Eccellenza d’Abruzzo n. 32 – Caporciano (AQ): Oratorio di San Pellegrino in Bominaco

Eccellenze d’Abruzzo oggi incorona regina d’Abruzzo  Caporciano e la sua eccellenza, l’Oratorio di San Pellegrino di Bominaco … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 273 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

Chiedo scusa per la lunghezza, ma una delle più importanti meraviglie d’Abruzzo non meritava di essere descritta in poche righe!

L’Oratorio di San Pellegrino, dichiarato nel 1902 monumento nazionale, e considerato uno dei capolavori dell’Abruzzo romanico-gotico, si trova nello splendido borgo medievale di Bominaco del comune di Caporciano, in località Mamenacus (antico nome di Bominaco) in provincia dell’Aquila, ed è dedicato a San Pellegrino, monaco e martire Cristiano che, intorno al IV secolo, venne dalla Siria in queste zone dove era venerato e trovò la morte e sulla cui tomba venne costruita questa chiesa intorno all’VIII secolo, in seguito appartenuta ad un complesso monastico benedettino del quale fa parte la vicina chiesa di Santa Maria Assunta.

 

Definito a ragione, la “Cappella Sistina d’Abruzzo”, meraviglioso gioiello ed esempio di arte romanica, è la più grande testimonianza ed uno dei tesori più straordinari di pittura medioevale abruzzese. E’ chiamato anche la “Cappella degli Scrovegni di campagna”, perché chi varca la soglia del piccolo edificio può solo restare incantato dinanzi alla ricchezza della decorazione, della luce emanata dalle singole scene che si susseguono in un disordine solo apparente ed anche “la Bibbia dei poveri” perché gli affreschi di Bominaco ci restituiscono oggi i toni, le atmosfere e i linguaggi di una società medioevale e rurale per lo più analfabeta, dove la superstizione e la religione dettavano i tempi, le regole e gli stili di vita. Una vita precaria, fatta di paura, di fame e soprusi, di insicurezza, dove le speranze erano riposte nella preghiera e nella devozione e chi non aveva la bibbia qui poteva “leggerla”.

“E’ difficile immaginare quanta bellezza e ricchezza pittorica sono ammirabili in questo Oratorio che all’apparenza sembra una delle tante piccole chiesette di campagna. Al suo interno si resta incantati ad osservare lo spettacolo di questo luogo “magico”… “un luogo dove magia e Fede si incontrano e si congiungono” ed il ciclo di affreschi ci apre una finestra sul passato riuscendo a comunicare attraverso il tempo in modo straordinariamente efficace.”

Ricostruito nella seconda metà del XIII secolo per opera dell’abate Teodino (data certa della riconsacrazione è il 1263, come dimostra l’iscrizione sotto il piccolo rosone sulla parete di fondo dell’oratorio che recita: “H DOMUS A REGE CARULO FUIT EDIFICATA ADQ P ABATEM TEODINUM START RENOVATA CURREBA…..NNI DNI TUNC MILLE CC ET SEXAGINTA TRES LECTO…….DICITO GENT….”.), si pensa che sia stato eretto per ordine di Carlo Magno (o di Carlo il Calvo)  a cui San Pellegrino gli sarebbe apparso in una visione in seguito alla quale avrebbe rinvenuto, non lontano dal monastero, il corpo del martire, decidendo così di erigere una chiesa a lui dedicata poiché sull’architrave del rosone si legge un’iscrizione che lo riguarda e perché fornì alla chiesa dei terreni e la donò all’Abbazia di Farfa, dalla quale alcuni monaci vennero per fondare una comunità monastica.

L’oratorio, 110 m2 di semplicità, perché quasi grezzo, che visto dall’esterno sembra una piccola chiesetta, come tante, è armonioso e movimentato solo dalla presenza di due rosoni, il primo posto sulla sua facciata frontale ed il secondo su quella posteriore. In un secondo momento la parte anteriore è stata arricchita della presenza di un porticato. Il piccolo ambiente dispone di un’unica navata senza abside è lungo 18,70 metri per 5,60 metri di larghezza, sormontata da una volta a botte ogivale, coperto da volte a cielo di carrozza. Le pareti interne della chiesa sono interamente coperte da affreschi e, insieme a quelli della vicina chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa, rappresentano una testimonianza importante della pittura medioevale abruzzese.

Liberato dai rifacimenti ottocenteschi nel corso del restauro, terminato nel 1938, l’altare custodiva al suo interno il corpo del santo, sicuramente motivo di grande orgoglio per l’abbazia, secondo un uso attestato già dal V secolo circa, volto, attraverso la deposizione di reliquie, ad identificare l’altare con la tomba stessa di Cristo, assimilandolo così al sepolcro.

Nel mezzo della chiesa due plutei sono rappresentati da un drago e un grifo, probabilmente sono di riporto da Peltuinum. L’intero corpo dell’edificio è ricoperto di affreschi, stride il contrasto tra l’esterno ed interno, quasi sembra dirci “di guardare oltre le apparenze” e che la vera ricchezza la troviamo nella “semplicità” e probabilmente dove non immaginiamo.

Il culmine della volta, in ogni campata, presenta decorazioni sempre diverse che si stendono come preziosi tessuti ricamati. Sulla prima un cielo blu notte ricoperto di grandi stelle che, regolari e disposte su file, lo illuminano. Tra queste, a sinistra, tre misteriosi uccelli, due bianchi e uno nero, si appoggiano sulla cornice. La campata successiva è un tripudio di colore: due nastri bruni si intrecciano dando luogo ad anelli continui riempiti all’interno da rossi fiori, da ottagoni bicromi, losanghe decorate, tutto a ricoprire un cielo azzurro sul quale, tra gli anelli, compaiono le stelle. Curiosa la presenza della figura di un leone, simbolo dell’Evangelista Marco, apparentemente inserito senza uno scopo preciso all’interno della decorazione. Sulla terza campata è invece una fascia che spartisce geometricamente lo spazio, nei toni sfumati del rosso e dell’azzurro, ripiegandosi rigida e tridimensionale. Nell’ultima campata un più regolare, dal punto di vista coloristico, modulo geometrico, crea, tra grandi stelle a otto punte, motivi cruciformi rossi e verdi. Ovunque quindi torna la stella, anche se in forme diverse e il cielo quale elemento unificatore dell’insieme, accompagnato ai tralci vegetali che, più rigogliosi e naturalistici in alcuni punti, più stilizzati e rigidi in altri, incorniciano scene, spartiscono spazi, celano ed annullano le strutture portanti.

Lo straordinario ciclo di affreschi pittorici istoriati intrecciati tra loro, in modo complesso e a tratti disordinato, rappresenta episodi tratti dal Vangelo, la Deesis (dal greco δέησις, “supplica”, “intercessione”), tema iconografico cristiano di matrice culturale bizantina molto diffuso nel mondo ortodosso, uno dei più antichi calendari monastici con le personificazioni dei mesi, i segni zodiacali e le fasi lunari, e per avere più chiara la disposizione delle scene è bene tener conto che queste vedono nella controfacciata il loro inizio o la loro fine, disponendosi secondo un principio circolare, che si sviluppa da sinistra a destra, per cui l’apparente senso di disordine è in realtà frutto di una logica compositiva atta a trascendere lo spazio architettonico, favorendo il coinvolgimento del fedele in uno spazio spirituale, puramente cristiano.

Pertanto è seguito un filo logico e discorsivo sulla vita di Cristo e sono intitolati,  rappresentati sulle pareti interne del modesto edificio e dipinti da maestri differenti, “Il Maestro dell’Infanzia”, “Il Maestro della Passione”, “Il Maestro Miniaturista” e “Il Calendario Bominacense”. Il primo ciclo dedicato alle Storie dell’Infanzia che comprende Annunciazione, Visitazione, Natività, Annuncio dei pastori, l’Adorazione dei Magi e la Strage degli Innocenti; poi i due cicli forti dell’Anno liturgico, il ciclo del Triduo pasquale della Passione di Cristo, con l’entrata a Gerusalemme, la lavanda dei piedi, l’Ultima cena, il tradimento di Giuda, l’arresto, il processo, Pilato che si lava le mani, la Flagellazione, la Deposizione dalla croce, la Deposizione nel Sepolcro, indi l’Incontro e l’apparizione ad Emmaus, la Vita di Maria, direttamente sulla porta d’ingresso due Profeti del Vecchio Testamento, Zaccaria in alto ed Isaia in basso e scene del Giudizio Universale, diviso nelle scene della Pesa delle anime, i 3 patriarchi con le anime in grembo dei beati dopo la morte e S. Michele che pesa le anime, poi Adamo, Daniele, Samuele, Salomone ed Elia, San Pietro che apre le porte del paradiso, Cristo assiso Benedicente tra i 4 Apostoli, poi cinque figure di Profeti, Mosè, Giobbe, Giona, Isaia Abdia, scene dell’Inferno con i dannati torturati dai demoni, cui seguono, il ciclo del Natalizio più gli apostoli e i vari santi che la comunità onorava nelle proprie chiese, tra cui 6 storie dedicate a San Pellegrino e sotto il suo affresco gigantesco è visibile il gruppo dei 4 Santi, San Cristoforo (presenza giustificata dalla credenza, non solo abruzzese, che, se guardato giornalmente, avrebbe preservato da una morte improvvisa, come si legge anche dall’iscrizione posta tra le sue gambe), Sant’Onofrio, San Martino (che divide il mantello con il povero), e San Francesco d’Assisi (rivolto a destra con il busto, il suo gesto con la mano sinistra si può mettere in relazione con la scena corrispondente sul lato opposto, l’Ingresso a Gerusalemme, inerente la Passione, fungendo così da tramite tra il fedele e l’avvenimento della storia santa), come indicato nell’interessantissimo e raro Calendario liturgico cristiano Bominacese ivi dipinto, tra i pochi e meglio conservati, di cui restano leggibili soltanto i primi sei mesi raffigurati tramite i segni zodiacali, le attività dell’uomo e le festività della diocesi di Valva (Corfinio), al quale apparteneva l’oratorio, con il mese di Gennaio rappresentato da un uomo che beve vino, Febbraio da un uomo che pota un albero, Marzo da un uomo dormiente, Aprile da un uomo che tiene due fiori, Maggio da un uomo a cavallo con un fiore e infine Giugno da un uomo che coglie il frutto. Il tempo del lavoro dell’uomo si identifica così con il tempo di Dio, l’Ora et Labora della regola di S. Benedetto, con lo spazio architettonico della chiesa che scandisce il tempo della chiesa stessa. Per finire, al culmine della controfacciata si osserva un medaglione con l’Agnus Dei, simbolo per eccellenza del sacrificio di Cristo anche se le scene della Crocifissione e della Resurrezione non compaiono poiché gli affreschi in San Pellegrino celebrano i contenuti essenziali della fede cristiana.

Tali cicli si mostrano lineari, ma spesso alcuni riquadri sono più grandi degli altri, occupando tutto lo spazio, con distinzioni appena visibili nella separazione delle sequenze da cornici esili. Dipinti, quando si osservano meritano un religioso silenzio, perché è l’energia del luogo “che parla”. Gli storici hanno evidenziato la mano di tre artisti per via delle differenze tra i cicli, per questo si ritiene plausibile che gli affreschi furono concepiti come emanazione della stessa liturgia che i monaci celebravano nel coro conventuale e che pertanto gli autori dei vari affreschi furono gli stessi monaci. Infatti “L’insieme pittorico esprime una simbiosi culturale che soltanto la comune educazione teologica e la medesima sensibilità monastica potevano produrre.

Un bassorilievo con due angeli intorno ad un piccolo foro e un’iscrizione che recita “CREDITE QUOD HIC EST CORPUS BEATI PELLEGRINI”, si trova in una cavità a destra del blocco d’altare, nella quale, secondo la tradizione locale, era possibile inserire il capo appoggiando l’orecchio in corrispondenza del foro e così ascoltare il battito del cuore del santo. Probabile reviviscenza dell’antico rito dello “strofinamento” con la terra nella quale trasferire il proprio male, connesso, in epoca cristiana, generalmente a quei santi che avevano un particolare legame con le grotte. Quest’uso si ritrova anche in altri luoghi sacri d’Abruzzo, ad esempio nell’Eremo di S. Venanzio a Raiano o a Santa Colomba ad Isola del Gran Sasso.

Gli spazi interni dell’oratorio sono divisi in due da due plutei decorati da un simurgh sasanide, una sorta di drago e un grifone, animale mitologico della cultura mesopotamica, che servivano per separare gli spazi dedicati ai fedeli da quelli riservati ai catecumeni.

Vari sono i riferimenti, da quelli della tradizione iconografica bizantina delle scene, desunta soprattutto dai modelli offerti dalla miniatura orientale, sulla quale si innestano elementi tipici della cultura occidentale, specialmente locale abruzzese. Ad esempio l’abito indossato da Maria Vergine nella scena della Visitazione, composto dal “maphorion” sotto il quale si vede spuntare la veste a rombi, desunta dal vestiario locale, e in molte scene si nota il superamento dell’immobilismo bizantino-romanico, infatti alcuni brani fanno capolino elementi iconografici d’ispirazione francese.

I riquadri volgono alla ricerca del particolare con spunti di vita quotidiana, e gesti dei personaggi fortemente espressivi. Manca nel ciclo la Crocifissione, sostituita dalla Deposizione, episodio non troppo frequente nella tradizione occidentale. Il particolarismo è presente soprattutto nella scena di Emmaus, con la corta veste e il bastone, descrittivismo autentico degli affreschi di Bominaco. L’uso disinvolto del colore e il disinteresse per gli effetti plastici e spaziali portano il maestro della Passione verso la ricerca di una resa popolaresca bidimensionale della realtà.

Il ciclo di affreschi si denota una certa uniformità di linguaggio che è caratterizzato dal naturalismo gotico sul quale si innestano richiami benedettini e bizantini la cui personale reinterpretazione fanno del ciclo di affreschi di Bominaco una testimonianza preziosa, anticipatrice della stagione pittorica duecentesca, prima della pittura giottesca, che con l’introduzione della tridimensionalità cambierà per sempre l’arte italiana ed europea.

Ciò che rimane misteriosa è l’identità del santo che l’iscrizione nel primo riquadro indica proveniente dalla Siria: “DE SIRIA S(an) C(tu)S PEREGRINU (s) VE(n) IT AD URBE(m)”. Il Pellegrino qui citato che il Calendario dipinto indica celebrato il 18 Novembre e le storie rappresentate, non coincidono con nessun S. Pellegrino conosciuto. Si escludono così il S. Pellegrino venerato sull’Appenino Tosco-Emiliano, il S. Cetteo vescovo di Amiterno venerato sulle coste dalmate con il nome Pellegrino, annegato nel 590 dai Longobardi nelle acque del fiume Pescara e festeggiato il 13 Giugno, il S. Pellegrino, le cui reliquie sono conservate ad Ancona ed il santo vescovo di Terni festeggiato il 16 Maggio.

Ricollegandosi alla presunta fondazione carolingia citata nel Chronicon Vulturnense, lo stesso imperatore Carlo Magno, dopo la visione, dovette chiedere agli abitanti del luogo notizie sulla vita del santo a lui apparso. Si potrebbe allora ipotizzare l’esistenza di un culto locale di origine popolare che trasforma un santo pellegrino in San Pellegrino, protettore dei viaggiatori, visto che nella prima scena il santo indossa un copricapo tipico del pellegrino?

Per finire? Una sola parola: “IMMENSO”!

Foto by Centro Turistico TREe

Fonti: Wikipedia – Serafino Lo Iacono,  “Bominaco, insonne desiderio di Dio” – Rossella Tirimaccohttp://abruzzoforteegentile.altervista.org/la-cappella-sistina-dabruzzo-loratorio-di-san-pellegrino-a-bominaco/

http://abruzzando.com/oratorio-di-san-pellegrino-bominaco/ http://www.storiadellarte.com/articoli/guida/AFFRESCHI%20ORATORIO%20DI%20SAN%20PELLEGRINO.html

http://www.iluoghidelsilenzio.it/oratorio-di-san-pellegrino-caporciano-aq/

http://www.comunecaporciano.aq.it/c066022/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/9

https://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=150510&pagename=57http://www.camminareinabruzzo.it/2017/03/07/il-meraviglioso-ciclo-di-affreschi-di-san-pellegrino-a-bominaco/http://discoveryabruzzomagazine.altervista.org/caporciano-aq-il-borgo-medievale-di-bominaco-a-cavallo-fra-leggenda-e-storia-mitologia-e-religione/

Eccellenza d’Abruzzo n. 31 – Castilenti: piccolo Borgo Ottocentesco

Eccellenze d’Abruzzo oggi accende i riflettori  su Castilenti e sulla sua eccellenza: il piccolo Borgo Ottocentesco … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 274 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

“Piccolo borgo di origine medioevale, Castilenti ha origini antichissime, come testimoniano le tracce di insediamenti rinvenute in località Casabianca dove è venuta alla luce una sepoltura attribuibile al periodo italico con corredo funerario costituito da spada in ferro, scodella e brocchetta con manico in bronzo.  Castilenti è sicuramente stata anche una città romana, non citata nel Catalogus baronum del XII secolo, ma il paese è documentato nel 1252 con l’insediamento di Case Egler, detto “Castilenti vecchio“, che corrisponderebbe all’abitato romano.

Castrum Lentuli, infatti, pare fosse un accampamento romano, poi costituitosi in agglomerato urbano. Una necropoli romana è stata scoperta sul vicino Colle San Pietro dove è stato rinvenuto anche un cippo miliario, databile tra il 367 ed il 375 d.C,  posto lungo la via che collegava Atri a Penne, recante una iscrizione in cui sono citati gli imperatori Valente, Valentiniano e Graziano. Altri ritrovamenti sono stati rinvenuti in altre località nei pressi del borgo, come la villa romana di Fonte Pisciarello e resti di costruzioni nelle lrazioni Fano, S. Savino, Colle Marciano, S. Croce e Colle Pulciano.

Oggi Castilenti è un borgo di stampo ottocentesco, raccolto intorno alla sua piazza principale, su cui si affacciano la sede comunale e la chiesa parrocchiale. I monumenti più prestigiosi del centro abitato sono il cinquecentesco palazzo dei marchesi de Sterlich e la Chiesa madre di Santa Vittoria, di cui si hanno tracce fin dal 1300, restaurata alla fine del settecento.

 

Fuori dell’abitato sorge il convento francescano di Santa Maria di Monte Oliveto edificato nel 1598 con fondi dei baroni di Castilenti per radicare il loro potere sul territorio con un’opera di grande prestigio segno della loro munificenza.

Ai margini dell’abitato è situata la “Fonte vecchia”, risalente al XVI secolo costruzione in laterizio ottocentesco con un mascherone centrale e due serpenti, in rilievo sulle pareti laterali, che si avvolgono ad un tridente simbolo della divinità di Poseidone. Poco distante anche la trecentesca Chiesa di San Pietro, restaurata recentemente, e quella di Santa Croce.” 

Foto by Centro Turistico TREe

Fonti: http://www.mondodelgusto.it e  Igino Addari

https://www.comunedicastilenti.gov.it/

 

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Musellaro

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – Musellaro

Frazione di Musellaro, Bolognano (foto by Wikipedia)

Il nostro sogno attraverso i Borghi d’Abruzzo che sfidano l’impossibile continua con la lettera “M” di Musellaro (PE), il “Paese della “Pietra Filosofale” dove la pietra si trasforma persino in “oro”.

Semplicemente guardando la foto, a primo acchito, riusciamo già a cogliere la trasformazione della pietra attraverso la superba immagine di una rupe rocciosa da dove emergono all’improvviso delle abitazioni. Le case, infatti, soprattutto quelle più in basso, sembrano prendere forma proprio dalla roccia sottostante. Sembra uno scherzo, ma i suoi abitanti sono riusciti, letteralmente, a tramutare le pietra in un villaggio.

Cantina Zaccagnini (foto by Signorvino)

La 2° trasformazione, invece, sempre per mano dell’uomo, è quella avvenuta dalla pietra al vino. Infatti, su questo terreno pietroso si riuscono a coltivare e produrre vini venduti e apprezzati in tutto il mondo, dal rosso Montepulciano d’Abruzzo al bianco Pecorino.

Anche la natura ha contribuito a trasformare la pietra di Musellaro, attraverso il lavoro incessante dell’acqua, in una “galleria d’arte all’aperto” che è possibile ammirare nella Valle dell’Orta. La 3° trasformazione riguarda, infatti, il passaggio dalla pietra alle Marmitte dei Giganti, maestose sculture naturali chiamate in questo modo per il suono impetuoso prodotto dalla forza del torrente che vi scorre all’interno.

Marmitte dell’Orta (foto by Gaspare Silverii, Paesaggi d’Abruzzo)

La 4° trasformazione riguarda il passaggio dalla pietra alle gemme preziose. Anche in questo caso è l’acqua che trasforma la pietra in una piscina naturale, la Cisterna di Bolognano, in un contenitore di verde smeraldo.

Cisterna di Bolognano

A Musellaro, però, così come affermavamo all’inizio, la pietra sono riusciti a farla diventare addirittura “oro”. La tradizione, infatti, narra che nel 1187, un conte, tale Del Balzo, durante una Crociata a Gerusalemme rinvenne, in un fosso, un crocifisso profanato dai Musulmani e decise di riportarlo con se, regalandolo ai baroni di queste terre. Da quel momento il paese fu testimone di numerosi miracoli da parte di questa reliquia, tra i quali anche il suo sanguinamento e divenne oggetto di grande venerazione per i suoi abitanti. Ancora oggi la croce è conservata nel Santuario di S. Maria del Balzo, situata al centro del borgo, ed è meta di pellegrinaggio, soprattutto il 19 Settembre, giorno della Festa del SS.mo Crocifisso.

Continua a scoprire i borghi impossibili d’Abruzzo: A- AlfedenaA – AltinoC – Castrovalva, M – Musellaro

Eccellenza d’Abruzzo n. 30 – Casoli (CH): il Castello Ducale o Castello Masciantonio

Eccellenze d’Abruzzo oggi accende i riflettori  su Casoli e sulla sua eccellenza: il Castello Ducale o Castello Masciantonio  … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 275 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

“Il castello di Casoli è posto in cima all’abitato, su di un colle alla destra del fiume Aventino da cui domina la sottostante valle fluviale con il grazioso lago S. Angelo e le colline circostanti. Tutto ha inizio da una torre, l’elemento più antico, realizzata presumibilmente tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo su un colle a 378 metri sul livello del mare come avamposto fortificato da opere difensive in muratura, che aveva dimensioni più ridotte e merlature alte almeno due metri per meglio controllare le valli dei fiumi Aventino e Sangro e contrastare gli attacchi dei popoli nemici, collegata visualmente con la “Torre di Prata”, posto di guardia situato più a valle e presidiato da due cavalieri con una piccola guarnigione.

Torre attorno alla quale, verosimilmente, fu edificato il nucleo originario del castello, quale ampliamento di una preesistente torretta di guardia di epoca longobarda, castello che fu  completato nel 1455 dagli Orsini, successivamente passò ai principi d’Aquino (a loro si deve la configurazione del “Palazzo”), che ne mantennero la proprietà fino ai primi dell’Ottocento e nel 1845 fu acquistato dalla famiglia Masciantonio che lo trasformò in residenza signorile e che lo cedette al Comune nel 1981. Attualmente il castello si articola attorno ad uno spazio centrale di cui il cortile è l’elemento principale.

La famosa torre corrisponde ad una torre normanna pentagonale, da cui è possibile ammirare a 360 gradi la Majella, i monti di Altino e Palombaro, i calanchi, e la zona industriale di Atessa, oltre al centro storico di Casoli, perfettamente inquadrabile, assieme alla torre campanaria della vicina chiesa di Santa Maria Maggiore.

Il Castello Ducale e la Torre nel corso della seconda guerra mondiale furono utilizzati sia dall’esercito tedesco che da quello alleato come punto di avvistamento ed attualmente entrambi sono stati dichiarati monumento nazionale.

Ai Principi Orsini, il cui dominio sul feudo di Casoli ha interessato il corso del XIV e XV secolo, è attribuibile la definizione di un primo assetto strutturale della fabbrica, Orsini che dotarono il castello anche di una cappella palatina che costituisce il nucleo originario della chiesa di Santa Maria Maggiore, ponendovi come ornamento esterno due leoni, attualmente decapitati ed inclusi nella muraglia dell’Arco del Purgatorio.

Pasquale Masciantonio, l’ultimo proprietario, fu un celebre avvocato e parlamentare e ospitò nel castello Gabriele d’Annunzio, di cui fu amico e finanziatore, gli amici del Cenacolo Abruzzese, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo Tosti, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao ed anche Guglielmo Marconi. D’Annunzio lasciò scritti sulle pareti della sua stanza numerosi pensieri. I Masciantonio vendettero il castello che recentemente è stato restaurato al comune di Casoli nel 1982.

All’interno, preceduto da un cortile con cisterna centrale, si accede mediante due entrate a una sala grande per i ricevimenti, oggi conservata nella matrice del XVII secolo (vi è esposta una sala museale); mentre la seconda entrata conduce alle camere del castello. Appena entrati si trova la pianta del chiostro con cisterna circolare, che ha pianta irregolare. Vi si trovano utensili agricoli come affilatrici.

Il Castello è famoso per le sue celebri sale, prima fra tutte  la Sala Wigram (intitolata al Maggiore Lionel Wigram dell’Esercito Inglese che nel corso della seconda guerra mondiale svolse un ruolo determinate nel consentire la costituzione della gloriosa formazione partigiana “Brigata Maiella”).La Sala Wigram oggi è usata come museo della seconda guerra mondiale combattuta a Casoli, punto di passaggio nella linea Gustav in cui vengono descritte le fasi della battaglia, nel novembre 1943, e alcuni personaggi chiave del combattimento, come Ettore Troilo. Invece nella prima sala adibita oggi a Sala del Gusto, si era insediato nell’inverno del 1943, il Comando inglese, ed è qui che il 5 dicembre 1943 ci fu l’incontro con l’avv. Ettore Troilo. L’incontro servì a gettare le basi per la formazione della Brigata Maiella.

Importante anche la Sala Pascal, come era affettuosamente chiamato l’On. Pasquale Masciantonio nell’ambito del “Cenacolo Abruzzese”, che fu ampliata da Pasquale Masciantonio come stanza di cerimonie, oggi è usata come museo dedicato all’ultimo importante proprietario del castello.

Tra queste vi è la stanza dove dimorò Gabriele D’Annunzio, sul cui muro scrisse in data IX Ottobre 1894, la celebre frase “La pazienza è l’immortal nepente che afforza i nervi e l’anima ristora!”, detta Sala del Silenzio e stanzetta di D’Annunzio, nella quale il celebre poeta soggiornava quando si trovava a Casoli, che contiene il busto originale di Masciantonio, quando fu eletto deputato, è raggiungibile dal secondo corpo dell’edificio, salendo una scalinata rinascimentale, costruita nella trasformazione del castello in palazzo gentilizio.

La grande sala usata al tempo anche come circolo culturale, ospita una mostra permanente sui protagonisti del “Cenacolo Abruzzese”, abituali ospiti dell’On. Pasquale Masciantonio, tra cui D’Annunzio, Michetti, Tosti, Barbella, Scarfoglio, De Titta, Serao ed altri, con l’esposizione di pannelli illustrativi delle singole personalità, una vera e propria collezione del carteggio originale tra Gabriele D’Annunzio, che si firmava anche “Ariel”, e Pasquale Masciantonio, definito “Pascal” dal poeta, era con personaggi come Francesco Paolo Michetti e Francesco Paolo Tosti.

Qui soleva essere ospitato d’Annunzio. Le mura di queste meravigliose sale sono ripiene di citazioni colte di autori del passato, come GoetheOscar Wilde e Leonardo Da Vinci, alcune scritte dallo stesso d’Annunzio, assieme al famoso ditirambo centrale.

Fonti: www.regioneabruzzo.it – http://www.comune.casoli.ch.it/ – http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/chieti/casoli.htm

Foto by Centro Turistico TREe

 

Abruzzo, con Basilicata e Calabria, leader di crescita nei primi 3 mesi del 2019

Finalmente buone e soprattutto concrete notizie per il turismo della nostra regione!

I dati della OTA Expedia ricavato sulla base delle prenotazioni registrate fra gennaio e marzo 2019, sono estremamente positivi e rassicuranti per l’anno turistico in corso.

“I primi tre mesi dell’anno hanno visto una crescita senza precedenti delle regioni Basilicata e Calabria, in un periodo che solitamente non fa registrare una grande riempimento delle strutture nell’area. Accanto ad esse, anche l’Abruzzo ha mostrato una andamento decisamente positivo.

La Basilicata, sulla spinta della popolarità che sta ottenendo per la presenza di Matera, Capitale europea della cultura 2019, ha fatto segnare un +60% anno su anno, mentre la Calabria ha registrato un incremento del 40% della domanda turistica rispetto ai primi tre mesi del 2018.

Il turismo delle regioni meridionali sta crescendo soprattutto grazie all’ampia varietà di bellezze che è possibile ammirare ed i flussi in principale aumento sono quelli internazionali.

Cina e Russia sono cresciute nel periodo rispettivamente del 120 e del 70%. Altro dato straordinario è la domanda di turismo proveniente dalla Grecia con i numeri che evidenziano  un aumento superiore al 160%.”

C’è la novità Abruzzo, terza regione che ha registrato ottimi risultati in termini di domanda turistica nel primo trimestre dell’anno che mostrano una crescita attorno al 10% rispetto allo stesso periodo del 2018.

Fonte: https://www.ttgitalia.com/stories/incoming/152171_expedia_basilicata_calabria_e_abruzzo_leader_di_crescita_nei_primi_3_mesi_del_2019/

Eccellenza d’Abruzzo n. 29 – Castel di Sangro (AQ): la Basilica di Santa Maria Assunta e la Civita

Eccellenze d’Abruzzo oggi accende i riflettori  su Castel di Sangro e sulle sue due speciali eccellenze: la Basilica di Santa Maria Assunta e la Civita  … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 276 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo, anche il più piccolo, merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo per mettere in mostra la sua eccellenza speciale ed avere il suo meritato riconoscimento!

La Basilica di Santa Maria Assunta, di origini medievali, principale edificio religioso di Castel di Sangro (AQ), è sita nella parte alta del paese, la Civita e nel 1902 è stata dichiarata monumento nazionale.

Riedificata in forme barocche tra il 1695 e il 1725, ha una molto bella facciata adornata da logge di santi e due campanili gemelli laterali. All’interno sono presenti tele di Francesco De Mura e Domenico Vaccaro, appartenenti alla scuola napoletana settecentesca.

Le sue origini risalgono alla seconda metà del X secolo, quando venne alzato un edificio religioso al posto della chiesa di Santa Maria ad duas Basilicas in località Valle Salice sin dal V secolo. Distrutta dal terremoto del 1456 (che lasciò in piedi soltanto 7 case), fu denominata “chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta in Cielo“.

Della prima costruzione non restano testimonianze, ad esclusione della donazione del Re delle Due Sicilie Ruggero delle chiese rurali di Sant’Ilario, San Lorenzo, Santa Lucia e San Valentino.

Subito ricostruita, su progetto di Francesco Ferradini, con la struttura tuttora esistente. Vi era usanza nei secoli scorsi, seppellire personalità di nobili e importanti famiglie  al suo interno, comequelle dai Panasca, Matta, Canofilo, Mancini, De Petra e Minotti-Maffei.

All’interno di questa meravigliosa basilica, l’arte la fa da padrona.

Infatti l’edificio gode dell’antico loggiato quattrocentesco e di un altorilievo trecentesco raffigurante la Pietà all’interno del porticato. Sulla parete del campanile destro c’è una monofora, mentre sulla facciata sono presenti, in apposite nicchie, le 8 statue  di Santa ConcordiaSan RufoSan RoccoSan SebastianoSant’EmidioSant’Antonio abateSan Gaetano e l’Assunta.

Impossibile non notare il maestoso orologio frontale e il grande portale, quest’ultimo circondato da volti scolpiti in pietra e, in altro, è visibile lo stemma di Castel di Sangro.

Nella parte interna si ammira il gruppo bronzeo del Battesimo del Cristo, attribuito alla scuola del Cellini, con splendidi intarsi marmorei che si trvano anche sull’altare di san Sebastiano e sull’altare maggiore. Chiudono il coro ligneo, l’antico leggio, un bassorilievo che nasconde in una nicchia il corpo di santa Concordia., il pulpito e il paliotto quattrocentesco lignei sulla vita di Gesù, che decorano l’altare dell’Addolorata.

Le tele presenti, di grande valore, la rendono un piccolo museo: la “Disputa fra i dottori” e la “Natività” del Vaccaro; la “Caduta di Gesù sotto la croce” e “Gesù mostrato al popolo da Pilato” del De Mura; la “Madonna che allatta il bambino tra i santi Apostoli Filippo, Giacomo Maggiore e i Santi Sebastiano e Rocco” e l'”Ultima cena” di Paolo De Matteis; il “Miracolo della manna” e infine il “Mosè con il serpente di bronzo” del Cirillo.

La Civita, dove si trova la Basilica di Santa Maria Assunta, è il quartiere più alto e antico della città. Costituita da case fortificate risalenti al XVI secolo, vi spicca il Palazzo De Petra, oggi adibito a Pinacoteca patiniana, che con arcate gotiche e una torretta merlata, ha mantenuto l’originario aspetto risalente al XV secolo.

Il castello che serviva da presidio militare, fu costruito nell’XI secolo sui resti di fortificazioni preesistenti, probabilmente di età antica, su Colle S. Giovanni. Infatti presso il forte si trova la cosiddetta Porta Osca, accesso alla cinta fortificata dei Sanniti, con le mura ciclopiche. Il restante borgo, invece, si sviluppò nel XIII secolo e nel passato fu conteso da varie famiglie Longobarde e Normanne. Appartenuto ai De Sangro, venne soprannominato il “castello del Re“. Conquistato da Jacopo Caldora, distrutto da Braccio da Montone verso i primi anni  del ‘400, fu abbandonato nel XVI secolo, quando il paese iniziò a svilupparsi  più a valle. Il terremoto del 1706 della Majella dette il colpo di grazia al castello, che crollò in molte parti.

Oggi rimane la pianta quadrata irregolare, delimitata dalle basi di tre torrioni circolari, di cui la maggiore e più antica è chiamata maschio, e veniva usata come presidio di guardia dai Sanniti e poi dai longobardi, testimoniando la tipica funzione del castello nel IX secolo, quando fungeva da cittadella di controllo e di riparo dagli assalti per la popolazione, con il torrione maggiore che era la residenza del barone.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Santa_Maria_Assunta_(Castel_di_Sangro) – www.parrocchiasantamariaassuntacds.it/category/avvisi-parrocchiali/

Eccellenza d’Abruzzo n. 28 – Bucchianico (CH): San Camillo de Lellis, il gigante del Cristianesimo

Eccellenze d’Abruzzo oggi presenta il Gigante del Cristianesimo, San Camillo De Lellis, che abbiamo la fortuna di annoverare tra i santi della nostra regione in quel di Bucchianico … e ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 277 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo e di avere il suo riconoscimento, anche il più piccolo!

Foto by Abruzzomania

Chiedo scusa per la lunghezza dell’articolo, ma non sono stato in grado di tagliare alcunché perché tutto ciò che ho trovato scritto di questo Gigante andrebbe non tagliato ma ingrandito a caratteri cubitali!

Una storia incredibile quella di San Camillo de Lellis! Da bravaccio involgarito pigro, rissoso e soldato di ventura a gigante del Cristianesimo e di forza, coraggio, carità e dolcezza! Da sfrenato giocatore di dadi a fondatore dell’Assistenza infermieristica! Da mendicante a donatore d’amore! Da ragazzo maleducato a precursore della Croce Rossa! Da piccolo ribelle a celeste patrono della sanità civile e militare, degli ospedali e delle case di cure, degli ammalati (insieme con san Giovanni di Dio) e della Regione Abruzzo (insieme a San Gabriele). Da uomo finito, incline ai vizi del mondo, a zelante servo i malati nell’ospedale degli incurabili come fossero Cristo stesso! Camillo, nome premonitore che significa “ministro del sacrificio”, colui che trasformò gli ospedali da luoghi di morte a luoghi d’Amore. Ecco perché il 25 maggio del 1550 data della sua nascita quest’importante evento connotò la vita di Bucchianico!

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Nel 1574, a ventiquattro anni d’età, Camillo de Lellis era un uomo finito. Nato da una madre molto anziana la domenica di Pentecoste dell’anno Santo 1550,  molto robusto e più alto del normale (da grande sopravanzerà quasi tutti dalla testa in su), ma la madre aveva anche il cuore rattristato a causa di qualche triste premonizione. Di fatto, nessuno riuscì ad educarlo. A solo tredici anni, piccolo ribelle irriducibile, iniziò ad accompagnare il padre da un presidio militare all’altro, assimilando da lui una passione distruttiva per il gioco dei dadi e delle carte e dall’ambiente un atteggiamento da bravaccio involgarito.

Per alcuni anni visse la vita del soldato di ventura, giocandosi la vita nelle battaglie, nelle risse, per potersi poi giocare i soldi così guadagnati. Nel 1574 scampò ad un naufragio e, sceso a terra a Napoli, fu preso da una tale frenesia per il gioco che il “perdersi anche la camicia” non fu un modo di dire. Finì randagio come un cane, vagabondando senza meta, con vergogna, elemosinando davanti alle chiese con “infinito rossore”. Alla fine dovette adattarsi a lavorare per la costruzione di un convento di cappuccini conducendo due giumenti carichi di pietre, calce e acqua per i muratori.

Ma la vicinanza di quei frati, appena riformati e ancora nel loro pieno fervore, non gli era indifferente. Durante un viaggio al convento di S. Giovanni Rotondo, era l’anno Santo 1575, incontrò un frate che se lo prese in disparte per dirgli: “Dio è tutto. Il resto è nulla. Bisogna salvare l’anima che non muore…”. Nel lungo viaggio di ritorno, tra gli anfratti del Gargano, Camillo meditava. Ad un tratto scese di sella, si buttò a terra piangendo: “Signore, ho peccato. Perdona a questo gran peccatore! Me infelice che per tanti anni non ti ho conosciuto e non ti ho amato. Signore, dammi tempo per piangere a lungo i miei peccati”. Chiese di diventare cappuccino, ma venne dimesso dal convento, per una piaga che non cessava di suppurare.

Con rinnovato spirito, Camillo tornò a quell’ospedale a cui la malattia sembrava incatenarlo, l’Ospedale romano di S. Giacomo, dove si trattavano le più orribili malattie e dove, nel passato, vi si era perfino impiegato per curare gli altri malati, guadagnandosi così di che vivere. All’ospedale degli “Incurabili” giungevano i malati più ripugnanti, i rifiuti della società, spesso orribili a vedersi, che venivano addirittura scaricati sulla porta dell’edificio.

Nel XVI secolo, i malati erano in mano a dei mercenari; alcuni, delinquenti costretti a quel lavoro con forza, altri, per non aver diversa possibilità di guadagno. Quando Camillo e i suoi cominceranno a lavorare nell’ospedale maggiore di Milano (la “Ca’ granda”) troveranno che i luoghi di degenza sono in tale stato che Camillo li considera “causa di morte”: “Iddio sa quanti ne morirono l’anno per questo andare a quelli sporchi, fetosi e fangosi lochi“. Di nuovo agli ” Incurabili “, Camillo era ormai noto per la sua conversione. Ben presto lo nominarono Maestro di Casa, cioè responsabile immediato dell’andamento economico ed organizzativo. Cominciò a mettere ordine. Notte e giorno, era solito comparire e quando nessuno se lo aspettava, richiamando, rimproverando e costringendo ognuno a fare il suo lavoro e a farlo bene. Controllava gli acquisti, litigava con i mercanti, rimandava indietro le partite di merce avariata. Senza sosta, esortava gli inservienti e spiegava loro che: “I poveri infermi sono pupilla et cuore di Dio et… quello che facevano alli detti poverelli era fatto allo stesso Dio“.

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Un pensiero fisso lo ossessionava: sostituire tutti i mercenari con persone disposte a stare coi malati solo per amore. Desiderava avere con sé gente che non per mercede, ma volontariamente e per amore d’Iddio gli servissero con quell’ amorevolezza che sogliono fare le madri verso i propri figli infermi. Reso manifesto il progetto, destò subito preoccupazione perché alcuni temevano che interessi e abitudini sarebbero stati messi in discussione e che Camillo avrebbe finito con l’impadronirsi dell’ospedale; altri ben ispirati, considerarono il progetto irrealizzabile. Osteggiato, Camillo ed i suoi compagni lasciarono l’ospedale degli “Incurabili” dove ormai non li volevano più e si ritrovarono in una poverissima casetta dove non avevano che due coperte in tre, e la notte dovevano fare a turno per coprirsi. Cominciarono così la loro libera attività nel grande ospedale romano di Santo Spirito, il glorioso Hospitium Apostolorum. Sisto IV, il Papa della Cappella Sistina, rinnovò l’ospedale con una tale magnificenza da riproporre almeno idealmente il valore originario: “Culto d’amore dovuto a Cristo, Dio e uomo, ammalato nei poveri. Purtroppo anche in questo ospedale era visibile la sua miseria terrena. Gli uomini si mostravano di fatto indegni di quella solenne struttura ed il problema dei mercenari era simile a quello degli altri ospedali, problemi igienici e sudiciume umiliavano quello splendore.

In quel luogo, per 30 anni lavoreranno Camillo e i suoi amici divenendo pian piano una nuova congregazione religiosa, l’Ordine dei Ministri degli Infermi, che diventeranno poi i Camilliani,stabilirono il seguente paradigma: il corpo prima dell’anima, il corpo per l’anima, l’uno e l’altra per Iddio eche ebbero il permesso ad ognuno di portare l’abito nero come i Chierici Regolari, ma con il privilegio di una croce di panno rosso sul petto, come espressione della Redenzione operata dal dono del Preziosissimo Sangue di Cristo.

Per essi l’ospedale era tutto, e nel servizio iniziarono a lasciare il segno del carisma che Camillo andava trasmettendo ai suoi: la tenerezza. Egli riuscì  ad esigere che le corsie fossero ben arieggiate, che ordine e pulizia fossero costanti, che i pazienti ricevessero pasti salutari e che i malati affetti da malattie contagiose fossero posti in quarantena. Aggiunse ai tre abituali voti di povertà, castità e obbedienza, il quarto, quello di “perpetua assistenza corporale e spirituale ai malati, ancorché appestati”. Non era infatti inusuale incontrarlo nelle corsie in atteggiamenti di vera e propria adorazione dei malati, tanto era il rispetto che ne aveva. Un testimone riferì di averlo visto “stare ingenocchiato vicino a un povero infermo ch’aveva un così pestifero e puzzolento canchero in bocca, che non era possibile tolerarsi tanto fetore, e con tutto ciò esso Camillo standogli appresso a fiato a flato, gli diceva parole di tanto affetto, che pareva fosse impazzito dell’amor suo, chiamandolo particolarmente: Signor mio, anima mia, che posso io fare per vostro servigio? pensando egli che fosse l’amato suo Signore Giesù Christo...” (dagli Atti di canonizzazione).

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Quando la sera tornava in convento, chiamava i suoi frati, metteva un letto in mezzo alla sala, ammucchiava materassi e coperte, chiedeva a uno di distendersi, e poi insegnava agli altri come si rifaceva un letto senza disturbare troppo il malato, come si cambiava la biancheria, come bisognava atteggiare il volto verso i sofferenti. Poi li faceva provare e riprovare. Ogni tanto gridava: ” Più cuore, voglio vedere più affetto materno ” Oppure: ” Più anima nelle mani “. Camillo, illetterato e capace di accedere all’Ordinazione sacerdotale solo per i meriti acquisiti “sul campo”, divenne, di fatto, il fondatore della assistenza infermieristica, la cui testimonianza ci è lasciata nelle “Regole per ben servire i malati” (Archivio di Stato di Milano), una preziosa testimonianza di tecniche infermieristiche finalizzate al benessere del malato.

Pian piano andavano aumentando i giovani che desideravano condividere la sua vita. Camillo ebbe così la possibilità di “occupare” altri ospedali. Giunse fino a Napoli, Genova, Milano, Mantova, Milano dove scoppiò la dura questione degli ospedali e dove senza consultarsi con nessuno, colse l’occasione propizia per farsi affidare tutto l’ospedale, per curare cioè non solo l’assistenza ai malati ma l’intera gestione materiale di tutto, perché per Camillo qualunque cosa riguardasse  i suoi poveri, gli ammalati, era sacra e da accogliere. Ormai prossimo al termine della sua vita, si ritrovò con 14 conventi, 8 ospedali (di cui 4 sotto la sua completa responsabilità) e con 80 novizi e 242 religiosi professi.

Morì a 64 anni dettando il suo testamento per lasciare in eredità la totale e minuziosa consegna di se stesso:
Io Camillo de Lellis… lascio il mio corpo di terra alla medesima terra di dove è stato prodotto Lascio al Demonio, tentatore iniquo, tutti i peccati e tutte le offese che ho commesso contro Dio e mi pento sin dentro l’anima… Item lascio al mondo tutte le vanità… Item lascio et dono l’anima mia e ciascheduna potestà di quella al mio amato Gesù e alla sua S, Madre… Finalmente lascio a Giesù Christo Crocefisso tutto me stesso in anima e corpo e confido che, per sua immensa bontà e misericordia, mi riceva e mi perdoni come perdonò alla Maddalena...”. Rappacificato con la vita, spirò il 14 luglio 1614 e i  suoi resti mortali restano sepolti nella piccola chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma.

Dalla demolizione della chiesa di San Cristoforo, eseguita dallo stesso Camillo si realizzò il convento e dai numerosi testimoni chiamati in causa nel processo di beatificazione del santo, sappiamo che, per l’edificazione, che terminò nel 1615, furono portati a Bucchianico 7 muratori da Roma. Camillo canonizzato nel 1746 è festeggiato il 14 e 15 luglio ed oggi i Camilliani sono presenti nei cinque continenti.  Nel tempo si sono formate comunità di religiose e sono sorti in varie parti del mondo gruppi di laici, uomini e donne, che hanno fatto proprio il carisma e la missione di San Camillo: tutti insieme, Ordine in testa, costituiscono “La Famiglia Camilliana”.

Foto by Abruzzomania

In ultimo come non raccontare uno dei suoi strepitosi miracoli, avvenuto nell‘anno della carestia del 1612 in contrada San Rocco sul terreno detto “il campo delle fave”, a memoria di un atto di carità di S. Camillo , dove oggi sorge il Centro di Spiritualità intitolato al giovane studente camilliano Servo di Dio “Nicola D’Onofrio”. I diversi testimoni che deposero al Processo di Canonizzazione narrano di un approvvigionamento generale e continuo, senza limiti, che seppe subito del miracoloso. Qualcuno ha dato anche la resa delle piante in quell’anno, e il clamore suscitato dal fatto fece accorrere personaggi illustri a vedere coi propri occhi il campo del miracolo.

Foto pozzo del miracolo by Abruzzomania

Fonti: www.comune.bucchianico.ch.gov.it/ – www.proloco-bucchianico.it/ – it.wikipedia.org/wiki/Bucchianico – it.wikipedia.org/wiki/Camillo_de_Lellis – www.parrocchiasancamillo.it/ – www.santiebeati.it/dettaglio/28250 – www.sancamillo.org/ – www.camilliani.org/i-primi-anni/

Eccellenza d’Abruzzo n. 27 – Arsita (TE): la trilogia di Arsita, Gole dell’Inferno Spaccato, “Coatto” & festival Etnomusicologico

Eccellenze d’Abruzzo oggi presenta il comune di Arsita e la sua trilogia, il suo potente tris d’assi a base di cucina, musica e natura: il Coatto,  il Festival Etnomusicologico e le gole Gole dell’Inferno Spaccato e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 278 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo e di avere il suo riconoscimento, anche il più piccolo!

Arsa, bruciata, castelletto, capanne frasche o un bel cucco?

“Le origini di Arsita risalgono al periodo preromano, come testimoniano i ritrovamenti archeologici effettuati nel 1985: tombe, corredi e monili vari. Singolare il precedente nome, infatti fino agli inizi del secolo Arsita era chiamata Bacucco, nome che secondo alcuni significa “castelletto” o “insediamento di capanne di frasche”, mentre secondo altre fonti deriva dalla sua forma ovale, “quasi un bel cucco”, oppure dal Dio Bacco. A partire dal XI secolo accanto a Bacucco comincia a comparire anche il nome di Arsita, che indica un luogo arso o bruciato.”

Una delle eccellenze di Arsita è sicuramente Il “Coatto di Arsita” (dal latino coactus, ossia ristretto), più famoso come “Pecora alla callara”, poverissima bontà e antichissimo piatto di tradizione squisitamente pastorale, tipico della zona di Arsita, pietanza di lunga cottura a base di carne di pecora che si celebra nel mese di Agosto con una particolarissima sagra a base di specialità di pecora e castrato, vino rosso molto molto corposo e canti popolari che ne ripercorrono la storia. Gli ottimi e immancabili  ingredienti di questa prelibatezza sono: il cosciotto di pecora, cipolla, aglio e mix di erbe aromatiche (pipirensis “la pipirella”, rosmarino, salvia, maggiorana, basilico, prezzemolo e bacche di ginepro) olio evo, pomodoro in bottiglia a pezzetti (o passata), buon vino bianco e peperoncino a volontà. A carne tenerissima il piatto, da servire caldissimo in ciotoline di coccio, è pronto!

Foto by eccellenzedabruzzo.it

Festival Etnomusicologico kermesse musicali tra le più importanti dell’entroterra teramano e non solo, intitolato ‘Valfino al Canto’ arrivato alla 24° edizione, che si svolge tutti gli anni nei giorni 9, 10 e 11 agosto nonostante le calamità naturali. 

Quello di Arsita si colloca tra i 20 migliori festival popolari in Europa, una festa musicale che nasce da modalità espressive di matrice contadina e pastorale e che, grazie alle sperimentazioni, negli anni si è arricchita di originali sonorità provenienti da contesti afferenti ad aree musicali e geografiche tra loro lontane. 

“‘Valfino al Canto’  è un laboratorio artistico, in cui ogni anno si sperimentano musiche e danze provenienti da tutto il mondo, cercando, da una parte, di avvicinare artisti e cultori della musica tradizionale nazionali e internazionali, dall’altra, di far conoscere l’entroterra abruzzese con tutte le sue meravigliose peculiarità”.

Concludiamo la trilogia di Arsita con le straordinarie Gole dell’Inferno Spaccato: itinerario poco conosciuto situato nella zona prossima ai versanti settentrionali dei monti Tremoggia, Coppe e Siella (Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga). La gola è lunga circa 100 metri ed è molto suggestiva. Tra pareti alte decine di metri il canyon a tratti è largo solo alcuni metri. Il sentiero è evidente, agevole e ben segnato e non distante dal punto di partenza si apre un bel panorama con i versanti dei monti Siella, Coppe, Tremogge e Camicia. Si parte da quota 682 m, con indicazioni evidenti al suo imbocco (sentiero n. 248) e l’itinerario ha come meta finale il nevaio del Gravone.

A 880 m si devia a sinistra per la sorgente di San Giovanni, che si raggiunge dopo circa 150 metri. La sorgente, non sempre attiva, forse alimentata dal Gravone, è molto considerata dagli abitanti di Arsita, qui infatti nel periodo del solstizio di Giugno, la ProLoco, in collaborazione con la locale sottosezione CAI, organizza una manifestazione dedicata proprio a questa fonte. In passato nella notte di San Giovanni, si svolgeva un rito pagano (giunto sino alla nostra epoca e poi mischiatosi con la tradizione cattolica) in cui venivano praticati riti tesi ad allontanare o distruggere gli influssi malefici. Questo perché l’acqua della sorgente veniva e viene definita dai notevoli poteri apotropaici.  Si raggiungono le sorgenti del fiume Fino che sgorga praticamente dalla terra, più o meno al di sotto di un faggio.

A quota 1080 m si incontra una struttura di roccia chiamata Mirrocina e dopo, a circa 1135 m, il sentiero prende una ripida breve discesa e dopo pochi minuti, si giunge in prossima di un’altra falesia dove finalmente si potrà scovare l’ingresso della Gola dell’Inferno Spaccato, provvisto di cartello indicatore. Occorre fare attenzione, in quanto la roccia nasconde bene l’ingresso della gola, per entrare nel quale occorre eseguire qualche contorsionismo.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Arsita

http://www.comune.arsita.te.it/hh/index.php?jvs=0&acc=1

http://www.auaa.it/articoli-escursionismo/912-gole-dell-inferno-spaccato-gran-sasso

Borghi Impossibili d’Abruzzo – Alfedena

(M. C. ESCHER, foto by flickr.com)

Borghi mozzafiato – “A” di Alfedena

Il Ponte, Alfedena, M.C. Escher, 1937 (foto by Pinterest)

(Vedi Intro)

Forse non si ergerà a picco su di una roccia, forse non farà venire le vertigini come gli altri borghi di cui stiamo già parlando ma Alfedena aveva, comunque, il potere di colpire nel profondo gli occhi di chi la visitava. E, in un certo senso, lo ha ancora oggi. Soprattutto ai tempi in cui M. C. Escher decise di immortalarlo, ancora intatto prima della parziale distruzione subita durante la II Guerra Mondiale, Alfedena aveva qualcosa di magico che riusciva a superare la realtà e la percezione umana. Un luogo dove la cognizione dello spazio si faceva incerta e ambigua e dove il fulcro centrale era rappresentato dal “Ponte” che univa le abitazioni sospese tra una parte e l’altra del profondo fossato. Il paese in provincia dell’Aquila, situato nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, pareva un borgo impossibile più all’interno che al suo esterno.

Un disordine grandioso, il labirinto del borgo di Alfedena, che affascina l’artista olandese, così come, per quel che è rimasto, il visitatore del nostro secolo, seppur scoraggiato dal mettere piede in un mondo così incerto, ma attratto dalla sua stessa architettura caotica, costruttivamente impossibile e capace di portare in luce gli errori percettivi compiuti dai nostri sensi durante la sua osservazione. Errori che si prestano, da un lato, a diventare piacevoli visioni da scoprire e assaporare con gli occhi e, dall’altro, a denunciare il crollo della ragione che non riesce a capacitarsi dell’irrazionalità delle sue costruzioni.

Chiesa dei SS. Pietro e Paolo (foto by La Stampa)

Oggi il fulcro del borgo di Alfedena non è più il “Ponte” immortalato nell’opera di Escher ma, dopo la ricostruzione, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo da cui il “labirinto” di vicoli e stradine si propaga nei confronti di tutto l’abitato e che si protende verso la roccaforte del Castello dal quale, nel caso ci si fosse persi, è possibile affacciarsi per scorgere la via d’uscita dal paese.

Castello di Alfedena (foto by Wikipedia)

L’olandese, però, non fu suggestionato solo dall’interno del borgo ma anche dal contesto ambientale e dal paesaggio circostante. Ecco allora che decide di immortalarlo nuovamente, stavolta con un altro paese sullo sfondo, quello di Scontrone, divenuto anch’esso borgo dell’arte grazie anche ai numerosi murales sparsi tra i suoi vicoli.

La litografia non rappresenta, però, solo un contesto paesaggistico con le sue prospettive ma racconta anche di un curioso aneddoto legato alla storia e alla cultura di Alfedena.

M.C. Escher, Alfedena, 1930 (foto by Arthive)

Se si osserva attentamente l’immagine, si possono facilmente notare gli strani alberi in primo piano, alti e con un solo ciuffo di foglie sulla
cima. Sembrano piante che non fanno parte della natura abruzzese, invece, non sono altro che salici, olmi e in gran parte pioppi. Ma perché Escher avrebbe dovuto rappresentarli in questa maniera?

In realtà gli alberi erano realmente sistemati in questo modo dagli abitanti del paese, non per un puro fatto estetico ma per un motivo molto preciso. La popolazione di quel periodo era povera e basava il suo sostentamento quasi ed esclusivamente sulla pastorizia. Ecco, allora, che, durante i rigidissimi inverni, quando le loro capre non riuscivano più a nutrirsi con l’erba dei prati ricoperti da spesse coltri di neve, i pastori raccoglievano per loro le foglie dei rami più bassi, lasciando solo quelle delle cime dove non riuscivano ad arrivare.

Riuscirai a districarti anche tu una volta entrato nel labirinto del borgo di Alfedena?

Scopri i Borghi Impossibili d’Abruzzo: A – AlfedenaA – Altino, C – Castrovalva, M – Musellaro

Eccellenza d’Abruzzo n. 26 – Civitella Alfedena (AQ): il borgo medievale e la Camosciara

L’inno di Eccellenze d’Abruzzo oggi è il borgo fortificato di Civitella Alfedena e il suo splendido gioiello della natura, la Camosciara e … ricordo che di eccellenze abruzzesi ne abbiam censite ben 305, una regina per ognuno dei 305 comuni della nostra regione e mancano all’appello 279 Eccellenze, tutte già selezionate! Ogni paese d’Abruzzo merita di partecipare a questo concorso di Eccellenze d’Abruzzo, anche il più piccolo.

“Civitella Alfedena, superbamente arroccata su uno sperone che domina la sponda meridionale del lago di Barrea, con i suoi soli 286 abitanti, è il più piccolo paese del Pnalm (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise), conserva ancora l’assetto medievale, esisteva già in epoca romana, e, con ogni probabilità, si trattava di una cittadella avanzata dell’antica Alfedena, capoluogo dei Safini, i Sanniti che abitavano queste zone.

Foto by Abruzzomania

Il centro abitato conserva i caratteri tipici del borgo appenninico dell’epoca medievale e di cittadella fortificata, con abitazioni asserragliate a formare una “muraglia di difesa” contro gli attacchi nemici e anche contro il freddo, l’isolamento e le difficoltà della vita di tutti giorni, con aperture quasi esclusivamente sul lato interno delle vie, molto strette e caratterizzate da rampe di scalini in selciato bianco. Esternamente le costruzioni formano un unico grande muraglione, con poche e piccole aperture per l’aria, presentando le antiche forme dei feudi.

Foto by Abruzzomania

La prima opera di fortificazione sorta nel nuovo insediamento di Civitella, dopo la distruzione della roccaforte safina, è rappresentata dall’edificio più antico, un’antica torre del 1400, “casa a torre” tipica costruzione medievale, di forma cilindrica, ancora oggi abitata, che rappresenta il nucleo intorno al quale si sviluppò gradualmente il paese.

Foto by Abruzzomania

Nella parte più antica del paese, il Borgo Vecchio, con ogni probabilità, era edificata anche la Civitella di epoca romana e la seicentesca chiesa di San Nicola. In Piazza Pagliara si affacciavano stalle e fienili e si notano ancor oggi le grandi porte e finestre, utili per far passare fieno e bestie, presenti su quasi tutte le costruzioni e che contrastano con le piccole aperture delle abitazioni più interne al paese.

Foto by Abruzzomania

Meraviglioso passeggiare per i vicoli del paese e scoprire storia e di tradizioni dei nostri luoghi, fotografare scorci suggestivi, entrare in una dimensione a misura d’uomo e vedere la torretta della Saettèra, costruzione cilindrica, risalente al 1500, che grazie alla sua posizione strategica permetteva di vedere tutta la valle sottostante. Un sistema di difesa che le famiglie di alta borghesia usavano contro i briganti o le piccole rivolte dei popolani. Attraverso le strette feritoie si potevano usare le “saette”, ossia scoccare frecce o sparare.

Foto by Abruzzomania

L’Arco Scuro è un’altra delle tipiche attrattive del borgo, testimonianza di vita del passato. La muratura faccia vista delle sue pietre è annerita. Questa è una delle poche testimonianze rimaste di quale era un tempo il colore dominante di Civitella e dei paesi dell’Appennino in generale: grigio pietra e nero fumo. Non tutti avevano infatti la possibilità di alzare delle canne fumarie fino al tetto e in molte case il fumo del focolare usciva direttamente da piccoli buchi nei muri. Le finestre con i vetri erano un lusso e solo da un paio di secoli sono diventati di uso comune; il freddo non permetteva di avere grandi aperture senza vetri, per cui si facevano piccoli buchi nei muri che, all’occorrenza, potevano essere aperti o chiusi dal di dentro con sportelli di metallo o di legno.

Foto by Abruzzomania

Dalla Costa di Civitella, rupe sulla quale è costruito il paese, si può ammirare un panorama a vista è aperta affascinante. Oggi c’è un sentiero attrezzato che conduce fino alla parte alta dell’abitato, nell’area faunistica della lince che consente l’avvistamento di questi animali. Come è ben noto a Civitella Alfedena è possibile avvistare il lupo e la lince, animali che vivono in semilibertà in due aree recintate molto ampie adiacenti al paese e vederli nel loro habitat è una scoperta emozionante e più grande è incontrare i cervi liberi, che tranquillamente passano per le strade del paese …o scorgere, occasionalmente, l’orso!

Tornando alla Costa, un tempo non molto lontano, questa era…la discarica del paese. Da qui si gettava la poca immondizia che si produceva, in quanto all’epoca tutto veniva utilizzato, ciò ha permesso che nei secoli si formasse un abbondante strato di terreno fertile e soffice, sul quale successivamente si è formata una vasta decorazione di flora. La strada di fronte alla piazzetta chiamata “taverna”, attuale via Roma, è detta “le mandrelle” perché vi si radunavano le capre che ogni famiglia possedeva che venivano mandate tutte assieme al pascolo in luoghi vicini al paese sotto il controllo di un giovane  pastorello. Quando veniva il momento della mungitura, il latte prodotto da ciascun animale si univa insieme e, a turno, ogni famiglia poteva avere del formaggio che non avrebbe mai ottenuto solo con il latte della propria capra.

Ma  Civitella Alfedena non è solo un bellissimo borgo, ma anche un paese immerso nella natura che si trova ai piedi di imponenti gruppi montagnosi (Monti Meta, Greco, Godi e Marsicano), del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, in un declivio prospiciente il Lago di Barrea. Nel suo territorio montuoso, ricoperto da rigogliose foreste tra le più suggestive degli Appennini, è situata la più grande Riserva Naturale Integrale d’Italia, un gioiello della natura, il selvaggio anfiteatro rupestre dominato dal monte Sterpidalto e del Balzo della Chiesa, la “Camosciara – Feudo Intramonti”, rifugio di una grande varietà di flora e fauna un tempo presenti su buona parte delle montagne e vallate italiane, che costituisce la più zona importante del Pnalm dal punto di vista ecologico, naturalistico e paesaggistico e che “nasce” come riserva reale di caccia verso la fine dell’800, per tutelare alcune specie animali in pericolo già allora, come l’Orso Bruno Marsicano e il Camoscio d’Abruzzo.

Foto by Abruzzomania

La magia dei boschi, vivacemente colorati d’autunno o ammantati di neve, il luccicare del sole dietro una cresta, il fascino di un safari fotografico nel regno del camoscio o sulle tracce dell’orso, e poi il grande silenzio della montagna, rotto improvvisamente dall’ululato di un branco di lupi. Sono alcuni flash di emozioni vissute durante una qualsiasi escursione vissuta in questo meraviglioso ambiente.

Foto by Abruzzomania

Le cascate della Camosciara dette anche delle Ninfe, sono l’itinerario tra i più belli, che si snoda lungo il torrente Scerto, le cui acque tumultuose generano numerose e belle cascate. Percorrendo il sentiero si possono incontrare  visibili alcuni esemplari di trota fario di montagna, riconoscibile dalle sue caratteristiche piccole macchie rosse, in grado di superare con un salto dislivelli di un metro, il farfaraccio, pianta con foglie molto grandi, usata anticamente dai pescatori, per avvolgere le trote durante la cottura, un giovane bosco di faggio, il gambero di fiume, la salamandra pezzata dal tipico aspetto nero lucente con numerose macchie gialle, che esce solo nelle giornate piovose o di grande umidità, sino ad arrivare alla prima piccola cascata detta delle Tre Cannelle dove sono visibili alcuni pini neri di Villetta Barrea. Si incontra poi un bosco misto (faggio, pino, orniello e acero montano), sino ad ammirare il bel salto della seconda cascata e sullo sfondo il roccioso picco del Balzo della Chiesa (2.070 m), primo nucleo, dei monti della “Camosciara”, che per l’enorme valore naturalistico, sono diventati un simbolo della protezione ambientale in Italia.

Foto by camosciara.com

Morfologicamente, la Camosciara si presenta come un meraviglioso anfiteatro roccioso costituito da calcari e “dolomie”, le stesse rocce  delle Dolomiti, che grazie alla loro impermeabilità consentono all’acqua di scorrere veloce attraverso i pendii, formando così quello stupendo scenario di balzi, cascate e torrenti che attraversano secolari foreste di faggio e pino nero, scendono a valle, realizzando così un ambiente unico, da ammirare in silenzio, come un vero “gioiello della natura” le cui balze, inutili per le greggi e inaccessibili per l’uomo, permettono la sopravvivenza del camoscio d’Abruzzo.

Infine da non dimenticare il Museo del Lupo Appenninico, punto di riferimento per chi visita il Parco Nazionale, dotato all’interno di un percorso a pannelli sulla vita, l’ecologia e l’etologia del lupo appenninico e la storia del suo rapporto con l’uomo.” Insomma, tanta ma tanta “roba” da vedere,  in questo paesino lindo e appartato che conserva un intatto centro storico avvolto da una natura che dir meravigliosa è poco!

Fonti:

http://www.comune.civitellaalfedena.aq.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Civitella_Alfedena

Scritti di Roberto Copello