i quali si trovano tutti a  Roma al Museo di Arte Moderna o a Francavilla al Mare al MUMIMuseo  Michetti costruito dagli architetti Ricci e Spaini proprio per ospitare le sue  opere, situato nell’ex convento di San Domenico, il vecchio Palazzo Comunale costruito nel XIII secolo, con ampi rifacimenti nel XVIII secolo e nel secondo  dopoguerra, è  diviso in due nuclei espositivi, nel cui secondo piano  dell’edificio,  destinato  alle  mostre  temporanee,  ospita le due grandi tele di  Michetti: “ Le  Serpi” e “ Gli Storpi”.”

MA QUALE ERA L’ATMOSFERA DEL CENACOLO MICHETTIANO ? <Un vivido documento che descrive luoghi e personaggi del cenacolo  michettiano è la lettera da Francavilla al Mare del  27 luglio 1884 di Matilde Serao in cui la scrittrice descrive le sue giornate, la gioia di avere  e le conversazioni con gli artisti:  “Sono qui, innanzi al grande e triste mare Adriatico, in una casa di contadini,  tutta pittata a bianco, con pochissimi  mobili immersa nel verde di una dolcissima collina. Qui è una pace profonda, un grande silenzio che solo  la voce del  mare interrompe.  A trenta passi di qui, in una bizzarra casa, tutta segreti e finestroni bislunghi e porte rotonde, fra un’aquila, tre cani,  cinque serpenti, Ciccillo Michetti dipinge e Costantino Barbella fa le  statue… vi sono Donna Maria e Gabriele  D’Annunzio la poesia. Verrà Ciccillo Tosti, in settembre, e la colonia artistica  che lavora, contempla il mare,  s’immerge nella freschezza delle notti meridionali  sarà completa … Mi levo alle otto del mattino, faccio il bagno, in una spiaggia diritta, larga, di  una grandiosità che impone… un ritorno a casa, scrivo sino alle undici.  ….  Poi la colazione e  un’ora di contemplazione della  campagna e dopo la lettura  e scrittura sino alle sei; un po’ di conversazione con questi  artisti e poi il pranzo. Dopo, una lunga passeggiata sulla riva del mare, solitaria, nella notte,  una poesia. Al ritorno,  lavoro sino a mezzanotte. E tutto questo in una grande pace marina e campestre, che  tre volte il giorno,  due volte la notte il treno attraversa. Non potevo scegliere meglio  l’ambiente, per poter lavorare…Come si lavora bene, qui. Arrivano tutti i libri, tutti i  giornali…io rimango qui sino a metà ottobre , tanto è bello il paese. Donna Maria D’Annunzio risaluta cordialmente: quanto è carina e amabile, questa giovanetta, che in campagna ha addirittura un’aria infantile …”>

Lo scrittore Primo Levi, anch’egli frequentatore del Cenacolo, scrisse nel 1882 nel famoso libro “Abruzzo forte e gentile“: «Già da tempo […] nel 1880 […] convenne […] un’eletta schiera di artisti sommi, nel casone strano di Michetti, in riva al mare, da Edoardo Scarfoglio, a Francesco Paolo Tosti, da Gabriele d’Annunzio a Guido Boggiani, da Matilde Serao a Costantino Barbella. Ha vita il Cenacolo degli Artisti, denominazione rimasta allo studio di Michetti».

Gabriele  D’Annunzio assiduo  frequentatore di Francavilla “..dal gentil profilo, intarsiata sul fondo azzurro del cielo”, fa assurgere la cittadina a luogo di elezione del cenacolo di questi artisti uniti nel nome della ricerca di un’ideale  di bellezza. Qui il poeta giunse nel 1880 e così descriveva all’amico Nencioni  quel  momento. “Giunsi a casa ai primi di luglio dal ‘Cicognini’ un po’ sciupato…trovai  nel Michetti un amico amoroso che mi rialzò, mi distrasse, mi comunicò un po’ della sua fede e del suo foco  sacro”. Da allora soprattutto nei periodi estivi prese a riunirsi con i suoi amici al  Convento che definiva il suo “Romitaggio”.  Quando era ispirato veniva murato nella sua stanza al secondo piano (ancora  visibile) e quando finiva di scrivere, gli amici suonavano le campane dell’annesso campanile. Qui tra luglio e dicembre 1888 fu scritto “Il Piacere“; tra  aprile e luglio del 1891 fu composto “L’innocente”.  Anche buona parte del “Trionfo della morte” fu ideato al Convento.  Al suo interno la vita era una vera e propria vita in comune e  D’Annunzio così la descriveva:  “Si viveva così  obliosamente.  La sera, mentre il plenilunio ottobrale saliva alla marina, i nostri cuori risuonavano nella tranquillità degli oliveti, sotto lincerto biancicare argentino dei rami … Di tratto in tratto Messere il Vento veniva  a strimpellare questo vecchio colascione che è il convento“. Il poeta ricorda anche la presenza di Nunziata, moglie di  Michetti che, non senza la collaborazione degli amici del Cenacolo, si prodigava per preparare i pasti. Il Vate qui veniva per i bagni con l’amico Michetti, ma anche  per le ore liete con Barbara Leoni e per perdersi nella malinconia e nella solitudine o per meditare sulle sue opere. Quanti sogni sull’arena ardente! Il mare tutto verde e  luccicante e ondeggiante come un drappo di seta antica, giungeva ai miei piedi; le barche  parevano immobili in  lontananza; il vento portava il profumo dei limoni.”…Oh i bei giorni di Francavilla, quando il culto dell’arte ci univa.  Quella povera casa solitaria, in mezzo all’immensità dei litorali, era il nostro tempio: per le   stanze  un grande alito di  salsedine spirava. … Oh i bei giorni di Francavilla! Che sciupio felice di giovinezza, di forze, di amori, di sangue, di  vino!

 

Francesco Paolo Tosti  in quel periodo trionfa a Londra alla corte della  regina  Vittoria con le sue romanze, pubblicate da Ricordi, che rivoluzionano il mondo  musicale della fine del secolo. “spopolano e la sua Immensa popolarità paragonabile forse solo a quella odierna dei Beatles aduna intorno alla sua figura  un alone leggendario”  … con le sue melodie con la sua stessa personalità gioiosa e estroversa, con i suoi trionfali successi, il musicista  contribuisce notevolmente a quella esaltazione che sconvolge e  quasi travolge il poeta quando entra in contatto con Michetti e gli artisti del  cenacolo”. (Paola Sorge in “Sogno di una  sera d’estate”). A Francavilla nel 1880 compone “Canzone” dai versi semplici , la prima di una lunga serie di romanze su testi di  D’Annunzio, la più famosa delle quali  è sicuramente “’A Vucchella”. Le romanze composte da Tosti insieme a  D’Annunzio  “sono piene di malinconia… di eros e thanatos e di squisite fattura” come le liriche che compongono il  poemetto intitolato Malinconia del 1883. Versi traboccanti d’amore e di languore per le dolci melodie  tostiane, nati nelle calde notti estive a Francavilla. Così il Vate rievoca la magia di quei giorni:“… Paolo Tosti, quando era in vena,  faceva musica per ore ed ore, senza  stancarsi, obliandosi  d’innanzi  al  pianoforte, talvolta  improvvisando, con una foga e una  felicità  d’inspirazioni  veramente singolare. Noi eravamo distesi o sul divano o per terra, presi da  quella specie di ebrietà spirituale che dà la musica in un luogo raccolto e quieto.  Ascoltavamo in silenzio, a lungo, chiudendo gli occhi per seguire meglio un  sogno …La musica ci aveva chiusi in un circolo magico. Dopo due mesi di quella consuetudine, le nostre sensazioni  s’erano così affinate che ogni urto della vita esteriore ci affliggeva e ci turbava.”

“Un percorso che raggiungerà i suoi frutti più alti proprio negli anni in cui la  compattezza del cenacolo comincia a sfaldarsi, probabilmente schiacciata  dalla crescente fama degli artisti. Con ‘La figlia di Iorio’, specchio  dell’anima della terra d’Abruzzo raccontata prima nel poema pittorico di Michetti,  esposto nella versione definitiva nel  1895 e poi nella tragedia dannunziana terminata nel 1903, i due maggiori artisti raggiungono le massime vette dell’arte.  Ma anche Tosti, che vive a Londra una vita brillante alla corte della regina  Vittoria e scrive romanze malinconiche  riecheggianti i canti popolari della sua terra  ha sempre meno tempo per gli amici di Francavilla, pure Barbella lascia  ormai poco spazio al sogno,  partecipando con i suoi lavori in bronzo e  terracotta a quasi tutte le esposizioni sia in Italia che all’estero.

L’attività del Cenacolo ebbe una vita intensa ma breve; terminò, infatti, nel 1889, anno in cui si sposarono Costantino Barbella e Carmelo Errico. Del resto dei cinque fondatori del Cenacolo, D’Annunzio si era sposato nel 1883, Paolo De Cecco nel 1884, Michetti e Tosti nel 1888. Che ufficialmente il Cenacolo michettiano sia cessato nel 1889 ne abbiamo dimostrazione nell’estate di quell’anno in quanto Michetti, invece di invitare D’Annunzio al convento come aveva fatto l’anno precedente, gli trovò L’Eremo di San Vito per trascorrere l’estate insieme con Barbara Leoni.

Si concluse così, alla fine degli anni ottanta, un sodalizio straordinario  fenomeno assai raro, se non unico nella storia dell’arte che, sulle ali di un sogno wagneriano,  cercò di realizzare una compenetrazione di  espressioni artistiche e creare una simbiosi spirituale senza precedenti.

Fonti:

  • Sogno di una sera d’estate di Paola Sorge
  • Francesco Paolo Michetti di Franco Di Tizio
  • D’Annunzio e il Cenacolo michettiano”di Ianieri editore